Il cinese, via libera alla foreignization (2)

 Categoria: Le lingue

Un’altra parola che non amo tradurre è Gaokao. Il Gaokao non è l’esame di maturità, come spesso si è portati a pensare, il Gaokao è piuttosto un esame di ammissione all’università, un esame che però, a differenza dei nostri test d’ingresso, viene condotto a livello nazionale, lo stesso giorno in tutte le province, città e regioni e per tutte le facoltà della Cina. Il Gaokao è il momento più importante nella vita di ogni studente cinese e ne decide il futuro, un punteggio alto consente l’accesso alle più prestigiose università della Cina e spiana la strada ad una carriera brillante, al contrario può stroncare il futuro di ogni studente. Chiamarlo semplicemente esame o, per sottolinearne l’importanza, esame di Stato o di maturità sarebbe una perdita culturale e sociale enorme.

La lista è infinita e potrei andare avanti ad elencare tutte le unità di misura del presente e del passato che, per l’ampiezza del territorio e difficoltà di comunicazione, assumevano nomi e criteri di misurazione diversi e che solo forzatamente trovano una corrispondenza reale in italiano.

Il punto è che dietro ognuna di queste parole c’è una storia. Sono convinta che lo straniamento non crei estraneità nel lettore, lo crea piuttosto il contrario, quando ci si aspetta elementi di una cultura che non ci sono. E allora, un bel corsivo e una nota a piè pagina ed ecco salva la traduzione dalla lingua cinese ad un’altra lingua, l’autostima del lettore, fiero di aver imparato nuovi concetti e contento di fare un viaggio immaginario nella Terra di Mezzo e, perché no, anche l’orgoglio del traduttore che può sentirsi soddisfatto di non aver tradito né il testo né l’autore.

Autore dell’articolo:
Giovanna Tescione
Traduttrice e interprete ZH-EN>IT
Roma

Il cinese, via libera alla foreignization

 Categoria: Le lingue

Un articolo di qualche settimana fa portava all’attenzione un tema tanto discusso tra i traduttori di tutto il mondo. Domestication o foreignization, ovvero domesticazione o straniamento? La scelta è tra tradurre i riferimenti culturali legati alla lingua di partenza o lasciare che quello stesso riferimento crei un senso di straniamento nel lettore della lingua d’arrivo. Il problema esiste in tutte le combinazioni linguistiche, nessuna esclusa; ogni Paese ha una propria cultura che si riflette nella lingua, un legame indissolubile che crea parole e concetti per così dire diversi, diversi da chi non vi appartiene, e che trasportati in un’altra lingua rischiano di non trovare dei reali corrispondenti. Esiste nella traduzione tra lingue vicine e diventa ancor più evidente nella traduzione tra mondi e culture lontane come l’Oriente e l’Occidente.

Io personalmente preferisco la seconda opzione. Mi piace pensare, da lettrice assidua e traduttrice ‘fedele’, che il lettore venga catapultato in un mondo diverso dal suo, tra parole e suoni all’inizio sconosciuti, ma a cui pian piano riesce ad abituarsi. D’altra parte, mi dico, il motivo che spinge un lettore occidentale, italiano nello specifico, ad acquistare un romanzo, nel mio caso in lingua cinese o a leggere un articolo che semplicemente parla di Cina è perché in qualche modo vuole immergersi in una cultura diversa, avvicinarsi a quel mondo e sentirsi parte di esso, guidato in un viaggio e nell’apprendimento di qualche piccola nozione di questo o quel Paese.

Ed è quello che mi sono detta quando mi è capitato di dover tradurre la parola Kang, che qualcuno chiama letto, ma che in realtà in epoca Qing, e ormai in disuso, consisteva in una piattaforma di mattoni utilizzato per riposare e ricevere ospiti, riscaldato a legna nella parte centrale. Niente a che vedere con il nostro letto abbinato nell’immaginario comune a tanto di lenzuola e corredo di merletto. Ma non solo, il Kang era utilizzato nel nord della Cina e in un’epoca ben precisa, ragion per cui non utilizzare la parola Kang significa negare al lettore una serie di informazioni che lo aiuterebbero, invece di confonderlo, nella comprensione generale del testo.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Giovanna Tescione
Traduttrice e interprete ZH-EN>IT
Roma

Tradurre una poesia lirica

 Categoria: Servizi di traduzione

La problematica della complessità del tradurre una poesia lirica dalla lingua inglese alla lingua italiana rientra nel tema più ampio della possibilità o meno di tradurre una poesia, creata in una particolare lingua, in una seconda lingua totalmente diversa dalla prima. Le correnti di pensiero al riguardo tendono a conferire la prerogativa della traduzione a particolari categorie di specialisti. Alcuni, infatti, intendono come idonei alla traduzione della lirica solo i poeti come tali ma che creano in altre lingue.

Come prima ragione dell’esigenza di tradurre dall’inglese all’italiano si individua nel corso della storia la traduzione di servizio. In tal caso il motivo che spinge a tradurre la poesia lirica è unicamente quello di evidenziare il significato recondito nell’opera, tralasciando l’importanza di conservare la poeticità della stessa. Questo tipo di traduzione punta, perciò, ad una mera traduzione letterale sorvolando sulla determinante musicalità che in una lingua determinate parole e non altre conferiscono al poema.

Tradurre fedelmente una poesia lirica dall’inglese all’italiano significa, invece, “sentire” la poesia, calarsi nell’animo dell’autore identificandosi nella sua cultura e nelle ragioni che lo hanno portato a scrivere quei versi. Questa tensione di avvicinamento alla lingua di partenza produce così una traduzione più aderente all’originale. La poesia lirica in italiano risuona allora della medesima musica e poeticità di quella originale in lingua inglese.

Come valutare a questo punto se una poesia è stata tradotta nel secondo modo esposto invece che nel primo? Il metro di giudizio al riguardo si fonda su due parametri specifici: il primo è meramente legato alla bellezza o bruttezza della traduzione, mentre il secondo è quello della fedeltà o meno. Questi due parametri possono confondersi e fondersi fra di loro. Infatti, una poesia lirica possiede una bellezza legata alla sua sonorità e alle immagini che evoca. La fedeltà della traduzione si lega piuttosto al senso profondo che l’autore dà al poema. Tradurre, poi, il ritmo di una poesia lirica scritta in lingua inglese significa dover scegliere, nella lingua italiana di arrivo, termini ed espressioni che possono riprodurre un ritmo, una musica analoghi. Si rende, pertanto, necessaria anche la lettura a voce alta della poesia lirica in lingua inglese. Questa operazione permette, infatti, di individuare le sonorità ricorrenti, la musicalità propria del poema. Ciò aiuta nella traduzione in lingua italiana, perché lo sforzo nel tradurre porta a optare per termini nella lingua di arrivo che possano il più possibile riprodurre analoghe sonorità.

Autore dell’articolo:
Alessandro Mecchia
Traduttore EN>IT
Lucca

Tradurre o interpretare…

 Categoria: Traduttori freelance

Quando ci accingiamo a tradurre un testo spesso ci troviamo tra l’incudine e il martello. Ci sono testi che richiedono tutto il nostro senso della fedeltà intatto e questa ci sembra sicuramente la migliore linea d’azione. Ma dove rimane il senso della fedeltà quando gli elementi in questione sono, appunto, le parole? Una parola può condannare e può salvare. Proprio la stessa parola. Com’è che questo succede? Ecco la differenza che intercorre fra l’interpretazione e la traduzione. Quante volte ci siamo trovati a cercare di far ridere uno straniero con una barzelletta tradotta dall’italiano, senza otterene il risultato desiderato, ovvero una sonora risata? Ecco che allora iniziamo a perderci nel mondo delle barzellette sottotitolate che, per il semplice fatto di dover essere spiegate, perdono tutto il loro incanto. È qui che ci rendiamo conto che conoscere una lingua straniera significa, soprattutto, conoscere la gente che la parla, l’idiosincrasia dell’intorno dove questa evolve e, non meno importante, il senso che protrebbero dare a questa coloro che saranno i destinatari della traduzione. È anche vero che ci sono situazioni nelle quali un autore non può essere “violentato” e riteniamo opportuno rimanere fedelmente ancorati alle parole. Ma non si esercita a caso violenza sullo stesso autore quando, in nome della fedeltà verso i significanti, alteriamo il significato? Le parole sono significanti la cui utilità è soltanto quella di dare un significato alle cose in un’unica direzione possibile. Sono cariche di senso e sovente, colpiscono per il tono in cui vengono dette. Ci sono le parole non dette, ma che tanto aiutano il traduttore che, interpretandone il significato, rimane fedele al senso e all’essenza delle cose. Quel settanta per cento di comunicazione non verbale che fornisce di significato, parole che, altrimenti, sarebbero solo parole.

Faccio la traduttrice o faccio l’interprete? Io rispondo che traduco interpretando, che amo le parole, la loro storia, la loro evoluzione etimologica e tutto ciò che rende possibile il mio lavoro: l’essere parte di un qualcosa che rende fattibile il trenta per cento della comunicazione restante in un abbraccio globale e che, fortunatamente è ancora parlata.

Autore dell’articolo:
Eleonora Sallemi
Traduttrice IT>ES
Rosario (Argentina)

Traduttore tecnico-scientifico

 Categoria: Servizi di traduzione

“Traduttore tecnico-scientifico”: la definizione si presenta senz’altro come un altisonante e prestigioso biglietto da visita, ma all’atto pratico si rivela qualcosa di differente.
I corsi di traduzione tecnico-scientifica tendono ad offrire, nella maggior parte dei casi, un’infarinatura – purtroppo – piuttosto generale dello scopo per cui i candidati vi si iscrivono speranzosi, a meno che questi non si presentino in qualità di corsi strutturati a livello monotematico (ad esempio corso abecedario sulla traduzione di maniglie di porte o malattie genetiche del cromosoma tal dei tali in tutte le sue possibili combinazioni).
Altrettanto incerto, nel concreto, è il modus operandi propinato sul come il traduttore tecnico-scientifico debba agire per sbrigliare quei cervellotici ed invalicabili testi specialistici relativi ad un dato ambito di conoscenza. Si diventa traduttori tecnico-scientifici sul campo, armati di infinita pazienza, curiosità ed un sentito Sprachgefühl come lo chiamano i tedeschi.
Il traduttore in questione è un addetto ai lavori, è colui che oltre a conoscere e ad identificare che “x” vada tradotto con “y”, ha preventivamente toccato con mano, visto con i propri occhi, sentito con le proprie orecchie e vissuto in prima persona la tecnicità e scientificità di un dato ambito che, come risultato finale, può vantare di saper tradurre nella sua lingua madre.

L’esperienza maturata negli ultimi cinque anni della mia carriera, trascorsi a collaborare con un’azienda tecnica specializzata nella produzione di pareti divisorie ed arredi per ufficio, si è rivelata essere una preziosa opportunità per comprendere, vedere e sentire come sono fatti, giusto per citare degli esempi, un montante o una serratura a cariglione, quali siano le loro funzioni e di quali materiali essi si compongono.
Entrare nell’anima di quello che si sta traducendo guardando il mondo con gli occhi del significante carico di un significato – in questo caso rigorosamente, o quasi, privo di sinonimia.
La tecnicità e la sottigliezza escludono ed azzerano la presenza di sinonimi.
È questo l’arduo compito del traduttore tecnico, lo specialista, colui che conosce, ha fatto esperienza e rivela il mistero racchiuso nel termine “x”, che in fondo non è mai un semplice termine, ma una storia ed un vissuto semantico.

Questa visione e conoscenza a priori permette di entrare nel vivo dei testi settoriali che si è chiamati a tradurre comprendendone la missione per procedere senza quel pesante senso di genericità ed inafferrabilità che si avverte davanti ad un argomento di cui si è a digiuno, sprovvisti, dunque, di quella necessaria consapevolezza che guida verso la strada del “tradurre bene”.

Autore dell’articolo:
Giuseppe Carletti
Traduttore
Scerne di Pineto

Giornate della Traduzione Letteraria

 Categoria: Traduzione letteraria

Quando mi fermo a pensare ai pro e ai contro della mia professione di traduttrice freelance, affiancata alla popolosa lista dei vantaggi, la “colonna” degli aspetti negativi è dominata da un aspetto su tutti: la necessità di dover passare molto tempo in solitaria di fronte a uno schermo sacrificando così quella porzione di relazioni interpersonali che sono all’ordine del giorno nel lavoro in ufficio. Tuttavia, e fortunatamente per noi, questo inconveniente è facilmente risolvibile, grazie all’ampissima offerta di seminari, corsi di aggiornamento, fiere del libro e innumerevoli altre occasioni in cui i traduttori dei più svariati ambiti possono ritrovarsi e confrontarsi. Tra tutte queste iniziative spiccano a mio avviso le Giornate della Traduzione Letteraria, organizzate nell’anno 2013 dal 18 al 20 ottobre.

La splendida città collinare di Urbino ha ospitato una tre giorni di incontri, seminari, tavole rotonde e premiazioni, a cui hanno partecipato grandi nomi del mondo della traduzione, quali Enrico Terrinoni, che ha curato la nuova traduzione dell’Ulisse di Joyce, rappresentanti di case editrici del calibro di Feltrinelli, Mondadori, Zanichelli e Guanda, e una moltitudine di studenti e traduttori, professionisti o alle prime armi.

Per chi come me ama la traduzione e l’ha scelta come lavoro e, perché no, come stile di vita, una manifestazione come questa permette di esplorare le diverse sfaccettature di una professione in continua evoluzione e in particolare di entrare in contatto con diverse tipologie di attori del palcoscenico editoriale, spesso e volentieri difficili da raggiungere, ben felici di condividere e istruire sui loro ferri del mestiere.

Avere la possibilità di partecipare alle Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino ha significato immergersi totalmente nell’universo della traduzione e dell’editoria e aprire numerosi spunti di riflessione sui temi più disparati, dalla letteratura per l’infanzia all’uso dei dizionari, dall’iter da seguire per pubblicare una propria traduzione ai nuovi media a supporto della professione, dalla rilettura dei classici alle prospettive future del settore e, non da ultimo, ha costituito una preziosa occasione di scambio e confronto tra addetti ai lavori. Un’esperienza dunque estremamente positiva e assolutamente da ripetere negli anni a venire!

Autore dell’articolo:
Lisa Torre
Traduttrice Freelance EN-DE>IT
Meda (MB)

Giocare con le parole

 Categoria: Traduttori freelance

Qualsiasi traduttore si sia cimentato con testi letterari si sarà trovato, prima o poi, davanti alla vera nemesi di ogni traduzione: il gioco di parole.

Altro che termini tecnici di discipline astruse! Altro che parole antiche e desuete da ricercare! Nell’era di internet non rappresentano certo una sfida: un buon motore di ricerca, un po’ di impegno e il gioco è fatto.

Ma provatevi a cercare di tradurre: “Il semblerait qu’Amora, déesse de la moutarde, soit montée au nez des autres dieux” (da “Asterix e l’indovino”).

La traduzione letterale (“Sembra che Amora, dea della senape, sia montata al naso degli altri dei”)
avrebbe ben poco significato al di fuori della Francia (e degli amanti della senape Amora).
Anche conoscendo il modo di dire francese “la moutarde lui monte au nez” (“gli sale la senape al naso”, perde la pazienza), occorre tutta la fantasia e la creatività del traduttore per ottenere un buon compromesso: “Sembra che Amora, dea delle mosche, sia saltata al naso degli altri dei”.

La bravissima Luciana Marconcini, storica traduttrice di Asterix, espone tutto questo in una sua nota alla traduzione contenuta nell’album “Asterix alle Olimpiadi”, altro album ricco di doppi sensi e giochi di parole (il mio preferito: “Scherzi a parte, il Partenone non parte”).

E che dire delle perplessità di Quirino Principe, curatore per Rusconi della traduzione
de “Il Signore degli Anelli”, affidata dal precedente editore alle inesperte, anche se abili, mani dell’allora quindicenne principessa Vicky Alliata di Villafranca. Di fronte ai Borso-Sacconi (Sackville-Baggins, rimasto poi in originale), a Torinio Ochescudo (Torin Oakenshield, Torin Scudodiquercia) e a Felice (Merry, che andrebbe pure bene se il nome completo non fosse Meriadoc). Per dirla con le sue parole: “Ero preoccupato, poiché in nome della verità avrei dovuto dire alla giovanissima principessa che molte sue soluzioni traslatorie erano inaccettabili. Il punto più dolente era l’eccesso di italianizzazione, che tendeva a trasformare la prosa italiana del Signore degli Anelli in una sorta di mega-albo di Walt Disney”.

Nel mio piccolo, nei vari anni in cui ho tradotto narrazioni e regolamenti di giochi ambientati nei mondi fantastici e fantascientifici creati da Games Workshop, mi sono sovente scontrato con doppi sensi, spesso gustosi in originale, che tradotti letteralmente avrebbero perso ogni riferimento umoristico.

Ecco quindi l’arte del traduttore, che nessun programma potrà mai surrogare, che prende il sopravvento sulla mera tecnica. Cercare una soluzione che sia il più fedele possibile al testo originale, mantenendo però il gusto della battuta.

Se ne deduce che, oltre che padronanza della lingua, buona tecnica e un ricco vocabolario, il buon traduttore debba essere dotato di senso dell’umorismo.

Autore dell’articolo:
Giuliano Graziu
Traduttore EN>IT
Pietrasanta

Tradurre per il teatro

 Categoria: Servizi di traduzione

Alcuni testi richiedono più creatività e libertà nella traduzione rispetto ad altri. Le istruzioni d’uso di un apparecchio dovranno essere pressoché letterali mentre la traduzione teatrale o di un testo letterario può richiedere più creatività e libertà da parte del traduttore. Sono questi ultimi a essere, a mio avviso, i più interessanti; infatti, sono frequentemente oggetto di discussione. La traduzione deve rimanere fedele al testo, lasciando meno spazio alla creatività e interpretazione del traduttore, oppure sarà meglio rimanere fedele allo spirito del testo, consentendo più spazio al traduttore per adattare il testo alla lingua e alla cultura in cui lo deve tradurre? Le opinioni divergono. Nel caso in cui l’autore del testo sia ancora in vita, egli può chiaramente dare indicazioni in merito, infatti, i problemi sorgono più che altro nel caso in cui l’autore non c’è più. Poi c’è anche il fattore che alcune lingue risultano più compatibili, se vogliamo dire così; questo può essere dovuto al fatto che ci sono poche differenze linguistiche e/o maggiori affinità culturali.

Io traduco attualmente prevalentemente per il teatro ‘moderno’, quel teatro che a volte non può nemmeno essere definito tale. Frequentemente non viene fatto uso di un vero teatro ma si usa una location particolare, a volte non si sa quando inizia o quando finisce, come nel caso delle installazioni teatrali. Quello che accomuna i vari tipi di espressione artistica però, rimane la volontà e la necessità dell’autore/produttore/regista di trasmettere un messaggio e di entrare in contatto con lo spettatore.
E rimane chiaramente il compito del traduttore di trasmettere questo messaggio chiaro e forte in un’altra lingua.

Autore dell’articolo:
Pauline Ninck Blok
Traduttrice freelance IT-EN>NL IT-NL>EN
Perugia

Portoghese: una lingua per due continenti

 Categoria: Le lingue

Spesso chi si avvicina allo studio della lingua portoghese lo fa principalmente perché interessato alla cultura del Brasile. Non a caso con i suoi oltre 190 milioni di abitanti, il Brasile è uno dei nuovi e più forti paesi in via di sviluppo. La vera culla del portoghese è però il Portogallo, piccolo stato della penisola iberica all’estremità occidentale dell’Europa. È da lì che Vasco da Gama e molti altri navigatori lusitani sono partiti, contribuendo così a creare quell’impero ultramarino portoghese tanto celebrato da Camões. Proprio dal Portogallo, la lingua lusitana si è così diffusa nelle principali colonie, tanto che il portoghese è attualmente lingua ufficiale in ben quattro continenti, dall’America all’Asia. Tra i paesi lusofoni abbiamo il Brasile, Capo Verde, Guinea Bissau, Angola, Mozambico, Timor Est, São Tomé e Principe, Macao.

A causa della sua vasta diffusione, il portoghese ha subito delle evoluzioni in ognuno degli stati in cui è parlato. Oggi però si tende sempre più a distinguere tra due rami principali della lingua: il portoghese europeo e quello brasiliano. Teoricamente esiste anche una variante africana ma essendo molto simile a quella europea viene inglobata in quest’ultima. Data la grande distanza tra Portogallo e Brasile, la lingua ha inevitabilmente sviluppato delle alterazioni tra le due varianti, non solo nella pronuncia, ma anche in alcune strutture grammaticali e lessicali. Chi conosce questa lingua sa che il portoghese europeo o continentale è un po’ più complicato da comprendere perché ha una cadenza ritmica molto più veloce rispetto alla norma brasiliana, che a sua volta ha invece un suono più musicale e lento. Per quel che riguarda invece l’ambito grammaticale, una delle principali differenze tra le due varianti è l’uso del pronome vocȇ, che in Portogallo è il pronome di cortesia, il nostro ‘lei’, mentre in Brasile è utilizzato come tu. Inoltre il brasiliano impiega molto più frequentemente il gerundio dei verbi (estou falando vs. estou a falar). Ulteriore divergenza tra portoghese europeo e brasiliano si riscontra anche nel lessico, poiché alcuni vocaboli hanno subito uno slittamento semantico in Brasile. Ad esempio la parola bicha significa ‘fila’ in Portogallo ma ‘omosessuale’ in Brasile.

Oggi però il vero ‘pomo della discordia’, a proposito delle due varietà di portoghese, è soprattutto l’ortografia. Nel corso dei secoli si è avuta una leggera differenziazione che ha portato i brasiliani a scrivere in maniera diversa alcune parole, cosa non sempre accettata e condivisa dai parlanti lusofoni europei. Infatti il portoghese brasiliano non scrive le consonanti mute, quelle che non si pronunciano (acto diventa ato) e le consonanti c e p dei gruppi ct, cç, pt, pç (acção diventa ação e óptimo diventa ótimo). Proprio per appianare questo tipo di discussioni, nel 1990 è stato varato il cosiddetto Acordo Ortográfico da Língua Portuguesa, un accordo ratificato da tutti i paesi di lingua portoghese entrato in vigore solo nel 2009. In realtà questo accordo non ha risolto ancora tutti i problemi poiché rimangono in sospeso questioni ancora irrisolte, come le divergenti opinioni tra i sostenitori del portoghese ‘standard’ cioè quello europeo e coloro che invece difendono le ‘differenze’ brasiliane. L’intento comune è comunque quello di creare una norma ortografica unificata e condivisa in tutto il mondo, in modo da facilitare l’apprendimento della lingua portoghese come seconda lingua (L2). Questo però senza andare ad intaccare le caratteristiche sintattiche, stilistiche o lessicali dei diversi paesi lusofoni.

È evidente che il portoghese ha ancora molta strada da fare prima di affermarsi come lingua ‘influente’ ma soprattutto l’ascesa del Brasile farà da traino allo sviluppo di un idioma che nel corso dei secoli ha avvicinato terre lontane e sconosciute tra loro.

Autore dell’articolo:
Assunta Tescione
Traduttrice EN-PT>IT
Casalnuovo di Napoli (NA)

Spagnolo: il fascino di una lingua complicata

 Categoria: Le lingue

Quando sento dire che lo spagnolo è una lingua semplice, guardo il mio interlocutore con grande stupore, come se avesse detto un’eresia.
Ebbene sì, lo spagnolo è tutto tranne un “idioma fácil de aprender”, ed a causa della sua grande somiglianza con il nostro italiano risulta maggiormente difficile impararlo.
Infatti, le due lingue sopra citate provengono dal medesimo filone neolatino e romanzo, per cui la loro vicinanza aggrava ancor più la difficoltà che una persona italiana può incontrare nell’apprendimento della lingua ispanica.

Al contrario di quanto traspare “el español” è una lingua molto complicata, che si avvale di una grammatica difficile caratterizzata da una miriade di verbi irregolari che spesso è impossibile racchiudere all’interno di una regola fissa. Infatti, esistono verbi che sono irregolari solo alla prima persona singolare del presente indicativo e poi per quanto concerne gli altri tempi e modi si comportano quasi normalmente; o altri che, invece, mantengono la propria irregolarità entrando a far parte di eccezioni personali che spesso creano confusione ed inducono lo studente a commettere gravi errori di traduzione e comprensione.
Che cosa dire poi dei cosiddetti “falsos amigos”? Se si va in Spagna e ci si reca in un ufficio postale per chiedere un “bollo”, sicuramente la persona che ci si trova di fronte riempirà il suo viso con una risata che farà intendere che forse abbiamo sbagliato qualcosa. In effetti è proprio così, perché la parola “bollo” in spagnolo significa “brioche”. Così, per esempio, se desideriamo un po’ di burro parleremo di “mantequilla” e non di “burro” che corrisponde alla parola italiana “asino”.

Altra difficoltà si può incontrare di fronte a certi verbi che in italiano possiedono una sola traduzione, mentre in spagnolo si dividono fra due opzioni diverse a seconda del contesto in cui si trovano. Per essere più esplicita, propongo di considerare il verbo “chiedere”. Esso nell’idioma ispanico ha due possibili traduzioni: “preguntar” e “pedir”. Il primo ha valore di “chiedere per sapere”, diverso dal “chiedere per avere” del secondo.

Quello che ho precedentemente esposto è solo una minima parte delle peculiarità insite nella difficoltà della lingua spagnola: una lingua che nella sua essenza e pronuncia possiede un fascino immane, ma che non può essere ridotta alla semplice aggiunta della desinenza “s” al finale delle parole, come spesso molti italiani pretendono di fare. Una pretesa questa che non fa altro che declassare un idioma che, a mio avviso, possiede una gran bellezza nel suo essere così complicato.

Autore dell’articolo:
Benedetta Camporesi
Traduttrice EN>IT
Forlì

Traduzione dei titoli dei film stranieri (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Il titolo è importante non solo per il potenziale pubblico, ma è uno dei principali motivi per cui si è indotti a guardare un film. Non bisogna dimenticare che è un elemento essenziale anche per il produttore, per l’azienda cinematografica e per tutti coloro che sono coinvolti nella realizzazione di un film, ovviamente i loro interessi sono maggiormente rivolti all’aspetto commerciale poiché desiderano vendere il film e ricavarne profitti.

La traduzione dei titoli di un film è un processo creativo molto complicato che ha uno scopo chiaro ed evidente, cioè quello di attirare il pubblico e stimolarlo a guardare il film. Naturalmente lo scopo è la chiave dell’intero processo di traduzione e di solito si riferisce al testo di arrivo. Conoscere il motivo per il quale il prodotto viene tradotto e per quale pubblico, aiuta il traduttore ad adottare strategie appropriate al fine di realizzare lo scopo del film.
Sicuramente un film è un prodotto commerciale ma anche un’opera d’arte; da un lato, un film di successo è quello che attira un gran numero di spettatori al cinema, dall’altro, un film come forma di arte racchiude in sé influenze culturali e l’ambito commerciale. Pertanto, nel processo di traduzione dei titoli cinematografici, l’accento deve essere posto sui valori informativi, culturali ed estetici e il fine ultimo del titolo di un film è quello di conquistare il cuore del pubblico ed essere premiati dai profitti. Pertanto, quando una riproduzione fedele dello stile del titolo del film originale non è sufficiente a soddisfare il gusto del potenziale pubblico, i traduttori devono modificare, o addirittura sacrificare alcune delle funzioni originali del testo di partenza, ricreando il titolo del film per renderlo attraente agli occhi dei destinatari.

Autore dell’articolo:
Marianna Presterà
Traduttrice freelance EN-FR-DE>IT
Napoli

Traduzione dei titoli dei film stranieri

 Categoria: Servizi di traduzione

Lo studio sulla traduzione dei titoli non ha ancora ricevuto la dovuta attenzione in ambito accademico nonostante la traduzione sia stata a lungo indagata sotto vari punti di vista. Proprio perché siamo nell’era della globalizzazione, la traduzione viene approfonditamente studiata nel contesto degli studi culturali in cui ci si concentra anche sullo studio dei mass media che ormai sono all’ordine del giorno. Lo studio dei mass media commerciali si è concentrato in particolare sulla traduzione pubblicitaria. Soltanto negli ultimi anni emergono studi sulla traduzione dei titoli dei film.

Un titolo ha numerose funzioni che derivano da considerazioni diverse. Qualsiasi oggetto che svolge un ruolo speciale nella nostra vita porta con sé un significato, e proprio per questo merita un titolo che lo rappresenti. Tale presupposto di base è importante quando si pone l’accento da un lato, sul rapporto complesso tra il titolo e il prodotto che rappresenta, e dall’altro lato, sul rapporto tra il titolo, il prodotto e lo spettatore. Il vero titolo, ossia quello originale, scelto dallo stesso autore, è stato scelto dopo una serie di considerazioni e dopo aver riflettuto su vari elementi e componenti. Ciò si basa sul fatto che il titolo viene scelto dopo aver completato il processo di scrittura del testo o dopo la visione del prodotto.

La traduzione dei titoli dei film stranieri è una delle branche del cosiddetto movie dubbing, cioè del doppiaggio, ossia l’operazione con cui un film viene dotato di un sonoro diverso da quello originale. Tale procedimento ha lo scopo di far passare un testo tradotto come originale e, inoltre, ha lo scopo di dare l’impressione che gli attori stiano parlando nella lingua della cultura ricevente.

Il processo di traduzione dei titoli, in realtà, può apparire facile, ma quando ci si sofferma più attentamente sulle frasi e la sintassi che compongono i titoli, ci si rende conto che non è poi tanto semplice.

Autore dell’articolo:
Marianna Presterà
Traduttrice freelance EN-FR-DE>IT
Napoli

“Faux amis” per traduttori e interpreti

 Categoria: Problematiche della traduzione

L’espressione “faux amis” viene coniata nel 1928 da due studiosi, Koessler e Derocquigny, per indicare “les mots d’étymologie et de forme semblable mais de sens partiellement ou totalement différents”, ovvero parole appartenenti a lingue diverse, simili nella forma ma non nel significato.
I falsi amici rappresentano un’insidia tanto per il traduttore quanto per l’interprete ma, come vedremo, si ripercuotono sulle due professioni in modo diverso.

Sappiamo che la principale differenza tra il lavoro del traduttore e quello dell’interprete è che il primo lavora con testi scritti (legge un testo e lo “riscrive”), mentre il secondo con testi orali (ascolta un testo e lo “ridice”). Inoltre, la fruizione del lavoro dell’interprete è immediata (l’oratore, il ricevente, e l’interprete condividono la stessa situazione comunicativa), mentre non si può dire lo stesso per le traduzioni scritte, dove la fase di scrittura, traduzione e lettura non coincidono. L’interprete, pertanto, si confronta con una serie di problematiche diverse da quelle che possono riguardare il traduttore e questo vale anche per i faux amis.

Esistono, infatti, varie tipologie di falsi amici, sia a livello lessicale, sia a livello morfosintattico. Per quanto riguarda la professione dell’interprete, risulta particolarmente interessante il sottogruppo dei falsi amici prosodici, ovvero quei termini uguali o simili nella forma e nel significato, ma con diversa sillaba tonica. È interessante notare come tale tipologia di falsi amici possa trarre in inganno l’interprete, mentre non interessi affatto il traduttore. Per capire meglio di cosa stiamo parlando, si potrebbe fare un esempio fra due lingue molto simili, quali l’italiano e lo spagnolo. La parola italiana “farmacia” si traduce in spagnolo come “farmacia”. Ciò che cambia, però, è la pronuncia, poiché l’accento tonico ricade sulla penultima sillaba in italiano (farmacìa) e sulla terzultima in spagnolo (farmàcia). È evidente, dunque, che, sebbene i falsi amici prosodici non rappresentino alcun problema per un traduttore, potrebbero tuttavia essere un ostacolo per l’interprete che, confuso dalla diversa pronuncia, potrebbe ricalcarla nella lingua d’arrivo (specie nella velocità della simultanea).

Allo stesso modo, esistono sottogruppi di faux amis che rappresentano un problema per il traduttore, ma non per l’interprete. Stiamo parlando dei falsi amici ortografici, ovvero parole che, tra due lingue, differiscono solo nell’ortografia. I falsi amici ortografici non interessano l’interprete, mentre sono molto insidiosi per il traduttore che, in caso d’incertezza, sarà tenuto a verificare l’ortografia di quella determinata parola. Anche in questo caso, la coppia di lingue italiano-spagnolo, così affine (e dunque, così ingannevole), offre parecchi esempi: quadro/cuadro; quando/cuando; Pasqua/Pascua. Un’ulteriore insidia per il traduttore è rappresentata, poi, da quelli che chiameremo falsi amici tipografici, in realtà un sottogruppo dei primi e che riguardano le differenze nell’uso delle maiuscole (ad esempio in inglese bisogna sempre scrivere i mesi con la lettera maiuscola) e della punteggiatura (basti pensare al diverso uso che se ne fa in ambito matematico nel mondo anglosassone, dove viene utilizzata una virgola per dividere le migliaia e un punto per indicare i decimali). Ovviamente, in una traduzione scritta si dovrà tenere conto di tutto ciò e traducendo in italiano un testo contenente cifre, si dovranno “tradurre” anche quest’ultime.

In conclusione, dunque, possiamo affermare che il fenomeno dei faux amis riguarda tanto la professione dell’interprete quanto quella del traduttore, specie nelle sue forme più popolari (omonimi). Tuttavia, alcune sottocategorie di falsi amici sono più insidiose per i traduttori, mentre altre sono più insidiose per gli interpreti. Di qui la necessità di affrontare e focalizzarsi su problematiche diverse.

Autore dell’articolo:
Sara Terrinoni
Traduttrice EN-ES-FR>IT
Fiuggi