L’influenza dell’inglese sull’italiano (2)

 Categoria: Le lingue

È un dato di fatto: la lingua inglese si sta ergendo sempre più a lingua mondiale delle comunicazioni, del commercio, dell’informatica e quindi la sua importanza si sta accrescendo di giorno in giorno, come dimostra chiaramente il fatto che perfino nell’ambito di un qualunque lavoro la conoscenza di tale lingua è un elemento imprescindibile, ma è giusto che tutto ciò avvenga anche a discapito delle altre lingue? E nell’ambito della traduzione quali scelte occorre portare avanti?

Questo non vuol dire non riconoscere la “supremazia” dell’inglese in molti ambiti della vita politica, economica, sociale, in quanto lingua principale di comunicazione al giorno d’oggi, ma piuttosto adoperarsi, in qualità di parlanti della lingua italiana, affinché non venga svilita quest’ultima, peraltro ricchissima di termini, espressioni e modi di dire sfruttando tutto ciò che essa ci offre piuttosto che fare sempre ricorso alla terminologia inglese anche quando la situazione non lo richiede necessariamente.

È da questo presupposto che il traduttore dovrà partire tenendo certamente sempre in considerazione i parlanti, la loro età, il contesto sociale nel quale si realizza la comunicazione; sarà tutto questo infatti a determinare di volta in volta le scelte nella traduzione circa l’utilizzo di un termine inglese laddove necessario o piuttosto a privilegiare il corrispettivo termine italiano qualora tale soluzione sia possibile. Probabilmente una simile alternativa potrebbe sembrare irrilevante e di poco conto ma costituisce di certo un modo per impegnarsi affinché
la lingua italiana riesca a mantenere sempre attivo il proprio potenziale.

Autore dell’articolo:
Concetta Campo
Aspirante traduttrice
Ragusa

L’influenza dell’inglese sull’italiano

 Categoria: Le lingue

Ormai da diversi anni, merito o colpa della società sempre più globalizzata in cui viviamo, tutte le lingue, e tra di esse anche la lingua italiana, stanno subendo un’evoluzione sempre più considerevole all’interno della quale la lingua inglese gioca un ruolo primario. I cambiamenti sono molti e sotto gli occhi di tutti: basti pensare a termini inglesi quali twitter che ha dato origine al verbo italiano twittare o alla parola chat da cui deriva il verbo chattare o post da cui postare, link da cui linkare, ecc…

Numerosi sostantivi o verbi come questi, pur non essendo italiani, si sono così italianizzati e sono entrati a far parte a tutti gli effetti della lingua italiana. Forse a qualcuno una tale affermazione potrà apparire eccessiva, ma non ci vuole poi molto a rendersi conto di ciò che diciamo: sarà infatti sufficiente mettere a confronto una qualunque recente edizione del dizionario della lingua italiana con una di qualche anno fa. Se poi si passa al confronto con un’edizione ancora più datata, ad esempio di una ventina di anni fa, il divario risulta ancora maggiore, vista l’assenza all’interno di quest’ultima di numerosi termini soprattutto inerenti i settori dell’informatica o del marketing.

Ciò ci deve portare a riflettere non tanto sul fatto che molti termini che ormai tutti noi usiamo, quasi senza accorgercene poiché inerenti le nostre attività giornaliere, hanno modificato la lingua italiana e continuano a modificarla – cosa peraltro inevitabile nelle cosiddette lingue “vive” vale a dire attualmente parlate – ma piuttosto sul fatto che questi abbiano finito per radicarsi nel nostro linguaggio abituale al punto da soppiantare in molti casi la terminologia italiana esistente.
Basti pensare a parole quali weekend al posto del corrispettivo italiano fine settimana o break invece di pausa o brunch per indicare uno spuntino di metà mattina. Per non parlare poi della presenza di termini inglesi perfino nelle insegne di numerose attività commerciali italiane in conseguenza del fatto che, secondo la mentalità ormai sempre più diffusa, si ritiene che questi abbiano maggior prestigio rispetto ai termini italiani e quindi siano in grado di suscitare un’attrattiva maggiore nei confronti del cliente.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Concetta Campo
Aspirante traduttrice
Ragusa

La riforma ortografica dell’inglese (2)

 Categoria: Le lingue

Nel suo libro ‘Dissertation on the English Language’, uscito nel 1789, Webster propose
inizialmente di rimuovere tutte le lettere mute e di regolarizzare l’ortografia così che tutti avrebbero potuto scrivere nello stesso modo. Era convinto che questi cambiamenti avrebbero apportato sostanziali miglioramenti nell’apprendimento della lingua inglese, sia per i bambini che per gli adulti, per gli americani ma anche per gli stranieri; erano proiettati anche all’unificazione della popolazione, visto che persone di estrazione sociale diversa avrebbero avuto un modo di comunicare simile, per non dire uguale. La diminuzione delle lettere avrebbe trasformato il linguaggio fino a farlo diventare più sintetico, ma, cosa più importante, ci sarebbe stata una netta distinzione tra l’ortografia britannica e quella americana.

Nel 1806 Webster pubblicò il primo dizionario americano ‘A Compendious Dictionary of the English Language’ il quale conteneva 37.000 vocaboli, inclusi migliaia di termini provenienti dal campo medico, chimico, geologico e agricolo, usati quotidianamente in America, ma non inseriti in nessun altro dizionario esistente. L’ortografia qui utilizzata si basava sulla visione combinata di logica ed estetismo di Webster. È in questo dizionario che si possono notare i cambiamenti nel modo di scrivere dell’inglese americano:

• L’omissione della u da parole come color, honor, labor.
• L’inversione della re finale in er come in center, theater.
• L’eliminazione della k finale in parole come cubic, music, public.
• Il cambiamento del ce finale in se come in defense, offense, pretense.
• La semplificazione da plough a plow e da draught a draft.

Nel 1828 Webster pubblicò ‘American Dictionary of the English language’ nel quale tornò allo spelling originario di alcune parole che aveva tentato di semplificare nel suo precedente lavoro. Per la stesura della sua opera imparò 26 lingue, compreso l’Anglosassone e il Sanscrito,
in modo da ricercare le origini della sua lingua madre. L’edizione del 1828 incarnava un nuovo tipo di lessicografia in quanto i vocaboli che vi erano contenuti erano ben 70.000, superando di gran lunga il capolavoro di Samuel Johnson del 1755. Uno degli aspetti più importanti di Webster risiedeva proprio nella sua volontà di rinnovare e migliorare la propria lingua madre.
La problematica dello spelling inglese era molto diffusa nel XVIII secolo; non è mai stata abbandonata, ma anzi, è arrivata fino ai giorni nostri e vive ancora, riscuotendo grande successo soprattutto su Internet.

Autore dell’articolo:
Elena Martini
Dottoressa in Scienze della Mediazione Linguistica
Toscana

La riforma ortografica dell’inglese

 Categoria: Le lingue

La lingua inglese presenta molte difficoltà sia nello scritto che nel parlato anche per i madrelingua, visto che a uno stesso suono possono essere associati più modi di scrivere.
Per questo gli scrittori hanno sentito, nel corso del tempo, la necessità di un cambiamento attraverso una riforma dell’ortografia.

Il sistema ortografico odierno si è sviluppato da quello utilizzato da Chaucer negli ultimi anni del 1300, quando la lingua Inglese veniva sempre più utilizzata al posto di quella Francese.
Quando nel 1476 William Caxton introdusse in Inghilterra la prima pressa tipografica, l’ortografia di Chaucer subì varie contaminazioni da parte degli addetti alla pressa che conoscevano poco o non conoscevano affatto l’inglese. In questo modo parole semplici si trasformarono in parole lunghe e complesse: era assolutamente necessaria una riforma che mettesse ordine nel caos ortografico.

Nel 1595 Edmond Coote pubblicò la sua opera ‘The English Schoolemaister’ nella quale tentò di rimediare agli errori di coloro che non masticavano l’inglese, togliendo le lettere in più aggiunte dagli addetti alla pressa: da hadde si tornò ad had e da worde a word.

Tutto cambiò nel 1755 con la pubblicazione da parte di Samuel Johnson del suo ‘Dictionary of English language’. Lo scopo di questa opera era quello di uniformare il linguaggio servendosi di esempi estrapolati da opere letterarie; il dizionario di Johnson divenne così popolare che l’ortografia contenuta in esso iniziò ad essere ampiamente accettata come definitiva.

Una riforma radicale dell’ortografia inglese, basata sui principi fonetici, arrivò nel 1768 con Benjamin Franklin: il suo obiettivo era quello di far corrispondere, in maniera univoca, un suono a una lettera o a una combinazione di lettere. L’alfabeto fino ad allora utilizzato era di 26 lettere. Franklin iniziò con il toglierne sei: c, j, q, w, x and y; aggiunse quattro consonanti di sua invenzione: sh (shell), ng (quando si ripete due volte come in hanging), il th muto (come in that), e il th aspirato (come in thin); e inventò anche due nuove vocali: una per il suono uh (come in must) e una per il suono ah (come in not). Dopo le modifiche apportate, l’alfabeto risultava essere di 26 lettere, anche se era ben diverso da quello originario.

Il piano di Franklin era quello di riformare sia l’inglese britannico che quello americano. Questo obiettivo ispirò anche Noah Webster: voleva introdurre un’importante cambiamento per quanto riguardava l’inglese americano, in modo da distinguerlo da quello britannico.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Elena Martini
Dottoressa in Scienze della Mediazione Linguistica
Toscana

Io, lui e l’Altra: l’amore di una traduttrice

 Categoria: Traduttori freelance

Io, lui e l’altra. Una complicata storia d’amore che mi coinvolge profondamente da anni e da cui non riesco a liberarmi. Sì, perché anche io sono follemente innamorata dell’altra. L’Altra. Misteriosa, affascinante, un universo oscuro tutto da scoprire. Una novità dietro l’altra, con lei non ci si annoia mai, l’ideale perfetto di ogni uomo. Lei. La traduzione.

E già. Perché è questo che devi aspettarti quando per caso perdi la testa per un recording engineer. Il recording engineer è una strana creatura. La sua vita si svolge essenzialmente all’interno di un recording studio e la sua attività è legata all’uso di macchinari, istruzioni, software e manuali rigorosamente in inglese. Tu sei lì, accanto a lui. Proprio in quel momento. Proprio quando quella parola blocca la comprensione di qualcosa. L’ancora di salvezza, la luce in fondo al tunnel, il Google Translate a portata di mano. E di colpo la tua relazione si trasforma, le cenette romantiche lasciano il posto ad attente riflessioni sul significato di questo o quel termine, il tuo cinema diventa la schermata incomprensibile di un software, i tuoi sms d’amore scivolano tra indecifrabili passaggi di manuali tecnici. Il tuo mondo diventa un gigantesco universo 3D di nuove espressioni: Bounce to Disk, DSP plug-ins, Elastic Audio. Ed è così che finisci per amare quella professione, quasi quanto la tua. Al punto da non riuscire più a distinguerle e rimanere incastrata in questo strano triangolo: io, tu e la traduzione.

Ed è proprio ciò che accade quando ci sei dentro, quando la traduzione smette di essere un lavoro e diventa una passione incontrollabile. Tu hai bisogno di tradurre, hai bisogno di aiutare gli altri, non puoi farne a meno, anche se a volte preferiresti startene tranquilla nel tuo letto a leggere un buon libro. Ma non puoi rimanere sorda a quel richiamo. “Sono in difficoltà con un passaggio del capitolo, mi aiuteresti?”. Sai che in qualche modo devi andare, che non puoi resistere alla curiosità di imparare nuovi termini o apprendere nuovi aspetti di una professione di cui fino a qualche anno fa ignoravi anche l’esistenza.

Ricorda. Se scegli di studiare le lingue e diventare una traduttrice, non potrai mai tornare indietro. Non importa chi sia a chiedertelo, il tuo ragazzo, la tua amica, la vicina di casa. Diventerai un punto di riferimento importante per le persone a te vicine. Il tuo bisogno sfrenato di tradurre verrà sempre ripagato da sorrisi e gratitudine, dalla soddisfazione di aver imparato qualcosa di più di un’altra realtà, fino a prima totalmente sconosciuta. E ti sentirai una specie di supereroe. O più semplicemente, la donna dei sogni di un recording engineer.

Autore dell’articolo:
Francesca Martire
Traduttrice Freelance di manuali tecnici e audio
Rossano (CS)

Il grecanico e la lingua inglese

 Categoria: Le lingue

Nella zona più meridionale della penisola italiana, tra i monti dell’Aspromonte ed il Mar Ionio, si estende la cosiddetta Area Grecanica: chilometri di terre ricchi di gelsomini e bergamotti, piccoli paesi arroccati su speroni rocciosi o adagiati in profonde valli, borghi i cui abitanti parlano ancora l’antica lingua dei Greci di Calabria. Una lingua, il grecanico, nata con l’arrivo dei primi colonizzatori greci nell’VIII sec. a.C., che sopravvive da secoli e secoli unendosi e mescolandosi al dialetto locale e all’italiano ma che solamente da poco tempo a questa parte, trova maggiore diffusione grazie all’inglese. Sì, perché la lingua inglese, così lontana e così internazionale, diventa ormai quotidianamente il ponte culturale e linguistico che unisce l’estrema punta calabrese con la vicina Grecia, madre patria degli antichi colonizzatori. Ed è affascinante e sorprendente scoprire come una lingua moderna, usata ovunque ed in tutti i settori della nostra vita, si presti così naturalmente e in modo così efficace alla riscoperta di una lingua molto antica quale il grecanico. Una riscoperta che si accompagna non solo alla conoscenza di vecchie usanze e costumi, ma soprattutto all’avvicinamento dei ragazzi ad un mondo così lontano.

È proprio attraverso la lingua inglese che nelle scuole si realizzano progetti interculturali che portano i nostri alunni a condividere le tradizioni della propria terra con altri coetanei di varie scuole greche. Assistere a videoconferenze tra ragazzi italiani e greci e sentirli parlare inglese per conoscersi e scambiarsi informazioni è già interessante dal punto di vista didattico, ma ancora più emozionante è vederli progettare e realizzare un e-book in lingua inglese su quelle che hanno scoperto essere le usanze che ancora uniscono le loro due terre. Ed è così che ci rendiamo conto di come la lingua inglese, troppo spesso considerata solo la lingua della tecnologia, del commercio, degli affari, è in realtà prima di tutto la lingua della comunicazione. Una lingua che non solo permette di far rivivere un passato cosi lontano in ragazzi così giovani e distanti fra loro ma anche la lingua, in questo caso la sola ed unica, che rende attuale un territorio, quella grecanico, che non tutti hanno la fortuna di conoscere. Una terra, l’Area Grecanica, che grazie appunto all’ inglese vive una vera e propria rinascita. Ed è eccezionale vedere come una lingua, seppur universale e “moderna” come la lingua inglese, permetta la riscoperta, valorizzazione e diffusione di una lingua geograficamente poco diffusa e certamente molto più “antica”, come il grecanico. Da questo si evince, a mio parere, il valore di una lingua, non soltanto da quanti siano i suoi parlanti o i paesi in cui si parla.

Autore dell’articolo:
Carmela Chilà
Traduttrice EN-SP<>IT EN<>SP

L’audiovisivo e la sua traduzione

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione di un testo audiovisivo è completamente diversa da ogni altro tipo di traduzione. Nell’adattamento di un testo parlato si possono incontrare numerosi fattori che, nel risultato finale, contribuiscono a fare la differenza tra un buon lavoro e uno ottimo. Uno di questi è la Passione. Quest’ultima, infatti, permette al traduttore di avere competenze che altri professionisti, magari anche più bravi e con più esperienza, non hanno.

Durante le mie ricerche sono sorti due casi nei quali la Passione abbia influito in modo significativo sul lavoro finale di due prodotti.
Il primo caso riguarda l’ultimo OAV di Dragonball: “La battaglia degli dei”. In questo esempio, il doppiaggio e l’adattamento della traduzione sono stati criticati dai fan, in quanto i termini, che hanno reso famosa la serie del cartone animato, sono stati tradotti in modo da cambiarne completamente il senso.
Il secondo caso, invece, riguarda la serie televisiva “The Big Bang Theory“. Nel corso della messa in onda, i fan della serie hanno riscontrato dei veri e propri errori nella traduzione e i loro reclami hanno addirittura portato ad un drastico cambiamento dello staff che si occupava della traduzione e adattamento del testo dalla lingua originale.

Quando si deve tradurre un audiovisivo, oltre a cercare di essere il più fedele possibile al testo di origine, bisogna anche saper adattare i dialoghi che molto spesso costituiscono i dialetti e i modi di dire di una lingua. È proprio questo il caso in cui il background e la passione di un traduttore possono essere determinanti per lo svolgimento di un lavoro ottimale e non discreto.

Autore dell’articolo:
Massimiliano Muscio
Traduttore di testi audiovisivi
Laurea in scienze linguistiche (EN-ZH)
Milano

Conosci l’inglese… veramente? (2)

 Categoria: Le lingue

In questa seconda parte dell’articolo continuiamo con altri esempi:

· What will you have?

Letteralmente sarebbe “Cosa avrai?” ma in verità significa “Cosa prendi?”, comunemente detto da un cameriere in un ristorante.
Qui ci troviamo a combattere con l’utilizzo dei tempi verbali.
Un italiano, infatti, avrebbe tradotto questa frase con “what do you take?” per tradurre “cosa prendi?”. In realtà la grammatica oltre ad insegnarci la costruzione sintattica di un elemento ci insegna soprattutto a capire che ogni forma verbale serve ad esprimere un’intenzione, una situazione.
Quindi, al momento di dover tradurre una frase, il ragionamento sbagliato è:
· “cosa prendi” presente indicativo in italiano, “what do you take?”

Il ragionamento corretto è:
· in questo istante cosa decidi di prendere? Decisione presa sul momento will

Il present simple in inglese esprime un’azione che noi svogliamo quotidianamente, e non si sposa con l’intenzione che noi dobbiamo dare.

Quello che dovremmo fare quindi, non è andare a tradurre letteralmente incuranti del pericolo. Dobbiamo ricordarci di capire qual è il messaggio che vogliamo dare e cercare in che modo nell’altra lingua questo messaggio viene espresso.

· Break your leg!

Un italofono potrebbe prenderla come un insulto “rompiti una gamba”, invece è solo un gesto carino da parte di un anglofono che ci sta solamente augurando “buona fortuna”.

I modi di dire sono spesso intraducibili e necessitano una conoscenza più approfondita. Imbattersi in una discussione proprio a causa di queste lacune può risultare molto spiacevole.

In conclusione, per conoscere veramente bene una lingua, non basta fare una sequenza matematica:

soggetto + verbo + complementi

utilizzando le classiche regolette della “s” alla terza persona, -ed per costruire il passato.

Conoscere una lingua straniera vuol dire comprendere quali ingredienti l’interlocutore usa per esprimere un concetto: se noi culturalmente siamo abituati ad aggiungere il sale nella pasta mentre il nostro interlocutore per tradizione mette lo zucchero, capirete bene che per parlare la loro lingua dovremo aggiungere lo zucchero alla loro pasta, e non il sale come faremmo invece automaticamente. Saremo noi a dover cambiare le nostre predisposizioni naturali per integrarci. Dobbiamo quindi imparare a “cucinare” come loro, per offrire un piatto il cui sapore sia per loro riconoscibile, familiare. Solo in questo modo riusciremo a comunicare al nostro interlocutore veramente quello che intendiamo, evitando così una comprensione approssimativa e una cena sgradita ad entrambi.

Autore dell’articolo:
Giuseppe Puzzo Balluzzo
Interprete e Traduttore
Roma

Conosci l’inglese… veramente?

 Categoria: Le lingue

Mi capita sempre più frequentemente di conoscere persone che, sebbene con un certo livello di conoscenza dell’inglese, al momento di utilizzare la lingua si trovano come pesci fuor d’acqua.

Perché? Cosa vuol dire quindi conoscere veramente una lingua?

Al fine di comprendere il quesito alla base, è necessario innanzitutto capire cos’è una lingua.

La lingua è uno strumento attraverso il quale un individuo, mediante l’utilizzo di una concatenazione più o meno grammaticalmente corretta di parole (siano esse sostantivi, verbi, aggettivi, avverbi, ecc.) tenta di comunicare un messaggio, orale o scritto. Diventa quindi il mezzo primordiale con cui un individuo riesce a trasformare le idee in realtà ma soprattutto, lo strumento che ci permette di addentrarci nel mondo dei rapporti umani.

Tuttavia, è facile imbattersi nel rischio di considerare la lingua solamente come una combinazione logica di parole, una serie di lemmi invece di considerarne anche il contesto in cui essa viene utilizzata, e per contesto si intendono: confini geografici, culturali, sociali.

Imparare una lingua straniera, quindi, non vuol dire solamente conoscere la traduzione letterale del termine che dovremmo andare ad esprimere bensì tuffarsi in un mondo con regole diverse, conoscere il modo attraverso il quale è possibile esprimere lo stesso concetto che abbiamo in testa nell’altra lingua, altrimenti ci imbatteremo nell’elemento peggiore della comunicazione: il misunderstanding, che in termini più o meno gravi può inficiare sul rapporto con l’interlocutore.

Ma facciamo qualche esempio concreto per capire meglio dove è più probabile trovare queste lacune che a volte si danno per scontate ma che possono davvero creare confusione e difficoltà nell’esprimere o comprendere un concetto. Ne citerò tre al fine di evidenziare tre macro-tematiche principali:

· How do you do? / How you doin’?

Tradotto letteralmente sarebbe “Come fai? / Come stai facendo?” ma in verità è il modo più comune per un anglofono di dire “Come va?”.

L’uso della lingua nei contesti più comuni, quotidiani. Gli insegnanti raramente spiegano come approcciarsi alla vita quotidiana in un’altra lingua. Ecco perché uno studente che crede di conoscere la lingua, in visita nel Paese straniero si trova spiazzato anche nelle cose più semplici come capire che qualcuno ci sta chiedendo “come stiamo”. Comprendere come parla il cittadino medio, e le possibili “sgrammaticità”, è essenziale per saperci districare anche in situazioni in cui una frase non rispetta l’ordine scolastico della sintassi.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Giuseppe Puzzo Balluzzo
Interprete e Traduttore
Roma

Viaggiando con le parole

 Categoria: Traduttori freelance

La parola è lo strumento più potente che esiste al mondo. La traduzione e la conoscenza delle lingue straniere altro non sono che un mezzo, semplice ma efficace, per poter comunicare con il mondo e poterlo conoscere nei migliori dei modi… anche rimanendo comodamente seduti nella propria stanza.

Ma è veramente possibile viaggiare anche solo con la mente, esplorare anche solo con le parole e conoscere anche solo con la lingua? Certo che si può. I mezzi più potenti sono quelli più semplici, quelli che ti permettono di stare un passo avanti agli altri (senza superbia), quelli che ti permettono di capire, comprendere e guardare il mondo con occhi nuovi e che ti fanno sentire cittadino del mondo.

Edgar Allan Poe afferma che “il mondo è un libro, e chi non viaggia legge solo una pagina”.
E perchè non aggiungere “….e se la tua valigia è una lingua straniera e il tuo mezzo di trasporto è la traduzione, allora il mondo è nelle tue mani!”. Puoi conoscere nuovi posti, entrare in contatto con altre culture e comprendere la gente che parla un’altra lingua. Puoi scoprire ciò che ignoravi ed imparare qualcosa di nuovo. Non dar mai nulla per scontato. La voglia di continuare a viaggiare, di capire, di dubitare ti permette di essere sempre più curioso, di voler capire il più possibile, di voler avventurarti in questo viaggio magnifico. E alla fine di quest’avventura, quando scenderai dal treno, con la valigia piena di ricordi e l’adrenalina ancora in corpo, la tua voglia di viaggiare, di imparare, di conoscere ti farà venire voglia di prendere al volo un altro treno e di lasciarti guidare in un altro viaggio…

Autore dell’articolo:
Sonia Di Maggio
Laureata in Lingue e Letterature Straniere
Laurea magistrale in Lingue e Culture per il turismo
Aspirante traduttrice ES-FR>IT
Cavallino (LE)

La traduzione nella localizzazione

 Categoria: Servizi di traduzione

Localizzare contenuti, prodotti o servizi informatici significa adattarli al sistema linguistico e culturale di destinazione. La localizzazione è un settore piuttosto giovane, che si è sviluppato con la crescente globalizzazione della comunicazione. Localizzare un sito web in diverse lingue, ad esempio, è fondamentale se si vuole far conoscere un prodotto al di fuori del proprio paese. Cos’altro si può localizzare? I software, tutta la documentazione relativa ai prodotti informatici, le guide in linea, le pubblicazioni mediche o scientifiche.

Quale ruolo riveste la traduzione in questo processo? Innanzitutto, diciamo che la traduzione nella localizzazione rientra nell’ambito della traduzione specializzata, più precisamente tecnica. Bisogna precisare, però, che nel caso della localizzazione dei siti web non si tratta sempre ed esclusivamente di traduzione tecnica. Prendiamo come esempio la localizzazione di un sito di un museo. Ci si può trovare a dover tradurre testi con contenuti artistici e qui, è la traduzione letteraria ad entrare in gioco. La localizzazione dei siti web, quindi, è un’operazione particolarmente delicata, che richiede un approccio traduttivo più ampio e creativo rispetto a quello dei prodotti software. Nell’adattamento di un sito web da una lingua all’altra, un traduttore deve essere molto preciso e tradurre ogni parte presente nel sito, anche i cosiddetti “micro-contenuti”, vale a dire: i titoli delle pagine, i nomi dei link, i pulsanti di navigazione, i metadati. Questo delicato processo nasce quindi dall’incontro di due figure professionali: il traduttore e l’informatico, una perfetta unione tra arte del tradurre e tecnologia. Apportando ognuno le proprie competenze, rispettivamente linguistico-culturali e tecnico-informatiche, possono garantire un alto livello di qualità del prodotto finale.

Il traduttore, oltre ad essere madrelingua per la lingua di destinazione ed avere un’ottima conoscenza della lingua di partenza, deve conoscere le varie tecniche di traduzione, al fine di scegliere il tipo di adattamento linguistico più adeguato. Il linguaggio, infatti, deve essere modificato in base al mercato di destinazione. Ad esempio, se il sito si rivolge ai giovani, il linguaggio dovrà essere semplice, diretto, accattivante. Anche l’aspetto grafico deve essere curato ed eventualmente adeguato alla lingua e alla cultura di arrivo.

Anche se l’aspetto tecnico e informatico rimane di fondamentale importanza nel processo di localizzazione, basti pensare a tutte le attività informatiche, di gestione e grafiche, svolte attraverso software specifici, il lavoro di traduzione resta la componente maggiore. Senza le giuste competenze linguistiche, non si potrebbe mai creare una perfetta versione di un sito Internet in una lingua diversa da quella di partenza.

Autore dell’articolo:
Federica Pompili
Aspirante traduttrice professionista
Roma