Tradurre e interpretare il diritto

 Categoria: Servizi di traduzione

Da quando ho deciso di dedicarmi all’attività di traduzione di testi giuridici, il mio animo di azzeccagarbugli mi ha portato a chiedermi se fosse più corretto tradurre i testi in maniera letterale, riproducendo esattamente e quindi ‘letteralmente’ il contenuto espresso nella lingua d’origine, oppure fosse più opportuno concentrarsi sui concetti espressi. Mi sono posta questa domanda proprio perché, da un lato, la terminologia giuridica è molto specifica e sembrerebbe richiedere una traduzione pedissequa del contenuto del testo da tradurre, dall’altro però c’è il rischio che una traduzione strettamente letterale non esprima correttamente il concetto che il suo autore intendeva comunicare.

Io credo che occorra fare una riflessione sulle peculiarità proprie delle traduzioni giuridiche rispetto alle ben più amene traduzioni letterarie. Se da un lato queste ultime offrono maggiore libertà espressiva perché consentono al traduttore di poter spaziare liberamente nella ricerca del termine esteticamente più consono, dall’altro, invece, il più, permettetemi il termine, “arido” e conciso mondo del diritto richiede attenzione nella scelta della terminologia che corrisponda al concetto giuridico del caso.
Sembra quindi che nel mondo del diritto si sia meno liberi e il rigore sia d’obbligo.

Il traduttore di testi giuridici dovrà essere molto cauto nell’interpretare il testo a lui sottoposto dal momento che dietro i concetti si innalzano responsabilità e impegni spesso particolarmente rilevanti, che rischiano di essere travisati se non adeguatamente tradotti.

Tornando quindi alla domanda che io mi sono posta all’inizio di questa nuova avventura chiamata “professione traduttrice freelance”, credo che non sia poi affatto semplice stabilire quando il traduttore debba necessariamente tradurre pedissequamente una frase e quando invece possa interpretare il concetto al fine di renderlo comprensibile nella lingua d’arrivo.

Personalmente credo che l’expertise giuridica sia il punto di partenza che consenta al traduttore specialistico di poter ‘interpretare’ un testo laddove necessario per una maggiore comprensibilità dello stesso.

Inoltre, l’esperienza mi ha insegnato che alcune lingue sono certamente più concise di altre (ad esempio l’inglese è una lingua più chiara e diretta di alcune delle lingue romanze quali l’italiano, il francese e lo spagnolo che presentano più sfumature) e che la conoscenza di entrambe le lingue anche sotto il profilo della terminologia giuridica e del background culturale delle stesse sia una risorsa notevole da utilizzare nel momento in cui si traduce. Ciò che infatti distingue un traduttore-giurista da un semplice traduttore è proprio il fatto di possedere degli strumenti e delle competenze che, all’occorrenza, consentono di adottare la scelta interpretativa più adatta al contesto di cui si tratta.

Spero che queste mie brevi considerazioni possano costituire uno spunto di riflessione ed essere un monito per i potenziali lettori e traduttori freelance affinché siano molto cauti di fronte ad un testo tecnico-giuridico da tradurre e “interpretare”.

Autore dell’articolo:
Simonetta Buccellato
Avvocato e traduttrice freelance EN-FR-ES>IT
Milano

Essere bilingue, appello ai genitori

 Categoria: Traduttori freelance

Se siete una coppia mista, come ce ne sono sempre di più ai giorni nostri ed avete figli che ancora non hanno iniziato a parlare, per favore non togliete loro l’immensa opportunità di essere completamente madre lingua in entrambe le vostre lingue.

Certo le lingue si imparano, si studiano e si può essere bilingue anche in età avanzata ma non è esattamente la stessa cosa (credo…).

Io faccio parte di quei privilegiati che non hanno dovuto faticare perché, figlia di una coppia mista, sin da piccola nella mia testa si sono create due “rotaie linguistiche” perfettamente uguali sulle quali corre il treno della parola. Quando voglio, il mio “cervello capotreno”, azionando una semplice leva nel cervello, innesca uno cambio di binario ed allora quello che era il binario italiano diventa quello francese e vice versa.

Ho conosciuto, soprattutto qui in Francia, molte persone che sono “di origine italiana” ma che non parlano una parola d’italiano, spesso perché sono nipoti di immigrati che dopo aver messo piede su quella terra che gli ha accolti, riconoscenti, si sono voluti integrare ed hanno quindi voltato le spalle alle proprie origini e smesso di parlare la loro lingua che si è dunque persa.

Oggi, avviene, forse, il contrario; gli emigrati si rinchiudono nelle propria comunità. Ed anche questo fenomeno è comprensibile. Ma esiste una terza categoria di persone: quelle che hanno deciso di cambiare paese per seguire il/la proprio/a compagno/a o per lavoro o per una migliore qualità della vita. Per queste persone la scelta è, giustappunto, una scelta e in quanto tale forse non tanto dolorosa.

Allora è a queste persone che mi rivolgo, che ragioni avete di non tramandare ai vostri figli la bellezza insita in ogni lingua del mondo?

Mi raccomando, conto su di voi!

Autore dell’articolo:
Valentina Tamburello
Traduttrice IT<>FR
Parigi (Francia)

La traduzione come il rovescio dell’arazzo

 Categoria: Servizi di traduzione

Pero con todo eso, me parece que el traducir de una lengua en otra, […] es como quien mira los tapices flamencos por el revés: que aunque se veen las figuras, son llenas de hilos que las escurecen, y no se veen con la lisura y tez de la haz

L’opinione del grande Miguel de Cervantes Saavedra è ciò che mi piace ricordare ogni volta che mi avvicino ad una traduzione: il risultato del lavoro di un traduttore è come la vista di un arazzo al rovescio, dove si può scorgere la figura principale, ma si intravedono anche fili ed imperfezioni che non si noterebbero dal diritto.
Ci si può dichiarare d’accordo con quest’affermazione oppure no, ma io la tengo a mente perché nel lavoro della traduzione è la molla che mi spinge a trovare qualcosa di meglio, è quella spinta che mi aiuta a cercare la traduzione che più si avvicina al messaggio che l’autore vuole trasmettere nella sua lingua madre.
Ovviamente, nel caso in cui non sia possibile trasmettere il messaggio originale nella cultura di arrivo ricorro a strategie come il riferimento culturale o l’adattamento, ma sempre con l’idea di dare forma a qualcosa di strettamente legato al testo di partenza.

José Ortega y Gasset, nella famosa opera Miseria e splendore della traduzione, parla di una fondamentale ricerca di adeguatezza nel processo di trasmissione del messaggio in un’altra lingua. E’ ciò che cerco di fare in ogni testo che analizzo e poi traduco: a partire da un testo filosofico, come quello tradotto e commentato nella tesi di laurea, passando per quelli di ambito sanitario, legale ed amministrativo, fino ad arrivare a testi tecnici riguardanti elettrodomestici. Infatti, anche a contatto con produzioni apparentemente prive di fascino letterario, il tentativo è quello di avvicinare il lettore a ciò che viene descritto.

In conclusione, ogni traduttore sa che nella sua produzione si troveranno sempre alcuni “fili” ad oscurare il disegno dell’arazzo, ma la vera sfida sta nel riuscire a mostrarne il meno possibile, risaltando invece il messaggio che l’autore vuole trasmettere.

Autore dell’articolo:
Silvia Miglioretti
Traduttrice ES-EN<>IT
Torino

Traduzione biblica

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione della Bibbia presenta delle peculiarità che la rendono particolarmente complessa. Sebbene le difficoltà di carattere linguistico e culturale siano proprie di qualsiasi tipo di traduzione, questi fattori presentano delle implicazioni particolarmente rilevanti in riferimento alla Bibbia, così come ad altri testi sacri, poiché il traduttore deve riuscire a contemperarli con il rispetto della sacralità.

La traduzione della Bibbia non è soltanto fine a se stessa e alla divulgazione della dottrina in essa contenuta, ma può fungere da strumento di mediazione linguistico-culturale e di acculturazione, divulgando, in diversi casi, oltre alla fede cristiana, anche la cultura occidentale che fa da mediatrice tra la cultura d’origine del testo e quella d’arrivo delle popolazioni evangelizzate, contribuendo ancora oggi come ieri, ad arricchire la lingua e la cultura delle popolazioni cui è destinato. La funzione di mediazione culturale svolta dalla traduzione biblica è possibile, a condizione che il testo venga sottoposto a dei processi di adattamento, che permettano di rettificare tutti quegli elementi che causerebbero gravi fraintendimenti e di realizzare un testo facilmente comprensibile per il fedele comune della cultura target.

La Chiesa non sempre ha valutato e valuta positivamente questi processi di adattamento linguistico-culturale, poiché teme che possano inficiare la sacralità del testo. Queste esigenze contrastanti sembrano mettere il traduttore sacro di fronte a un bivio: rispetto della sacralità o comprensibilità del testo sacro?

È possibile conciliare questi due principi parimenti importanti. Il segreto consiste nella mediazione: non si può propendere né per una traduzione totalmente source oriented né per una totalmente response oriented; in base alla rilevanza spirituale del passo biblico, il traduttore sacro deve valutare se adattarlo o lasciarlo immutato. Nel caso in cui l’adattamento sia impossibile, poiché si tratta di un dogma fondamentale, la comprensione può essere ugualmente garantita attraverso il ricorso ad apparati critici; in virtù della loro indipendenza dal testo biblico in sé, essi consentono di non inficiare in alcun modo la sacralità del testo.

Autore dell’articolo:
Rosalia Pagano
Traduttrice e interprete freelance EN-ES-FR>IT
Genova

La difficile arte del sottotitolo (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Nella prima parte dell’articolo, avevo parlato delle difficoltà di tradurre dei sottotitoli per film dal punto di vista tecnico (numero limitato di caratteri, fattore tempo della durata di una scena). Adesso vorrei approfondire l’aspetto più propriamente artistico e stilistico nella fase di traduzione.

Non occorre aver visto il film “Lost in Translation” per esprimere il concetto che quando si passa da una lingua “source” a una lingua “target”, il rischio di perdere molte sfumature sia alto, per non parlare del rischio di travisare completamente il significato di un’espressione. La lingua è in continua evoluzione e quindi occorre, in un certo senso, non farsi travolgere dalla lingua stessa, ma domarla, senza la presunzione di non avere più niente da imparare da essa. Questo vale sia per la lingua madre, il romeno nel mio caso, ma anche e soprattutto per le lingue da cui traduco, essenzialmente dall’inglese e dall’italiano. Vivendo da molti anni in Italia, si potrebbe pensare che questo giochi a mio sfavore nei confronti della mia lingua madre. Tutto il contrario. Grazie all’approfondimento dell’italiano, ho scoperto (o riscoperto) espressioni e modi di dire della mia lingua che ormai credevo sepolte nella mia coscienza. Il continuo scambio con altri traduttori di lingue diverse ha fatto sì che potessi accumulare un bagaglio di esperienze tale da risultarmi preziosissimo al momento di tradurre soprattutto i sottotitoli per film. Tornando proprio ad essi, il tema principale di questo blog, vorrei ribadire ancora una volta la difficoltà della trasposizione, ancora più che della traduzione, da una lingua all’altra. Si pensi al genere “commedia” (ne ho tradotte molte) o ai musical completamente in rima. La scelta di fronte a cui mi sono spesso trovata è la seguente: occorre privilegiare la traduzione più o meno letterale o piuttosto restituire nella propria lingua il senso di una battuta, o gioco di parole, presente in un certo sottotitolo? Occorre ricercare anche una certa metrica e ritmicità nelle parole tradotte o è sufficiente limitarsi a un’ottima traduzione? Come nella maggior parte dei casi della vita, non è mai tutto nero o tutto bianco. Occorre un giusto bilanciamento tra le varie componenti.

Personalmente, non cerco a tutti i costi una traduzione fedele, ma neppure troppo libera per non tradire l’opera dello sceneggiatore e del regista originale. Diciamo che il mio lavoro è simile a quello del doppiatore che cerca le parole adatte per creare un effetto di sincronizzazione con il labiale dell’attore. È un lavoro di limatura, finché tutti i pezzi non vanno perfettamente al loro posto. Non traduco un film, ma sono parte del film stesso. Al servizio dello spettatore.

Autore dell’articolo:
Aurelia Costache
Sottotitolatrice e traduttrice tecnica EN-FR-IT>RO

La difficile arte del sottotitolo

 Categoria: Servizi di traduzione

Da ormai tanti anni (ho un’esperienza ultra-decennale) nel settore, ripartisco la mia attività lavorativa in due grandi categorie: da un lato eseguo traduzioni tecniche e giuridiche (ho tradotto e traduco manuali di ogni tipo: da quelli per ferri da stiro con caldaia separata, a quelli per stampanti laser ad uso industriale; dalle vasche per idromassaggio, alle caldaie, ai manuali per macchine fotografiche, agli apparecchi elettronici di ultima generazione), dall’altro mi occupo di traduzioni di sottotitoli per DVD, Blu-Ray Disc e show televisivi.

Si tratta di due mondi completamente diversi: se per i Manuali è richiesta una precisione maniacale nella ricerca di termini precisi e appropriati, il più possibile vicini nella struttura e nel layout visivo della matrice originale da cui si traduce – anche per esigenze di pubblicazione, il numero dei caratteri e la lunghezza dei termini non devono discostarsi troppo dalla lingua “sorgente” -, il mondo dei sottotitoli ha un approccio del tutto diverso. Innanzitutto ci sono delle severe limitazioni nel numero di caratteri da utilizzare (per far sì che i software di conversione che trasformano una stringa di testo in un sottotitolo non incorrano in qualche errore, pena la non leggibilità del sottotitolo stesso), e, all’interno di questo limite, vi è da considerare anche il fattore tempo. Mi spiego meglio. Una scena che dura due secondi, non può contenere un numero di caratteri di sottotitolo tale che non possa dare allo spettatore il tempo di leggere tutto quello che viene sottotitolato. Ho detto “sottotitolato” e non “detto dagli attori”, per esprimere ancora meglio questa dicotomia tra il parlato, quello che avviene nella scena, e lo scritto del sottotitolo, che interessa essenzialmente allo spettatore. Proprio qui interviene il duro lavoro del sottotitolatore, il quale deve compiere un’opera di scelta, di sintesi, per fare in modo di riprodurre tutto il senso di una scena, senza farne perdere il significato. Dunque si capisce perfettamente quale sia la difficoltà di tradurre i sottotitoli per film. Se nei manuali si parla di traduzione di opera cartacea o digitale non soggetta al fattore tempo, inteso come termine limitativo per la fruizione della stessa, nel sottotitolo, lo ribadisco ancora una volta, il fattore tempo è tutto.

Questo è solo l’aspetto più puramente tecnico nel descrivere la difficoltà di una traduzione di un film, ma occorre naturalmente approfondire l’aspetto linguistico e propriamente artistico che cercherò di spiegare nella seconda parte del mio articolo che sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Aurelia Costache
Sottotitolatrice e traduttrice tecnica EN-FR-IT>RO

Antropologia e traduzione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

A riguardo di quanto affermato nella prima parte dell’articolo, torna alla mente uno dei topici dell’antropologia culturale di Clifford Geertz, che raffigurava la cultura come un testo che l’antropologo deve sforzarsi di interpretare a partire dagli strumenti che gli fornisce la sua propria cultura, avvalendosi anche dell’interpretazione dei nativi. Da questo punto di vista, il lavoro del traduttore si può avvalere di importanti strumenti propri dell’interpretazione antropologica, soprattutto dal punto di vista epistemologico e interpretativo.

La ricerca antropologica, poiché si sviluppa continuamente a diretto contatto con culture diverse (e dunque universi concettuali ma anche costruzioni linguistiche distinte), ha da sempre dovuto fare i conti con il problema dell’intelligibilità tra le lingue, elemento fondamentale per la comprensione dei significati. A questo proposito, vale la pena solo una breve considerazione che riguarda l’impossibilità di traduzione di concetti assenti nell’una o nell’altra lingua: come esempio, la lingua mayanse tojolabal non include una parola equivalente a “io” o che esprima l’individualità della persona, dal momento che la stessa società tojolabal è organizzata in termini collettivisti, pertanto privilegia l’ambito del “noi”. Un altro esempio è l’improbabile traduzione della parola “giustizia” in un’altra lingua mayanse, il tzeltal: questo concetto, così come lo intendiamo nella cultura “occidentale”, non esiste, e se chiediamo come viene definita la risoluzione dei conflitti ci viene risposto che è “il ritorno del cuore” che era andato fuori posto e pertanto aveva provocato un delitto o problema.

Ritornando all’ambito della traduzione tra lingue più vicine, come ad esempio l’italiano e lo spagnolo (che condividono l’appartenenza all’ambito geografico e culturale dell’euromediterraneo), ancora una volta gli strumenti della riflessione e dell’esperienza antropologica si rivelano utili per favorire la sensibilità nella ricerca delle parole adeguate o nell’interpretazione e trasposizione di un concetto culturalmente marcato.

Infine, non dimentichiamo che l’attività fondamentale di interpretazione precede tanto la scrittura etnografica, propria dell’antropologia, quanto la traduzione stessa, che non può mai essere un semplice allineare parole ipoteticamente equivalenti, ma la costruzione di un concetto appropriato nella lingua di destinazione. Assieme a ciò, ricordiamo che la necessità di favorire la comunicazione anima in egual modo la disciplina antropologica ed il lavoro di traduzione, e infonde a entrambe un fascino particolare.

Autore dell’articolo:
Giovanna Gasparello
Antropologa e traduttrice ES<>IT
Città del Messico

Antropologia e traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Una delle asseverazioni più importanti dell’antropologia contemporanea, ovvero il riconoscimento delle differenti e molteplici identità che convivono e formano ogni persona, mi permette di intrecciare in questa breve riflessione due campi della pratica intellettuale apparentemente distinti, ma in realtà accomunati da una comune radice: la volontà di favorire la comprensione di ciò che è diverso, incomprensibile o sconosciuto.

Da tempo ho stabilito i miei interessi professionali nel crocevia tra discipline diverse eppure strettamente intrecciate: come antropologa, residente in Messico da quasi una decade, ho approfondito lo studio della comunicazione in contesti interculturali, e il suo impatto e sviluppo nelle culture indigene dell’America Centrale. D’altro canto, la mia esperienza di migrante non ha cancellato le radici più profonde che sono forse proprio la nostra lingua e, convinta che le parole sono un ponte tra i popoli, da tempo ho affiancato al lavoro di ricerca antropologica l’insegnamento della mia lingua madre, l’italiano, e l’attività di interpretazione e traduzione, in particolare di testi, conferenze e convegni inerenti alla mia disciplina di studio.

A partire da tali distinte seppur complementari esperienze, mi sono trovata a riflettere sulla vocazione originaria dell’antropologia proprio come fondamentale traduzione: non solo un processo di tipo linguistico, ma anche e soprattutto una traduzione concettuale. Uno degli oggetti principali dell’antropologia classica è stato infatti lo studio di culture diverse, che rende simile lo stesso studio antropologico a un lavoro di “traduzione” di concetti e pratiche da una cultura ad un’altra, per permetterne la comprensione. A questo riguardo, è fondamentale l’approccio dialogico della disciplina antropologica, che implica la disposizione e la capacità di ascoltare, come primo passo verso la comprensione e, inevitabilmente, la ricerca di un punto di riferimento comune tra le culture. Attualmente, le nostre società via via sempre più spiccatamente multiculturali necessitano di questo ponte dialogico per potersi trasformare in interculturali, ed in questo processo si riformula il ruolo dell’antropologo come mediatore tra esperienze culturali diverse, e di traduttore in quanto deve tradurre concetti i cui significati sono distinti nelle differenti culture.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Giovanna Gasparello
Antropologa e traduttrice ES<>IT
Città del Messico

Linguaggio scritto e linguaggio orale (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Venendo ora alla mia traduzione, nella scelta della strategia traduttiva ho tenuto conto soprattutto del lettore modello del testo di arrivo a cui mi sono rivolta e delle dominanti attribuite al metatesto, ho deciso di rispettare e riconoscere i realia tentando di conservarli, la maggior parte delle volte, nel metatesto.
Per colmare l’implicito culturale che, in alcuni casi, si andava a creare ho fatto ricorso a note esplicative a fondo pagina e rimandi paratestuali al glossario finale tradotto dall’originale ed ampliato con termini che ho ritenuto importante aggiungere per una maggior comprensibilità da parte del lettore modello.
Mi sono impegnata per mantenere lo stile del testo senza accentuare il tono e il registro quando non necessario mantenendo lo stesso grado di colloquialità delle interviste.
Per quanto riguarda le frequenti ripetizioni – tipiche della lingua parlata – di verbi e sostantivi, ho cercato di lasciare il testo di arrivo intatto, rispetto al testo di partenza, con qualche caso di eliminazione utile per non causare ridondanza e prolissità in un testo già di per sé molto parlato.

Per quanto riguarda l’organizzazione sintattica del testo, ho riscontrato nel prototesto un utilizzo molto più marcato delle frasi coordinate rispetto a quelle subordinate. Penso che ciò sia dovuto al fatto che, poiché le interviste sono la trascrizione precisa di un discorso orale, esse ricalchino la lingua parlata in pieno ed è noto che quando ci esprimiamo senza prestare attenzione o sappiamo che ciò che diciamo non verrà annotato per farne un testo scritto, utilizziamo molto di più la paratassi rispetto all’ipotassi, molte più congiunzioni coordinative piuttosto che subordinative, pause lunghe o brevi corrispondenti nello scritto a punti e virgole. Nel mio lavoro di traduzione ho cercato di mantenere la struttura paratattica del prototesto, conservando anche la punteggiatura, soprattutto le moltissime virgole, laddove possibile, a volte eliminandole e ricorrendo ad un adattamento della punteggiatura stessa con l’uso dei due punti e del punto e virgola per spezzare il periodo.

Potrei andare avanti per ore a parlare della traduzione, di tutto quello a cui penso mentre traduco e a quanto ami tradurre ma mi fermo qui!

Autore dell’articolo:
Alessandra D’Ambrosio
Traduttrice e interprete ZH-EN>IT
Venezia

Linguaggio scritto e linguaggio orale (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Il linguaggio scritto non può contare sul contesto che deve, quindi, essere esplicitato; quando si parla si ha, naturalmente, più controllo su ciò che l’ascoltatore sentirà, si utilizzano espressioni colloquiali o idiomatiche, ci si esprime con maggior spontaneità e immediatezza.
I linguisti devono discernere le unità di idee e prendere in considerazione le nozioni di coordinazione, subordinazione, intonazione, le pause, le interiezioni, i riempitivi e i marcatori del discorso.
I marcatori del discorso sono quegli elementi lessicali, una parola o una frase, utilizzati dall’interlocutore come un’unità a sé stante all’interno del linguaggio parlato. Appaiono con maggior frequenza all’inizio o alla fine di una proposizione e all’orecchio dell’ascoltatore giungono come un segnale che l’intenzione dell’emittente è quella di porre un limite nel discorso come un cambiamento del tono, l’inizio di un nuovo argomento. I marcatori del discorso servono anche ad indicare l’atteggiamento del parlante o la tendenza del discorso, per esempio una persona può introdurre un marcatore del discorso per indicare un orientamento contrario a quello dell’interlocutore come ad esempio nel dialogo:

A: penso se l’avesse fatto a me io l’avrei licenziato subito.
B: be’ adesso non esageriamo.

Una frase avrebbe lo stesso valore che ci sia o meno il marcatore del discorso, quello che esso aggiunge è una sfumatura di tono o un suggerimento di ciò che sta pensando in quel momento l’interlocutore. I marcatori non vanno a colpire il significato della frase ma sottolineano le informazioni più salienti con un possibile aumento della conoscenza condivisa tra il parlante e l’ascoltatore. I marcatori sono rilevanti nella conversazione orale poiché il linguaggio scritto è quasi sempre molto più formale di quello orale.

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Alessandra D’Ambrosio
Traduttrice e interprete ZH-EN>IT
Venezia

Linguaggio scritto e linguaggio orale

 Categoria: Traduttori freelance

Mi è capitato tempo fa di tradurre un testo scritto (alcune interviste) pensato per essere orale ma prima ancora di scegliere la mia strategia traduttiva è stata necessaria una riflessione sulla differenza tra i due tipi di testo.
La maggior parte di noi capisce intuitivamente che esistono delle differenze tra il linguaggio scritto e il linguaggio orale. Tutti i tipi di comunicazione indicano il trasferimento delle informazioni da una persona ad un’altra. “Scrivere” è una forma di trasferimento piuttosto statica mentre “parlare” è un trasferimento più dinamico e immediato.
Il linguaggio scritto può essere significativamente più preciso di quello orale, le parole possono essere scelte con maggiore libertà e riflessione, l’argomento può essere estremamente sofisticato, complicato, lungo. Queste caratteristiche del linguaggio scritto sono possibili perché il ritmo è controllato sia dallo scrittore sia dal lettore. Il primo può scrivere riferendosi a grandi porzioni di tempo e allo stesso modo il lettore può leggerle velocemente o lentamente o addirittura interrompersi per pensare a ciò che ha appena letto.
I discorsi orali possono anch’essi essere precisi, anzi, dovrebbero esserlo, ma la precisione nella comunicazione orale avanza di pari passo con un grande sforzo di preparazione precedente. Una volta dette le parole non si possono ritirare, nonostante ci si possa scusare per un errore e improvvisare un chiarimento.

La comunicazione orale, d’altra parte, può risultare molto più efficace quando si esprime qualcosa ad un pubblico. Questa distinzione tra la precisione e l’efficacia è dovuta al vasto repertorio che ha a disposizione una persona mentre parla e che include elementi come l’intonazione, l’inflessione della voce e il volume, il timbro, l’impostazione, la velocità, i movimenti del corpo, i gesti, i segnali mimici, le pause, elementi che nel testo scritto vanno purtroppo persi ma che possono essere recuperati in parte attraverso la punteggiatura o con forme grafiche come il grassetto o il corsivo o la descrizione dei segnali gestuali o vocali riportati all’interno di parentesi.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessandra D’Ambrosio
Traduttrice e interprete ZH-EN>IT
Venezia

Conoscere differenti lingue per migliorarsi

 Categoria: Traduttori freelance

La comunicazione è un fattore importantissimo al giorno d’oggi; si comunica nel raccontare esperienze di vita, fatti, che siano di cronaca, di politica, personali, lavorativi; questo avviene tra amici, al telegiornale, in un bar, in palestra e molti altri posti. La comunicazione quindi può avvenire in vari luoghi e attraverso varie modalità. Il suo punto di forza è lo scambio di informazioni; questo, infatti, può avvenire con superficialità, con accuratezza e attenzione ai particolari o magari semplicemente in maniera spontanea.
La cosa che arricchisce di più, al giorno d’oggi, è lo scambio di idee, pensieri, in particolare la conoscenza dei cosiddetti “ways of living”.

Ogni viaggio ti regala un’emozione, un ricordo ma soprattutto nuovi ambienti, usi, costumi e persone conosciute; persone anche straniere, che magari non parlano la tua stessa lingua ma ne parlano un’altra, e con le quali riesci a comunicare solo se sei a conoscenza della loro lingua parlata. L’importanza delle lingue straniere, al giorno d’oggi, è fondamentale in ambienti lavorativi, per una propria ricchezza personale, o semplicemente, per comunicare.
Lo spagnolo, il francese, il tedesco, l’italiano, il portoghese e le altre lingue europee sono importanti ma soprattutto possiamo notare come l’imminente necessità di conoscere anche altre lingue quali il russo, il cinese, l’arabo e il giapponese stia diventando giorno dopo giorno sempre più importante. Sì, le lingue note come le più “complesse” sono anche le più affascinanti; esse celano dietro di sé storie avvincenti, paesi con paesaggi mozzafiato, fatti storici noti al mondo ma soprattutto realtà differenti dalle nostre. Il fascino di queste popolazioni con “ways of living” così differenti dalla tipica mentalità europea si riflette sul loro sistema di comunicazione e quindi sulla lingua parlata in ognuno di questi paesi.

Viaggiare, conoscere, osservare, parlare, immaginare: tutti verbi all’infinito; l’infinito visto come quel punto lontano che ognuno di noi vorrebbe raggiungere per sentire di essere realizzato, felice, soddisfatto. Come si può raggiungere? Lavorando molto, viaggiando molto, migliorando sé stessi giorno dopo giorno ma, soprattutto, comunicando: non ci sono confini nella comunicazione, il modo più veloce di comunicare con persone lontane fisicamente è quello di usare sistemi informatici “all over the world”.

La conoscenza apre la mente e per conoscere bisogna comunicare: “Knowing the world is like improve yourself and to improve yourself you need to know different languages”.

Autore dell’articolo:
Arianna Porreca
Laureata in Ingegneria Medica e in Biologia
Traduttrice EN>IT
Grottaferrata (Roma)

La lingua cinese e la traduzione

 Categoria: Le lingue

Il cinese dal punto di vista linguistico è una di quelle lingue che definirei in modo azzardato ‘poliedrica’. Essa desta un certo fascino nei riguardi di coloro che ne sono semplicemente incuriositi, ma sorprende giorno dopo giorno coloro i quali hanno avuto o hanno un approccio diretto a essa: più si è portati a studiarla, più si entra in stretto contatto con quel meccanismo assolutamente perfetto che si cela dietro il mondo dei caratteri cinesi e alle storie che li accompagnano.
Nello specifico, alcuni caratteri vengono definiti pittogrammi, ovvero si tratta di caratteri che, verosimilmente rappresentano ciò che la realtà del nostro occhio vede; altri vengono definiti ideogrammi, ovvero caratteri dal significato astratto che non hanno quindi un riscontro tangibile e visibile all’occhio nella realtà.
La particolarità di alcuni caratteri è data dal modo in cui vengono scritti. Seguendo un determinato ordine dei tratti, un solo carattere può definire un piccola storia che lascia sorprendentemente compiaciuti; ad esempio il carattere (kàn) 看 guardare, è composto da due elementi: (shǒu) 手che significa mano e () 目 che significa occhio, secondo le abitudini e la gestualità, per guardare lontano si pone una mano poco al di sopra del sopracciglio, proprio per poter scrutare meglio l’orizzonte. Ed ecco che da due caratteri diversi nasce una storia, un significato e la sua ricchezza.

Dal punto di vista grammaticale, la lingua cinese è relativamente semplice, a differenza dell’italiano e di tante altre lingue, i verbi non vengono coniugati in base a modo e tempo. Per poter definire il passato o il futuro vengono posposte o anteposte particelle al verbo principale, in alcuni casi, strutture che rendono tale verbo ugualmente scritto in tutte le forme: maschile/femminile, singolare/plurale, passato/futuro. Ne consegue che il verbo in sé resta invariato, e ciò che ne modifica la forma è la particella aspettuale.

Dal punto di vista della scrittura, il cinese è una lingua che non utilizza alfabeti, tuttavia per semplificare l’alfabetizzazione della popolazione cinese, durante il periodo Maoista, venne applicata una semplificazione dei caratteri cinesi che portò a una maggiore facilità di scrittura degli stessi, e inoltre venne adoperato un alfabeto sillabico definito Pinyin solo per agevolare lo studio di tale lingua ai bambini durante le scuole elementari. Questa forma di alfabeto sillabico che determina la pronuncia di ciascun carattere, associato ai quattro diversi toni applicabili a ciascuna sillaba, dà vita a una lingua melodica e sonora, col difetto che in caso doveste sbagliare a pronunciare un tono, cambiereste totalmente il significato della parola.

In conclusione c’è da dire che il fascino di una lingua come il cinese è strettamente legato alla sua cultura nonché alla storia. Vero che in qualsiasi paese non si può apprendere una lingua senza conoscerne la cultura, tuttavia, direi che questo vale molto di più per la lingua cinese, la quale porta con sé in ciascuna parola un pizzico di storia, cultura e tradizione.

Autore dell’articolo:
Dott. Alessandro Polito
Traduttore e interprete freelance ZH-EN<>IT
Laurea triennale in Lingue e Civiltà Orientali presso la facoltà di studi orientali de “La Sapienza”
Laurea magistrale in traduzione e interpretariato presso la facoltà di interpretariato e traduzione “LUSPIO”
Roma

Traduzione, importanza del fattore tempo

 Categoria: Traduttori freelance

La laurea in Scienze Linguistiche indubbiamente dà le basi teoriche per una traduzione perfetta, ma quando poi noi ex studenti veniamo catapultati nella realtà lavorativa il lavoro risulta ben diverso.

Poste le basi di grammatica e cultura della lingua che ogni traduttore deve avere per svolgere una traduzione professionale, l’esperienza aiuta a capire l’importanza di altri fattori esterni, che però contribuiscono in modo pregnante alla buona riuscita di una traduzione. Prendiamo la mia brevissima esperienza come traduttrice (come neolaureata, in fondo, come posso averne una pluriennale?): l’approccio a un testo completamente nuovo deve seguire alcuni step precisi.

Numero uno: leggere attentamente quello che andremo a tradurre, comprenderne il senso generale e, solo alla seconda lettura, valutare più approfonditamente la quantità di parole sconosciute.
Numero due: procedere con una prima traduzione letterale, in modo da integrare nel testo il significato delle parole sconosciute.
Numero tre: rileggere il testo ad alta voce già traducendolo, in questo modo ci renderemo conto delle correzioni da fare per rendere il testo scorrevole nella lingua di destinazione.
Numero quattro: lasciar “decantare” per qualche ora.
Numero cinque: rileggere il testo finale e correggere le parti che non scorrono, che ci saranno sicuramente viste le differenze sintattiche presenti fra tutte le lingue, anche fra quelle romanze, che ingenuamente vengono ritenute simili.

Al termine di questo iter è necessario valutare un fattore fondamentale per il traduttore: il tempo. Un’ottima traduzione (completa di ovvia localizzazione del testo) richiede un tempo di elaborazione che il professionista impara a valutare con l’esperienza. È indispensabile che chi traduce si prenda il giusto tempo per leggere e rileggere l’elaborato finale: al contrario del pensiero comune questo non significa perdere tempo. Un buon traduttore deve imparare a prendersi del tempo, ma solo quello necessario per elaborare una traduzione completa. Sono da considerarsi non-professionisti sia coloro che ne impiegano troppo poco a tradurre (qualunque sia l’ambito di appartenenza della traduzione) sia coloro che ne impiegano troppo. È una sottile linea di demarcazione, ma per avere un lavoro professionale è indispensabile visualizzarla, sia per il cliente sia per il traduttore.

Ovviamente, non ci sono tempi tecnici precisi e regolamentati per una traduzione. Certo è che una traduzione letteraria in poesia richiederà al traduttore molto più tempo rispetto a quello necessario per la traduzione di una brochure, ma in entrambi i casi il professionista deve imparare quale sia la quantità di tempo necessaria per svolgere un lavoro perfetto, senza approfittarsi del tempo del cliente e senza neanche sottostare alla pressione di chi non è dell’ambito, perché poi se la traduzione non è soddisfacente la colpa è solo la nostra.

Concludendo, è fondamentale prendersi il tempo necessario a elaborare una traduzione lineare e coerente, qualunque sia la lingua di destinazione (e di provenienza) e qualunque sia il nostro grado di padronanza della suddetta lingua. Non prendersi questo tempo significa stravolgere il significato del testo e significa tradurre il termine “budello” (riferito al budello del salame in una guida enogastronomica) con l’equivalente inglese che si riferisce però al budello della cittadina, sconvolgendo e ridicolizzando l’articolo all’interno della guida agli occhi dello straniero che legge (esempio trovato realmente dalla sottoscritta).

Autore dell’articolo:
Elena Prati
Laureata in Scienze Linguistiche e Letterature Straniere
Traduttrice EN-FR-ES-RU<>IT
Alessandria

Il traduttore e il rispetto per l’autore (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Tutto ciò conferma che per essere un buon traduttore (o interprete) non basta conoscere una lingua straniera, e che quindi un madrelingua sia per forza un traduttore migliore di uno che non lo è: quest’ultimo può aver studiato meglio e più approfonditamente l’arte della traduzione e aver praticato di più il mestiere e quindi rendere meglio quello che vuole esprimere l’autore originale.

Ciò che deve fare essenzialmente un traduttore è riproporre il testo in una lingua diversa da quella di partenza. Io personalmente sono dell’idea che il traduttore non debba riscrivere il libro cambiando le frasi o lo stile dell’autore, ma deve riuscire a rispettare la formalità/informalità del testo, il lessico aulico/semplice, i modismi, e soprattutto l’idea che l’autore vuole trasmettere usando proprio quei vocaboli. Il traduttore, nel caso in cui non trovi un corrispettivo che rispecchi la parola originale, può anche lasciarla non tradotta e con una nota a piè di pagina spiegarne il significato: questo significa tradurre, non si deve reinventare il testo e proprio per questo motivo si devono apprezzare i traduttori che hanno il coraggio di farlo, e non si devono considerare non professionali. Talvolta un traduttore può trovare che più termini siano adatti allo stesso significante straniero, ma solo uno è quello che userebbe l’autore, se conoscesse l’altra lingua. Il traduttore, a causa dei fenomeni della sinonimia, omonimia, calco, adattamento e prestito deve compiere delle scelte: deve immaginare di mettere su un tavolo ogni termine in una cartella, poi provare ognuno dei termini nella frase e nel contesto e capire quale sia quello giusto, quello che non tradisce il testo originale. Forse, chi conosce la lingua originale dell’autore e legge la traduzione di quel testo può pensare “Io avrei reso la frase in maniera diversa”, ma può darsi che il traduttore abbia pensato la stessa cosa e abbia dovuto tradurre usando quelle parole proprio per rispettare l’autore del libro.

Il traduttore deve mediare, portare un messaggio da una lingua a un’altra, non riscrivere il testo solo perché ne ha capito il senso: deve rispettare le parole di colui che di mestiere fa l’autore, solo così sarà rispettato come traduttore.

Autore dell’articolo:
Martina Lecchini
Traduttrice ES-EN>IT
Pisa

Il traduttore e il rispetto per l’autore

 Categoria: Traduttori freelance

Girano sempre molte voci sui traduttori, sembra facile dire quale sia il loro mestiere, devono SOLO tradurre da una lingua a un’altra, mediare, e dove può essere il problema se comprendono perfettamente la lingua di partenza e quella di arrivo? Nessuno, per chi non sa tutto il lavoro che un traduttore deve fare per tradurre un testo, partendo da un articolo di giornale, un libretto delle istruzioni di un elettrodomestico e finendo con un libro, un testo letterario o perfino una poesia.

Il traduttore ha studiato le lingue straniere
, conosce tutte le regole grammaticali e sa dove cercare le informazioni, ma non sa tutto di tutto. Il traduttore non può tradurre qualsiasi scritto solo perché conosce la lingua del testo originale e quella d’arrivo, per farlo deve essere un traduttore specializzato in quel preciso settore, qualunque esso sia (giuridico, medico, letterario, meccanico, politico o economico). Per esempio, se a un madrelingua italiano chiediamo di darci informazioni sul motore di una nave o di descriverci in termini medici un organo del corpo umano, non credo che questo ne sia in grado solo perché conosce l’italiano. Lo stesso vale per il traduttore. Non si può pretendere che questo traduca un atto giuridico o la cartella clinica di un paziente solo perché conosce una data lingua di partenza e quella di arrivo. Ogni traduttore sceglie delle aree specifiche su cui specializzarsi, si documenta in maniera esaustiva su tutti i termini medici, su tutte le parti del motore di una nave e impara a parlare il “legalese”, e solo così può permettersi di tradurre. Cercare, trovare, saper usare: questo è ciò che un traduttore deve fare con le parole. Ovviamente il traduttore deve sempre stare al passo con gli aggiornamenti linguistici, i neologismi e le mode linguistiche del momento, solo così potrà fare un buon lavoro.

Lo stesso vale per gli interpreti. Ogni buon interprete oltre a dover sapere affrontare una traduzione in simultanea, consecutiva o trattativa, e quindi capire e parlare in modo perfetto una lingua straniera, si deve documentare sull’argomento prima di lavorare. Si deve essere sempre preparati.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Lecchini
Traduttrice ES-EN>IT
Pisa