Traduzione e dintorni

 Categoria: Traduttori freelance

Recentemente mi è capitato sott’occhio un articolo sul mercato della traduzione, che parlava di come ormai si possa considerare saturo. Anche se devo riconoscere che la rete offre molte possibilità di scelta fra traduttori e agenzie, ognuno ha le proprie caratteristiche ed è unico e particolare nel suo genere.

Qualche anno fa avrei pensato impossibile un lavoro in questo settore, ma poi, durante l’anno sabbatico (in realtà durato tre) preso dal lavoro che svolgevo nelle spedizioni internazionali, mi sono voluta mettere alla prova. È cominciato tutto con una proposta di mio fratello che allora aveva acquistato una serie di CD audio per insegnare a cantare.
Il corso era in americano, senza una base scritta, per cui dovevo combinare trascrizione e traduzione insieme, ma non sapevo da che parte cominciare.
Vincere questa piccola sfida mi ha portato a credere nelle mie potenzialità e guardare avanti.
Forse era giunto il momento di realizzare il sogno nel cassetto, anche se in età adulta.
Attraverso internet mi sono decisa a raccogliere tutte le informazioni e i consigli per intraprendere questo cammino e così ho proseguito.
Qualche punto conquistato nei forum, traducendo termini specifici della mia materia, è bastato per accrescere la visibilità del mio profilo e permettermi di ottenere i primi incarichi.
Destreggiarsi tra professionisti laureati con un’esperienza pluriennale e provare a dar loro dei suggerimenti linguistici non è certo stato facile, ma ne è valsa la pena.
Ho imparato molto dalle critiche e anche dalle approvazioni, restando sempre quella che sono.
Credo sia stato proprio questo a fornire lo spunto all’agenzia con la quale collaboro di propormi al loro cliente come SME (Subject Matter Expert).

Fare delle mie passate esperienze lavorative un’area di specializzazione nella traduzione è più di quanto avrei potuto aspettarmi.
Fornire la mia consulenza sulla traduzione di termini specifici del trasporto marittimo, ma soprattutto spiegare cosa c’è dietro quello specifico termine, mi sembra di trasmettere una passione per quel settore che non si è spenta semplicemente col distacco lavorativo.
In teoria si parla una lingua, ma sul campo il dialetto.

Termino con un incoraggiamento a chi si deve reinventare una professione, e credo che siano in molti in questo periodo: non restate a guardare cosa succede, fatelo succedere!

Autore dell’articolo:
Elena Mordenti
Traduttrice e SME
Rho (Mi)

Taduzione di un testo letterario (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

All’epoca, Pasolini era considerato come un attivista marxista coinvolto nella politica sociale e persino come un pornografo osceno. Oggi, l’autore non rischierebbe la censura e, per la maggior parte, è considerato come un grande poeta, un intellettuale e un testimone del suo tempo. Ragazzi di vita è un testo in movimento. Questo non è il caso di un articolo scientifico di cui il contenuto non è soggetto a interpretazione o variabilità.

Il testo di Pasolini non ha più lo stesso significato politico di ieri. Non è più percepito come una lotta, ma come testimonianza sociale, non è così scandaloso, e viene apprezzato sia per la sua estetica poetica che per il suo significato storico. I movimenti dei testi letterari devono essere presi in considerazione nel campo della traduzione. Henri Meschonic parla di storicità della traduzione perché, come il testo, appartiene anche ad un tempo ed a un luogo preciso. I movimenti sono bilaterali, riguardano entrambi il testo in lingua originale, ma anche la sua traduzione.

Nel caso di Ragazzi di vita il lettore deve quindi tener conto dell’aspetto spazio-temporale e culturale di Pasolini e di Claude Henry. Negli anni Cinquanta l’Italia è in fase di industrializzazione, ma ha anche una grande influenza intellettuale e artistica di cui godono le classi più privilegiate. Le condizioni di vita dei lavoratori hanno colpito molti attivisti politici, ma anche molti scrittori. Ragazzi di vita non è solo un’opera poetica, è anche una testimonianza su una popolazione abbandonata e condannata.

Allo stesso modo, in Francia, l’ambiente proletario ha ispirato molti artisti. La traduzione francese del romanzo coincide con la cultura italiana. La traduzione di Claude Henry è l’interpretazione che i lettori e i critici hanno avuto con la pubblicazione nel 1955 del testo originale.

Il traduttore era quindi favorito perché traduce un messaggio temporalmente e culturalmente vicino alla cultura francese dell’epoca. Questo non era il caso negli Stati Uniti negli anni ’50, dove l’impegno politico e artistico per il movimento proletario è stato controllato dal maccartismo.

Sarà finalmente il poeta Jack Hirschman, vicino al movimento della beat generation che fornirà una traduzione di Pasolini alla fine degli anni ’60, più di quindici anni dopo la pubblicazione del testo originale.

Per far sì che una traduzione abbia un impatto sul lettore, conviene che coincida con un tempo e un luogo favorevoli, pronti ad accoglierla.

Autore dell’articolo:
Sabira Kakouch
Dott. Sociolinguistica
Traduttrice FR>IT
Roma

Traduzione di un testo letterario

 Categoria: Traduzione letteraria

“In quale misura la traduzione letteraria è una traduzione culturale o linguistica?” L’esempio di Pasolini, “Ragazzi di vita”.

La traduzione di un testo letterario, che cosa la differenzia dagli altri testi? Cos’è tradurre un testo letterario? È tradurre una parola dopo l’altra? È tradurre un messaggio nella sua globalità? Perché questo tipo di traduzione è così complessa ed implica molte riflessioni teoriche?

È capitato a tutti di leggere un’opera tradotta pensando che se l’avessimo letto in lingua originale l’avremmo apprezzato meglio. Sarà vero? Niente vale l’originale? Un romanzo o una poesia tradotti hanno un valore inferiore? In questo caso, perché continuare a tradurre?

Sappiamo che la traduzione di un’opera letteraria è un contributo significativo per il mondo artistico.

Senza traduzione, saremmo solamente dei lettori incongrui, ignoranti. Senza traduzione letteraria saremmo come analfabeti. Svolge un ruolo fondamentale nella vita di ognuno.
Letteratura e traduzione ci permettono di condividere e di costruire ponti tra comunità straniere. Trasmettono messaggi. Ma per tutti gli uomini? La traduzione riesce a ricostruire la Torre di Babele? Possiamo tradurre tutto? La comunicazione letteraria è universale?

Il testo letterario ha mille interpretazioni.

Un manuale, un articolo di giornale o di un manifesto politico non ha la stessa variabilità interpretativa di un’opera poetica o drammatica. A differenza di testi scientifici o tecnici, il testo letterario è instabile, soggetto a molte interpretazioni, secondo il periodo, i pensieri correnti, le culture e i lettori.

Ogni atto linguistico o artistico è determinato in maniera spaziale e temporale. Ogni testo appartiene a un determinato periodo storico che determinerà la sua interpretazione. Pasolini è marxista o pornografo negli anni ’60, rivoluzionario negli anni ’70 e poeta “engagé” e martire nel 2000. Come tradurre un testo che può essere interpretato in modi diversi? In quale maniera può diventare una barriera culturale e linguistica?

Il traduttore è prima di tutto un lettore che interpreta il testo. Leggere Pasolini in Italia e in Francia alla fine degli anni ’50 (la traduzione di Claude Henry nel 1958) non provoca lo stesso impatto come negli anni 2000. Il testo rimane intatto, anche la traduzione francese poiché è l’unica che esiste. Ma questo non significa che nulla sia cambiato. Oggi la lettura di Pasolini non viene interpretata come lo era 50 anni fa.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Sabira Kakouch
Dott. Sociolinguistica
Traduttrice FR>IT
Roma

La magia della traduzione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Traduzione, per me che ho quasi sempre avuto a che fare con testi letterari, significa cambiare codice: fare in modo che i “miei” lettori possano avvertire le stesse emozioni provate dai lettori che hanno usufruito del testo originale. Presentare, nella lingua d’arrivo, quegli elementi inseriti nel testo di partenza facendo in modo che entrambi risultino perfettamente coincidenti, oserei dire, identici. È per questo che ho sempre considerato la traduzione come qualcosa di magico ed il traduttore come un po’ mago e un po’ prestigiatore; perché si deve interfacciare e mediare tra quattro elementi distinti e separati tra loro: lingue, culture, autore e lettore, e si deve, tra l’altro, essere talmente abili nell’operare questa “magia”, questo “gioco di prestigio” da non mettere assolutamente in risalto, da non far notare tutto quello che, per forza di cose, in traduzione inevitabilmente si perde. Magari il mio punto di vista a riguardo può sembrare una sorta di retaggio delle lezioni accademiche ma, ritengo che questi siano elementi di cui non si possa far senza.

Apparirò démodé per quanto ho scritto e sto per scrivere ma per me è così; l’unico interesse di un traduttore deve essere quello di far comprendere un testo ad un pubblico che voglia comprarlo. Deve quindi posizionarsi tra scrittore e pubblico per fare in modo che si incontrino e si capiscano; deve stare tra le due culture perché la prima possa essere compresa dall’altra senza apparire aliena, denaturalizzata, direbbe qualcuno “disumanizzata”.
E per far questo, secondo me, non ci sono strumenti che tengano. Uno “strumento” non può trasmettere il colore di un’espressione, uno “strumento” non sa usare un termine piuttosto che un altro. Uno “strumento” non sa distinguere, fa tutto automaticamente.

Per tradurre, piuttosto, per tradurre letteratura soprattutto, serve passione, abnegazione. Bisogna aver voglia di sviscerare ogni singolo elemento, di andare all’essenza delle cose e farla propria, perché chiunque possa capire e provare le stesse emozioni.
No, non è affatto un processo semplice, e no, non c’è nulla di banale o che possa essere screditato. È un lavoro duro che necessita di tempo, dedizione, riflessione, ricerca del dettaglio. Magari bisogna essere anche un po’ folli.

Perché traduciamo? Meglio, perché ho ancora voglia di fare questo lavoro?
Semplice. Perché sono abbastanza folle da credere che vi sia ancora qualcosa di magico nel farlo.

Autore dell’articolo:
Laura Verta
Dottoressa in Teoria e Prassi della Traduzione
Traduttrice e Interprete ES-EN>IT
Santa Caterina Albanese (CS)

La magia della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

È da un po’ di tempo che mi gira in testa un pensiero che, in virtù delle mie esperienze, si sta radicando, diventando quasi una certezza. In realtà si tratta di un’idea, di una convinzione che appartiene ai non addetti ai lavori, i quali non fanno altro che sottovalutare la traduzione e l’atto del tradurre additandolo come qualcosa di “secondario”, “accessorio” o che, addirittura, possono gestire da loro senza l’aiuto di esperti.
Chiaro è che, da persona amante del proprio lavoro ho iniziato a chiedermene il motivo.
Perché traduciamo, se si è quasi arrivati a screditare un lavoro dal quale non si può assolutamente prescindere né in ambito cultural-letterario né in ambito prettamente pratico?
Capirebbero forse tutti come funziona qualsiasi elettrodomestico senza leggere la traduzione del libretto di istruzioni? Capirebbero tutti la complessità del “Quijote” o del “Decameron” senza traduzioni che tengano conto degli elementi culturali, sociali e storici che vi si esplicitano?
Personalmente non credo, anzi, sono fermamente convinta che ci sia veramente poco da fare; potremmo passare ore ed ore a discutere della presenza/assenza di una lingua franca nota a tutti ma, fintanto che ci sarà una persona che non conosce alla perfezione tale idioma, dovranno esistere dei “soggetti” deputati ad operare quell’atto di comunicazione “accessorio” chiamato, appunto, traduzione.
Se ci pensiamo bene, se guardiamo l’atto del tradurre con “occhi puri”, sgombrando la mente dai tecnicismi – di cui pure è composto – andando alla più semplice sostanza, ci rendiamo conto di quanto la traduzione sia imprescindibile e di quanto, malgrado prestiti linguistici e neologismi, ci sia ancora bisogno di essa.
Ora, può essere che il mio modo di vedere questo lavoro sia eccessivo, magari idealista ma per fortuna o purtroppo, non so dirlo, sono ancora una di quelle persone che crede nella traduzione e la vede come qualcosa di magico.

Cosa fa un traduttore, davvero?
Prende un testo, lo esamina attentamente, lo scompone e poi lo riscrive nella lingua d’arrivo rispettando l’originale il più possibile e rendendo qualcosa di “criptico” accessibile a tutti.
Non credete che ci sia almeno un po’ di magia in tutto questo?
Ebbene, sono convinta che se tutti, anche i più scettici, si ponessero questa domanda e riuscissero a vedere il traduttore in questi termini, quasi come un maghetto che fa un po’ il prestigiatore, cambierebbero completamente opinione a riguardo.
È questo che ho sempre cercato di far capire a quelle persone a cui ho sentito dire: “Ma che ci vuole a fare una traduzione?”
Ho sempre cercato di spiegare loro quanto questo lavoro sia tanto complesso quanto indispensabile. A volte ci sono riuscita, altre volte, invece, mi sono battuta contro i mulini a vento.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Laura Verta
Dottoressa in Teoria e Prassi della Traduzione
Traduttrice e Interprete ES-EN>IT
Santa Caterina Albanese (CS)

Tradurre è come toccare la rugiada

 Categoria: Traduttori freelance

Tradurre è come toccare la rugiada al mattino – profuma di cannella, vaniglia, di colori, e di lontananze.

Tradurre è come immergersi in acqua limpida. Le parole sono vestite in camicia da notte trasparente ed io le scopro piano piano alla luce del giorno.

Ci gioco, le guardo, le giro e le lascio nella loro solitudine per poi scegliere quelle giuste. E sono felice. Finalmente il mio piatto è completo… ha tutti i sapori e i sensi che volevo.

In breve, una buona paella. E domani? Chi lo sa, forse la lasagna? Osservandomi, mi rendo conto di quante somiglianze può o deve avere il traduttore. Ieri poeta, oggi politico, domani medico. È come un atleta che arriva verso la meta dopo tanti chilometri di sudore e di fatica.

È un lavoro meraviglioso. Fa crescere, fa ridere e piangere, fa riflettere… come una telenovela a puntate.

Il mio lavoro da traduttrice dipende anche dal luogo in cui lavoro. Chiusa in una stanza scura, sommersa nel mio lavoro con il mio silenzio… no, non ci riesco. Ho bisogno di luce, di aria, uno sguardo semplice agli alberi o verso il cielo e tutto è diverso. Trovo la mia serenità, la mia creatività e dinamicità che cerco sempre.

E traduco.

Autore dell’articolo:
Denisa Švábenská
Traduttrice freelance, FR-IT-EN-ES<>CS
L´Aquila

La localizzazione, questa sconosciuta!

 Categoria: Servizi di traduzione

Più volte le persone che non lavorano nel settore della traduzione mi hanno domandato cosa fosse la localizzazione e cosa comportasse essere una localizzatrice. Dopo la mia spiegazione percepisco spesso da parte loro una certa confusione in merito. Chi tenta timidamente di far luce su questa professione conclude inevitabilmente che la localizzazione, in fondo, equivale alla traduzione. Non è così; è però corretto dire che quando si localizza inevitabilmente si traduce, ma quando si traduce non sempre si localizza.

Per capire la differenza tra localizzazione e traduzione può essere utile immaginare questi due processi come due matriosche, dove la prima ingloba la seconda. La localizzazione consiste nel personalizzare e adattare un prodotto alla cultura e alla realtà locale (da qui il nome localizzazione) del paese dove il testo verrà letto e utilizzato. La traduzione, invece, è il processo effettivo di conversione di parole scritte in una lingua sorgente in parole scritte in una lingua di arrivo. La traduzione, quindi, è una componente fondamentale della localizzazione.

Quando si parla di localizzazione, è bene sapere che si tratta di un processo che si applica principalmente al contenuto testuale e/o grafico di prodotti commerciali nei quali la componente linguistica è costitutiva del prodotto stesso; vengono localizzati, per esempio, prodotti come software, siti web, videogiochi e materiali a essi correlati. È dunque importante tradurre tali contenuti testuali in modo tale che siano pienamente comprensibili e fruibili dall’utente finale del paese dove il prodotto verrà commercializzato.

Riassumendo, quando si parla di localizzazione si intende un processo di personalizzazione di prodotti quali software, siti web e videogiochi per i consumatori di un determinato mercato di arrivo; la traduzione del contenuto testuale di questi prodotti è parte integrante e fondamentale di questo processo.

Autore dell’articolo:
Paola Roffinella
Localizzatrice e traduttrice EN-FR-JA>IT

Traduciamo e interpretiamo fin da piccoli (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Andando più lontano nel tempo, mi sono ricordata del mio primo lavoro per il quale era necessario conoscere la lingua italiana. Ero in Italia in vacanza e sono andata a visitare una mia amica al suo posto di lavoro. Una visita breve, visto che lei doveva lavorare. Ci siamo poi sentite per telefono quella sera stessa. Mi ha chiamato lei, dicendo che il suo datore di lavoro voleva chiedermi se volevo lavorare con loro fino a fine stagione. Ero molto sorpresa, ma ho accettato. Fino a quel momento, il mio unico contatto con la lingua italiana erano stati i cartoni animati e le discussioni avute con le commesse nei negozi durante quella vacanza. È da lì che è iniziato tutto.

Nonostante questo, penso che durante la nostra vita, dall’inizio alla fine, tutti facciamo delle traduzioni e interpretazioni, perché oltre al fatto che siamo parte di questo mondo, siamo tutti un piccolo universo, ciascuno con la propria lingua. Fin da piccoli cerchiamo di capire tutto ciò che succede intorno a noi, cosa vogliono dirci gli altri, anche se lo stanno facendo nella stessa lingua. Da bambini cerchiamo di capire cosa vogliono comunicarci i grandi, a volte usando parole a noi sconosciute, sulle quali dobbiamo poi informarci, cercarle nei dizionari o chiederle agli altri, più vicini a noi, per trovare il loro significato. Perciò traduciamo.

Talvolta troviamo delle parole conosciute con un certo significato che, se usate in contesti diversi, ne cambiano il senso. Ciò accade nella lingua che noi conosciamo e, nel fare questo, traduciamo e interpretiamo. Spesso ci troviamo anche in situazioni in cui certe persone usano, per esprimere un’idea molto semplice, delle parole e delle frasi molto complicate. Noi dobbiamo coglierne l’essenza, l’importanza, perciò interpretiamo.

Quando conosci i concetti, i significati di una lingua e tutti i modi in cui certe parole possono essere usate in vari contesti e varie situazioni e ne cogli l’essenza, è naturale tradurre e interpretare usando due o tre lingue. E per alcuni chi sa quante altre ancora.

Autore dell’articolo:
Sorina Stingheriu
Traduttrice IT-EN>RO
Arad (Romania)

Traduciamo e interpretiamo fin da piccoli

 Categoria: Traduttori freelance

Dal momento in cui mi è stato consigliato di scrivere un articolo per potermi registrare come traduttrice freelance su questo sito, ho pensato a come farlo. Non avendo esperienza nello scrivere articoli, non sapevo come procedere. Certo è che tutti gli argomenti ai quali avevo pensato, erano incentrati sul perché mi piace fare così tanto quest’attività.

Ma come dirlo? Come metterlo per iscritto? Come comprendere il tutto dentro un articolo? Da dove iniziare? Poi ho cominciato a pensare a quando ho iniziato a fare quest’attività che amo tantissimo.

I pensieri mi hanno portato alle ultime esperienze. Tra queste, mi sono ricordata di una volta quando, mentre stavo traducendo, ho incontrato una parola conosciuta che non voleva venirmi in mente per niente. Ho aperto il dizionario e l’ho cercata. Quando l’ho trovata mi è venuto da ridere, visto che era una parola usata spesso. A volte succede così, la stanchezza si fa sentire e ti lascia la mente quasi chiusa. Il cervello rifiuta per un attimo di pensare, vuole rilassarsi. Ma poi vede che insisti e si riprende.

Poi, mi sono ricordata del più recente lavoro come interprete, quando ho dovuto facilitare la comunicazione tra due lingue straniere conosciute. Dopo tre giorni di lavoro sostenuto, a cena con i miei clienti, sempre dovendo tradurre, ho ripetuto in italiano quello che dovevo dire in inglese. Mi sono resa conto immediatamente di quello che avevo fatto e, dopo aver tradotto nella lingua giusta, ci siamo guardati tutti e abbiamo cominciato a ridere.
Naturalmente, non sono perfetta e a volte succedono anche cose di questo genere, ma amo la mia professione e sono anche le cose di questo tipo che rendono il lavoro così divertente.

La memoria inoltre mi ha portato a pensare ai tanti progetti svolti durante questi anni di attività. Tutti piacevoli e che mi hanno offerto tante opportunità. Oltre al fatto di aver aiutato tante persone a capirsi tra i documenti tradotti e i servizi d’interpretazione, la cosa più importante è che anch’io ho avuto la possibilità di imparare tanto, sia nei campi che mi erano familiari che in quelli nei quali sapevo poche cose. Quindi, questo è un lavoro dove puoi servirti di tutto ciò che hai già imparato, ma nel quale puoi anche imparare tante cose.

Domani sarà pubblicata la seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Sorina Stingheriu
Traduttrice IT-EN>RO
Arad (Romania)

Spunti e riflessioni su lingue e traduzioni (3)

 Categoria: Le lingue

Mi piace pensare che il traduttore sia caratterizzato da tratti di personalità peculiari, curiosità viva e attenta ai mondi diversi dal suo, predisposizione quasi empatica a “indossare” gli abiti altrui e a tornare nei propri per condividere la sua esperienza con chi non possiede la sua competenza linguistica. Un buon traduttore sa maneggiare con la stessa confidenza un testo di letteratura, un trattato medico, un manuale tecnico, un testo giuridico o pubblicitario; deve sapere rendere nella lingua di arrivo il messaggio originario e in questa operazione è difficile creare scale di merito. Il traduttore è un artigiano mai stanco di ricercare e di scoprire che significati e corrispondenze continuano a cambiare al passo con l’evolversi delle comunità linguistiche; il traduttore, per definizione, non può mai considerare qualcosa acquisito una volta per tutte.

Ancora una riflessione: la caratterizzazione della civiltà occidentale verso una civiltà sempre più connotata dall’immagine porrà ulteriori interrogativi ai traduttori. Oltre al significato delle parole e alla loro “infedele” trasposizione nella cultura d’arrivo occorrerà rendere in misura sempre maggiore l’atmosfera, l’ambiente, a volte la “luce” che permea le opere letterarie da tradurre. Non è stata casuale la citazione dei due film ricordati che rientrano in un contesto di esperienza tutto sommato “trasponibile”. Un’ultima riflessione da un’idea molto personale che, forse, può essere condivisa. Un’idea nata qualche tempo fa seguendo, in un popolare programma televisivo (Che tempo che fa – 29/10/2011 – Rai3), un’intervista di presentazione di un libro seguita da una vera e propria lezione dello scrittore Alessandro Baricco sul tema: perché si scrive? Per tra-durre agli spettatori il suo pensiero (non da una lingua a un’altra, dal suo pensiero alla esplicitazione della riflessione su quello che egli ha definito il gesto di scrivere) si è avvalso di una serie di antiche stampe giapponesi abbinate a un’accurata scelta di brani di musica classica. Per tradurre quella manciata di minuti in una qualche lingua straniera la sola parola non sarebbe sufficiente; o meglio, occorrerebbe l’uso di molte parole per veicolare l’immediatezza altrimenti sintetica del messaggio visivo. Un altro orizzonte che si spalanca ad ampliare le sfaccettate competenze del traduttore.

Autore dell’articolo:
Dott.ssa Bruna Ferioli
Traduttrice free-lance DE-RU-EN>IT
Traduttrice e Interprete interna in un Gruppo MultinazionaleTedesco – Industria Meccanica -
Modena

Spunti e riflessioni su lingue e traduzioni (2)

 Categoria: Le lingue

Una celeberrima scena di 2001 Odissea nello spazio (Regista Stanley Kubrick – 1968) sintetizza visivamente e magistralmente la scoperta di un nostro lontano antenato che esulta perché da un osso ha ricavato uno strumento. La realizzazione di strumenti e il loro uso sono stati uno dei primi atti che hanno distinto la nostra specie dagli altri viventi e con gli strumenti, fin dalla più remota antichità, il genere umano ha lasciato testimonianze delle propria capacità di pensiero astratto. Dopo avere inventato anche il supporto su cui fissare il messaggio (che in tempo storico è stato espresso in prevalenza con le parole) l’uomo mette entrambi al servizio dell’umana capacità di astrazione e riconsiderazione, di trasmissione e di evoluzione dell’esperienza fissandole in modo duraturo in un testo. Da qui, con maggiore o minore capacità creativa, inizia il cammino di poeti e scrittori; da qui inizia anche il cammino dei traduttori.

E’ mia convinzione, rafforzata dal mestiere, che il compito del traduttore sia individuare il corrispettivo nella cultura di arrivo di quanto viene espresso nel testo della cultura di partenza, per quanto ampie possano essere le differenze tra le due. Terminologie come quella eschimese, con sette termini per il bianco, o il colore verde-turchese degli indiani Navajo, valgono a ricordare che non sempre la descrizione dei colori corrisponde perfettamente ai sette considerati colori base dopo la classificazione di Isaac Newton. In un romanzo del 1992 di Peter Høeg, da cui è stato tratto il film-thriller Il senso di Smilla per la neve (Regista Bille August – 1997), la varietà con la quale nei paesi scandinavi si descrivono i cristalli di neve e il ghiaccio è molto più ampia di quanto avviene tra i parlanti lingue di area romanza.

Oltre le Alpi, appena attraversato il confine, sul suolo austriaco e tedesco il sole irradia un calore atteso e gentile e diviene un sostantivo femminile; lo splendore della luna nel buio delle lunghe notti settentrionali trasforma il nostro pallido satellite notturno in un sostantivo maschile. Bastano questi pochi esempi a tracciare lo sfondo su cui l’artigiano traduttore cerca la soluzione migliore per il testo da tradurre. Omesse volutamente le dotte disquisizioni sulle scelte di traduzione di singoli testi che spesso sono specifiche per una singola opera / un singolo autore, possono bastare gli esempi legati alle esperienze quotidiane per evidenziare le differenze culturali che il traduttore deve comprendere e trasportare sulle proprie sponde; un proverbio per tutti: in Russia “дождь льёт как из ведра” (piove come dal vaso); in Italia “piove a catinelle”.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Dott.ssa Bruna Ferioli
Traduttrice free-lance DE-RU-EN>IT
Traduttrice e Interprete interna in un Gruppo MultinazionaleTedesco – Industria Meccanica -
Modena

Spunti e riflessioni su lingue e traduzioni

 Categoria: Le lingue

Scegliere come percorso di studio una facoltà universitaria di “Lingue e Letterature Straniere” o una “Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori” e fare di questa scelta lo strumento su cui fondare la propria vita professionale significa, nel tempo, acquisire coscienza di essersi incamminati lungo un percorso senza traguardi certi e in continua evoluzione.

All’iniziale attrazione per la diversità dal nostro quotidiano, che si evidenzia già con chiarezza nelle lingue accomunate dallo stesso ceppo linguistico (per noi il romanico, per altri il germanico, lo slavo o altro che sia), si aggiunge presto la necessità di riflettere sul materiale che maneggiamo nel quotidiano impegno sui testi da tradurre. Pochi sintetici e generici accenni ad alcuni argomenti, oggetto di analisi e studio in linguistica e in teoria della traduzione, potranno tracciare la rotta attraverso l’estemporaneità di queste riflessioni: la lingua intesa come risultato della struttura e delle valenze che la compongono, significanti e significato, civiltà e cultura.

Dedicarsi alle lingue straniere equivale a imboccare un sentiero che si addentra nello strutturalismo, nella semeiotica e ancora oltre, nell’epistemologia e nell’ontologia; tappe di questo percorso sono nomi quali De Saussure, Barthes, Jakobson, Todorov, Wittgenstein, De Mauro, Chomsky, studiosi e linguisti divenuti familiari a molti discenti di lingue e letterature straniere, viatico per immergersi nelle profondità delle ipotesi sull’origine del linguaggio e delle lingue e riflettere sull’eterno interrogativo che avvolge l’umana capacità di esprimersi con la parola.

Qualche studioso la considera una facoltà innata, tramandata da una generazione all’altra, qualcun altro il risultato di successive stratificazioni culturali che portano il bambino a limitare le facoltà lallative e espressive, ampie e indifferenziate, fino a selezionare e privilegiare i suoni e le strutture della sola lingua madre. Il terreno su cui muoversi è il messaggio, più o meno strutturato, che un trasmittente invia a un ricevente nell’ambito della comunicazione umana; un messaggio che può essere espresso in forma verbale o scritta e giocato sulle saussuriane “langue” e “parole”. Se dalla riflessione sul messaggio verbale si passa a una breve riflessione sul messaggio scritto, ci si addentra in un campo della conoscenza ancora più affascinante: scrivere è possibile con l’utilizzo di uno strumento (i tasti del computer o una penna, in tempi non lontani penna, pennino e calamaio, penna d’oca, anche lo scalpello: è il caso della “stele di Rosetta”, la cui decifrazione fu una mirabile traduzione).

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Dott.ssa Bruna Ferioli
Traduttrice free-lance DE-RU-EN>IT
Traduttrice e Interprete interna in un Gruppo MultinazionaleTedesco – Industria Meccanica -
Modena

Traduzione di atti immobiliari

 Categoria: Servizi di traduzione

Occupandomi di traduzioni di atti relativi alla compravendita immobiliare, mi sono molto spesso imbattuta nelle problematiche relative alla differenza di terminologia che c’è tra elementi architettonici diversi tra le culture latine e quelle germaniche.

La casa italiana presenta, a volte, elementi strutturali che non esistono in altri paesi europei, ma possono essere richiamati con spiegazioni o giri di parole. Questo fatto deriva dalla storia italiana che è ricca di testimonianze antiche, che “sopravvivono” molto spesso addirittura all’interno delle odierne abitazioni. Non è raro, infatti, trovare nei centri storici, colonne romane, archi, mosaici, fregi e molti altri ritrovamenti antichi, derivanti dalle epoche romane, medievali o rinascimentali. Questo passato ha anche permeato la struttura abitativa italiana, che molto spesso si fregia di mezzanini, patio, balconate, ballatoi per non parlare di soffitti a volta, a cassettone o affrescati.

Il traduttore si trova quindi ad affrontare, nel compromesso di vendita, piuttosto che nell’atto vero e proprio, il problema di rendere quanto più possibile fedelmente il senso della descrizione di tali elementi. Abitando in toscana e avendo a che fare molto spesso con clientela inglese, mi è capitato di dover tradurre anche termini intraducibili, proprio perché capostipiti di una terminologia essi stessi, cosa che ci rende enormemente orgogliosi di avere un tale patrimonio artistico, particolarmente importante in questi anni di crisi.

E’ importate anche a questo riguardo l’istituzione di corsi universitari che si specializzino su tale terminologia, in modo da formare professionisti del ramo. Io mi sono laureata in lingue a Pisa ed è una pecca delle università italiane l’essere troppo accademiche e poco agganciate al mondo del lavoro. Infatti, la mia esperienza professionale si basa sul “campo” e sulla benemerita generosità di colleghi traduttori giurati.

Autore dell’articolo:
Laura Fabbri
Traduttrice freelance EN-ES>IT
Lucca

Io e la traduzione, il traduttore (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Sin da ragazzino, ascoltando una canzone in lingua inglese, All that she wants (che non so perché, ma mi piaceva da morire) iniziai a fantasticare sull’universo delle lingue straniere, su cosa si stesse dicendo dall’altra parte: avevo già la voglia di voler apprendere una lingua straniera, di non focalizzarmi troppo sulla mia sola lingua. Era come se quella lingua mi stesse dicendo: “Imparami presto”. E così feci. Con il passare del tempo sono poi passato a un altro livello: conoscere la parola straniera che cercavo di tradurre, quasi sempre invano, da ragazzino, e pensare a come poterla rendere nella mia lingua, a come tradurla.

Tradurre, un verbo che tanti credono di possedere ma che in realtà non possiedono. Nella società attuale la maggior parte delle persone vuole apparire: beh, tutte queste persone non possono né mai potranno essere dei traduttori. Perché il traduttore è una figura oscura, c’è e non c’è: apparentemente c’è, perché è una persona fisica, ma non si fa vedere né vuole essere visto, agisce nell’ombra. Compare al massimo nelle prime pagine di un romanzo, “traduzione ad opera di…”, stop. Neanche sul testo d’arrivo può mettere del suo: deve rimanere invisibile, perché il testo d’arrivo deve essere neutro, senza aggiunte personali di alcun tipo, altrimenti non è una traduzione. Può però scegliere se avvicinarsi di più al lettore oppure se restare “ancorato” al testo di partenza, quindi se schierarsi verso una cultura piuttosto che verso un’altra. Se ad esempio trovasse un termine di difficile traduzione verso la lingua d’arrivo, egli sarà “costretto” a restare maggiormente legato al testo di partenza. Ciò non significa che il traduttore dovrà pedissequamente seguire la tecnica della traduzione “parola per parola” (word for word translation): questa tecnica viene utilizzata da chi traduttore non è e cerca di cimentarsi in questa professione per diletto; il traduttore di professione deve invece ricercare la traduzione “senso per senso” (sense for sense translation): una traduzione libera, come deve essere il traduttore: libero. Ma anche isolato, oscuro, con il word impaziente ad attenderlo. Come piace a me.

Autore dell’articolo:
Francesco Divisi
Traduttore EN-DE-FR>IT
San Benedetto del Tronto

Io e la traduzione, il traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Eccomi qua, davanti a uno schermo di pc. A lavorare su un testo di lingua straniera da tradurre. Isolato da tutto e tutti, come a me piace stare. Tradurre per me è rilassante, mi dà tranquillità. Io e il testo originale. Il foglio vuoto di word che mi dice: “Su, comincia a scrivere qua, sono impaziente”, con quella barra che lampeggia incessantemente sul foglio bianco e io che cerco di trovare la giusta resa per una parola. Dopo un po’ sono contento, perché riesco a riempire tutti i tasselli che avevo lasciato liberi: parole, verbi che mi sono tenuto per ultimo, evidentemente di difficile traduzione.

La traduzione non è come l’interpretazione consecutiva, dove ti trovi davanti a un gruppo di persone che non capiscono un tubo di quello che sentono e che aspettano te per capire quanto è stato detto. Parlo di interpretazione consecutiva perché ci ho passato un po’ di anni della mia vita sopra, e posso dire che è parecchio stressante, anche per via del block notes e della penna con la quale mi toccava scrivere all’impazzata per non perdermi le parti di testo originale. Preferisco nettamente la traduzione: io la vedo come il regno della tranquillità, dell’isolamento dal mondo, rispetto alla velocità e alla fretta che richiede l’interpretazione in generale. La preferisco perché sono un tipo tranquillo, e mi sembra anche lei tranquilla come me, perché il testo rimane lì, in attesa di essere tradotto. Mi piace stare sopra ai dizionari, al monolingue, ai siti specialistici per trovare la giusta parola da scrivere, poter modificare, eliminare una parola per poi optare per un’altra. Mi piace anche il fatto di non dover necessariamente aprire la bocca, come nel caso della consecutiva, ma solo utilizzare le mie dita e la mia materia grigia. Il tutto senza fretta, se si dosano bene i tempi di consegna.

La traduzione è stata mia compagna di vita, insieme naturalmente all’apprendimento delle lingue straniere, perché se non si conosce la lingua straniera di riferimento, non si va da nessuna parte.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Francesco Divisi
Traduttore EN-DE-FR>IT
San Benedetto del Tronto