Alfabetizzazione e istruzione in Benin

 Categoria: Le lingue

La lingua è da considerare come un elemento essenziale della costruzione dell’identità culturale degli individui e delle Comunità. Secondo J. Poth (il 1988: 11), ”E’ la lingua madre che garantisce il decollo intellettuale del bambino fin dall’inizio della frequenza scolastica. Quest’ultima gli offre questo elemento fondamentale di equilibrio senza il quale si atrofizza, e gli fornisce la possibilità di verbalizzare il suo pensiero e di integrarsi con armonia nel mondo che lo circonda”. Fin da allora, si pone in primo luogo, la questione del posto delle lingue africane nel sistema educativo africano, dove l’insegnamento della lingua francese, un’eredità coloniale, rimane ancora preponderante nonostante i numerosi tentativi che mirano a garantire l’integrazione delle lingue nazionali. In seguito è sorta la problematica dell’alfabetizzazione e dell’istruzione di molti adulti non scolarizzati che conta la maggior parte dei paesi africani francofoni. In effetti, secondo le statistiche dell’Unesco, nel 2008, il tasso dell’analfabetismo negli adulti era del 59,5% in Benin, del 71,3% a Burkina Faso, del 51,3% in Costa d’Avorio e del 32,8% nella Repubblica democratica del Congo (Aitchison & Alidou, 2009: 3).

Nel 2010, nell’Africa subsahariana, più di un adulto su tre era ancora analfabeta e, in undici paesi di questa regione, il 50% soprattutto giovani adulti avevano frequentato la scuola per un periodo inferiore ai quattro anni (Unesco, 2010: 5). Se dei programmi di alfabetizzazione e di istruzione per gli adulti nelle lingue africane sono stati proposti in questi paesi, gli stessi hanno stentato a ridurre in modo sostanziale il tasso di analfabetismo degli adulti e hanno sollevato dei dibattiti per quanto riguarda la loro pertinenza, nei paesi dove la lingua francese è ancora spesso percepita come la lingua di promozione sociale (Ydo, 1995). Ciò riguarda in particolare i programmi. ”Alfabetizzazione di massa” per l’emancipazione delle popolazioni rurali del Benin (Baba-Moussa, 1983), ”Alfa Commando” e alfabetizzazione ”Bantaré” a Burkina Faso. Il programma ”Alfa Commando” consisteva per esempio nell’insegnare in cinquanta giorni agli studenti adulti a leggere, scrivere e contare nelle lingue nazionali e a essere capaci di utilizzare queste acquisizioni nelle loro attività professionali (ADEA, 2009: 280).

Per quanto riguarda il programma di alfabetizzazione ”Bantaré”, questo mirava all’alfabetizzazione massiccia di 10.000 donne (di solito in minoranza nei programmi di alfabetizzazione) allo scopo di trasmettere loro delle competenze sociali essenziali nell’igiene, nella sanità, nella nutrizione e nella pianificazione familiare (ADEA, 2009). Tutti questi programmi si basavano sull’idea che le acquisizioni dell’alfabetizzazione potevano essere trasferite alle attività quotidiane, ma, in realtà, ciò è stato fatto in maniera molto limitata; un buon numero di adulti alfabetizzati in questo progetto ha subito un ritorno all’analfabetismo, per mancanza di un ambiente colto (disponibilità di supporti di lettura come i giornali, opuscoli informativi, ecc., o di opportunità di fare pratica nella vita di tutti i giorni) idoneo per applicare le acquisizioni (ADEA, 2009; OIF, 2009).

Fonte: Articolo scritto da Abdel Rahamane Baba-Moussa e pubblicato su “Cahiers de la Recherche sur l’éducation et les Savoirs

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Sabrina Carbone
Traduttrice freelance
Diploma di laurea in traduzioni economiche I.A.T. I.
Tolentino (Mc)

Quante lingue si parlano nel mondo?

 Categoria: Le lingue

Sebbene sia impossibile fornire una cifra precisa – e neanche approssimativa -, si calcola che nel mondo, attualmente, le lingue parlate siano tra le 3.000 e le 5.000, di cui soltanto 600 contano più di 100.000 locutori, una cifra che è considerata minima per garantire la sopravvivenza delle lingue a medio termine.

Tra le lingue con ampia estensione c’è il mandarino cinese, utilizzato da 900 milioni di persone; l’inglese, con 470 milioni di persone che lo parlano; l’hindi, parlato da più di 420 milioni di persone; lo spagnolo, utilizzato da 360 milioni; e il russo, con quasi 300 milioni di locutori.

Un altro spetto curioso riguarda la loro distribuzione geografica, che non è molto omogenea. Come afferma Enrique Bernárdez nel suo libro, ‘Quante sono le lingue?’, il 32% degli idiomi in uso è concentrato in Asia, il 15% in America, tra le altre compaiono il K’iché, il Menomini, lo Iowa-oto o il Guarani -, mentre in Europa e in Medio Oriente sono solo il 4%.

In base alle stime, in Africa le varie lingue parlate sono più di 1.500. Ci sono casi singolari come quello del Camerun, un paese con 12 milioni di abitanti in cui si parlano addirittura 270 lingue, o quello della Nigeria, dove se ne registrano quasi 450. Tuttavia, la palma va alla Papua Nuova Guinea, i cui abitanti, notate bene, parlano 850 lingue diverse. Una torre di Babele.

Tra quelle minacciate, che sono quasi il 90% di quelle in uso, ce ne sono alcune molto suggestive come il cayapa, in Ecuador, con meno di 5000 locutori; il walmajarri parlato solo da 1000 persone nel mondo; e lo zuni in America del nord, con 6000 locutori.

Esistono anche casi esasperati, come il miwok, una lingua indiana che viene parlata esclusivamente da 4 persone; o l’Yidiny, in Australia, con poco più di una dozzina di locutori. Il kamas al contrario, un idioma che veniva parlato negli Urali, è considerato praticamente inesistente poiché è più che probabile che l’ultima persona della quale si avevano notizie sia deceduta, una persona che aveva 92 anni nel 1987.

Fonte: Articolo in spagnolo scritto da Elena Sanz e pubblicato sul blog Muy Interesante

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Sabrina Carbone
Traduttrice freelance
Diploma di laurea in traduzioni economiche I.A.T. I.
Tolentino (MC)

Traduzione ed empatia

 Categoria: Tecniche di traduzione

Cosa ci fa esteticamente piacere in un’opera d’arte? Questa, nella filosofia dell’arte e nell’estetica, è una domanda classica. I filosofi hanno cercato di spiegare che tipo di relazione, tra i soggetti e le forme artistiche, rende comprensibile quel sentimento di rapimento e piacere che, a volte, sperimentiamo guardando una chiesa, un dipinto o una scultura.

Una delle risposte più apprezzate è stata data da filosofi e psicologi del tardo diciannovesimo secolo, quali Robert Vischer, Heinrich Wölfflin o Theodor Lipps. In breve, la loro riflessione si focalizzava sul concetto di empatia (Einfühlung) che viene descritta come un’inconscia assegnazione di una nostra personale caratteristica organica all’opera d’arte che si trova davanti a noi. Queste attribuzioni, dunque, sarebbero provate dall’osservatore che, percependo soltanto il suo proprio stato emotivo e le sue proprie facoltà fisiche, ritiene appartengano all’opera d’arte, traendo piacere da essa come se fosse piena di vita.

L’empatia fu dunque definita come la capacità di “sentirsi dentro” (Ein-fühlung) l’oggetto, di renderlo vivo mediante l’ingresso nel suo dominio fino al punto in cui la distinzione soggetto/oggetto diventa sfocata.

L’idea che possiamo sviluppare empatia con le cose, oltre che con altri esseri viventi, non è forse così strana. Noi creiamo relazioni speciali con i nostri oggetti quotidiani preferiti, che siano essi un libro, un capo d’abbigliamento o una bicicletta. Infondiamo in questi oggetti un’anima e riconosciamo in essi un valore molto più grande del suo prezzo di mercato. Diventano speciali e li trattiamo particolarmente bene. L’empatia è una questione di trasportare le nostre emozioni e sentimenti ad altre entità e di comprendere, rispettare, amare queste.

Come tutto questo viene messo in relazione con il lavoro del traduttore? Per prima cosa, non c’è alcun dubbio che l’oggetto “testo” deve essere trattato analiticamente e la stessa traduzione come un processo tecnico. Tuttavia, se il testo è visto puramente come una “cosa” inanimata, esso resterà, in un certo senso, estraneo al traduttore.

Se l’oggetto davanti a noi è un testo, possiamo guardarlo come una “cosa” inanimata e procedere a tradurlo in un’altra “cosa”. Tuttavia, la mancanza di “sentirsi dentro” il testo non permetterà al traduttore di comprenderlo nei suoi più profondi aspetti, né di provare piacere per esso come oggetto estetico. In molti casi questa capacità è interamente necessaria. Se, infatti, come afferma Walter Benjamin, c’è un linguaggio puro dietro ad ogni testo, allora questa purezza può essere provata soltanto da un movimento empatico. La vera comunicazione implica una comprensione di tutte le dimensioni del messaggio, la quale, a sua volta, include il prendersi cura del testo come fosse un essere attivo.

L’empatia è stata segnalata come una delle caratteristiche che ci differenzia dalle macchine. Questo è un altro motivo per il quale la traduzione di una macchina è diversa da quella umana. Tuttavia, questo dimostra tutto eccetto un’insormontabile crepa all’interno dei servizi di traduzione. Piuttosto, ciò evidenzia come lo sviluppo della tecnologia si fonderà asintoticamente con “l’elemento umano”. Entrambi restano necessari per raggiungere il miglior risultato possibile.

Fonte: Articolo pubblicato il 23 giugno 2014 su Multilizer Translation Blog

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Loredana Meleo
Traduttrice EN-FR>IT
Roma

Come descriviamo le lingue

 Categoria: Le lingue

Le lingue sono affascinanti. Se non lo fossero, non avrei perso anni a studiarle e poi a scrivere su esse. Tuttavia, l’altro giorno mi è passato per la testa uno strano pensiero: senza le lingue, non sarei capace di parlare circa le lingue stesse né avrei nulla di cui parlare. Mentre noi potremmo sederci e discutere per anni della natura uro borea della lingua e del pensiero (di cui hanno già fatto altre persone e ciò risulta affascinante), io piuttosto sposterei l’attenzione su quali parole sono usate in inglese solitamente quando si parla delle lingue per notare come ci piace far riferimento a questo meraviglioso fenomeno. Ho immaginato che il miglior punto di partenza sarebbe trovare le parole che solitamente si collocano con la parola “lingua” in inglese al fine di vedere se ci fossero eventuali esempi relativi alle parole che noi usiamo per parlare di ciò di cui noi parliamo.

Spazio e tempo
Quando descriviamo le lingue, siamo apparentemente interessati allo spazio e al tempo occupato da una lingua. Dobbiamo raccontare di quando la lingua veniva parlata e se è ancora parlata oggi. Se si discute sull’uso di una lingua al giorno d’oggi, bisogna tenere presente se si tratta di una lingua viva o morta.
Nel caso di lingue morte, ci piacerebbe descriverle secondo il periodo storico in cui queste furono parlate, definendole per esempio lingue antiche o classiche. Ovviamente, le lingue tutt’ora parlate prendono il nome di lingue moderne.
Dove una lingua è parlata rappresenta anche un punto chiave. Le lingue, proprio come le persone, possono essere indigene in quanto, quando migrano, amano portare con sé le proprie lingue. Purtroppo, il termine “indigeno” è spesso utilizzato per descrivere lingue che sono in via di estinzione a causa del rimpiazzo da parte di quelle lingue più prestigiose in quelle aree.

Uso
Quanto si usa una lingua sembra essere un’altra tendenza comune quando ci si riferisce alle lingue. Si può parlare di lingue nazionali o internazionali o, dall’altra estremità della scala, di lingue minori.
L’uso in termini di parlanti non è l’unica modalità che abbiamo per parlare delle lingue e dei loro parlanti. Ci piacerebbe anche conoscere come le informazioni vengono comunicate, quindi, parliamo di lingua parlata, lingua scritta e in caso di comunicazione corporea, di linguaggio del corpo.

Situazione e contesto
Oltre al quando e al dove sono usate le lingue, chiaramente ci interessa anche la situazione e il contesto relativi all’utilizzo delle lingue. Alcune delle collocazioni più comune includono la lingua formale e informale. Risulta molto comune anche il dibattito sul dominio, come ad esempio quello floreale, letterario e poetico. Sfortunatamente, altri contesti comunemente menzionati sono quelli razzisti e sessisti, a meno che non li condanniamo.

Volgarità
Il linguaggio volgare, grezzo, offensivo, osceno e forte sono tutti usati regolarmente in inglese e formano alcune delle collocazioni più comune. Sembra che per quanto odiassimo il linguaggio volgare, non riusciamo proprio a farne a meno.

Fonte:Articolo pubblicato il 19 giugno 2015 da Joseph Philipson sul sito The Lingua File

Traduzione a cura di:
Clara Fumai
Dott.ssa in Lingue e culture per il turismo
Bari

Metodo per una traduzione di qualità

 Categoria: Tecniche di traduzione

Dal momento che la traduzione è una questione individuale, essa richiede pratica costante e metodi adatti ad assicurare il miglior risultato possibile. Anche se l’utilizzatore finale potrebbe non essere soddisfatto al 100% del documento tradotto, a causa di varianti linguistiche o preferenze personali, mettere in atto un processo di gestione limita i rischi e dimostra l’opportuna analisi.

I tre passi che seguono spiegano il metodo più semplice per assicurarsi che escano fuori delle ottime traduzioni, controllate e rispedite al cliente nella loro forma migliore. I passi sono i seguenti: traduzione, editing, controlli di qualità interni e revisione.

Passo Uno – Traduzione
Il materiale d’origine deve sempre essere affidato al traduttore più adatto, vale a dire madrelingua dell’idioma d’origine. Tuttavia, devono essere presi in considerazione anche altri fattori, come il background del traduttore, le sue abilità, la sua residenza e l’esperienza nella materia in questione. La traduzione deve sempre essere naturale e suonare come se il testo fosse stato scritto nella lingua target, piuttosto che sembrarne una rigida trasposizione. La traduzione deve anche essere in linea dal punto di vista stilistico con le specifiche e il target di riferimento secondo le direttive del cliente.

Passo Due – Editing
L’editing di una traduzione viene effettuato da un secondo traduttore indipendente, che non ha legami con quello principale, al fine di assicurare una certa imparzialità. In questo modo ci si assicura che la traduzione sia accurata dal punto di vista della grammatica, dell’ortografia, della sintassi, che trasmetta il messaggio del documento originale e che soddisfi le esigenze stilistiche del cliente.
Il risultato della fase di editing deve quindi essere un testo corretto e perfezionato.

Passo Tre – Revisione
Il terzo passo implica un controllo interno del documento finale, assicurandosi che non manchino sezioni, dati numerici, date/orari, pagine, immagini, ecc.
Queste tre fasi costituiscono un metodo garantito per assicurarsi una traduzione naturale, accurata e convincente.

Fonte: Kwintessential Blog

Traduzione a cura di:
Lucian Albanese
Traduttore EN>IT
Palermo

Come il cervello impara meglio le lingue (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Un’occasione per immergersi nel vivo della lingua, tuttavia, tutti i volenterosi possono crearla da sé. I DVD ad esempio offrono la possibilità di guardare film o serie in lingua originale. I sottotitoli tuttavia, se necessari, dovrebbero essere attivati solo nella lingua straniera: alcuni studi dimostrano che l’apprendimento è poco efficace se i sottotitoli scorrono nella lingua madre.

Anche Internet rappresenta un mezzo per imparare le lingue. Chi ad esempio posta interventi sul proprio tema preferito in un forum di lingua straniera, chatta o twitta in un’altra lingua, è già parzialmente coinvolto in un’interazione e nel processo di apprendimento.

Anche chi canta la propria canzone inglese preferita fa già qualcosa per la sua conoscenza della lingua (alla fine dei conti con i testi delle canzoni impariamo a memoria un testo più lungo e questo comporta una gran quantità di combinazioni di parole che possono ampliare il vocabolario).
A condizione però che non canticchiamo solo distrattamente ma che ci preoccupiamo anche del testo (ad esempio chiedendoci se anche noi avremmo scelto quelle parole o come, al contrario, ci saremmo espressi noi).

Non c’è premio senza divertimento
Che sia un DVD, un film o un corso di lingua, la cosa fondamentale è che imparare sia un divertimento. Le sensazioni negative sono infatti veleno per l’apprendimento: con la noia, la paura o le ansie da prestazione il cervello viene meno alle sue capacità. La ragione: il sistema limbico, che nel cervello è responsabile della gratificazione, non collabora più. La cooperazione dei funicoli nervosi rallenta, la concentrazione sullo studio si fa più pesante. Allora è una fortuna che i ricercatori possano dare il cessato allarme per un capitolo dell’apprendimento particolarmente temuto: chi crede di non padroneggiare abbastanza bene la grammatica non dovrebbe affliggersi troppo. Numerosi studi dimostrano che gli errori di grammatica non sono particolarmente fastidiosi nella comunicazione.

Fonte: Articolo scritto da Alexandra Mankarios e pubblicato sul sito wissen.de

Traduzione a cura di:
Silvia Panna
Studentessa di Interpretazione di conferenza DE-FR>IT
Università di Vienna

Come il cervello impara meglio le lingue (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Si tratta quindi di sperimentare con nuovi vocaboli: costruire frasi di esempio, immaginarsi situazioni in cui potremmo utilizzarli o semplicemente pensare se troviamo la parola bella e, se sì, perché.

Soprattutto le frasi di esempio sono aiuti mnemonici perfetti per il cervello. I ricercatori linguistici consigliano di imparare da principio vocaboli all’interno di combinazioni di parole. Questo infatti ha un ulteriore vantaggio: non favorisce solo la connessione, ma può anche prevenire alcuni inceppamenti linguistici. Chi ad esempio impara semplicemente che autobus in inglese si dice “bus”, probabilmente formula la frase sbagliata: “I drive with the bus”. Se si impara invece il vocabolo nelle combinazioni di parole tipiche come “I go by bus” o “I get off the bus”, si possono evitare errori di questo genere.

Il metodo di apprendimento è improntato sul modo di imparare del cervello, lo dimostra la ricerca sull’apprendimento infantile della lingua: nella loro madrelingua i bambini imparano prima di tutto espressioni fisse e solo successivamente singole parole. Ad esempio da subito sanno che prima di andare a letto si dice sempre “buona notte”. Solo molto più tardi il loro cervello riconosce che si tratta di due parole indipendenti tra di loro.

Immergersi nel vivo della lingua
I ricercatori del cervello lo sanno: il nostro cervello impara quasi autonomamente, finché riceviamo input sufficienti e occasioni per esercitarci. Ogni situazione che si verifica nella comunicazione reale, nelle quali non si tratta quindi di studio ma di altri contenuti, è perciò d’aiuto per l’apprendimento delle lingue.

Anche da adulti possiamo approfittare di questa capacità innata di apprendere le lingue. Nella pratica tuttavia non è sempre facile trovare occasioni per esercitarsi, visto che nel nostro Paese si verifica raramente una vera necessità di utilizzare una lingua straniera.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Alexandra Mankarios e pubblicato sul sito wissen.de

Traduzione a cura di:
Silvia Panna
Studentessa di Interpretazione di conferenza DE-FR>IT
Università di Vienna

Come il cervello impara meglio le lingue

 Categoria: Le lingue

Di cosa ha bisogno il cervello per ricordare una nuova lingua: vocaboli, grammatica, espressioni idiomatiche
Case editrici e scuole di lingua decantano ricette per il successo, gli insegnanti si ripromettono nuovi metodi di apprendimento personali, e tra gli allievi girano trucchi mnemonici e filastrocche. Lo scopo: padroneggiare una lingua straniera il più velocemente possibile tanto da sapersela cavare nella quotidianità.

Da molti anni anche la ricerca si interessa di ciò che accade nel cervello durante l’apprendimento di lingue straniere. Sebbene in questo ambito le domande senza risposta siano ancora molte, una cosa è certa: un metodo di apprendimento ottimale univoco non c’è. Ma ci sono informazioni che, chi impara una lingua, dovrebbe tenere in considerazione se vuole raggiungere velocemente dei risultati.

Imparare i vocaboli: networking per il cervello
Diversamente da un dizionario il nostro cosiddetto lessico mentale (la memoria delle parole nel cervello) assomiglia a una rete gigantesca: connessioni fulminee permettono di formare frasi grazie alla corretta combinazione tra parole ed espressioni. Meglio una parola è collegata, più facilmente ci viene in mente al primo colpo.
Come stabilire queste connessioni dipende da due fattori: quantità e qualità. La quantità è ovvia: se utilizziamo regolarmente una parola il nostro cervello ce l’ha subito a portata di mano.

Sulla qualità della connessione ha molta influenza chi impara: più colleghiamo ricordi, sentimenti o associazioni con un’espressione, più si facilita l’accesso del cervello a quest’ultima. Conosce bene questa sensazione chi almeno una volta in una conversazione si è arrovellato su un vocabolo: sappiamo bene che dovremmo conoscere quella parola, forse addirittura anche in quale capitolo del libro di testo si trovava sulla lista dei vocaboli. Ma non c’è verso di farsela venire in mente, ci arrabbiamo persino anche un po’ con noi stessi. Finché qualcuno non accorre in aiuto con la parola che cerchiamo. Da questo momento in poi il vocabolo rimane impresso ed è sempre disponibile (perché ora lo colleghiamo a un ricordo e a una sensazione).

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Alexandra Mankarios e pubblicato sul sito wissen.de

Traduzione a cura di:
Silvia Panna
Studentessa di Interpretazione di conferenza DE-FR>IT
Università di Vienna

Il traduttore audiovisivo

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione audiovisiva fa parte della nostra vita quotidiana, ed è proprio grazie a questo tipo di mediazione che abbiamo la possibilità di accedere a film, documentari e programmi televisivi stranieri, ma non solo.
Molto spesso quando si visiona un prodotto audiovisivo non ci si rende conto del grande lavoro che vi è dietro e della grande professionalità di molti traduttori. Negli ultimi tempi il commercio internazionale, lo sviluppo tecnologico e l’enorme volume di prodotti audiovisivi hanno fatto si che questo tipo di traduzione potesse acquisire la posizione privilegiata che gli spetta.

Di conseguenza si è resa necessaria la nascita di una figura, fino a tempo fa inesistente: quella del traduttore audiovisivo. Prima si faceva affidamento a traduttori inesperti in questo campo, ma visti tutti i vincoli ai quali deve sottostare il traduttore audiovisivo e tutti gli accorgimenti e le attenzioni che deve prestare al rapporto parola-immagine, alla buona resa dell’oralità e al rispetto dei vincoli spazio-temporali, ci si rende conto che una preparazione vaga non è certamente sufficiente. Il lavoro di un bravo traduttore è il risultato di una concatenazione di elementi che rendono possibile il processo di riformulazione testuale.

E alla base di questo processo non è sufficiente solo una buona preparazione linguistica, come molti pensano. È fondamentale e imprescindibile uno studio delle tecniche, un approfondimento culturale e molta pratica, affinché il traduttore possa essere in grado di ritrasmettere tutti quegli elementi il cui contenuto non è solo linguistico ma anche socio-culturale, quelli che possono essere definiti elementi paralinguistici; deve sapere suscitare nel pubblico gli stessi effetti e le stesse emozioni che l’audiovisivo originale aveva suscitato nel pubblico di partenza. Il traduttore, anche se molto spesso non viene né citato, né ricordato, ha una grande responsabilità.

Vorrei a questo proposito ribadire che la traduzione non è un esercizio meccanico, ma il risultato di tanto lavoro e della creatività del traduttore.
Negli anni molti studiosi hanno cercato di analizzare le varie strategie traduttive che possono essere utilizzate durante la traduzione con l’obiettivo di riproporre lo stesso dinamismo dei dialoghi originali, conservandone sempre il contenuto. Ovviamente la traduzione audiovisiva, cosi come la traduzione in generale, è un processo arbitrario, ovvero fatto di scelte soggettive, scelte che hanno un peso non indifferente, soprattutto quando si traduce “passivamente”, ossia da una lingua straniera verso la propria lingua madre.

Una parte molto importante insita nel lavoro del traduttore, è la buona resa dei tratti dell’oralità. Molto spesso quando si parla di oralità, soprattutto nel campo della sottotitolazione, se ne parla in termini di perdita. Infatti si assiste ad una variazione diamesica, ovvero il passaggio da un codice orale a un codice scritto. Dobbiamo pensare che in una conversazione orale si assiste ad un dinamismo che viene perso allo scritto, poiché non è importante solo quello che diciamo ma anche come questo concetto viene espresso. Nonostante tutto, anche nel caso della sottotitolazione, è possibile utilizzare ad esempio i segni di interpunzione, le ripetizioni per donare enfasi agli enunciati o per poter esprimere il tono, e l’intonazione con cui viene espresso un concetto.

Autrice dell’articolo:
Cristiana Anfossi
Traduttrice ES-FR>IT
San Remo (IM)

Il segreto per fare una buona traduzione (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Dal punto di vista professionale, il traduttore ha una responsabilità non indifferente. È quindi di vitale importanza esercitare questa professione con cura ed attenzione per poter trasmettere il messaggio nel modo più preciso possibile, con ogni sfumatura e nel rispetto delle realtà culturali e sociali degli interlocutori.

Non va dimenticato e/o sottovalutato l’uso di un linguaggio chiaro e semplice per aiutarne la comprensione al lettore. La lingua di partenza e quella di destinazione devono essere sufficientemente padroneggiate per poter fare delle traduzioni con rigore intellettuale, in modo semplice e chiaro. Dobbiamo altresì esprimerci con convinzione e passione. Ciò significa che dobbiamo conferire al testo l’impegno totale di cui siamo capaci. Se utilizziamo un software di traduzione assistita, dobbiamo stare molto attenti a non cadere nella trappola della via più facile, come spiegato più sopra.

Dobbiamo puntare sempre più in alto. La nostra professione si traduce in una richiesta costante di crescita personale e di superamento di noi stessi; questa sfida va affrontata con coraggio e determinazione. E anche qui, il seguente consiglio è molto valido: Irène de Buisseret diceva che è necessario leggere e rileggere di nuovo fino a che gli occhi non ci escono dalla testa.

Se decidiamo di intraprendere l’altra via, cioè quella del minimo sforzo e del guadagno facile, diventeremo dei burocrati con un basso tenore morale e questo modo di tradurre avrà un impatto sociale minimo a carico dei nostri connazionali.

Nel mondo d’incertezza economica in cui viviamo, la questione diventa vitale. In effetti, se ci vogliamo proteggere contro gli sbalzi della congiuntura, non è sufficiente padroneggiare dei software di traduzione assistita. Secondo me, bisogna innanzitutto farci riconoscere per le nostre qualità come veri professionisti da ogni punto di vista, perché l’eccellenza ha sempre un posto.

Fonte: Articolo di Alain Bernier pubblicato il 05 agosto 2013 sul “Portail Linguistique du Canada

Traduzione a cura di:
Claire-Marie Jamaigne
Traduttrice IT <> FR
Milano

Il segreto per fare una buona traduzione (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

È una questione d’integrità intellettuale: fare ogni sforzo possibile per approfondire il messaggio e trasmetterlo correttamente da una realtà culturale ad un altra, sotto ogni suo aspetto e sfumatura.
In effetti, per fare una buona traduzione, dobbiamo godere di un’integrità intellettuale infallibile ed arrivare a fare del nostro meglio nel trasmettere il messaggio integrale anche per una soddisfazione personale alla consegna del lavoro.

Secondo me, il rispetto delle regole etiche è fondamentale per una corretta traduzione. Il futuro della nostra professione ne dipende perché, in fin dei conti, sono proprio queste regole a fare la differenza fra un professionista della traduzione ed un dilettante. Quest’aspetto risulta ancora più importante se vogliamo ottenere una vera riconoscenza professionale.

Come per ogni altra professione, il nostro lavoro si basa sull’assoluta fiducia. Quando andiamo dal medico, gli affidiamo la nostra salute; quando consultiamo un avvocato, lasciamo la nostra reputazione fra le sue mani; così come, quando ci rivolgiamo al commercialista, gli affidiamo i nostri beni. Queste stesse esigenze professionali vanno applicate anche al settore delle traduzioni.

Se traduciamo un testo di natura finanziaria e che, per improvvidenza o per negligenza, facciamo un errore, questa disattenzione potrebbe costare somme di denaro astronomiche agli azionisti oppure all’opinione pubblica; se invece traduciamo una documentazione medica e, anche in questo caso, non stiamo attenti, l’errore potrebbe generare conseguenze negative sulla salute o sulla vita di esseri umani; oppure, se traduciamo del materiale relativo al settore delle comunicazioni senza essere precisi, ciò potrebbe causare dissensi sociali oppure problemi politici molto importanti. Nel tempo, gli errori potrebbero portare a conseguenze negative sulla cultura di destinazione del testo tradotto.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Alain Bernier pubblicato il 05 agosto 2013 sul “Portail Linguistique du Canada

Traduzione a cura di:
Claire-Marie Jamaigne
Traduttrice IT <> FR
Milano

Il segreto per fare una buona traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Un giorno, chiesi ad una rappresentante di alto calibro la chiave del suo successo. Mi rispose che il suo successo era proprio la sua devozione totale nel soddisfare il Cliente. Secondo me, questo criterio può anche essere applicato al settore delle traduzioni. Secondo me, per fare una buona traduzione, è necessario rispettare il pensiero dell’autore per poterlo trasmettere al nostro Cliente finale, cioè al lettore.

Ci sono due modi di tradurre….così come ci sono due modi di vivere. Si può vivere scegliendo la via del minimo sforzo, oppure si può vivere cercando di superare gli ostacoli che ci si trova davanti, per arrivare sempre più in alto. È una scelta personale. In fin dei conti, colui che sceglierà la seconda via sarà testimone di ampie vedute e proverà la gioia nella scoperta della soddisfazione di un lavoro ben fatto.

Innanzitutto, dobbiamo saper ascoltare per capire correttamente il messaggio da trasmettere nella sua globalità e profondità. Poi, dobbiamo anche conoscere l’argomento da trattare e ciò richiede una ricerca approfondita della materia da tradurre. Insomma, non dobbiamo tradurre come macchine ma bensì come professionisti che padroneggiano sia la lingua d’origine che la lingua di destinazione, associate ad una conoscenza approfondita dell’argomento da tradurre. Spesso e volentieri, i grandi traduttori elaborano in primo luogo la prefazione, l’introduzione oppure le note esplicative, per passare poi alla traduzione del testo.

Questo consiglio, che Irène de Buisseret non mancava di comunicare ai suoi studenti ed ai suoi lettori, è tutt’ora valido : dubitare… e dubitare ancora, anche di ciò che pensiamo di sapere. Dobbiamo continuamente porci delle domande e cercare la verità. Dobbiamo conoscere le nostre capacità e riconoscere anche i nostri limiti. Se la ricerca non può colmare le nostre lacune, non dobbiamo temere di rivolgerci ai nostri colleghi e, se necessario, anche all’autore del testo di partenza. Al limite, dobbiamo essere abbastanza umili da ammettere che l’argomento trattato non fa parte del nostro settore di specializzazione oppure che, semplicemente, non lo conosciamo.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Alain Bernier pubblicato il 05 agosto 2013 sul “Portail Linguistique du Canada

Traduzione a cura di:
Claire-Marie Jamaigne
Traduttrice IT <> FR
Milano

Identità culturale e lingua

 Categoria: Le lingue

Quando si parla in una lingua che non è la nostra, una domanda dovrebbe nascere spontanea: perché la sto parlando? Qual è il legame tra le lingue, oltre a quello di contatto, che unisce due parlanti? Di seguito si cercherà di chiarire, nel modo più semplice possibile e senza pretese di esaustività, il forte nesso tra le lingue e le identità culturali delle persone che le parlano. Volendo metaforizzare, sono come due anziani che dopo cinquant’anni di matrimonio si vogliono ancora un mondo di bene, anche se hanno litigato mille volte. La cultura sta alla lingua come un avvoltoio sta a una carcassa. Perché quest’ultima può rappresentare una lingua ormai morta, una lingua che veniva usata da una popolazione indigena e che ora è stata soppiantata da un’altra che gode di maggior prestigio.

Ecco allora che si profila all’orizzonte una linea di demarcazione, una linea indelebile che accomuna l’una all’altra. Sul piano pratico, se spostiamo l’attenzione sugli Stati Uniti, un territorio certamente più conosciuto, si può facilmente notare la vastità delle terre in questione. Nonostante l’immensa superficie, la lingua nazionale parlata nella repubblica federale è l’inglese: di fatto, di calcola che circa il 95% dei residenti parlano la lingua di origine germanica. Ma facciamo un salto di circa 8000 chilometri e stabiliamoci nel vecchio continente.

Nonostante si parli di Unione Europea, non si parla affatto di unione linguistica. Lungi dall’essere una caratteristica di poca rilevanza, essa mette in evidenza i limiti culturali e di conseguenza linguistici dell’Unione, perché essa non può basarsi esclusivamente su un’unione monetaria, ma deve strizzare l’occhio a una più efficiente razionalizzazione delle risorse linguistiche su un determinato territorio più o meno ampio. Quando avverrà tale convergenza? Tra cento anni? Oppure nel quarto millennio? È una domanda che non può avere una risposta celere, anche se un dato di fatto resta oggettivo: quei due anziani difficilmente si disgiungeranno, cascasse il mondo.

Autore dell’articolo:
Christian Nasuto
Traduttore EN-DE > IT
Torremaggiore (FG)

L’origine delle lingue indoeuropee

 Categoria: Le lingue

Circa 6500 anni fa, nelle steppe dell‘Eurasia, nacque e si sviluppò la madre di tutte le lingue indoeuropee che nel corso dei millenni seguenti si sarebbe diffusa in Asia ed Europa. Il cosiddetto protoindoeuropeo. Nuova conferma a questa teoria fin troppo spesso osteggiata da chi vedeva la culla del protoindoeuropeo in Anatolia, giunge dal team di un ricercatore dell’Università di Berkeley. L’analisi di 200 termini di lingue indoeuropee viventi ed estinte, così come dei loro cambiamenti nel corso dei millenni, ha permesso al linguista di realizzare un albero evolutivo più preciso.

Calcoli statistici effettuati su questa base hanno individuato una lingua madre indoeuropea esistente intorno a 6500 – 5500 anni fa nelle steppe della Russia. Dire “steppe” è abbastanza riduttivo, perché in realtà si tratta di un territorio enorme che si estende dalla Moldavia sino al Kazakistan occidentale e comprende Russia e Ucraina. In queste aree vivevano allevatori nomadi dediti alla metallurgia e specializzati nella costruzione di carri da guerra. Alle genti delle steppe si deve l’invenzione della ruota che più tardi avrebbero esportato in Mesopotamia ed Europa. Di pari passo con le innovazioni, culture e tradizioni delle popolazioni indoeuropee, anche le loro parlate hanno conquistato il Pianeta.

Oggi tre miliardi di persone parlano 445 lingue di matrice indoeuropea. Forse proprio per questo il problema della Urheimat, la loro terra d’origine, ha affascinato per secoli gli studiosi. Per risolverlo, è stato necessario ricostruire forma e significato originari di migliaia di termini tratti dal vocabolario protoindoeuropeo e concernenti il nucleo familiare, i costumi, il culto, la vita quotidiana. Gli indizi che possono fornire le lingue al ricercatore attento sono un tesoro di inestimabile valore. Grazie ai vocaboli protoindoeuropei sommati alla lettura dei reperti archeologici non è stato soltanto possibile circoscrivere l’area in cui operavano queste genti, ma anche farsi un quadro della società e dell’economia alla base della loro vita.

Un breve esempio. Gli allevatori nomadi vivevano in una struttura sociale patrilineare, in cui diritti e doveri venivano trasmessi attraverso la linea di sangue paterna. È probabile che le donne dopo le nozze abbiano lasciato la famiglia d’origine e si siano trasferite in quella dello sposo. Si crede che tutti, nelle comunità, riconoscessero l’autorità di un capo. È evidente, infine, la predominanza di una classe di guerrieri che praticavano sacrifici rituali di bovini e cavalli, adoravano una divinità del cielo maschile e facevano ampio uso di carri. Ebbene, tutti questi elementi trapelano sia dai reperti archeologici sia dalla ricostruzione linguistica.

Un tipico esempio in questo senso, forse il più indicativo in assoluto, è dato dal termine che designa la ruota. In protoindoeuropeo: keklos oppure kekelos. Da esso deriva il vocabolo inglese wheel. Mentre dal secondo termine protoindoeuropeo rot-eh deriva il nostro vocabolo ruota e quello tedesco rad. Il protoindoeuropeo presenta un ampio vocabolario collegato al carro e affini. Tale aspetto, insieme alla domesticazione del cavallo – che nelle steppe eurasiatiche avvenne molto presto – e ad altri reperti archeologici di primo piano, porta a pensare che l’invenzione della ruota e quella del carro abbiano avuto luogo proprio in quest‘area. Il protoindoeuropeo cessò di esistere intorno al 2500 a. C., gradatamente sostituito dalle parlate locali che diedero origini alle lingue di oggi.

Autrice dell’articolo:
Sabina Marineo
www.storia-controstoria.org

Il cambio linguistico nel Tornedalen

 Categoria: Le lingue

Nell’articolo di ieri ho parlato della situazione linguistica generale nel Nord Europa, in quello odierno vorrei analizzare la situazione specifica tra la lingua finlandese e quella svedese nell’area del Tornedalen.
Innanzitutto il Tornedalen è una regione nel Norbotten svedese che è costituita da tre comuni: Pajala, Övertorneå e Haparanda. Nel Tornedalen scorre il fiume Torne, che fa da confine tra Svezia e Finlandia. La regione del Tornedalen è chiamata “Tornionlaakso” in finlandese, ed è un’area interessante perché lì si parla sia svedese che uno specifico dialetto finlandese: il “meänkieli” (in svedese: “vårt språk”, che significa “la nostra lingua”), che è dall’anno 2000 una lingua minoritaria ufficiale in Svezia parlata nella regione del Tornedalen ma anche a Kiruna e Gällivare. Si stima che circa 25 000 – 40 000 persone parlino o capiscano il meänkieli nella contea di Norrbotten e che circa 35 000 ascoltino giornalmente alla radio svedese del Norrbotten le notizie in questa lingua.

Per quanto riguarda le sue caratteristiche linguistiche è interessante osservare che la lingua svedese ha avuto una certa influenza sul meänkieli; infatti in questa lingua ci sono prestiti linguistici dallo svedese, ad esempio “lööki” (che deriva dallo svedese “lök”, cioè “cipolla”), “kööki” (che deriva dallo svedese “kök”, cioè “cucina”), “potati” (da “potatis”, ovvero “patata”), “daatturi” (da “dator”, cioè “computer”), “biili” (da “bil”, cioè “automobile”) ecc. e soprattutto nella lingua parlata ci sono cambi di codice linguistico in riferimento alla lingua svedese.
È importante ricordare che ci sono sempre meno parlanti del meänkieli al giorno d’oggi e sempre più parlanti di lingua svedese, e che le persone più giovani nell’area del Tornedalen che sanno parlare il finlandese parlano una variante del meänkieli che è ritenuta essere più simile al finlandese standard che al meänkieli stesso. Harry Perridon ci mostra che, nell’area del Tornedalen, dal 1945 al 1966, la percentuale dei parlanti del finlandese è diminuita dal 72% al 14%, mentre quella dei parlanti dello svedese è aumentata dall’8% al 29%. Quasi tutte le persone nell’area del Tornedalen parlano due lingue (meänkieli / finlandese e svedese) ma a partire dalla metà degli anni ’50 ci si è resi conto che le generazioni più giovani parlano per lo più svedese, mentre quelle più anziane per lo più finlandese (meänkieli). Gli adulti più giovani e le persone meno anziane, oltre a parlare svedese, hanno in parte competenze passive in lingua meänkieli. Il meänkieli ha una posizione debole a scuola, nell’insegnamento, nella ricerca e nella televisione. L’interesse nell’adoprare il meänkieli nell’insegnamento è debole in tutti i comuni eccetto Kiruna. Perchè ciò accade?
Ovviamente il meänkieli è una lingua minoritaria che non ha uno stato d’importanza così elevato come quelli della lingua finlandese o dello svedese. Ma come Harry Perridon sostiene in “Språkpolitik och Språkutveckling. Språkbytet i Svenska Tornedalen” non è questa la causa che lascia andare le cose in questo modo. Il meänkieli dovrebbe essere protetto dalla congregazione nordica e le persone non dovrebbero temere di parlare questa lingua. La causa del cambio linguistico dal registro finlandese a quello svedese nell’area del Tornedalen è da essere ricercata nel fatto che le generazioni più giovani vogliono adattarsi alla società alla quale appartengono. Mentre i padri di queste generazioni erano più orientati verso la lingua finlandese, i giovani oggi vogliono invece seguire la lingua standard: vogliono seguire la maggioranza, vogliono essere più orientati verso lo svedese piuttosto che verso il finlandese perché il meänkieli non è una lingua adatta alla società nella quale loro vivono. L’industrializzazione e la modernizzazione hanno avuto molta influenza su questo processo; l’economia, la politica e le strutture sociali sono mutate nel corso degli ultimi anni (specialmente a partire dagli anni ’60) e la società si è modificata. Perciò non è più possibile utilizzare gli antichi dialetti e le lingue minoritarie nella vita di tutti i giorni.

Fonti utilizzate:
Språk i Norden – Sprog i Norden (2005): Redatto da Torbjørg Breivik (Norge), Vibeke Sandersen (Danmark), Eivor Somrnardahl e Aino Piehl (Finland), Ari Pall Kristinsson (Island), e Birgitta Lindgren (Sverige)

Perridon, Harry – Språkpolitik och Språkutveckling. Språkbytet i Svenska Tornedalen.

Autore dell’articolo:
Claudio Tonini
Dottore in lingue, letterature e studi interculturali
Pistoia

La politica linguistica nel Nord Europa

 Categoria: Le lingue

Gli stati principali del Nord Europa sono la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, la Finlandia e l’Islanda, ma ci sono altre regioni nordiche che, per quanto riguarda la situazione linguistica, sono per noi interessanti. Per esempio, coloro che vivono nelle isole Fær Øer o in Groenlandia devono impararsi un’altra lingua scandinava (il danese) anche se parlano la loro lingua madre (faroese o groenlandese) nella loro vita privata. Anche la Finlandia ha due lingue ufficiali differenti, che sono il finlandese e lo svedese. Lo svedese è infatti insegnato a scuola ed è la seconda lingua nazionale.

Questi stati hanno tali politiche perché appartengono alla “språkförsamlingen” nordica, ovvero ad una particolare “congregazione” linguistica. Che cos’è? E’ un importante concetto per quanto riguarda la Scandinavia. Se infatti diamo un’occhiata alla situazione linguistica attuale, l’inglese sta diventando la lingua universale e sta avvenendo un’internazionalizzazione linguistica. Questo porta alla conseguenza che spesso ci siano “perdite” nelle lingue nazionali e che molte lingue minoritarie che di fatto hanno pochi parlanti siano destinate a morire.

Per questa causa, queste politiche linguistiche all’interno della società nordica vogliono rafforzare le relazioni tra gli stati nordici e rafforzare anche la comprensione reciproca tra i parlanti delle lingue nordiche. Come è illustrato in “Språk i Norden – Sprog i Norden” (2005), queste politiche sono piuttosto efficaci se si pensa che anche l’Estonia (che non appartiene alla regione nordica) si è interessata ad esse e ha una situazione relativamente simile con la lingua russa (che è utilizzata da molte persone all’interno della nazione): l’Estonia sta infatti lottando per consentire alla lingua estone di ottenere un riconoscimento più ampio.

Il Nord Europa vuole integrare gli stranieri piuttosto che “assimilarli”. Lo scopo è quello di far usare loro la propria lingua all’interno della società e di rafforzare le loro lingue minoritarie. Si vuole che le loro lingue possano essere usate a scuola, nelle radio e televisioni locali, in altri mass media ecc. perché ogni lingua rappresenta una cultura differente, perciò una ricchezza.
Riassumendo, possiamo dire che gli scopi delle politiche linguistiche nel Nord Europa siano quelli di:
-mantenere e rafforzare la società nordica, attraverso la difesa delle lingue minoritarie e delle lingue degli immigrati;
-investire nella ricerca scientifica linguistica;
-collaborare all’interno dell’Unione Europea (UE) in più campi di lavoro.
Per quanto riguarda questo punto si dovrebbe ricordare che anche se il danese, lo svedese e il finlandese sono diventate lingue ufficiali all’interno dell’UE ci sono naturalmente lingue minoritarie che non sono ufficiali all’interno dell’Unione ma che la congregazione nordica vuole proteggere. È anche importante ricordare che la lingua norvegese non è ufficiale all’interno dell’Unione perché la Norvegia non fa parte dell’UE. Nell’articolo di domani parlerò del caso specifico del “meänkieli” (in svedese: “vårt språk”, che significa “la nostra lingua”), dall’anno 2000 una lingua minoritaria ufficiale in Svezia, parlata nella regione del Tornedalen (ndr).

Fonti utilizzate:
Språk i Norden – Sprog i Norden (2005): Redatto da Torbjørg Breivik (Norge), Vibeke Sandersen (Danmark), Eivor Somrnardahl e Aino Piehl (Finland), Ari Pall Kristinsson (Island), e Birgitta Lindgren (Sverige)

Perridon, Harry – Språkpolitik och Språkutveckling. Språkbytet i Svenska Tornedalen.

Autore dell’articolo:
Claudio Tonini
Dottore in lingue, letterature e studi interculturali
Pistoia

InTraduzione (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

La traduzione è un’arte sopraffina, che richiede grande attenzione ed elasticità mentale. La traduzione è una disciplina vocazionale!
Tradurre, ducere trans, condurre attraverso…questo è il significato etimologico del verbo italiano.
Parafrasando, tradurre significa fare da cicerone al lettore attraverso l’esperienza del testo. Il lettore spesso sarà ‘inconsapevole’ del testo fonte, ed è esattamente in questo senso che il ruolo del traduttore si carica di responsabilità morale: la responsabilità di dare al lettore le stesse sensazioni e implicazioni che l’autore infonde nel testo in lingua originale. Un’impresa ardua e pericolosa…

Infatti durante la traduzione ci si trova spesso tra l’incudine e il martello: da una parte il rispetto del testo originale in tutte le sue sfumature, e dall’altra parte i parametri di fruibilità e scorrevolezza del testo di arrivo, o per dirla ‘alla Toury’, tra Adeguatezza e Accettabilità.
Dalle descrizioni precedenti sembra che l’arte della traduzione sia una disciplina molto impegnativa, che richiede competenze e capacità eccezionali. Non è così. O meglio, tale definizione non si applica al concetto generale di traduzione bensì alla ricerca della traduzione perfetta (che a mio avviso rimane una qualità aggiunta per diventare ottimi traduttori). Sta di fatto che ogni persona al mondo, quotidianamente, traduce: per trasformare il pensiero in parole, per capire ciò che ci viene detto, per leggere un libro. Si parla di traduzioni intersemiotiche.

La traduzione di messaggi da un sistema di segni ad un altro, differente, sistema di segni (rielab. dal pensiero di R.Jakobson). Nel primo caso il materiale mentale viene traslato in materiale linguistico; nel secondo caso dei foni vengono trasformati in materiale mentale, e nell’ultimo caso il materiale linguistico torna ad essere contenuto mentale. Certo, espandere il concetto di traduzione fino a questi termini può non sembrare appropriato. Ciononostante, e qui paleso la mia scelta, sono i parlanti i veri padroni della lingua. E allora perché non giocarci? Neologismi, nuove espressioni e modi di dire, ironia e reinterpretazione di arcaismi, giochi di parole e molto altro rendono ogni lingua più ricca e interessante. La spinta creazionale e la varietà in senso lato sono le forze motrici di lingue, parlanti, lettori e traduttori.

Autrice dell’articolo:
Mara Congiu,
Dott.ssa in Lingue e Letterature Europee,
Traduttrice EN-FR> IT

InTraduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Questo non vuole essere un trattato di linguistica né un saggio sulle teorie della traduzione. Queste righe sono volte solamente a trasmettere delle idee e delle esperienze che riguardano la personale concezione dell’autore stesso su tali temi.
È difficile talvolta distinguere tra idee derivanti dall’indottrinamento accademico cui ogni studente di lingue e traduzione è sottoposto durante i suoi anni di studio, e quelle che invece sono idee autoctone, generate dalla rielaborazione delle nozioni imparate e da una precisa scelta del soggetto traducente.

Se infatti pensiamo al mito del linguaggio universale, portato alla gloria negli anni 60 dalle ricerche della grammatica generativa e trasformazionale, poi disgregato negli anni successivi da ulteriori scuole di pensiero; vediamo come la mente dello studente si attacchi a tale idea, vi si affezioni, per poi continuare, magari anche a livello inconscio, a ricercare la strada verso l’Eldorado di una lingua pangeatica. La
realizzazione della quale andrebbe anche a discapito dello stesso traduttore, rendendo i suoi sforzi vani e il suo talento inutile. Ma la mente possiede meccanismi assolutamente affascinanti.

Un altro fatto sconcertante che il traduttore si prepara ad affrontare, è il cosiddetto lutto. Lutto come emozione negativa legata alla perdita di forma e contenuto, che normalmente si realizza durante il processo di mediazione interlinguistica. La perdita, lo scarto, che derivano dalle scelte stesse di chi traduce, mette alla prova l’anima stessa di chi traduce; lo porta a mille domande, e prove, e ricerca di compensazione. Da una traduzione si può arrivare a comprendere meglio il vero carattere di una persona.
Se ad esempio la traduzione è poco curata, frettolosa, si può dedurre che il soggetto traducente tenda a non dare troppo peso alle cose, o che non sia interessato o incentivato all’arte del tradurre. Se invece si notasse nel testo finale una tendenza alla generalizzazione, un possibile appiattimento delle peculiarità del testo, vien da pensare che chi abbia tradotto possa essere una persona timida, che non mostri i suoi talenti o che tenda a volersi mimetizzare tra la folla, o sia alla ricerca di accettazione.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Mara Congiu,
Dott.ssa in Lingue e Letterature Europee,
Traduttrice EN-FR> IT

L’importanza del lavoro del traduttore

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Non bisogna comunque sottovalutare il lavoro del traduttore: l’assenza di restrizioni temporali immediate permette al traduttore infatti di investire più risorse mentali nel compito di trovare la soluzione corretta. Il traduttore è sempre alla ricerca di soluzioni rigorose, non di soluzioni che permettano semplicemente di ‘assolvere al compito’. A questo scopo il traduttore esegue ricerche e consultazioni approfondite e utilizza banche dati specializzate per ampliare la conoscenza della materia in oggetto. Di conseguenza, il traduttore finisce spesso per diventare piuttosto esperto dell’argomento trattato. Dal punto di vista di un committente il processo di traduzione con le successive correzioni e revisioni riduce i margini di errore, per cui il prodotto finale risulta decisamente più chiaro rispetto un lavoro di interpretazione.

Molti interpreti non si sono mai cimentati in lavori di traduzione e viceversa, anche se le due discipline sono complementari. Il lavoro del traduttore, che ricerca perfezione e significati precisi, richiede analisi scrupolose del significato delle parole, la loro annotazione su carta e quindi un momentaneo assestamento che precede il lavoro di analisi e revisione. Quest’attività è perfettamente complementare a quello dell’interprete, che ricava dal messaggio originale una panoramica generale volta a cogliere l’essenza del discorso. Una tale integrazione di competenze ci doterebbe di abilità invidiabili: la capacità di cogliere i dettagli più minuziosi di un linguaggio da un lato e la capacità di produrre analisi –lampo di un messaggio permettendone la sua fedele interpretazione in un altro linguaggio, dall’altro.

Sia i traduttori che gli interpreti sono artigiani della parola, e riconoscere le cose che ci accomunano e quelle che ci differenziano significa riconoscere la complessità del lavoro a cui entrambe i gruppi si dedicano.

Fonte: Articolo scritto da Lourdes De Rioja e pubblicato il 20 aprile 2015 sul blog Oford Dictionaries

Taduzione a cura di:
Serena Gargiulo
Dott. di Ricerca in Biotecnologie Industriali
Dott. in Biotecnologie Industriali
Traduttore scientifico EN<>IT
Napoli