Traduzioni e trascrizioni

 Categoria: Servizi di traduzione

Ho un’esperienza ormai più che trentennale nel settore delle traduzioni e delle trascrizioni. La traduzione mi ha sempre affascinato perché dai qualcosa comunque di tuo al testo che stai traducendo. Non devi mettere niente di tuo, ma lo stile in cui scegli di costruirlo, quello appartiene a te, ti qualifica, ti caratterizza in fondo. E devo dire che alla fine, è una grande soddisfazione quando riesci ad instaurare una certa continuità nel rapporto con il cliente, chiunque esso sia. Del resto la scuola che ho scelto per questa specializzazione mi ha fatto passare tempi molto duri prima di riuscire nel suo intento: cioè quello di formare dei veri professionisti e non delle persone che traducano parola per parola. Ho imparato a stilare un testo che risponda all’originale ma che viene comunque interpretato, quindi senza fare la traduzione parola per parola; senza lasciarmi coinvolgere, senza mettere opinioni personali, senza tradire, il che è fondamentale, il suo senso originale.

Dopo i primi anni in cui ho tradotto della semplice corrispondenza, quindi operando nel settore commerciale, ho iniziato a tradurre per riviste di moda gioielleria e pelletteria, di settore in poche parole. In fine, ho abbracciato il mondo della medicina, collaborando per ben quindici anni con case farmaceutiche sia in medicina umana che in medicina veterinaria. E’ stata un’esperienza lunghissima che mi ha formato e mi ha permesso di avvicinarmi sempre più al mondo dei medicinali, traducendo studi clinici di farmaci che dovevano essere presentati al ministero della sanità, in italiano. Le collaborazioni sono state diverse, sia di genere che di quantità e qualità dei testi, da quelli tecnici, scientifici ai testi di libri e romanzi.

La tempistica: altro scoglio da superare, e questo devo dire che l’avevo superato già all’interno della scuola. Devi avere una tempistica in questo lavoro, altrimenti non fai il traduttore, soprattutto nel settore tecnico. Per i romanzi, i tempi sono più elastici, meno serrati, comunque una tempistica è necessaria pure lì, altrimenti come si arriva alla rilettura e correzione finale, ultimo step a volte faticosissimo.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Giusy Oreni
Traduttrice/Trascrittrice
Milano

Auguri di pronta guarigione Sauro!

 Categoria: Agenzie di traduzione

Il nostro capo redattore, Sauro Cipriani, nei giorni scorsi purtroppo è rimasto vittima di un brutto incidente. Tutti noi della redazione gli siamo vicini in questo difficile momento e speriamo di riaverlo al più presto accanto a noi.
Ti facciamo tanti auguri per una pronta guarigione Sauro!
A prestissimo, un abbraccio forte

Linguaggio teatrale: traduttore “regista” (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Quando il traduttore lavora per un teatro, invece, le parole recitate dagli attori costituiscono solo una parte della produzione teatrale insieme alle luci, le scene, i costumi e le musiche. Il traduttore di drammaturgia ha, quindi, l’obbligo di prendere in considerazione la molteplicità del segno teatrale che si compone dei codici più diversi (fonico, gestuale, scenico, spaziale e così via).

Un testo teatrale non può essere tradotto allo stesso modo di un testo in prosa. Innanzi tutto, viene letto diversamente come qualcosa di incompleto, poiché è nel momento della rappresentazione che si realizza la sua intera potenzialità. Il testo scenico è composto di elementi extralinguistici in cui si sviluppa il testo stesso. Nel tradurre i dialoghi, il traduttore del testo scenico deve tener conto degli elementi extralinguistici che lo compongono; essi riguardano non solo la componente spazio-temporale in cui essi si realizzano ma anche il ritmo, l’intonazione, l’intensità e l’altezza della voce che li caratterizzano. Il traduttore deve sempre udire la voce che parla e prendere in considerazione la gestualità del linguaggio, il ritmo della cadenza e le pause che hanno luogo quando il testo scritto viene recitato. Al traduttore di teatro viene chiesto di tradurre un testo scritto, non perché esso debba essere letto, bensì perché esso possa essere trasportato in una dimensione reale, viva, rappresentabile e recitabile. Il traduttore che sceglie di “leggere” il testo teatrale come parte integrante di una produzione teatrale ha, quindi, il compito di determinare, sì l’aspetto linguistico del testo, ma deve necessariamente proiettare il testo scritto nel contesto extralinguistico in cui si realizza il testo stesso e, solo dopo aver fatto ciò, tradurlo nella lingua d’arrivo.

I traduttori, al pari dei commediografi, dovrebbero scrivere per gli attori. Per questo, il traduttore teatrale dovrebbe essere coinvolto nelle dinamiche delle prove, proprio come farebbero l’autore o il regista dell’opera. Ma troppo spesso il traduttore è messo da parte. Quando, invece, la presenza del traduttore durante le prove è importante perché nessuno degli addetti ai lavori conosce il testo meglio di lui. Un testo teatrale dovrebbe sempre essere tradotto in scena, insieme agli attori. Così che, di volta in volta, il testo può essere modificato e migliorato in base alla gestualità dell’attore che parla, dell’azione e della scena.

Autore dell’articolo:
Concetta Garofalo
Traduttrice DE-EN-FR-ES>IT
Napoli

Linguaggio teatrale: traduttore “regista”

 Categoria: Servizi di traduzione

Molto poco è stato scritto sui problemi specifici della traduzione teatrale e le considerazioni espresse dai singoli traduttori spesso sottintendono l’uso della metodologia impiegata per affrontare i testi in prosa. Ma un testo teatrale è molto diverso da un testo in prosa.

La traduzione teatrale è a metà tra la traduzione e l’interpretariato: la traduzione passa da uno “scritto” a uno “scritto; l’interpretariato da “parlato” a “parlato”; la traduzione teatrale da uno “scritto” a uno “scritto” per essere “parlato”. Questa caratteristica, di essere cioè spoken-like e written-like, propria del linguaggio teatrale, richiede una maggiore attenzione durante il processo di traduzione, rispetto a un testo in prosa. Il linguaggio teatrale è pienamente significativo su vari livelli. Il linguaggio teatrale è strettamente performativo: è attraverso il linguaggio che si sviluppa l’intreccio. Allo stesso tempo, il linguaggio caratterizza i personaggi: attraverso le loro espressioni e il pubblico percepisce non solo la loro personalità e i loro sentimenti ma anche i cambiamenti nei rapporti che avvengono tra loro nel corso della rappresentazione. Inoltre, il linguaggio teatrale è un linguaggio complesso che si compone di un codice verbale e di un codice non-verbale. In un testo teatrale, il linguaggio verbale (i dialoghi o i monologhi) raggiunge la sua completezza solo nel momento in cui è accompagnato dal linguaggio non-verbale (i movimenti, i gesti o le espressioni degli attori). Ogni testo teatrale comprende un linguaggio non-verbale e questo va sempre “tradotto”.

Credo che la traduzione teatrale debba essere intesa come rappresentazione.
Se la traduzione di un dramma non è altro che inchiostro su un foglio allora non è teatro (performance text). Se pubblicata per essere letta, può essere considerata dramma (testo letterario).
I testi teatrali tradotti come testi in prosa diventano testi letterari non adatti alla messa in scena, ma possono essere pubblicati per essere letti. Nel caso, quindi, delle opere drammatiche oggetto di lettura semplice il traduttore può porsi come dominante non la recitabilità ma la cura filologica per il testo originale.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Concetta Garofalo
Traduttrice DE-EN-FR-ES>IT
Napoli

Gendering e traduzioni

 Categoria: Traduttori freelance

Il fenomeno di un linguaggio politicamente corretto concerne non solo la vita diplomatica, ma è anche una questione che dev’essere affrontata nell’ambito delle lingue. Nei paesi di lingua tedesca la presenza di un linguaggio neutrale dal punto di vista del genere nella vita quotidiana costituisce molto più di un mero trend, di fatto la sua applicazione è obbligatoria nei testi legali e ufficiali.

Innanzitutto, però, occorre definire il termine del “politicamente corretto”. In senso ampio, un comportamento politically correct pone estrema attenzione al rispetto generale nei confronti di determinate categorie di persone. Come ad esempio, in molti paesi dell’occidente si cercano di garantire le pari opportunità per donne e uomini sul mercato del lavoro, anche se gli stipendi in gran parte ancora non sono allineati. Quello che però si è riuscito a tradurre in realtà (sto parlando dei paesi di lingua tedesca) sono le pari opportunità che si rispecchiano in un linguaggio neutro, allontanandosi dall’esclusivo uso di termini maschili. In questo modo, per esempio, la categoria professionale dei “traduttori” (includendo anche donne) diventa politicamente corretto quella dei “traduttori e traduttrici”. Femministi e femministe radicali la denominerebbero volentieri solo “traduttrici”, prendendo come criterio la quota di donne e uomini che appartengono a questa categoria professionale. In tal maniera, però, si creerebbe una discriminazione inversa, cioè contro gli uomini, e quindi altrettanto sbagliata.

Probabilmente, a questo punto, c’è chi si sta chiedendo, che cosa ha a che fare il gendering con il nostro lavoro di traduttori/traduttrici. Per illustrare meglio quali problemi potrebbero sorgere in quest’ambito, adduciamo ad esempio un testo originale in arabo (partiamo dal presupposto che non corrisponda alle esigenze di un linguaggio neutro) che dev’essere tradotto in tedesco per un target audience che è ormai abituato a un linguaggio che valorizza l’identità del genere. Tutti noi, traduttrici e traduttori qualificate/i, sappiamo benissimo che non possiamo non prendere in considerazione l’aspetto culturale nelle traduzioni. Però ci si pone la domanda: in che misura può manipolare il traduttore/la traduttrice il testo per adeguarlo al pubblico d’arrivo? Ha il diritto di servirsi di un linguaggio neutro nel testo d’arrivo, anche se nel testo di partenza non è stato adottato, rischiando così di modificare il messaggio? Oppure dovrebbe tradurlo in modo più fedele e correndo il pericolo che venga respinto dal pubblico?

Non spetta a me dare una soluzione generalmente valida, in quanto non ne esiste soltanto una (cfr. Venuti, Spivak, von Flotow). Ma vorrei che questo tema fosse un oggetto di riflessione e che vi incentivasse ad esprimere la vostra opinione su questo argomento.

Autore dell’articolo:
Marion Bartolot
Traduttrice e Interprete IT-EN>DE
Hermagor (Austria)

Se traduco mi diverto

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione nella mia vita ha radici ben profonde. Da ragazzina, nel paesino dove sono nata in Brasile poche anime addormentate, spesso e volentieri mi trovavo a discutere con le persone per il mio modo di ragionare troppo DIVERSO. Non riuscivo a farmi capire! Allora pensavo, nell’innocenza dei miei 12-13 anni: “Possibile che non ci sia nessuno che possa tradurre quello che voglio dire?”. Bene, di anni ne sono passati e la traduzione è diventata per me un divertimento.

Ascoltando le canzoni in inglese mi dilettavo ad inventare dei testi in portoghese specialmente per quei brani che mi piacevano tanto, anche se non capivo il significato. Una in particolare mi faceva impazzire, era romantica (nella mia immaginazione) cosi creai una versione romanticissima in portoghese. La canzone era Hotel California. Che delusione dopo aver letto la traduzione ufficiale!
Poi vennero le canzoni in italiano: Champagne, Non ho l’età, Canzone per te… colpo di fulmine, amore a prima vista, non saprei come definire la sensazione nell’ascoltare quei brani. Decisi allora di frequentare un corso di lingua italiana e mai e poi mai avrei immaginato che avrei sposato un italiano e che sarei venuta a vivere in Italia.

Dei testi delle canzoni (ahimè) non me ne occupo più. Sono passati tanti anni da quando ho lasciato il mio Brasile, ma fare la traduzione di romanzi, favole per bambini, pubblicità, etc.,
era un modo di rimanere attaccata alle mie origini. Lo facevo per gioco, ora lo faccio seriamente.
Ed è ancora più divertente.

Autore dell’articolo:
Lùcia Maria Martins Araùjo
Traduttrice/Interprete free lance Madre lingua PT<>IT
Corato (BA)

Un viaggio per parlare una lingua straniera

 Categoria: Traduttori freelance

In un giorno come tanti arrivi a lavoro e guardi le mille cartacce sulla tua scrivania. Le ignori e apri la tua casella di posta elettronica. Un’email: ha il sapore frizzante dell’esotico e t’invita ad andare lontano per un viaggio-lavoro che non avresti mai immaginato. Incosciente ma felice, prepari tutto: le valigie, il caffè per salutare gli amici, le foto… c’è qualcosa però a cui non hai ancora pensato. Sei già in partenza quando realizzi che qualcuno ti chiama: “Good afternoon passengers. This is the pre-boarding announcement for flight 89B to Orlando. We are now inviting those passengers with small children, and any passengers requiring special assistance, to begin boarding at this time. Please have your boarding pass and identification ready. Regular boarding will begin in approximately ten minutes time. Thank you.” Ma allora è vero? Sono qui… cosa faccio, dove vado… non so parlare! Provi a mettere insieme un piccolo discorso d’emergenza, frasi fatte per intrattenere un accenno di conversazione. Vorresti tornare indietro quando due ragazzini canadesi in fila poco più avanti di te litigano seduti sul pavimento a volte in inglese a volte in francese.

Immediatamente ti accorgi che il tuo vocabolario in tasca non basta, le regolette nella tua testa sono scomparse e, come un bambino nato in un posto diverso, inizi a guardarti intorno con gli occhi grandi della meraviglia… rimani in silenzio ammirato di fronte a chi sa parlare, è per te un guru. Avrai bisogno di qualche mese ancora per iniziare anche tu a capire, parlare al telefono, dare indicazioni stradali e molto dopo finanche a sognare nella nuova lingua. E tutto torna utile, tutti i puntini allora isolati sono tra loro connessi da un filo sottilissimo. L’avevo sentito nel mio corso di neurobiologia: alcuni studiosi affermano che le radici delle abilità linguistiche possano essere ricercate nella “memoria di lavoro fonologica”, un sistema di capacità a breve termine che ci permette di immagazzinare e utilizzare suoni a noi sconosciuti. Essi ritengono che maggiore è la nostra capacità di MLF, maggiore sarà lo sviluppo del vocabolario e, a sua volta, l’acquisizione di una lingua straniera. Tuttavia, è difficile dire se una vasta MLF sia conseguenza o causa di un facile bilinguismo. Fatto sta che, non so quanto sia grande la mia memoria fonologica, dopo pochi mesi io sono parte integrante di un mondo molto più grande di quello che avevo fino ad allora conosciuto.

Alcuni mi chiedono: è vero che da bambini è più semplice imparare un’altra lingua? Ed io mi dico: cosa non è semplice fare da bambini? Senza le barriere e le paure del razionale che costruiamo crescendo, non è mai troppo tardi per imparare una lingua straniera. Ognuno avrà bisogno del suo “viaggio” per farlo… qualcuno lo farà per interesse personale, qualcun altro per necessità o per voglia di capire meglio il mondo. Di certo è che da quel momento si aprirà una porta nuova alla vita che non vorrai chiudere mai più.

Autore dell’articolo:
Anna Picca
Laurea in Scienze Biologiche
Traduttrice freelance EN>IT

Annotazione grafica o “prise de notes” (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Alcuni interpreti creano, poi, un quarto spazio sul foglio; si tratta di un sottile riquadro alla sinistra del foglio, separato da una linea retta verticale che viene tracciata prima di iniziare ogni consecutiva.
Seguendo questo metodo, nel riquadro separato dalla linea verticale si annoteranno soprattutto segni che designano i collegamenti logico-sintattici tra un nucleo informativo e l’altro ed elementi avverbiali di tempo e di luogo. Si stabilisce, inoltre, che nella parte alta del foglio si annotano sempre gli elementi riferiti al soggetto, nella parte centrale vengono inseriti i nuclei concettuali relativi al predicato verbale e nella parte in basso a destra si scrivono gli elementi relativi al complemento oggetto.
È, poi, buona norma separare un nucleo concettuale dal successivo con una linea orizzontale che attraversa tutto il foglio e che permette con un solo colpo d’occhio di capire come strutturare le varie frasi in LA.
Questo tipo di scrittura in blocchi verticali facilita la lettura dei singoli nuclei informativi senza creare confusione tra nuclei concettuali diversi.

Gillies in Note-Taking for Consecutive Interpreting – A Short Course, (pg. 120-121), ci fornisce delle indicazioni su cosa annotare, sottolineando che, una volta scritte le idee e i legami logici, è necessario scrivere altre informazioni che vengono difficilmente ricordate, ma che sono molto importanti:

1. Idee.

2. Legami logici.

3. Chi sta parlando.
È importantissimo che chi ascolta sappia chi sta parlando, di chi sono le opinioni esposte; è altresì importante per l’interprete per mantenere il tono, il registro e il lessico giusti.

4. Tempi verbali e verbi modali.
I tempi e i verbi modali saranno sempre fondamentali per la semantica del discorso e, come tali, l’interprete dovrebbe avere un sistema molto chiaro di annotazione.

5. Nomi propri, numeri, date, liste.
È buona norma sospendere momentaneamente l’annotazione per scriversi queste informazioni che altrimenti non si ricorderanno, poiché spesso non sono riconducibili dal contesto.
Per quanto riguarda i nomi, se non si conoscono, è bene annotarli foneticamente e cercare di riprodurli in modo corretto nella LA; altrimenti, piuttosto che storpiare un nome, è meglio sostituirlo con un generico come “il delegato UK”.

6. Termini che devono essere transcodati.
A volte l’oratore utilizzerà parole, spesso appartenenti a una terminologia settoriale, in modo deliberato; l’interprete dovrà, quindi, ripetere queste parole senza parafrasarle in LA.

7. L’ultima frase del discorso.
Spesso l’ultima frase di un discorso conterrà un messaggio importante, o una battuta di spirito, o ancora un motto che riassume l’intero discorso.

Autore dell’articolo
Viviana Quarto
Traduttrice e interprete EN-FR-RU>IT

Annotazione grafica o “prise de notes”

 Categoria: Tecniche di traduzione

Per “prise de notes”, o annotazione grafica, si intende l’organizzazione degli appunti sul foglio, ovvero il modo in cui i diversi segni, i simboli, le abbreviazioni e gli altri elementi dell’annotazione vengono organizzati sulla carta. È fondamentale che un’interprete abbia la capacità di identificare, selezionare e ricordare idee importanti, omettendo tutto ciò che non è rilevante per la comprensione del discorso originale.
È bene chiarire fin da subito che, sebbene si possano individuare alcune norme di utilizzo generale, la prise de notes è stata definita un “sistema chiuso”, ovvero un sistema che deve comunicare soltanto con un’unica persona; l’annotazione è, quindi, del tutto personale.
In generale si dovrebbe annotare la macrostruttura del TP con i principali collegamenti logici chiaramente individuabili; ciò permette di avere una visione globale del testo. Si dovrebbero annotare, quindi, le parole-chiave, sotto forma di sigle, simboli, abbreviazioni o per esteso, che permettano all’interprete di ricostruire il discorso seguendo la trama del discorso originale. L’interprete è poi tenuto a rispettare l’impostazione scelta dall’oratore e le sue scelte strategiche e stilistiche.
Come scrive Valeria Darò, in Aspetti procedurali dell’annotazione grafica (Darò Valeria, Interpretazione simultanea e consecutiva – Problemi teorici e metodologie didattiche, a cura di Caterina Falbo, Mariachiara Russo e Francesco Straniero Sergia, Milano, Hoepli, pg. 289-298), i principali criteri della prise de notes sono:

1. Semplicità: sia i segni sia la loro organizzazione gerarchica devono essere tali da garantire l’annotazione di concetti evitando complicazioni o formulazioni tortuose.

2. Chiarezza: sia sul piano puramente grafico che di sistema le note sono organizzate in modo tale da “parlare” immediatamente all’interprete. I contenuti che esse veicolano devono subito attivare il processo di recupero dalla memoria cognitiva dei concetti uditi in precedenza.

3. Non ambiguità: sia sul piano puramente grafico che di sistema le note sono organizzate in modo tale da “parlare” immediatamente all’interprete.

4. Economia: più informazioni racchiude un segno, ovvero più “eloquente” riesce ad essere anche grazie alla sua collocazione funzionale e gerarchica sul foglio, tanto più economico risulta. L’economia riguarda anche la capacità di esprimere con un unico segno più concetti correlati per associazione semantica e anche la caratteristica di quest’ultimo di essere facile e veloce da scrivere, da rileggere e quindi da memorizzare.

Per quanto riguarda l’effettiva annotazione sul blocco, idealmente si attribuiscono al foglio degli spazi che verranno riempiti di contenuto; ogni spazio ha una propria funzione precisa per cui gli elementi che vi verranno inseriti assumeranno la funzione attribuitagli dal relativo spazio.
Normalmente si utilizza una tecnica di annotazione dall’alto verso il basso e da sinistra a destra, in base alla quale i vari elementi del discorso vengono isolati in tre punti diversi del foglio secondo la sequenza soggetto, verbo, oggetto.
Come afferma, infatti, Gillies:

“For the purpose of note-taking in consecutive interpreting an idea is a…
SUBJECT-VERB-OBJECT group.”
(Gillies Andrew, Note-Taking for Consecutive Interpreting – A Short Course, Manchester, St. Jerome Publishing, 2005, pg.37).

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo
Viviana Quarto
Traduttrice e interprete EN-FR-RU>IT

Traduzione di un intervento radiofonico

 Categoria: Servizi di traduzione

Da neolaureato è alquanto difficile trovare esempi personali di precedenti lavori di traduzione, e, di conseguenza, risulta arduo trarre conclusioni o anche solo discutere intorno alla figura professionale del traduttore. Eppure, come tesi ho avuto la possibilità di trascrivere e successivamente tradurre l’intero intervento radiofonico di Erich Fromm, intitolato “How can conflicts be resolved without war?“, tenuto nel 1970 a Stanford. Si è trattato di un lavoro quantomeno stancante, seppur interessante, che mi ha permesso di conoscere con mano alcune delle difficoltà, dei dubbi e delle complicazioni che ogni traduttore incontra quotidianamente nell’affrontare il proprio lavoro con dedizione.

La prima fase, quella di ascolto, non rientra normalmente nel lavoro di un traduttore, e questo è stato forse il primo grande ostacolo che ho dovuto superare: l’audio è in effetti rovinato e, in alcuni punti quasi inascoltabile; di conseguenza, quelle parole che non sono riuscito a capire sono state tralasciate in inglese, anche se la tentazione di sostituirle con altre visto che il senso era comunque ben esplicito era forte; traducendo in italiano, invece, quei vuoti linguistici sono stati colmati da altre espressioni aventi però lo stesso significato.

Dopo innumerevoli fasi di ascolto, riascolto e infinite correzioni sono passato alla fase traduttiva: qui l’ostacolo più grande, di cui poco sospettavo la presenza, è stato trasformare un discorso parlato, perché l’intervento è un intervento orale, una discussione filosofica personale dell’autore, in un discorso scritto. Mentre parla, inevitabilmente Fromm cade in numerose ripetizioni, lascia intere frasi sospese e la punteggiatura è pressoché inesistente.
Dunque tradurre voleva dire prima di tutto riscrivere, o ripensare il suo discorso.
Partendo proprio da questa idea, l’intero brano trascritto in inglese (sono più o meno 50 minuti di discorso orale) è stato rivisitato, analizzato e suddiviso in periodi. Così soltanto ho potuto passare concretamente alla fase di traduzione. Questa fase è stata oggetto di molteplici modifiche, tant’è che nella tesi è stato interessante andare a sottolineare il processo, a evidenziare l’evoluzione che alcuni tratti del brano tradotto hanno visto. Tutto questo è stato possibile anche grazie all’aiuto che la mia relatrice mi ha elargito nel corso degli ultimi mesi, suggerendomi di volta in volta le strategie migliori al fine di risolvere l’eventuale problema appena insorto.

Posso a ragione affermare che nonostante quello che si può superficialmente pensare, la traduzione è un’arte. Ma un’arte che, a mio modo di vedere, tocca l’apice quando il traduttore e l’autore tradotto sono in sintonia; una sintonia intellettuale, si intende, che vede i due soggetti collegati anche emotivamente rispetto al contenuto del testo in questione.
Posso quindi sostenere che la traduzione può e avrà, come ha sempre avuto, un ruolo chiave nella storia dell’uomo; spero solo che in futuro tutto questo sarà evidente anche ai più, i quali troppo spesso ingurgitano libri tradotti ignorando che tra l’autore originale e i propri occhi ci sono stati altri occhi e, in un certo senso, altri “autori”.

Autore dell’articolo:
Luca Capizzani
Laureato in mediazione linguistica,
Traduttore EN-FR>IT
Bologna

Pluralismo linguistico e giuridico (4)

 Categoria: Servizi di traduzione

Le equivalenze, pur essendo relazioni tra espressioni linguistiche, vanno testate e verificate nel contesto sistematico e funzionale e sono classificabili in base a questi. Esistono varie forme di equivalenza: l’equivalenza della sinonimia, che si basa sul contesto linguistico e il senso di due espressioni linguistiche è lo stesso; l’equivalenza sistematica, che si fonda sul contesto sistematico di due sistemi giuridici; l’equivalenza funzionale, che si basa sul contesto funzionale, ovvero sull’analoga funzione che due lingue hanno in diversi sistemi giuridici.
Nel diritto comparato, attraverso il riscontro delle equivalenze nelle operazioni di traduzione giuridica, si rintraccia il grado di comparabilità/incomparabilità, similarità/differenza esistente tra due lingue; nell’applicazione della traduzione, come già ribadito, va tenuta in considerazione sia la realtà testuale sia la realtà extra-testuale. Se le equivalenze esprimono il risultato della traduzione giuridica, nel caso in cui l’oggetto della comparazione non abbia nessuna equivalenza nell’altro sistema, si ha un caso di incomparabilità, che presenta problemi teorici e pragmatici. L’intraducibilità, dal punto di vista linguistico, è determinata da un problema di adattabilità dei messaggi nella lingua del ricettore della traduzione. Nel caso in cui dalla comparazione si ottengono numerose equivalenze, il risultato eccellente di questa ricerca è il dizionario.

Traduzione giuridica e diritto comparato sono l’esplicito tentativo di cercare la chiave d’interpretazione coerente delle varie testualità e contestualità giuridiche, al fine di uniformarle e comprenderle nella loro applicazione pratica. Dunque, per far ciò, è richiesta all’autorità competente, al giurista e traduttore, l’abilità linguistica e la conoscenza approfondita del contesto politico e giuridico in cui si colloca la disposizione, di modo che la norma del paese di provenienza trovi la sua applicazione anche trasposta in un ambito linguistico e/o giuridico diverso e/o simile, nel Paese di arrivo. Secondo l’art. 15, infatti, “la legge straniera è applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo”, mentre secondo l’art. 16 “la legge straniera non è applicata se i suoi effetti sono contrari all’ordine pubblico”.
Per ciò che concerne il disciplinamento della contrattualistica internazionale, per ovviare a problemi di interpretazione e applicazione della norma, si usano definizioni stipulative che propongono un solo sintagma e vocabolo in modo determinato e a preferenza di altri”.

Autore dell’articolo:
Gaetana Gennuso
Traduttrice FR-ES>IT
Caltavuturo (PA)

Pluralismo linguistico e giuridico (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

L’importanza che va attribuita all’interpretazione nasce dall’esigenza di ricercare l’esatta equivalenza di significato tra espressioni linguistiche diverse. La lingua giuridica è determinata da tre fattori: il primo è il contesto linguistico, ovvero l’insieme di tratti generici e specifici della lingua giuridica; il secondo è il contesto sistematico, che corrisponde al sistema di diritto e alle caratteristiche determinanti; l’ultimo è il contesto funzionale, che equivale al campo in cui il diritto trova la sua applicazione.

Le lingue protagoniste della traduzione giuridica corrispondono ai generi della lingua etnica naturale; quest’ultima si caratterizza per il suo essere vaga e senza specifiche denotazioni, ma nel caso della sua utilizzazione nella traduzione giuridica, essa è strettamente legata al diritto e ai vari contesti socio-politici, in cui trova una sua specificità: in altre parole, all’interno del discorso giuridico il significato delle parole è determinato dal significato attribuito dagli organi preposti all’applicazione delle norme giuridiche e dagli stessi studiosi di diritto, per cui di un testo non si può fornire la mera traduzione letterale, che risulterebbe fuorviante e insufficiente, ma bisogna preoccuparsi di trasporre il termine a partire dal significato, senza mai prescindere dalla cultura giuridica interna. Essendo la lingua naturale vaga, molti significati ed espressioni di questa sono determinati dall’uso che se ne fa nella situazione comunicativa e dal grado di precisione delle lingue corrispondenti: la contestualità limita la polisemia, ma non la vaghezza di certe espressioni. In effetti, le caratteristiche linguistiche e culturali del diritto fanno in modo che il discorso giuridico possa esercitarsi solo in un quadro istituzionale ben limitato, ma sembra paradossale che la lingua del diritto possa essere curata e nel contempo ermetica e ambigua nella sua applicazione; per questo, il lavoro del traduttore deve presupporre una preparazione utile a evitare intralci nel suo percorso, avvalendosi anche della pragmatica, ossia della scienza che studia i fenomeni nel campo della traduzione (emittente, ricevente, canale, testo e contesto) e confrontarsi con le lingue e i diritti stranieri nei loro aspetti applicativi e teorici.

La traduzione giuridica, quale ricerca e studio del diritto-oggetto della comparazione a livello del testo, deve fissare le equivalenze tra la lingua giuridica di partenza e quella d’arrivo, che vanno identificate con le analogie rintracciabili tra le varie espressioni linguistiche, riscontrate nella comparazione tra lingue giuridiche diverse.

La quarta e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Gaetana Gennuso
Traduttrice FR-ES>IT
Caltavuturo (PA)

Pluralismo linguistico e giuridico (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

La traducibilità in un’altra lingua implica non solo la conoscenza comparatistica degli ordinamenti giuridici in esame, ma anche la consapevolezza dei problemi e delle difficoltà che si potrebbero presentare a chi usufruisce della traduzione: in altre parole, bisogna considerare come fattori di condizionamento il pluralismo linguistico e il pluralismo giuridico. Infatti, la traduzione giuridica costituisce uno dei passaggi fondamentali per l’integrazione giuridica comunitaria e per l’unificazione del mercato interno ed è proprio il plurilinguismo la sua ragion d’essere, dacché tutti i documenti ufficiali e i regolamenti devono obbligatoriamente essere tradotti nelle diverse lingue ufficiali: la traduzione giuridica, in altre parole deve permettere la creazione di norme armonizzate, che tengano conto non solo delle lingue ma anche dell’esistenza di diversi concetti giuridici nei vari Paesi dell’Unione.

Nella ricerca degli strumenti utili alla traduzione, ci si trova di fronte a due circostanze inattese: da un lato, la comparazione e la traduzione del diritto comunitario ed europeo; dall’altro, la riflessione provoca un continuo processo evolutivo che conduce all’aggiornamento del lessico e del processo normativo sovranazionale. Sebbene ci si trovi di fronte ad una realtà teorica, essa è in continuo mutamento e non può in alcun modo trovare la sua fissità in una metodologia definibile a priori: non esistono delle precauzioni metodologiche che consentono al comparatista di avere un riferimento tecnico, ma è proprio la traduzione che gli permetterà di costruire man mano gli strumenti utili alla contingenza della traduzione stessa. La traduzione giuridica è attività interpretativa del testo, nella misura in cui ad un significante va attribuito un significato: essa si dispiega dalla traduzione-interpretazione del testo alla designazione dello stesso con i termini della lingua di arrivo, e sempre Sacco sottolinea che:

Al momento di tradurre, l’operatore sarà in presenza di due realtà: da un canto il testo, con i suoi vocaboli e la sua sintassi; dall’altro il senso da assegnare al testo, ossia la norma giuridica”.

Domani sarà pubblicata la terza parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Gaetana Gennuso
Traduttrice FR-ES>IT
Caltavuturo (PA)

Pluralismo linguistico e giuridico

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione giuridica esige in primo luogo di chiarire la relazione esistente tra diritto e lingua, essendo garanzia del suo valore scientifico e di un corretto tecnicismo l’esatta correlazione tra la parola-significante e il significato. Il ruolo e il contributo della lingua, meglio dire delle lingue, nel fenomeno giuridico è indiscutibile: la crescita del linguaggio giuridico nelle diverse realtà statali ha provocato la formulazione di un bagaglio lessicale in seno alla lingua parlata, finalizzato a descrivere il diritto e ad adattarsi repentinamente alle sue evoluzioni. Il sistema legislativo di un Paese, dunque, si situa entro un quadro sociale e politico che rispecchia contingenze ed esperienze storiche diverse: conseguenza di questo è la caratterizzazione singolare e diversificata dei vari sistemi giuridici nazionali e la riduzione delle analogie riscontrabili nelle comparazioni.

Non sembra casuale il crescente interesse mostrato dagli studiosi per la traduzione giuridica, ma sono svariati i motivi che contribuiscono alla crescita e allo sviluppo della disciplina in questione: in particolare, la globalizzazione del mercato ha determinato la nascita di relazioni commerciali e giuridiche tra realtà economiche e soggetti diversi per nazionalità e cultura, che necessitano di una legittimazione riconosciuta da due o più sistemi giuridici; la multiculturalità e la presenza sempre più massiccia di stranieri nelle realtà economiche industrializzate necessita di un dialogo sempre aperto tra le varie realtà giuridiche che permetta la concordanza tra norme appartenenti a realtà socio-culturali diverse e che determini l’esperienza giuridica basata sull’internormatività, alla base della quale va posta l’interpretazione non solo letterale dei testi in questione ma anche dei contesti giuridici di cui sono portatori.

Nell’affrontare il testo, il traduttore dovrà considerare se l’istituto in esame nella lingua di partenza mantiene lo stesso ruolo nel contesto della lingua d’arrivo; Rodolfo Sacco, ricorda:

La traduzione consta della ricerca di significato della frase da tradurre e della ricerca della frase adatta per esprimere quel significato nella lingua di traduzione. La prima operazione spetta al giurista. La seconda anch’essa al giurista. L’insieme delle due operazioni spetta al comparatista, unico competente a decidere se due idee, tratte da sistemi giuridici diversi, corrispondono l’una all’altra”.

Lo studioso riconosce alla traduzione la funzione di traghettare, in maniera più o meno confacente, il significato di un’espressione da una lingua all’altra; per garantire la piena efficacia di quest’operazione, è necessario che sia il giurista a compierla per avere maggiore coerenza e non tradire il significato reale del testo giuridico. E ancora:

Nella traduzione il diritto comparato non ricorre più alla lingua, ma opera nelle molteplici lingue e forse il suo compito consiste ormai nel ripercorrere l’accidentato sentiero che conduce a costruire gli strumenti della traduzione”.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Gaetana Gennuso
Traduttrice FR-ES>IT
Caltavuturo (PA)