Relazioni complicate (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Tradurre non è prendere in mano un dizionario e concatenare parole con un senso logico, tradurre è creare, elaborare, ispirare. Non devi far sentire estraneo il lettore, ma allo stesso tempo non puoi farlo sentire totalmente a casa, perché se il tuo personaggio sta mangiando del porridge, non puoi fargli mangiare delle fette biscottate; se va al college, non puoi trasferirlo all’università. Bisogna saper fondere culture, saper insegnare, saper far sognare, far emozionare il lettore così come fa l’autore. Tradurre non è solo un mero servizio per il pubblico, bisogna innanzi tutto amare il proprio lavoro, perché si sa che senza amore non si può avere lo stesso risultato.

Sì, è vero, così sembra tutto molto poetico, una passione meravigliosa. Quando però ti trovi, a conti fatti, faccia a faccia con un gioco di parole, o un’espressione particolarmente ostica, inizia la fase di odio. L’illuminazione non è sempre immediata, a volte può impiegare settimane per arrivare, ed è in quel momento che vorresti inveire contro la lampadina che non si accende. Lo scopo ultimo del traduttore letterario è quello di riuscire a trasmettere al lettore le stesse sensazioni che l’autore trasmette a un lettore madrelingua, oltre a quello sottinteso di non tradurre un libro sul calcio parlando di cucina.

A mio parere, i giochi di parole sono le sfide migliori per i traduttori, allo stesso tempo difficili e divertenti; una fonte di insegnamento da cui il traduttore stesso impara continuamente. In quella settimana in cui impazzisci per trovare una soluzione ti sembrerà certamente di affogare nella piscina olimpionica, ma può essere la tua possibilità di vincere quel famoso oro. Nel momento in cui sai che il risultato è stato ottenuto, la soluzione trovata, il bordo della piscina raggiunto, allora lì sì che ti senti un dio.
Per poi ricominciare tutto daccapo. Ma tradurre è questo, è amore, odio, odio, amore, amore, odio e ancora amore. È un rapporto sul filo del rasoio, una relazione complicata ma che, alla fine, siamo certi che ci darà enormi soddisfazioni.

Autore dell’articolo:
Airina Santonocito
Laurea in Teorie e Tecniche della Mediazione Interlinguistica
Traduttrice EN-FR>IT

Relazioni complicate

 Categoria: Traduttori freelance

La relazione con la traduzione non può che essere di odio/amore. Amore, perché se sei un traduttore ami necessariamente il tuo lavoro; odio, perché in alcuni momenti vorresti urlare “ma allora, lampadina, vuoi accenderti nella mia testa, sì o no?”
Cosa significa, quindi, tradurre? Cosa ci trasmette? Be’, la risposta è molto personale, ogni traduttore ha la sua. Io, in base alla mia esperienza, posso dirvi ciò che esploriamo attraverso la traduzione letteraria.

Cominci così, quasi per caso, senza neanche rendertene conto: sei piccolo, leggi un libro, ti innamori, lo rileggi, e lo rileggi ancora e ancora e ancora, e alla fine, forse un po’ stanco di rileggerlo e trovare sempre le stesse cose, cerchi nuove sfide. Lo leggi in un’altra lingua (non sia mai cambiare libro) e nello stesso momento in cui prendi questa decisione sai che sei perduto. Lo sai, perché quando scopri che il tuo personaggio preferito, in lingua originale, ha un altro nome, ti emozioni, trovi la bellezza di quel nome, inizi a chiederti perché, allora, in italiano è diverso. Fai ricerche, scopri il significato, esplori il processo mentale che ha fatto il traduttore per arrivare a una determinata soluzione. E, sempre più febbrilmente, cominci a sfogliarlo, trovandolo ricco di nomi dai doppi, tripli significati, un’immensa piscina nella quale il traduttore può affogare o vincere l’oro alle Olimpiadi.

Quando traduci ti assumi una responsabilità enorme verso chi leggerà il tuo prodotto, perché tutta la comprensione del testo dipende da te. Sei un po’ come Dio in scala ridotta: sai che chi leggerà quel libro tradotto sarà nelle tue mani, si affiderà totalmente a quello che scriverai, dovrà per forza fidarsi della tua interpretazione e del tuo lavoro.

La seconda parte dell’articolo nel post di domani.

Autore dell’articolo:
Airina Santonocito
Laurea in Teorie e Tecniche della Mediazione Interlinguistica
Traduttrice EN-FR>IT

Traduttori si nasce (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Capitava anche con i miei studenti: vi erano quelli che per necessità di lavoro si trovavano a frequentare un corso di lingua durante la pausa pranzo di lavoro, per due volte la settimana. Ebbene, alcuni di questi erano perfettamente in grado di comprendere le mie spiegazioni in lingua, anche se magari non potevano ancora rispondermi e la lezione successiva ricordavano tutto ed erano in grado di applicare le strutture imparate, altri avevano bisogno di ripetere la stessa lezione tre volte. Ecco allora la conferma: traduttori si nasce.

Si nasce con la propensione per le lingue, che eventualmente possono essere imparate e perfezionate se sono utili alle inclinazioni del soggetto, ma voler imparare per forza una lingua, perché è di moda o perché lo sanno tutti trovo che sia controproducente. Se poi alle lingue si aggiunge una passione smodata per la letteratura (come è in effetti il mio caso), ecco la ricetta perfetta per essere un traduttore.

Ogni volta che leggevo un testo tradotto, mi chiedevo come fosse la struttura di quel testo nella lingua originale.
Studiavo Shakespeare alle medie e mi chiedevo sempre se nella lingua originale quelle parole suonassero meglio, e poi andavo a leggere l’originale e mi rendevo conto che la traduzione (di ottima qualità) era sempre deludente.
Perché ai miei occhi il testo originale non poteva essere tradotto, in un’altra lingua la potenza delle emozioni non era uguale.
E allora leggevo e rileggevo, riscrivevo e poi rileggevo ancora i grandi classici della letteratura inglese, assimilando le tesi, le strutture sintattiche, i modi di dire, le espressioni idiomatiche, sempre con la traduzione a portata di mano. Così ho imparato entrambe le lingue e ad applicarle a testi letterari.

Certo, avrei grandi difficoltà a tradurre il foglio illustrativo di un medicinale o il libretto di istruzioni di qualche elettrodomestico oppure testi giuridici o tecnici di qualsiasi natura. Un traduttore nasce, ma si specializza in base alle proprie inclinazioni.
Sono comunque necessari anni di studio, per assimilare bene le strutture grammaticali della lingua di partenza, ma se c’è una buona base non sono necessari costosissimi studi universitari. Avendo le lingue e la letteratura nel sangue, con un po’ di esercizio e applicandosi costantemente, si impara a riscrivere il lavoro di qualcun altro.

Autore dell’articolo:
Katerina Kondakciu
Laureanda in lingue e culture per l’editoria
Verona

Traduttori si nasce

 Categoria: Traduttori freelance

Quando sono venuta in Italia dal mio Paese (l’Albania) ero una bimba di nove anni che non aveva mai conosciuto altro linguaggio all’infuori del suo. Arrivai in Italia e iniziai ad andare a scuola senza spiccicare una parola d’italiano, ma nel giro di due mesi ero in grado di rispondere alle interrogazioni di storia con un linguaggio scorrevole e sicuro. Come ci sono riuscita?

Riflettendoci, negli anni, mi sono resa conto che è un dono innato, quello per le lingue, che molte persone possiedono ma lasciano lì a covare indisturbato, convinte che imparare una lingua straniera sia un’impresa titanica, o forse perché del tutto disinteressate alla materia; mentre invece vi sono altre persone che questo dono non lo possiedono ma insistono a studiare le lingue, si applicano, si impegnano, passano ore sui libri perché affascinate dalla capacità di passare da una lingua all’altra senza difficoltà o dalla possibilità di poter comunicare nel mondo senza sentirsi impediti in nessun modo.

Quando al liceo linguistico io ed altri miei compagni di classe imparavamo i tempi verbali o i phrasal verbs senza alcuna difficoltà, mentre altri andavano e venivano dai corsi di recupero, facevano schemi, studiavano per delle ore senza riuscire a tenere a mente le costruzioni della frase, ma soprattutto senza essere in grado di applicarle, mi domandavo con una certa impazienza come fosse possibile avere tanta difficoltà con qualcosa che per me era quasi automatico. Cosa c’era di tanto difficile?

La conferma che le lingue al giorno d’oggi sono una moda a cui nessuno vuole rinunciare l’ho trovata durante un periodo d’insegnamento in una scuola privata di lingue. Le mamme di bimbi di due-tre anni che pagavano parcelle esorbitanti perché i loro figli DOVEVANO imparare l’inglese, prima ancora di aver imparato la propria lingua e poi a fine corso si lamentavano con gli insegnanti affermando che i figli, dopo tanti mesi di lezioni, non erano ancora in grado di parlare fluentemente (stiamo parlando di bambini di due-tre anni), mi facevano uscire il fumo dalle orecchie.

La seconda parte dell’articolo nel post di domani.

Autore dell’articolo:
Katerina Kondakciu
Laureanda in lingue e culture per l’editoria
Verona

Che cosa magica, la traduzione!

 Categoria: Tecniche di traduzione

Chi studia lingue, e in particolare chi ha intrapreso la strada della traduzione, si sarà trovato almeno una volta nella condizione di citare il titolo di un famoso film del 2003, Lost in translation, che vede Scarlett Johansson e Bill Murray protagonisti di eventi romantici e melodrammatici a Tokyo.

Per i traduttori, o aspiranti tali, Lost in translation è molto più di un film. È una costante del lavoro traduttivo. Il traduttore, infatti, non si limita a tradurre, ma deve comprendere appieno ciò che il testo originale dice, calandosi spesso nel ruolo di scrittore creativo, il quale deve assicurarsi che il proprio lavoro riporti nella maniera più fedele possibile il messaggio – o significato – che il testo di partenza cerca di trasmettere. In tal senso, si può pensare al traduttore come a un anello di congiunzione invisibile tra lingue e culture diverse.

Il traduttore deve quindi creare una traduzione che sia fedele sia alla lingua di partenza sia a quella di arrivo, adeguando il senso espresso nella lingua di origine, caratterizzata da una cultura specifica, a una lingua di arrivo che a sua volta presenta una cultura propria, altrettanto specifica.

Dunque, se la lingua non è altro che l’espressione di parlanti immersi in una data cultura che possiede determinate caratteristiche, affinché tale adeguamento interculturale avvenga, il traduttore dovrà conoscere non solo la coppia di lingue, ma anche, e soprattutto, le rispettive implicazioni culturali. Si può allora parlare del traduttore come di un mediatore interculturale. Ciò fa sì che la traduzione diventi un processo complesso nel quale il traduttore deve conoscere il testo originale e il suo contesto, con particolare attenzione al momento storico nel quale è collocato, alla società nella quale si inserisce, alla biografia dell’autore e a tutti gli altri fattori pertinenti, tra i quali anche quelli socioeconomici. Il risultato non sarà solo una traduzione adeguata, ma sarà la costruzione di un nuovo testo: il testo di partenza viene riscritto affinché funzioni nella lingua di arrivo. Pertanto, nel compiere il suo lavoro di mediatore linguistico e culturale, il traduttore legge, scrive, riscrive, si documenta, adatta, ricerca, commenta, chiede, (si) consulta.

Per questo concordo con chi ritiene che la traduzione non sia solo una disciplina, ma anche un sentimento. Una vocazione che porta il traduttore a voler conoscere, esplorare, interpretare, tradurre, leggere, imparare. Si tratta di un processo di apprendimento costante. A volte ci si sbaglierà, altre volte si avranno delle buone intuizioni, altre ancora ci si pentirà delle scelte fatte, continuando ad assumere la funzione di ponte invisibile, affinché il destinatario del suo testo non si accorga di trovarsi di fronte a un testo trasformato:

“Ba-er-za-che. Tradotto in cinese, il nome dell’autore francese [Balzac] formava una parola di quattro ideogrammi. Che cosa magica, la traduzione! Di colpo, superata la pesantezza delle prime due sillabe, il suono marziale, aggressivo e un po’ ridicolo di quel nome svaniva, e dall’insieme di quei quattro caratteri eleganti ed essenziali emanava una bellezza insolita, un aroma esotico, sensuale, generoso come il profumo inebriante di un liquore conservato per secoli in una cantina”. (Dai Sijie, Balzac et la Petite Tailleuse chinoise, Gallimard, Paris 2000; trad. it.: Balzac e la piccola sarta cinese, Adelphi, Milano 2001, p. 59.)

Autore dell’articolo:
Livia Nisticò
Dott.ssa in Interpretariato e Traduzione (ES-ZH>IT)
Roma

Traduzione e creazione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il traduttore non è solo un operatore geografico. Colui che prende un testo, che ne so, dalla Gran Bretagna e lo porta direttamente in Italia, in un volo di prima classe.
Fuor di metafora, la traduzione non è mai un esercizio puramente meccanico, di sostituzione, ma semmai un lavoro di col-laborazione, co-operazione, con-creazione.
E’ questa una verità tanto più stringente, quanto più la traduzione riguarda un testo che sia espressione personale sul piano stilistico o concettuale, insomma un’opera d’arte.
E’ possibile restituire a un testo di tal genere la sua collocazione originale? Voglio dire la sua dimensione culturale, individuale, originaria?
Paradossalmente si potrebbe osservare che una traduzione “ben fatta” ha proprio questo compito, quello di riportarci al contesto originario in cui l’opera si è originata.

Ma appena si analizzi come la questione possa essere davvero possibile, ci si inoltra in un mare di contraddizioni insolubili.
Non per nulla l’ermeneutica, che è una branca della filosofia, dichiara che questo tipo di traduzione ingenua, che sarebbe una sovrapposizione del testo-destinazione sul testo-sorgente o anche del traduttore sull’autore, è un fatto impossibile.
O meglio: è tendenzialmente possibile solo nella misura in cui il testo da tradurre non contenga rilevanze concettuali, stilistiche, estetiche. Sia cioè puramente tecnico. Ma anche qui con i dovuti distinguo, in quanto anche i termini tecnici appartengono alla storia della cultura.
Così, inevitabilmente, qualsiasi opera di traduzione, pur tendendo al testuale, al reingresso nel testuale, è nei fatti insieme un’opera meta-testuale, perché le categorie, concettuali, linguistiche, di partenza, insite nel testo-autore-sorgente, solo per il fatto che vengano tradotte, sono reinterpretate alla luce delle categorie concettuali, linguistiche, del testo-destinazione e del soggetto-autore di questo lavoro che è il traduttore.
Anche un minimo scarto, fra questi due livelli, porta a qualcosa che non è più una semplice ripetizione del testo in un territorio differente, ma una modifica, che è un prodotto dell’interazione fra i due soggetti, i due contesti, le due storie.

Dunque tradurre non è un semplice lavoro di spostamento geografico, territoriale, linguistico, bensì qualcosa che coinvolge un confronto non azzerabile, determinando con ciò la possibilità di con-creare.
Per riandare all’etimo, “tradurre” non è solo tradere, consegnare, ma soprattutto traducere, “condurre oltre”, trans-ducere un testo.
Quanto più l’incontro fra i due piani (origine-destinazione) sarà profondo, tanto più proficuo il compito della traduzione che si sarà realizzato.
Eppure, tale con-creazione testuale non si rivela come un fatto uniforme, ma dipende da dove si pone la qualità dello scarto.
Come dire che il trans-ducere non percorre gli stessi itinerari nella traduzione poetica e in quella filosofica, in quanto l’ermeneutica dell’estetica non coincide necessariamente con l’ermeneutica del concetto.

Autore dell’articolo:
Loris Belpassi
Autore poesia, letteratura, saggistica
Traduttore freelance FR-EN>IT

Traduzione di testi/articoli medici

 Categoria: Servizi di traduzione

Ogni giorno il vasto mondo della medicina e la sua storia si arricchiscono di un pezzetto: un nuovo farmaco, un nuovo strumento da utilizzare, la comprensione di un processo, lo sviluppo di nuove tecnologie, ecc.
Tutte le volte che c’è una nuova notizia nasce la necessità di condividerla con il mondo intero. Proprio per questo, molti articoli/testi medici vengono costantemente scritti e hanno bisogno di essere tradotti. Questo scambio però non sarebbe possibile se le persone non parlassero una lingua comune. Possiamo osservare che l’inglese in questo ultimo secolo è divenuto la lingua principale della scienza della salute umana sulla scena mondiale, dal momento che la stragrande maggioranza delle pubblicazioni e relazioni viene fatta in questa lingua. Eppure esistono ancora delle barriere linguistiche per una comunicazione efficacie. La traduzione medica è infatti un settore altamente specializzato, occupandosi sia di informazioni mediche scritte, sia di interpretazione di eventi medici e non può essere affidata a chiunque. Perché non può essere affidata ad un traduttore esperto della lingua ma non della pratica medica? La scelta di far tradurre un articolo medico ad un traduttore con background medico o ad uno senza background medico, ma solo linguistico, influisce sul risultato della traduzione stessa. In diversi studi queste due categorie vengono messe a confronto ed è riportato che i traduttori con background linguistico sono più inclini a errori nella terminologia o nella logica, mentre traduttori con background medico sono più inclini ad errori grammaticali o stilistici ma che comunque non inficiano il contenuto dell’articolo. Con l’aumento degli anni di esperienza questa differenza diviene insignificante e i due tipi di traduttori iniziano a fare meno errori in generale.

Per tradurre un articolo medico, sia esso di tipo sperimentale o semplicemente compilativo, prima di tutto bisogna avere dimestichezza con la struttura del testo. Tutti gli articoli medici sono composti da una breve introduzione del background inerente all’argomento di cui vogliamo parlare, una descrizione dei materiali e metodi utilizzati per avvalorare le nostre ipotesi, una discussione dei risultati trovati in confronto a quelli già esistenti e una serie di conclusioni che nascono dal lavoro svolto. La ricchezza fondamentale del traduttore con background medico, però, nasce dal percorso di studi affrontato, dalla vastità del vocabolario acquisito e dall’esperienza maturata a livello professionale, che gli permettono, non solo di tradurre, ma anche di capire ed interpretare in maniera corretta i concetti che deve riportare in un’altra lingua.

A mio avviso, per i motivi appena riportati, la traduzione di testi/articoli medici andrebbe sempre affidata a traduttori esperti della lingua ma esperti in egual modo negli argomenti trattati, quindi persone che hanno frequentato scuole di medicina, infermieristica o con formazione in biomedicina o scienze farmaceutiche.

Autore dell’articolo:
Christina Cambi
Laureata in Medicina e Chirurgia
Traduttrice EN>IT
Firenze