Tradurre João Guimarães Rosa in italiano (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Se una prima lettura di questa traduzione può lasciare sconcertati o risultare un tanto incomprensibile, un primo passo di approssimazione al testo originale di Rosa è stato fatto, perché analoga è l’impressione sul lettore brasiliano. Una seconda lettura potrà dire se anche i passi successivi hanno avuto esito, qualora si riveli poco a poco o di forma immediata la sua chiave crittografica.
L’idea di fondo è stata cercare le parentele tra lo strano linguaggio di Rosa e alcune propaggini della lingua italiana. Un punto di contatto. Mi è sembrato che portoghesizzare l’italiano fosse l’unico modo di dare a Tutaméia una leggibilità nella nostra lingua.

Altre traduzioni che osassero meno sono impraticabili in questo caso, in quanto portano inevitabilmente alla parafrasi. Tradurre João Guimarães Rosa richiede uno sforzo di composizione e una buona dose di sfrontatezza, di irriverenza, doti che normalmente scarseggiano tra i professionisti delle lettere. Forse per questo l’ultima opera di Rosa attende da quarantatré anni la sua forma italiana, che la completa in maniera particolare, come l’autore ha lasciato intendere.

Edoardo Bizzarri, che si dedicò con estrema competenza alle principali traduzioni tuttora disponibili in italiano, fece miracoli ai suoi tempi, ma oggi non rende giustizia piena a quanto Rosa merita nella nostra lingua. Il contatto diretto con l’autore, col suo legato di reverenza, alla fine non ha giovato alle sue traduzioni.

Insomma, detto proprio in forma semplice, credo che oggi Rosa sia in Italia l’unico, l’ultimo dei grandi del ‘900, tra le principali lingue romanze, ancora in attesa di un vero sdoganamento, non solo in relazione ad opere come Tutaméia, ancora non tradotte in italiano, ma anche a nuove versioni di opere come Grande Sertão: Veredas, Corpo de Baile e Sagarana.

L’Italia oggi, spenta e invecchiata, si dibatte con i problemi dello strano, dello straniero, ma non ha mai perso in fondo il suo grande talento nella comprensione e rappresentazione di culture e lingue differenti, in special modo quelle americane.
Credo che fosse questo, in ultima istanza, quello che Rosa aveva capito – la necessità di completamento in italiano dei suoi lavori – quando lasciava trasparire, nei suoi carteggi con Bizzarri, la sua predilezione per la traduzione nella lingua italiana.

Autore dell’articolo:
Marco Cristellotti
Rio de Janeiro (Brasil)

Tradurre João Guimarães Rosa in italiano

 Categoria: Traduzione letteraria

Mi sono trovato quasi senza volere nella necessità di tradurre in italiano l’ultima opera dello scrittore brasiliano João Guimarães Rosa, Tutaméia, pubblicata in Brasile nel 1967, pochi mesi prima della morte dell’autore. Già il titolo suggerisce che si tratti di un tentativo di condensare in forma breve il lavoro letterario di una vita. Variante considerata dall’autore: Mea omnia. Ciò contrasta solo apparentemente con la forma dell’opera principale di Rosa, il romanzo Grande Sertão: Veredas, un’opera fiume di seicento e passa pagine mai cadenziate da capitoli ma solo capoversi. Solo in apparenza quest’opera contrasta con Tutaméia. Solo in apparenza, o per un equivoco europeo, quell’epos moderno viene inteso come romanzo, forse perché vi sono tracce di introspezione psicologica.

Nonada, quisquilia, è la parola chiave che lega le due opere, la prima parola del romanzo fiume che la connette al sottotitolo di Tutaméia, Ossa di farfalla. Il grande epos si lega alle quisquilie dei raccontini di Tutaméia attraverso dei dettagli minimi, come la breccia irrilevante lasciata da Teti sul tallone di Achille. Da qui la necessità stringente di tradurre João Guimarães Rosa inedito in italiano e possibilmente di ritradurre le sue opere già presenti nella nostra lingua. Necessità che pende per lo meno dal 1970, quando G. Contini sanciva sul Corriere della Sera la rilevanza globale di Rosa nel panorama letterario mondiale: ”Un Faust brasiliano”. Rilevava in quell’articolo gli ostacoli della sua traduzione: difficoltà cospicue, ma meramente idiomatiche, alla Gadda per intenderci, non più vastamente esegetiche, come per l’ultimo Joyce…

Una doppia necessità, quindi, muove questa traduzione letteraria: quella di rivelare un’opera inedita in italiano e quella di chiudere il cerchio interpretativo su un autore che nell’anno della morte era quasi certo vincitore del premio Nobel per la letteratura. Un cerchio che può chiudersi solo con l’interpretazione di cosa lega in questo scrittore la forma epico-romanzesca al racconto breve. I tratti arcaici del suo linguaggio e la modernità spinta dei suoi esperimenti linguistici. La traccia è fornita da Rosa stesso quando scrive: “Non sono un rivoluzionario della lingua, chi afferma questo non afferra alcun senso della lingua, perché giudica secondo le apparenze. Se proprio vogliamo una frase fatta, preferirei che mi chiamassero reazionario della lingua, perché ogni giorno cerco di risalire all’origine della lingua, lì dove la parola sta ancora nelle interiora dell’anima, per potergli dare luce secondo la mia immagine”. Una chiave d’oro per capire anche il senso della lingua e della cultura brasiliane in toto.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Marco Cristellotti
Rio de Janeiro (Brasil)

Doppiaggio e sottotitoli a confronto (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

Sesto esempio:

Plus I’ll probably have to give my parents less money. It’ll kill my father (302 script)
He’s not gonna be able to get as good a seat in the synagogue (303 script)
He’ll be in the back, away from God, far from the action (304 script)
• Capisci, probabilmente ai miei genitori dovrò dare di meno. Sai, questo ucciderà mio padre (302    doppiaggio)
• Lui, non potrà più prendersi un posto buono in sinagoga (303 doppiaggio)
• Dovrà prenderlo in fondo, lontano da Dio, fuori area (304 doppiaggio)
• Dovrò anche ridurre l’assegno per i miei. Mio padre ne morirà (302 sottotitolazione)
• Perderà il suo bel posto nella sinagoga (303 sottotitolazione)
• Si ritroverà a sedere nell’ultima fila, lontano da Dio (304 sottotitolazione)

In questo dialogo possiamo notare che il traduttore del doppiaggio ha preferito rendere una traduzione più fedele al testo rispetto alla traduzione dei sottotitoli. Rilevante in queste battute mi sembra il riferimento culturale e cioè che nelle sinagoghe si debba pagare per avere un posto a sedere, e se si vuole un buon posto si deve pagare di più, questo mi sembra reso abbastanza bene proprio mantenendo la fedeltà al testo di partenza. In quanto in pochi probabilmente avrebbero colto il riferimento alla cultura ebraica.

Settimo esempio:

I’ll turn into a guy that sells comics outside Bloomingdale’s (533 script)
• Non voglio essere folgorato non sono mai riuscito a convincermi, che il tuono sia il cessato          pericolo (533 doppiaggio)
• Potrebbe trasformarmi in uno di quei tipi che vendono fumetti all’angolo (533 sottotitolazione)

Penso che questo dialogo sia importante per la particolare traduzione del doppiaggio “non voglio essere folgorato”, una riformulazione in cui possiamo trovare il doppio significato semantico di “folgorato”, vale a dire “struck by thunder” e “folgorato” come i nerd e cioè quelli che vendono i fumetti in America e di solito sono persone stravaganti, fuori dal mondo, in quanto vivono più nel mondo dei fumetti e dei videogiochi che nella vita reale. In questo senso, la traduzione ha il compito di chiarire il senso del riferimento culturale, che sarebbe incomprensibile per alcuni italiani.

Ottavo esempio:

That I was bad in bed, not bright enough, or physically unattractive (545 script)
• Pensavo, che non ero brava a letto, abbastanza intelligente, fisicamente attraente (545                doppiaggio)
• Che non ero brava a letto, che non ero abbastanza intelligente o attraente (545                          sottotitolazione)

In questa battuta, sia nella traduzione del doppiaggio che della sottotitolazione abbiamo un’omissione culturale, il gioco di parole omofonico “bad in bed” (il gioco di parole è realizzato attraverso lo sfruttamento di queste due parole, che sono omofone) non è stato tradotto, o meglio ancora riformulato nelle versioni italiane sottotitolate e doppiate.

Autore dell’articolo:
Roberta Solazzo
Dottoressa in Lingue e Letterature Moderne dell’Occidente e dell’Oriente
Traduttrice EN-FR-DE>IT
Palermo

Doppiaggio e sottotitoli a confronto (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Terzo esempio:

Look at you. You’re so threatened (136 script)
• Che cosa hai? La coda di paglia? (136 doppiaggio)
• Guardati. Hai una tale paura (136 sottotitolazione)

In questo caso, nella traduzione del doppiaggio, possiamo vedere due trasformazioni nel passaggio dalla lingua di origine alla lingua di destinazione. La prima cambia la frase imperativa “Look at you” nella frase interrogativa “Che cosa hai?”. La seconda trasformazione riguarda l’uso dell’espressione “You’re so threatened” tradotta con un idioma italiano. In entrambe le trasformazioni abbiamo una traduzione accettabile. Invece nella sottotitolazione abbiamo mantenuto una traduzione fedele.

Quarto esempio:

What do you do, Tracy? I go to high school (208 script)
Oh, really. Really. Somewhere Nabokov is smiling, if you know what I mean (209 script)
• Cosa fai, Tracy? Io faccio il liceo (208 doppiaggio)
• Oh, senti, senti il liceo. Sembra talmente lontano il liceo (209 doppiaggio)
• Tu cosa fai, Tracy? Frequento la scuola superiore (208 sottotitolazione)
• Oh, davvero? Nabokov se la sta sicuramente ridendo, non credi? (209 sottotitolazione)

In questa parte, si nota la completa sostituzione dell’espressione “Oh, really. Really. Somewhere Nabokov is smiling, if you know what I mean” con l’espressione italiana “Oh, senti, senti il liceo; -sembra talmente lontano il liceo”. Probabilmente perché il traduttore del doppiaggio pensa che il riferimento culturale a Nabokov, l’autore del romanzo “Lolita” che parla di una ragazza sessualmente precoce, non sarebbe stato compreso da tutti. In questo caso siamo di fronte ad una diminuzione del livello culturale.

Nella traduzione della sottotitolazione, l’espressione è stata tradotta letteralmente, anche se abbiamo la trasformazione da frase affermativa a frase interrogativa.

Quinto esempio:

I’m cash poor or something. I got no cash flow. (295 script)
• Io sono allo scoperto, non so, dice che non sono liquido (295 doppiaggio)
• Sono scarso di contanti. Non ho abbastanza flusso di contanti (295 sottotitolazione)

In questa battuta, penso che, l’espressione inglese – americana “I’m cash poor”, usata per parlare di qualcuno che possiede molti beni e cioè una casa, una macchina e molto altro ma pochi soldi in tasca, nella traduzione della sottotitolazione, il significato è reso meglio rispetto alla traduzione del doppiaggio.

Anche in questo caso, la traduzione della sottotitolazione è più fedele alla lingua di partenza rispetto alla traduzione del doppiaggio, dove l’idioma inglese americano è stato sostituito con un idioma italiano.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata nei prossimi giorni.

Autore dell’articolo:
Roberta Solazzo
Dottoressa in Lingue e Letterature Moderne dell’Occidente e dell’Oriente
Traduttrice EN-FR-DE>IT
Palermo

Doppiaggio e sottotitoli a confronto

 Categoria: Servizi di traduzione

L’affermarsi della traduzione audiovisiva, determinata dal crescente sviluppo nel settore della tecnologia dell’informazione, ha reso sempre più necessaria una buona competenza teorico-pratica che ha qualificato il traduttore audiovisivo, un vero professionista.

In particolare il traduttore audiovisivo si occupa della traduzione di dialoghi filmici che necessitano di un processo di ricodificazione sia linguistico che culturale, di questo si sono occupati diversi teorici della traduzione audiovisiva.

Toury introduce i termini di adeguatezza ed accettabilità per definire strategie e problemi della traduzione audiovisiva. Egli definisce con adeguatezza la traduzione orientata verso le norme della lingua e cultura di origine, in genere utilizzata nella sottotitolazione, invece, l’accettabilità, quella orientata verso le norme della lingua e cultura d’arrivo, che è principalmente utilizzata nel doppiaggio.

Al fine di fornire esaurienti esempi della teoria di Toury è stato preso in esame il film di Woody Allen “Manhattan”, di cui si riporteranno alcune battute significative per evidenziare la diversità della traduzione utilizzata per la sottotitolazione confrontata con quella del doppiaggio.

Nel primo esempio la battuta da tradurre è:

I’m dating a girl wherein I can beat up her father (script 53)
• Sto con una ragazza che ha un padre, che è più piccolo di me (doppiaggio 53)
• Esco con una ragazza che potrebbe essere mia figlia (sottotitolazione 53)

In questa battuta si può osservare che l’espressione “I can beat up her father” che letteralmente si dovrebbe tradurre “Posso picchiare il padre”, in realtà nella lingua di partenza è un modo per dire che il parlante si riferisce ad una persona molto più piccola di lui. In tal senso, si giustifica la scelta del traduttore che sia nel doppiaggio sia nella sottotitolazione coincide e che intende chiarire il senso del modo di dire, in quanto potrebbe non essere chiaro ad un pubblico di cultura diversa. In questo caso, la traduzione è orientata verso la lingua d’arrivo, pertanto costituisce un esempio di traduzione accettabile.

Secondo esempio:

When it comes to relationships, I’m the winner of the August Strindberg Award (script 102)
• Quando si tratta di rapporti io sono il vincitore del premio Sigmund Freud (doppiaggio 102)
• Quando si tratta di relazioni, potrei vincere il premio August Strindberg (102 sottotitolazione)

In questa battuta, si può osservare, che nella traduzione del doppiaggio, l’espressione “I’m the winner of the August Strindberg Award”, il traduttore ha preferito sostituire August Strindberg con Sigmund Freud. Probabilmente perché Sigmund Freud è molto più noto di August Strindberg, drammaturgo svedese, le cui opere, dove l’elemento autobiografico è molto evidente, prendono spunto dalle sue tragiche esperienze matrimoniali e riflettono il suo costante interesse per l’autoanalisi e la sua perpetua instabilità psicologica e ideologica. Nella traduzione della sottotitolazione “August Strindberg” non è stato rimpiazzato da Sigmund Freud per cui possiamo dire che nel primo caso si tratta di un esempio di traduzione accettabile invece nel secondo caso si tratta di un esempio di traduzione adeguata.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Roberta Solazzo
Dottoressa in Lingue e Letterature Moderne dell’Occidente e dell’Oriente
Traduttrice EN-FR-DE>IT
Palermo

Lingue straniere e globalizzazione

 Categoria: Traduttori freelance

Alcuni giorni fa ho parlato con un amico che si è recentemente iscritto ad una Laurea Specialistica in Storia, dopo essersi laureato a pieni voti in Filosofia, che, un po’ sconsolato, mi diceva di essere molto contento della scelta fatta e dei corsi che ha iniziato a seguire, ma anche preoccupato perché consapevole della poca spendibilità nell’attuale mercato del lavoro di una laurea in una disciplina umanistica e in particolare in storia.
Da un lato credo sia difficile non dargli ragione, considerando le condizioni dell’economia italiana e in particolare i dati sulla disoccupazione giovanile ormai stabilmente al di sopra del 35% e pensando in generale alle difficoltà di trovare un’occupazione inerente agli studi universitari svolti e alle proprie, legittime, aspettative. Dall’altro, credo che le generazioni che si stanno formando in questi anni abbiano anche una serie di opportunità di viaggiare, studiare, lavorare e vivere all’estero che fino a qualche decennio fa erano assolutamente impensabili.

È vero che la globalizzazione, e soprattutto la crisi nell’era della globalizzazione, pongono sfide enormi e difficili, soprattutto ai giovani che si trovano spesso a navigare a vista in un presente, e con la prospettiva di un futuro, spesso precario. Ma è altrettanto vero che la possibilità di vivere esperienze importanti in paesi diversi dal proprio – penso ad esempio ai vari programmi promossi dall’Unione Europea (Erasmus, Comenius, Leonardo, Youth in Action, etc.) oltre che alla facilità sicuramente maggiore di muoversi e viaggiare, dentro e fuori dall’Europa – offre l’occasione di migliorare le proprie competenze linguistiche e professionali e di crearsi un percorso lavorativo e di vita non necessariamente ancorato al paese d’origine.

Alla fine al mio amico ho consigliato proprio questo: muoversi, viaggiare, andare all’estero per studiare o vivere e imparare bene le lingue, sicuramente gli potrà essere molto utile nel suo futuro professionale e non solo.

Autore dell’articolo:
Gabriele D’Adda
Dottore in Storia del Mondo Contemporaneo
Traduttore free-lance FR-ES-EN>IT Bologna

Tradurre… una passione!

 Categoria: Traduttori freelance

Quando mia madre, un pomeriggio di vent’anni fa, tornò a casa chiedendomi se mi avrebbe fatto piacere cambiare scuola, non mi resi subito conto del regalo che mi stava facendo e di quanto quel cambiamento avrebbe influenzato la mia vita…
A settembre di quell’anno, io che non conoscevo una parola di inglese, ho quindi iniziato a frequentare una scuola americana dove l’italiano era “bandito”. Mi ricordo ancora la sensazione di quel primo giorno… dei tre interminabili piani… non sapevo neanche come salutare la maestra!
Oggi, a quasi trentuno anni, penso, scrivo, sogno in inglese; oggi, con una bambina di tre anni alla quale cerco di trasmettere la mia passione, continuo a leggere, ad insegnare e, soprattutto, a tradurre in/dall’inglese.

Tradurre non è semplicemente un lavoro, ma una missione con l’obiettivo di assicurarmi che, chi legge un testo tradotto da me, ne capisca il significato esattamente come farebbe il lettore del testo originale.
Quante volte abbiamo letto un libro o visto un film tradotto; vi assicuro che, spesso, periodi e dialoghi risultano completamente distorti. Tradurre non è attenersi al significato letterale delle parole, ma interpretare e comprendere il messaggio che si vuole trasmettere, per poi riproporlo fedelmente nella traduzione.
Tradurre è saper contestualizzare. Tradurre vuol dire rispettare il lettore e l’autore, è un dovere nei confronti di entrambi.
Tradurre è anche l’occasione per il traduttore di imparare, di crescere, di scoprire nuovi mondi e orizzonti, nuovi modi di pensare e di tradurli in parole.

Da quando, ancora adolescente, tradussi il mio primo articolo, questi sono i principi a cui mi ispiro.

Autore dell’articolo:
Monica Di Napoli
Marketing Specialist e Traduttrice EN>IT
Roma

La lingua inglese è una minaccia? (2)

 Categoria: Le lingue

Il quarto punto di Piron è esso stesso un inganno. Nonostante egli affermi che “la storia insegna che un simile giudizio ha buone probabilità di essere smentito più che di essere convalidato. Nessuno conosce il futuro. Presentare una congettura come un dato di fatto significa ingannare il prossimo”, sembra essere convinto che i media diranno per sempre che “l’inglese è la lingua del futuro”. Lo smentisco immediatamente citando il titolo di un articolo di Canepa: E’ giusto investire tempo e risorse sull’inglese? Oppure è destinato a essere soppiantato da altre lingue? Magari il cinese? O lo spagnolo?. Potrei citarne altri con concetti simili. Pertanto assolutizzare non è mai giusto. Forse vent’anni fa l’inglese era davvero la “lingua del futuro”, ma i tempi cambiano e parallelamente ai bombardamenti impliciti dei media che infarciscono i loro giornali e i loro programmi televisivi con il lessico inglese, il cinese avanza; non è detto che trionfi – anche se è sulla buona strada – ma già il semplice parlare di una possibile concorrenza smentisce le parole di Piron e sono altresì certa che il “dove vai senza inglese?” sia riferito al fatto che sia la lingua, più che mai, del presente.

Per ciò che riguarda quinto, sesto e settimo punto mi limito solo a precisare che ogni lingua ha sia delle particolarità fonetiche pressoché impronunciabili per chi non è madrelingua, che un lessico diverso, così come l’arabo è difficile per un italiano, l’italiano è difficile per un cinese e così via. E anche la precisione di una lingua rientra in questo contesto, tanto che persino l’esperanto può risultare complesso, ad esempio, per un turco.

Non definirei l’esperanto un passatempo semplicemente perché non penso che Zamenhof “giocasse all’esperanto”, così come non credo ci giochino i veri esperantisti. Tuttavia, non è una lingua largamente conosciuta. Io stessa non ne conoscevo l’esistenza prima di quattro anni fa. Ecco perché non vedo un inganno nel definirla una lingua che non funziona, dato che c’è anche chi la crede una lingua morta.

Viene fatto credere che l’inglese sia l’unica risposta alla sfida della diversità linguistica. Ho già spiegato al punto tre che questo non è un inganno, ma una realtà, come sono una realtà i costi di cui parla Piron, dato che si sorvola spesso sulla dispendiosità che l’insegnamento della lingua inglese può portare, senza contare che spesso la qualità è inversamente proporzionale al prezzo.

E, se da un lato c’è Piron che sembra voler difendere dall’inglese più l’esperanto che la sua lingua, dall’altro ci sono molti paesi che hanno introdotto delle leggi per la tutela della lingua nazionale. Uno dei primi provvedimenti legali in merito avvenne nel 1994 in Francia, con la legge Toubon. Essa prevedeva l’obbligo dell’uso della lingua francese nelle pubblicazioni governative, nelle pubblicità, nelle scuole finanziate dallo stato, nei luoghi di lavoro, nei contratti e nelle contrattazioni commerciali, mentre non veniva utilizzata nelle comunicazioni private e non commerciali. Gli scopi principali della legge Toubon erano l’arricchimento della lingua, l’obbligo dell’uso della lingua francese ove richiesto e la difesa del francese quale lingua della Repubblica, come sancito nell’art. 2 della Costituzione del 1958. Come la Francia, anche altri paesi hanno deciso di prendere gli stessi provvedimenti. Pertanto, il bisogno di proteggere la lingua nazionale rappresenta il bisogno di non permettere all’inglese di entrare in ogni settore.

Autore dell’articolo:
Fulvia Guidotti
Dottoressa in Lingue e culture comparate
San Benedetto del Tronto (AP)

La lingua inglese è una minaccia?

 Categoria: Le lingue

“Il problema delle lingue in Europa è caratterizzato dalla tensione tra due bisogni: quello di comunicare in modo efficace e quello di rispettare l’uguaglianza e l’identità di ognuno”.
“Avvalersi dell’inglese non è democratico”
afferma l’esperantista Claude Piron, in quanto si rischia di cadere nell’afasia. Egli giustifica la sua posizione dicendo che, nella società odierna, media e autorità hanno creato una serie di inganni pur di far avanzare la supremazia linguistica dell’inglese. Piron afferma che:

1. viene fatto credere ai non anglofoni che sia possibile imparare l’inglese senza problemi;
2. viene fatto credere che lo si possa imparare molto bene grazie all’insegnamento scolastico;
3. viene fatto credere che una volta imparato bene l’inglese si possa comunicare in tutto il mondo;
4. viene fatto credere che lo status dell’inglese come unica lingua globale sia definitivo e senza ripensamenti;
5. viene taciuto che la fonetica dell’inglese ne fa una lingua particolare, più difficile da pronunciare rispetto alle altre lingue;
6. si evita di sottolineare che per acquisire la padronanza lessicale dell’inglese occorre una fatica doppia rispetto a quella necessaria per un’altra lingua;
7. viene fatto credere che l’inglese sia una lingua precisa quanto la maggior parte delle altre lingue;
8. si fa credere che l’esperanto sia un passatempo, una cosa per dilettanti, che non funziona;
9. viene fatto credere che l’inglese sia l’unica risposta alla sfida della diversità linguistica e che i costi che ne scaturiscono siano trascurabili e non riducibili.
(Claude Piron, L’inglese è una buona lingua internazionale?)

Essendo io convinta che l’assolutizzazione di un pensiero non porta mai a risultati positivi, credo che nelle parole di Piron ci siano solo mezze verità. Mi spiego. Per quanto riguarda il primo punto, non vedo perché non si possa convincere i non anglofoni che l’inglese sia semplice. Anzi, mi sembra quasi uno stimolo per poterlo imparare con più voglia, anche perché per molte persone è davvero una lingua semplice da imparare rispetto ad altre, me compresa. Tra l’altro, non bisogna mai dimenticarsi del fatto che la facilità nell’apprendimento, dell’inglese come di qualsiasi altra cosa, è soggettiva e mai assoluta.

Riguardo l’insegnamento Piron non ha tutti i torti. Effettivamente, l’insegnamento odierno nella scuola dell’obbligo lascia molto a desiderare. Tuttavia non credo che “fare di tutta l’erba un fascio” sia corretto dato che ci sono ancora alcuni insegnanti molto validi in grado di saper insegnare l’inglese.

Viene fatto credere che una volta imparato bene l’inglese si possa comunicare bene con tutto il mondo. Viene fatto credere perché è una realtà; certo è che se avessimo davanti un francese, le cui avversità con l’inglese hanno radici molto antiche, o un maori la situazione cambia, ma non vuol dire che sia la regola. Chiunque voglia fare il giro del mondo può farlo senza problemi se conosce anche solo le basi dell’inglese.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Fulvia Guidotti
Dottoressa in Lingue e culture comparate
San Benedetto del Tronto (AP)

Adattare il film Il Maestro e Margherita (5)

 Categoria: Servizi di traduzione

Per quel che riguarda le scritte sullo schermo, Paolinelli e Di Fortunato (2005, 56-74) propongono due diverse strategie per restituire al pubblico della LA il significato della scritta:
1) inserire un sottotitolo, che nel linguaggio settoriale del doppiaggio viene chiamato “cartello”;
2) far leggere la scritta a uno degli attori in fase di doppiaggio;
la seconda soluzione viene privilegiata, in modo da evitare troppi “cartelli”, usati solo per i titoli di giornale, lettere o messaggi scritti.

Nel terzo episodio, Bosoj, sotto indicazione di Korov’ev, ritrova la lettera speditagli da Lichodeev con la richiesta di registrare Woland e farlo soggiornare sia nella stanza del direttore del Varieté, sia in quella del defunto Berlioz. Tuttavia, nel romanzo si accenna al contenuto della lettera senza un vero e proprio frammento di testo dedicato alla sua lettura, quindi si ritiene che sia stata creata ad hoc dagli sceneggiatori.

Data la relativa brevità dell’inquadratura sulla lettera (circa 3,5 secondi) prima che Bosoj pronunci la battuta successiva (A quanto pare me ne ero dimenticato. E Lichodeev quando parte per Jalta?), risulta piuttosto difficoltoso far enunciare in poco tempo il contenuto della lettera, che comunque è già stato illustrato in precedenza da una battuta di Korov’ev. È stata effettuata una verifica non irreprensibile ma indicativa, per cui un madrelingua riesce a leggere solo le prime quattro parole della lettera (“prošu vas vremenno proregistrirovat’”), per cui si è deciso di inserire un “cartello” contenente l’informazione principale, cioè il verbo “proregistrirovat’

CARTELLO Si richiede permesso di residenza per l’artista Woland.

BOSOJ (ft) / (da fc) A QUANTO PARE L’AVEVO DIMENTICATO / E LICHODEEV QUANDO PARTIREBBE PER JALTA?

Si potrebbe pensare che Bortko abbia deciso di creare un remake, però il prodotto audiovisivo in questione sembra avvicinarsi soprattutto alla trasposizione, in particolare alla luce del fatto che i dialoghi siano stati praticamente calcati dal TP.
In Russia (e in Unione Sovietica) il fenomeno della trasposizione di opere letterarie è chiamato ekranizacija, di solito estremamente calligrafica.
Anche Master i Margarita può essere inscritto in questa pratica, dato che “restituisce” il romanzo quasi nella sua interezza e si può guardare “col libro in mano”. L’unica modifica macroscopica che ha suscitato alcune polemiche è stata l’eliminazione del riferimento al famigerato gulag dell’arcipelago Solovki, nella trasposizione trasformato semplicemente in lager’. Probabilmente il film di Bortko ha suscitato molte polemiche proprio perché rispetta lo scheletro narrativo dell’originale: sebbene non sia possibile avere un riscontro rigoroso, si ritiene che il problema di questo tipo di trasposizione cinematografica sia che non si possa venire incontro alle rappresentazioni dei personaggi che ogni lettore ha durante la lettura del testo. Ognuno, infatti, ha una propria rappresentazione dell’aspetto di Woland, di Margherita e di Bezdomyj. Tanto più che per un pubblico come quello russo, per cui il Maestro e Margherita è un testo cult, il fatto di trasporlo rappresenta un’operazione a rischio di “sacrilegio”.

Sicuramente l’adattamento di un prodotto come Master i Margarita presenta diverse varianti da tenere in considerazione e, come si ha avuto modo di dimostrare in questo articolo, di volta in volta occorre decidere quale sia il fattore più importante, cercando di restituire al meglio possibile il messaggio del TP.

Autore dell’articolo:
Alessia G. Cadeddu
Traduttrice RU-EN<>IT
Genova

Adattare il film Il Maestro e Margherita (4)

 Categoria: Servizi di traduzione

3. I PROBLEMI TRADUTTIVI.

La vicenda del Maestro e Margherita è ambientata in un contesto piuttosto distante dalla lingua di arrivo sia nel tempo che nello spazio, pertanto i riferimenti linguistico-culturali sono stati spesso ricodificati ricorrendo alla tecnica dell’esplicitazione.

Franco La Polla ha messo in rilievo l’importanza del contesto culturale e la sua intraducibilità. Al di là dell’elemento verbale, ci sono elementi così strettamente legati alla cultura d’origine che rischiano di essere parzialmente snaturati, o perduti, nel passaggio ad altra lingua e cultura (in Baccolini, Bollettieri Bosinelli, Gavioli 1994, 15). Sempre secondo La Polla, è evidente che il doppiaggio “aggiusta” il TP ed i suoi valori culturali a un sistema di riferimento che è invece quello della lingua di arrivo: un esempio di tutto questo è la pratica del cosiddetto “doppiaggio creativo”, che prevede l’inserimento nel TA italiano di elementi linguistici (per esempio inflessioni e accenti) del tutto estranei al TP, al fine di vivacizzare la traduzione o di superare eventuali problemi traduttivi posti dal TP. Nell’adattamento qui proposto non sono state fornite per gli attori indicazioni relative agli accenti: il testo dell’adattamento, infatti, deve spiegare agli attori cosa devono dire, non come. Tuttavia, si ritiene opportuno ricordare che, nel primo episodio, Woland si presenta a Bezdomnyj e Berlioz parlando con spiccato accento tedesco che, in alcuni punti, tuttavia, sparisce. In sede di doppiaggio occorrerebbe far notare all’attore questa particolarità, in modo che non si perda un elemento significativo della storia.

In una delle prime scene del primo episodio, Berlioz e Bezdomyj si avvicinano a un chiosco che vende bevande e Berlioz chiede una “Narzan”: si tratta di una marca di acqua minerale famosa nell’Unione Sovietica, per di più prodotta a Kislovodsk, città dove il presidente dell’Associazione Moscovita dei Letterati (Massolit) dice di volersi recare. In questo caso si è esplicitato semplicemente con “acqua minerale”, riducendo l’espressione ad “acqua” nell’adattamento in quanto non c’è tempo a sufficienza per poter articolare anche solo “minerale”.

Un riferimento culturale più problematico è legato al termine Komsomol (abbreviazione di Kommunističeskij Sojuz Molodëži), un’organizzazione giovanile del PCUS. Dicendo “komsomolka”, è subito chiaro allo spettatore russo quanti anni ha la ragazza: nel TA italiano è stata effettuata un’esplicitazione parziale inserendo l’attributo iscritta che può far intuire che si tratta di un’organizzazione del Partito. Tuttavia, a causa del sincronismo articolatorio quantitativo, non è possibile inserire l’espressione “iscritta al Komsomol”, quindi si è scelto di neutralizzare traducendo con “una giovane russa, una comunista”. Si è reso necessario aggiungere l’aggettivo determinativo una a causa della breve pausa all’interno della battuta, per cui sarebbe risultato marcato dire una “giovane russa comunista”.

La quinta e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessia G. Cadeddu
Traduttrice RU-EN<>IT
Genova

Adattare il film Il Maestro e Margherita (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

Nelle scene ambientate a Mosca e nelle sequenze del Gran Ballo di Satana, Bulgakov sfoggia tutta la sua abilità di satirico, nata anche dall’esperienza come autore per i feuilleton. Queste due linee narrative sono pervase da un registro colloquiale, che in alcuni casi sfiora il gergo, da una parte, e usa gli arcaismi nelle scene del Gran Ballo. Allo stesso Convegno è intervenuta anche Rita Giuliani (1986, 192), che ha notato l’utilizzo da parte di Bulgakov di una serie di espressioni metaforiche che contengono la parola “diavolo” (in russo čërt, o d’javol, di derivazione greca): d’javolu by založila dušu, čtoby tol’ko uznat’, vozit’ ko vsem čertjam, čerti b menja vzjali, čërt voz’mi, ecc. Si tratta di un meccanismo che l’autore ha tratto dalla tradizione del teatro popolare russo.

Dato che il testo letterario è stato trasformato in sceneggiatura e, quindi, in dialoghi, questa diversità di stile si avverte di meno rispetto alla lettura del romanzo: un prodotto audiovisivo di questo tipo ha soprattutto lo scopo di intrattenere il pubblico, per cui si è cercato di creare dialoghi non marcati.

Nella prossima pubblicazione della quarta parte dell’articolo verranno elencati problemi traduttivi di tipo linguistico-culturale e quelli legati al doppiaggio: sono riportate due traduzioni, una “scritta per essere letta”, l’altra “scritta per essere recitata”, pertanto spesso in fase di adattamento si riscontreranno divergenze rispetto alle soluzioni proposte per la traduzione cartacea, motivate dai vincoli a cui il TA deve sottostare per poter essere utilizzato per il doppiaggio.

Come in tutti i tipi di traduzione, ogni minima scelta traduttiva si può ripercuotere sul resto del testo. È il caso delle forme allocutive, che indicano il rapporto di confidenza tra i personaggi: in russo si dà del voi anche ai giorni nostri, mentre in italiano questa forma risulta marcata e piuttosto antiquata. Nel TA si è deciso di attualizzare il testo, mentre in fase di adattamento la scelta è stata più problematica, in quanto nella traduzione audiovisiva non è solo in gioco la marcatezza del TP, che deve a volte essere messa in secondo piano rispetto all’illusione del perfetto sinc labiale. Inizialmente la scelta sembrava propendere per il voi, in modo da riempire di più i battiti del TP. In altre parti del testo, tuttavia, le battute sono talmente brevi che risparmiare anche una sola sillaba può essere fondamentale: per questo motivo si è scelto il male minore, cioè si è deciso di dare del lei, decidendo di compensare eventuali carenze di battiti con altri riempitivi, o con locuzioni più lunghe.

La quarta parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessia G. Cadeddu
Traduttrice RU-EN<>IT
Genova

Adattare il film Il Maestro e Margherita (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Canziani (in Bussi, Salmon 1996, 29-30) cerca di spiegare quali sono le difficoltà della trasposizione, piuttosto che limitarsi ad affermare la sua legittimità o illegittimità: il problema principale è capire quale interpretazione del testo letterario debba essere l’oggetto dell’adattamento cinematografico. Se si legge un romanzo allo scopo di “tradurlo” in film, occorrono diverse competenze (analisi dei caratteri, delle psicologie, delle ideologie) che tuttavia non garantiranno una codifica fedele delle idee inscritte nel romanzo, per cui saranno inevitabili aggiunte o sottrazioni. Il messaggio del testo letterario non è trasferibile tout court in scene e sequenze filmiche, dal momento che le esigenze di un regista sono diverse da quelle del romanziere e dello sceneggiatore. Per quanto si possa condividere la posizione di Canziani, occorre ricordare che il doppiaggio è di per sé un’abilità che, pur essendo imperfetta in quanto umana, cerca di assottigliare quanto più possibile la differenza tra la mimica dell’attore “di partenza” e la voce dell’attore “di arrivo”.

Nessuno ha considerato che un film è prima di tutto una sceneggiatura, quindi anche se è tratto da un romanzo sarà un “remake” scritto del romanzo, in cui la parte dialogica prevarrà su quella descrittiva.

2. IL MAESTRO E MARGHERITA: DAL ROMANZO ALLE TRASPOSIZIONI.

Non è questa la sede per discutere del romanzo Il Maestro e Margherita, dato che esiste un’amplia letteratura su questo tema. Possiamo ricordare in particolare gli Atti del convegno «Michail Bulgakov» e Invito alla lettura di Bulgakov. Sono molte le edizioni italiane del testo, e per il russo come testo di riferimento si è utilizzata l’edizione del 2006 (Mosca, Martin).

Secondo quanto riportato nel sito ufficiale del film a puntate, esistono diverse trasposizioni cinematografiche de Il Maestro e Margherita oltre a quella di Bortko del 2005:
Pilatus und andere (1971): film prodotto nella RFT, regia di Andrzej Wajda.
Maestro i Margarita (1972): produzione italo-jugoslava, regia di Aleksandar Petrović.
Mistrz i Małgorzata (1989): serie televisiva di quattro puntate, regia di Mačej Vojtyško.
Incident in Judaea (1991): produzione per la televisione britannica, regia di Paul Bryers.
Master i Margarita (1994): film russo, regia di Jurij Kara, distribuito per la prima volta in Russia        nel 2011.
A mester és Margarita (2005): produzione per la televisione ungherese, regia di Ibolya Fekete.

Nel romanzo di Bulgakov si intrecciano varie linee narrative (Bazzarelli 1977, 10) e vari critici hanno riconosciuto che ciascuna di esse è caratterizzata da uno stile e da un registro diverso. Durante il Convegno su Bulgakov tenutosi a Gargnano del Garda nel 1984, Thomas Reschke (1986, 474) ha raccontato la sua esperienza di traduttore del Maestro e Margherita. Durante la prima versione della sua traduzione (negli anni successivi dovette rivedere la propria traduzione, per un totale di tre varianti), aveva deciso di tradurre i capitoli storici con un linguaggio biblico, vicino alla lingua utilizzata da Lutero nella traduzione della Bibbia. Tuttavia, occorre notare che Bulgakov in realtà narrava le vicende di Ponzio Pilato usando il russo moderno, persino nelle unità di misura (con le verste al posto dei chilometri).

La terza parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessia G. Cadeddu
Traduttrice RU-EN<>IT
Genova

Adattare il film Il Maestro e Margherita

 Categoria: Servizi di traduzione

In questo articolo verrà effettuata una panoramica dell’adattamento per lo schermo di opere letterarie. A titolo esemplificativo si utilizzeranno scene tratte da Master i Margarita (2005), tratto dall’omonimo romanzo di Michail Bulgakov, diretto da Vladimir Bortko e prodotto dal canale televisivo Rossija.

1. L’ADATTAMENTO PER LO SCHERMO DI OPERE LETTERARIE.

La traduzione audiovisiva è entrata a far parte del dibattito sulla traduzione solo in anni recenti e questo si riscontra anche nella poca precisione della terminologia. Gli studiosi si sono interessati a diversi aspetti: alcuni hanno cercato di definire questo fenomeno, altri di motivarlo, molti si sono semplicemente limitati a criticarlo come una pratica illecita.

Andrew Dudley, nel saggio Concepts in Film Theory: Adaptation, individua tre tipi di adattamento cinematografico di un testo letterario:
1) Prestito. Si utilizza la fabula dei grandi miti e simboli dell’antichità classica e giudaico cristiana.
2) Intersezione. Solo alcune parti dell’opera letteraria vengono rivisitate e adattate al linguaggio cinematografico.
3) Fedeltà nella trasposizione. Lo scheletro narrativo rispetta quello del testo letterario.

Per Franco La Polla, il remake è il rifacimento consapevole che può essere fatto a) rimanendo nello stesso ambito mediale dell’opera “originale”, b) utilizzando un mezzo di espressione diverso da quello del testo originale. Il secondo tipo di remake si può ricondurre alla pratica che Dudley chiama fedeltà nella trasposizione. Delia Chiaro Nocella osserva che qualunque sia il comune denominatore che permetta di capire se un film deriva direttamente da un altro film o da un romanzo, ci si troverà sempre davanti a “scatole”, nessuna delle quali grande e perfetta quanto la prima. Laura Salmon si interroga sul motivo per cui qualcuno è spinto a effettuare un remake: a) il “vero soggetto del TP non è stato reso efficacemente dal film precedente, b) il vero “soggetto non è univoco e il testo si può rifare tante volte quante sono le possibili interpretazioni, c) il primo film è invecchiato per diversi motivi. Per Giuliana Bendelli e Aldo Viganò, un film per essere fedele al romanzo dovrà “tradire la lettera”, cercando di farne risaltare il senso profondo. Jean Mitry individua la differenza tra romanzo e film in ciò che determina il tempo: nel romanzo è determinato dalle parole, nel film è dato dalle inquadrature.

Antonio Costa sostiene che esistano due tipi di film letterari: a) quelli che lasciano solo intuire un’origine letteraria, b) quelli che esplicitano la fonte letteraria.
Secondo il semiologo statunitense Seymour Chatman la letteratura e il cinema sono arrivati a influenzarsi a vicenda, si è creato un nucleo narrativo comune, per cui è giustificata la possibilità di una trasposizione.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Alessia G. Cadeddu
Traduttrice RU-EN<>IT
Genova

Le trascrizioni

 Categoria: Servizi di traduzione

Mi sono avvicinata al mondo delle trascrizioni un paio di anni fa a causa della perdita del mio lavoro, avevo bisogno di guadagnare ed essendo molto veloce con la tastiera e con ottime conoscenze informatiche, ho pensato di provare a vedere come funziona questo mondo. All’inizio pensavo “non ce la farò mai”, ma poi piano piano e con tanto impegno mi sono davvero appassionata a questo lavoro fino a non sentire nemmeno la stanchezza ed a non rendermi conto delle ore che passavano mentre io scrivevo. Mi succede ogni volta che ho da effettuare una trascrizione, comincio e non mi fermo fino a quando non finisco o almeno non arrivo al punto che mi sono prefissata di raggiungere quel giorno, e non ha importanza se ho cominciato alle otto del mattino e finito alle quattro del mattino dopo perché se qualcosa viene fatto con passione non è mai un peso o una sofferenza, anche se la schiena urla, gli occhi bruciano e le caviglie sono gonfie.

Ogni trascrizione è una sfida che devo vincere perché ogni volta c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire nella formattazione o nell’impaginazione del testo, e devo dire che anche il PC mi aiuta in questo decidendo ogni tanto di fare di testa sua e cambiare le regole del gioco, ma sono io che comando e la spunto tutte le volte. Adoro trascrivere, mi piace il suono della tastiera sotto le mie dita e il ritmo che si prende quando la concentrazione è a mille, suono la batteria quindi tutta la mia vita va a ritmo. Scherzi a parte devo essere sincera, quello di trascrivere è un lavoro che comunque ti permette di gestire il tempo e le giornate senza avere orari fissi e questo per me è un ottimo vantaggio. Da poco sto cominciando ad avvicinarmi alla traduzione (dall’inglese) con piccoli lavori, anche se da adolescente ho tradotto “Salomè” di Oscar Wilde dal francese, che non conosco per niente, ma leggendo l’opera in italiano devo dire che il senso di tutto filava alla perfezione. Mi piacerebbe approfondire anche questo aspetto del trascrivere al computer perché, come molti che fanno questo lavoro, penso che tradurre da una lingua ad un’altra sia una sorta di missione nel far comunicare tra loro diverse culture, usanze e idee, e questo nel mondo in cui viviamo oggi penso sia fondamentale per comprendersi e rispettarsi gli uni con gli altri.

Autore dell’articolo:
Floriana Angelico
Caltagirone (CT)

Nascita della traduzione in Brasile (2)

 Categoria: Storia della traduzione

L’eccessiva libertà di gestione viene però limitata con l’applicazione della censura, strumento repressivo che termina nella seconda metà del XIX secolo, quando arrivano in Brasile gli editori stranieri che iniziano a remunerare il lavoro dei traduttori. Durante questo periodo le traduzioni vengono stampate fuori dal paese e importate al fine di ridurre l’alto costo di produzione del libro a causa della spesa del supporto cartaceo nazionale.

Grazie al teatro e al romanzo d’appendice, la traduzione in Brasile subisce un incremento: a partire dal 1810 le opere straniere subiscono l’imitazione in lingua nazionale o vengono liberamente tradotte e sviluppate per il mercato interno, dal momento che non esiste una produzione nazionale.

Grazie all’operato di Machado de Assis e di altri traduttori e scrittori, il 30 aprile 1843 viene inaugurato il Conservatorio Drammatico Brasiliano con il fine di stabilire modelli linguistici da applicare sia alle sceneggiature teatrali nazionali che ai testi tradotti.

Con la politica nazionalista del Presidente Getúlio Vargas nel campo dell’educazione e dell’alfabetizzazione vengono stampati molti libri tecnici, didattici e per l’infanzia, accanto alle opere storiografiche sul Brasile scritte da autori stranieri che vengono tradotte e pubblicate dalla “Livraria Martins”.

In Brasile, la “traduzione” conosce la sua “Età dell’Oro” tra il 1942 e il 1947 grazie allo scrittore Érico Veríssimo, che coordina la casa editrice “Globo” di Porto Alegre e un’équipe di traduttori con tariffe orarie e luoghi di lavoro con una remunerazione mensile. I migliori intellettuali e professionisti vengono contrattualizzati per tradurre grandi opere di letteratura straniera, vengono così stampate collezioni letterarie e enciclopedie.

Nel 1952 viene stampato in Brasile il primo libro sulla traduzione, intitolato Escola de Tradutores scritto da Paulo Rónai, un traduttore-revisore ungherese rifugiatosi in Brasile dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1968 viene approvata una proposta per rendere autonomo all’interno delle Università il corso di studi sulla traduzione. Questo passaggio rende la “traduzione” più definita e chiara libera dai vincoli legati alle altre materie trasformandola così in oggetto di ricerca.

Nel 1969 la Pontificia Università cattolica di Rio de Janeiro istituisce l’abilitazione per vari ruoli del corso di lettere, inserendo la figura professionale di revisore, traduttore e interprete.

Autore dell’articolo:
Fabio Mechella
Laurea in Lingue e Letterature Straniere – Laurea in Filologia Moderna
Dottore di Ricerca in Storia e cultura del viaggio e dell’odeporica
Traduttore e interprete IT<>PT
Roma

Nascita della traduzione in Brasile

 Categoria: Storia della traduzione

La storia della traduzione brasiliana inizia a prendere corpo quando i nativi del Brasile vengono tradotti o interpretati oralmente dai colonizzatori portoghesi: nel Brasile del XVI secolo la lingua predominate è quella indigena e i colonizzatori la apprendono per poter esercitare il controllo e il dominio della nascente colonia portoghese.

La prima rivoluzione linguistica del Brasile avviene nel 1549 con l’arrivo dei gesuiti: i religiosi, per poter evangelizzare la popolazione indigena, apprendono il nheengatu, la lingua franca della costa, un idioma che entra a far parte della colonia. Sono i gesuiti che per primi effettuano traduzioni scritte. Questo aspetto religioso della lingua cambia la figura del traduttore: i cosiddetti “linguas” (così erano chiamati i traduttori) per effetto della colonizzazione non sono più i “degredados” (criminali comuni costretti al naufragio atti ad imparare le lingue dei colonizzati), ma i mamelucchi brasiliani, incroci di bianchi europei con amerindi. Nasce così la lingua geral, una lingua popolare comune usata da indios, meticci e portoghesi, che durante la seconda metà del XVII secolo, grazie all’opera dei gesuiti, viene sistematizzata. Successivamente proibita con l’espulsione dei gesuiti nel 1759 la lingua geral sopravvive in forma ufficiosa accanto al portoghese.

Nel 1808 con l’apertura dei porti al commercio estero, la figura dell’interprete subisce delle variazioni: nasce la figura dell’ “ufficiale di lingua”, inserito all’interno della Segreteria di Stato del Ministero degli Affari Esteri e della Guerra. Più tardi si aggiunge quella di “interprete pubblico” per la traduzione ufficiale di documenti esteri, nominato dal Tribunale del Commercio. Nel 1823 la lingua portoghese viene istituita come lingua ufficiale.

Nel XVIII secolo la traduzione scritta progredisce: vengono tradotte dall’inglese, dal francese, dal castigliano e dal tedesco opere con idee illuministe ai fini del progresso del paese stampate a Lisbona nel 1799. Due anni dopo la tipografia viene incorporata alla Stampa Regia di Lisbona e i giovani traduttori vengono remunerati in termini di vitto e alloggio. Quest’organo di stampa ufficiale produce traduzioni di testi, di romanzi e di altre opere letterarie, (Ovidio, Virgilio, Voltaire e Racine), ma sopprime il nome dell’autore e crea titoli suggestivi.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Fabio Mechella
Laurea in Lingue e Letterature Straniere – Laurea in Filologia Moderna
Dottore di Ricerca in Storia e cultura del viaggio e dell’odeporica
Traduttore e interprete IT<>PT
Roma