Traduttore o interprete? (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Concentrazione necessaria non solo per interpretare ma prima di tutto per ascoltare ciò che viene detto, filtrare le cose più essenziali, ma senza minimizzare il senso, per poi ridirle nel modo più appropriato e permettere agli ascoltatori una buona comprensione del messaggio.

Quando vediamo queste «tappe» essenziali alla trasmissione del messaggio, notiamo che sono più o meno le stesse per la traduzione scritta. Anche in traduzione bisogna capire bene il messaggio per poi trasmetterlo al meglio. Ma ciò che cambia con l’interpretazione è che queste «tappe» si susseguono in un attimo solo. Ed è proprio per questo che le qualità essenziali per un buon interprete sono una buona preparazione, il sapere controllarsi, essere reattivo ad una possibile difficoltà e avere fiducia in se stesso.

Per concludere questo articolo, vorrei parlare della mia esperienza. Da due anni sono traduttrice-interprete giurata presso il Tribunale della mia città.
La cosa che mi ha un po’ colpita è il fatto di essere stata giurata sia per la traduzione che per l’interpretazione, senza la possibilità di poter scegliere. Anche se sono chiamata generalmente per delle traduzioni scritte, mi è capitato due volte di essere convocata per un’interpretazione durante un processo. Devo dire che per la prima mi sono sentita molto nervosa. Ma ho potuto notare la comprensione dei giudici di fronte alla presenza di un interprete. In questo caso, non si tratta d’interpretazione simultanea ma d’interpretazione consecutiva. Per me, è stata un’esperienza molto interessante soprattutto per quanto riguarda il dover parlare davanti a tante persone.

È stata quasi come una sfida. Perché anche se si è sicuri di avere le competenze linguistiche, l’ambiente solenne di un Tribunale può far perdere il controllo di se stessi. Anche se ritengo molto utile questa prima esperienza interpretativa, ho una nota preferenza per la traduzione scritta.

Autore dell’articolo:
Lidia Rita Di Scianni
Traduttrice freelance FR<>IT ES>FR-IT
Colmar (Francia)

Traduttore o interprete?

 Categoria: Traduttori freelance

Un traduttore può anche essere un interprete? Avrei voglia di dire sì e no.

Sappiamo che la differenza tra le due professioni è il canale che viene usato per trasmettere un messaggio da una lingua ad un’altra: il traduttore usa un mezzo scritto e l’interprete usa un mezzo orale. Nonostante questa differenza, chi pratica la traduzione scritta non traduce parola per parola, ma riscrive interpretando. Quindi, un traduttore è anche un interprete, no?

Anche se esiste questo legame tra traduttore e interprete, è importante distinguere le due professioni. Non possiamo negare che per entrambi bisogna avere buone competenze linguistiche e culturali, ma ciò che cambia realmente è l’ambiente nel quale si svolgono queste due professioni. In base a questo ambiente bisogna avere altre competenze. Un traduttore, come nel mio caso freelance, riceve i documenti da tradurre direttamente a casa o tramite mail e dispone di un certo tempo per eseguire queste traduzioni. Mette a profitto questo tempo per fare le ricerche necessarie e, anche se costretto a rispettare una data stabilita, può lavorare con abbastanza tranquillità e libertà. È lo stesso per un interprete? Prendiamo l’esempio di un interprete di conferenza. A differenza del traduttore, l’ambiente dell’interprete non è lo stesso, ma cambia anche il canale di diffusione. Dallo scritto si passa all’orale. Con questo cambiamento di canale appaiono le nuove competenze inerenti all’interprete.

Per una conferenza, l’interprete agisce in diretta e per questo motivo bisogna mantenere la calma ed avere una buona padronanza di sé. Il tempo concesso per la preparazione della conferenza (lemmi, vocabolario, ecc.) è molto più ridotto di quello che è concesso al traduttore ed è per ciò che l’interprete ha bisogno di una grande concentrazione durante tutto il periodo della conferenza.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Lidia Rita Di Scianni
Traduttrice freelance FR<>IT ES>FR-IT
Colmar (Francia)

La traduzione dell’imperfezione letteraria

 Categoria: Traduzione letteraria

Premessa: il testo letterario è per definizione “anti-entropico”, perfetto di natura per il suo carattere definitivo e immutabile. Tuttavia, ci sono casi in cui un autore ricerchi e ottenga tale compiutezza proprio nell’imperfezione, attraverso scelte stilistiche mirate ad accentuare la natura ambigua e indeterminata dell’opera. La qualità letteraria del testo risiede quindi nella sua impurità, può dirsi vivo perché in grado di offrire varie letture e molteplici interpretazioni.

Personalmente, l’ho riscontrato nei racconti dell’autore portoghese Jacinto Lucas Pires: personaggi senza nome, contestualizzazione ridotta ai minimi termini, ma con un’attenzione spasmodica per alcuni dettagli, frasi lunghissime oppure brevi e spezzate, uso libero della punteggiatura.

Da qui la domanda: quale dev’essere l’approccio del traduttore? Come fare quando personaggi e azioni restano vaghi e indefiniti, e si ha l’impressione che perdano il contatto con la realtà?

Il primo passo, non banale, è riconoscere proprio quella bellezza impura e offuscata, vaga e indeterminata, che trasforma il difetto dell’ambiguità in un pregio, e in esso trova la sua completezza. Capire che l’imperfezione è voluta, è una tecnica che conferisce al testo tante sfaccettature, rendendolo unico e al contempo sempre diverso, capace di trasformarsi ad ogni lettura e di cambiare aspetto a seconda della chiave interpretativa adottata.

Ecco quindi che il traduttore deve assumere la prospettiva di un qualsiasi lettore, senza fornire commenti di sorta per non eclissare le intenzioni originali del testo e per non suggerire la propria versione dei fatti. Il che implica evitare qualsiasi tipo di perfezionamento stilistico o di rielaborazione sintattica quando il discorso possa apparire poco omogeneo; è vero che talvolta si avrebbe un guadagno in termini di comprensibilità, ma la volontà espressiva originaria ne sarebbe totalmente modificata.

Tuttavia, ammettere che ogni traduttore è, prima di tutto, un lettore significa ammettere che il suo approccio al testo è conseguenza di una personale appropriazione dei contenuti. Il grado di interazione con l’originale determina l’unicità di ogni traduzione, che necessariamente si trasforma in un’opera nuova e diversa, nella quale il traduttore non potrà evitare di mostrare la sua presenza. Pertanto, è indispensabile che il concetto di fedeltà assoluta all’originale non sia preso alla lettera perché, in fondo, questo muore e rinasce nel momento stesso in cui viene tradotto. Una traduzione, piuttosto, si può definire fedele quando è in grado di interpretare il testo fonte con interessata complicità, di identificarne il senso profondo e di negoziare ad ogni istante la soluzione che appare più equa.

A tradução é um acto de interrupção da unidade imediata que um texto possuía na sua língua original com o fim de o apresentar como identidade reconstituída numa outra língua. Uma tradução literária, qualquer tradução literária, é por isso, e antes de tudo, um jogo de murmúrios entre duas vozes (a do autor e a do tradutor) que partilham entre si o sentido e a verdade do texto.” (Frias Martins, 2003)

Autore dell’articolo:
Federica Delloro
Traduttrice PT-EN>IT
Torino

Wotingbudong, “non ho capito” (3)

 Categoria: Le lingue

Inoltre (come se non bastasse), chi studia cinese avrà a che fare, più o meno per tutta la vita, con l’incubo dei toni. Una lingua tonale è quella in cui al variare del tono di una stessa sillaba corrisponde una variazione di significato. Questo vuol dire, per esempio, che se pronuncio mǎi dico “comprare”, ma con mai dico “vendere”, dicendo chiamo mia madre, ma se dico sto chiamando il mio cavallo e così via. Come per l’apprendimento dei caratteri e della loro pronuncia, anche per i toni non esiste una regola che ne faciliti la memorizzazione. E andando avanti negli anni, dopo aver incontrato migliaia e migliaia di caratteri, è praticamente impossibile ricordare il tono di ognuno.
Si potrebbe andare avanti ancora a lungo, ma avrete già capito che il fascino della lingua cinese è direttamente proporzionale alla sua complessità.

Concludendo, non tralascerei il fattore culturale e quello geografico. Già, perché la parentela linguistica è un fattore che ci facilita molto nell’apprendimento di una seconda lingua. Un italiano che legge un testo in francese o in spagnolo, ad esempio, pur non avendo mai studiato queste lingue, sarà sicuramente agevolato dalla presenza nel testo di numerosissime parole simili per suono e per significato. Leggere un testo in cinese significa, invece, non avere alcun tipo di appiglio. E inoltre, ogni lingua si porta dietro un bagaglio enorme di cultura, società, geografia, filosofia, storia che la rendono per questo tratto unico e distintivo di un Paese e di un popolo. È per questo che lo studio di una lingua non può mai essere distinto dallo studio approfondito del Paese in cui essa è parlata. Conoscere la concezione ciclica del tempo che hanno i cinesi, per fare un esempio, ci consente di capire per quale motivo la lingua cinese non distingue tra presente e passato, ma al massimo tra azione compiuta e non compiuta.

Insomma, è bene che chi decide di studiare cinese sia consapevole di tutto questo e di molto altro ancora se vuole far parte di quella famosa metà che continuerà a studiare cinese. Ma una cosa è certa, difficile non vuol dire impossibile se si è dotati di grande determinazione e soprattutto di immensa passione nei confronti di quel meraviglioso Paese che è la Cina.

Autore dell’articolo:
Martina Scianca
Laurea in traduzione e interpretariato
Traduttrice ZH-EN>IT

Wotingbudong, “non ho capito” (2)

 Categoria: Le lingue

Una scrittura misteriosa e bella da vedere, poiché nel suo “disegnare” le parole evoca gli infiniti mondi che si nascondono al loro interno, tanto che in Cina calligrafia e arte si fondono in un tutt’uno. Una scrittura intrigante sì, ma senza alfabeto. È però evidente che i cinesi, tutto sommato, convivano abbastanza bene con questa difficoltà, dal momento che il primo sistema ufficiale di romanizzazione dei caratteri – studiato per tentare di facilitare l’apprendimento e la diffusione della lingua – fu inventato solo intorno alla metà del ’900. E in realtà chi studia cinese si rende conto sin da subito di quanto qualsiasi tipo di romanizzazione sia inefficace e inadeguata, e non è un caso, infatti, che oggi il sistema Pinyin sia usato principalmente dai non cinesi che si avvicinano a questa lingua.

A peggiorare la situazione ci si mette poi la fonetica. Infatti, essendo il cinese una lingua non alfabetica, niente del suo sistema di scrittura ci dà informazioni sul modo in cui si debbano leggere le parole.
Ogni carattere è cioè associato ad una pronuncia in maniera apparentemente arbitraria e non esiste alcun metodo per memorizzare le corrispondenze tra caratteri e fonetica, se non quello di esercitarsi quotidianamente nella scrittura e nella lettura del cinese.
Solo i sinologi possono capire quanta e quale sia la frustrazione di non riuscire a leggere per intero un titolo, una frase, un’insegna, un’etichetta anche dopo qualche anno. È per questo che studiare il cinese è diverso, perché dopo un anno di studio di qualsiasi lingua occidentale, per esempio, se si conoscono le regole di scrittura e di pronuncia si è almeno in grado di leggere un testo per intero, a prescindere dal grado di comprensione. Chi studia cinese, invece, dopo tre anni (ma anche dopo molti più anni) non è ancora in grado di leggere un testo complesso, ad esempio un articolo o, peggio ancora, un libro senza dover ricorrere alla consultazione di un buon dizionario – che a sua volta può rivelarsi estremamente complicata.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Scianca
Laurea in traduzione e interpretariato
Traduttrice ZH-EN>IT

Wotingbudong, “non ho capito”

 Categoria: Le lingue

Il cinese è una lingua difficile. Un’ovvietà? No, un dato di fatto. Mi ricordo che il professore di cinese al primo anno di università amava tranquillizzarci dicendo “guardate il vostro vicino di banco. Bene, sappiate che l’anno prossimo non lo rivedrete, perché soltanto la metà di voi continuerà a studiare cinese”. E così fu, in un anno il numero dei frequentanti del corso di cinese si era dimezzato.

Eppure oggi si fa un gran parlare di Cina e di cinese, “la lingua del futuro”, per citare uno dei luoghi comuni più falsi della storia delle lingue. Già, perché se ragioniamo in termini di cifre è evidente che il cinese (con tutti i suoi dialetti) sia la lingua più parlata al mondo, con oltre un miliardo di utenti. Ma è realisticamente possibile un futuro in cui il cinese possa abbattere la supremazia dell’inglese come lingua franca? La mia risposta è no e il motivo è molto semplice: l’inglese è più semplice del cinese.

Ma cosa c’è di tanto diabolico dietro questo idioma, che pure è studiato ormai da milioni e milioni di impavidi studenti nel mondo?
Andiamo con ordine. Anzitutto c’è una premessa da fare, l’Italia non è il miglior Paese al mondo in cui studiare cinese. Se è vero che abbiamo degli ottimi atenei, Napoli, Venezia e Roma tra tutti, è pur vero che la sinologia italiana ha purtroppo ancora molta strada da fare rispetto a quella anglosassone o americana, basti pensare che fino a pochi anni fa non esisteva nemmeno una valida grammatica cinese in lingua italiana.

Ma, dicevamo, cosa c’è di tanto difficile? Per prima cosa provate a immaginare una lingua dove non esistono lettere. Sembra banale, ma non lo è affatto e anzi, forse è proprio questo il fulcro della questione. I bambini italiani, inglesi, francesi, americani imparano a leggere e a scrivere alle scuole elementari, diciamo fino a otto o nove anni e il massimo sforzo a cui sottopongono la loro memoria è l’apprendimento delle ventuno lettere dell’alfabeto, ventisei nel peggiore dei casi. I bambini cinesi, se vogliono raggiungere almeno la soglia dell’alfabetizzazione, devono imparare circa 2.000 caratteri (sì, guai a chiamarli ideogrammi!) e continuano a esercitarsi nella lettura e nella scrittura almeno fino alle scuole medie. Come si fa? Memoria, memoria e ancora memoria. Uno straniero per iniziare a comunicare ne deve conoscere almeno 3.500 (mi raccomando, tra questi non possono mancare 我听不懂 wotingbudong, “non ho capito”, perché nel vostro primo viaggio in Cina saranno sicuramente quelli che pronuncerete più spesso), mentre un cinese con un buon livello d’istruzione ne conosce più di 8.000. Sembra impossibile, vero? Bene, allora dovete sapere che la lingua cinese conta circa 80.000 caratteri. Ne deduciamo quindi, tra il sollevato e lo sconsolato, che il cinese è difficile anche per i cinesi.

La seconda parte di questo interessante articolo sulla lingua cinese sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Scianca
Laurea in traduzione e interpretariato
Traduttrice ZH-EN>IT

Il fattore umano nella traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Vorrei condividere con tutti i gentili lettori le mie riflessioni sul tema centrale di questo mio breve scritto, credo che la traduzione sia una vera e propria arte, aldilà della bravura/conoscenza dei professionisti che la esercitano, il successo ottenuto dipende molto dal fattore umano, questa oscura e piuttosto sottovalutata plusvalenza. Dico così perché ognuno ci mette il suo massimo impegno, passione e note personali nell’adeguare i testi alla lingua richiesta, non è semplicemente una traduzione letterale ma in ogni adattamento svolto ci si mette anche una parte della propria anima. Forse vi sembrerà che io esageri e remi controcorrente, ma è la verità. Nella società odierna dove tutto corre e la tecnologia impera, si rischia sempre più di perdere il significato del fattore umano, infatti, se da una parte gli studi e le lauree sono fondamentali per svolgere nel migliore modo alcune professioni e le innovazioni introdotte tipo i software di traduzione on-line ci sono di grande aiuto, dall’altra non c’è niente al mondo che possa sostituire le nostre capacità ed attitudini. Ogni traduttore ha un suo stile inconfondibile e personale, ed è questo che lo distingue da tutti gli altri.

Credo che ognuno di noi dovrebbe soffermarsi un attimo e pensare attentamente a quanto vale per il lavoro che fa, ma soprattutto come persona, la clessidra della vita scorre inesorabilmente ed i granelli di sabbia fluttuano al suo interno, non lasciamo che la società del domani sia dominata solo dalle scoperte tecnologiche, conserviamo una percentuale umana in tutto quello che facciamo, è importante, solo così il mondo potrà essere migliore.

Grazie dell’attenzione.

Autore dell’articolo
Stefania Gonti
Aspirante traduttrice EN>IT
Milano

Gli anglicismi della moda nei secoli (3)

 Categoria: Le lingue

Rivolgiamo ora l’attenzione ad alcuni casi particolari di anglicismi della moda da me selezionati. Tra tutti la voce più utilizzata e conosciuta, anche in campo internazionale, è sicuramente jeans, abbreviazione di blue jeans. Si tratta di un toponimo che indica un tipo di tessuto, che a sua volta probabilmente deve il suo nome alla città di Genova (creatosi attraverso il francese Gênes).

Le voci monokini e birkini rappresentano un ulteriore ottimo esempio di toponimo. Derivano entrambe dal lemma bikini (non presente nel testo) che deve il suo nome a un atollo dell’Oceano Pacifico dove nel 1946 vennero effettuati degli esperimenti atomici. Il suddetto capo d’abbigliamento fu denominato in questo modo perché, all’epoca in cui venne disegnato e commercializzato per la prima volta, questo tipo di costume da bagno era, per l’epoca, talmente succinto da essere considerato esplosivo e incredibile.

Look è un altro anglicismo cui si ricorre molto ai giorni nostri. In italiano ha un campo semantico molto ristretto e definisce unicamente «l’insieme di tutti quei particolari che determinano l’immagine, lo stile di una persona o di una cosa» (Cfr. Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Il Devoto-Oli: vocabolario della lingua italiana 2011, Firenze, Le Monnier, 2010). In realtà nella sua lingua d’origine il verbo to look indica innanzitutto l’azione del guardare. Poi, come sostantivo, questo vocabolo indica lo sguardo in sé, le sembianze, la forma di un oggetto e, proprio come ultima accezione, il modo di vestire e lo stile.

Un prestito dall’etimo interessante è glamour e i suoi vari – più o meno linguisticamente accettati – adattamenti tramite suffissazione. È usato come sinonimo di fascino e charme. Dal punto di vista etimologico corrisponde a un’alterazione di grammar. Nel Medioevo quest’ultimo termine indicava spesso l’educazione e l’istruzione, ma anche le pratiche occulte delle arti magiche, che la tradizione popolare associava spesso all’erudizione.

Veniamo ora a un curioso fenomeno di slittamento di senso: la voce leggings. In origine questo capo d’abbigliamento indicava dei gambali, di solito di cuoio; oggigiorno invece può essere considerato un prestito di lusso, in quanto i leggings non sono altro che una variante sinonimica di pantacollant e di fuseaux, che a loro volta sono prestiti dalla lingua francese.

Autore dell’articolo:
Martina Rodella
Traduttrice e interprete di trattativa FR-RU>IT

Gli anglicismi della moda nei secoli (2)

 Categoria: Le lingue

È proprio nella seconda metà del XIX secolo che il lessico italiano si appropria di tutti quei termini inglesi che però, nel passaggio da un sistema linguistico-culturale all’altro, assumono significati diversi da quelli di origine. È questo il caso di smoking, attestatosi in italiano nel 1888. Corrisponde al gerundio del verbo to smoke, che significa «fumare». Si tratta dell’abbreviazione dello pseudo anglicismo smoking jacket, giacca per fumatori, o meno letteralmente «giacca da sera». In inglese questo costrutto nominale ebbe vita breve e, come spiega il Deli, fu sostituito nel secolo successivo da dinner jacket e, per indicare l’abito completo, da dinner suit. In italiano si tratta di un tipico esempio di fossilizzazione del significato in significante, tanto è vero che il Devoto-Oli lo definisce come: «giacca maschile da società, per lo più nera o bianca, con risvolti di seta; anche, l’abito completo di giacca e pantaloni scuri» (Cfr. Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Il Devoto-Oli: vocabolario della lingua italiana 2011, Firenze, Le Monnier, 2010).

Altro termine attestatosi in italiano in quella stessa epoca è slip. In italiano viene utilizzato come sinonimo di mutandine, sia intime che da bagno, mentre in inglese quasi tutti i suoi significati rimandano esclusivamente al verbo to slip, che significa «scivolare». L’unica eccezione è data dal suo uso antiquato come «pantaloncini da bagno».

La vera e propria invasione degli anglicismi nella lingua italiana, e la loro contemporanea diffusione in buona parte del mondo, risale in modo evidente alla seconda metà del XX secolo e più precisamente al secondo dopoguerra. Da questo momento in poi la nostra cultura farà tesoro di innumerevoli prestiti, anche in forma non adattata – a differenza di quanto era successo fino a pochi decenni prima – in svariati campi della vita quotidiana. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che ci sono anche molti anglicismi che entrano in forma di calco o pronunciati come se fossero termini italiani ed ergo notevolmente modificati.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Rodella
Traduttrice e interprete di trattativa FR-RU>IT

Gli anglicismi della moda nei secoli

 Categoria: Le lingue

Prima del Novecento nell’ambito italiano della moda – e non solo – predominavano dapprima lo spagnolo e in seguito il francese. A conferma di ciò Paolo Zolli afferma che nel Settecento «in molti casi le opere inglesi furono conosciute in Italia attraverso la mediazione francese, ma la Francia fu mediatrice tra l’Inghilterra e l’Italia anche per quanto riguarda la moda, le istituzioni e lo stesso fenomeno dell’‘anglomania’, che si sviluppò e si diffuse prima e più largamente in Francia che da noi» (Cfr. Paolo Zolli, Le parole straniere, Bologna, Zanichelli, 1978, p. 44). Nell’ambito del vestiario il termine redingote o redengotto è un ottimo esempio di questo fenomeno. La voce in questione, come spiega il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Cortelazzo e Zolli, proviene dal francese redingote (1725), che a sua volta è un adattamento della forma inglese riding-coat, letteralmente «abito per il cavalcare» (Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Deli, Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, Zanichelli, 1999).

Nel XVIII secolo, a causa della suddetta supremazia della moda francese oltre che della poca varietà di quella inglese, gli anglicismi dell’ambito dell’abbigliamento e della cura del corpo entrati nella lingua italiana sono veramente scarsi. Inoltre lo stile dei modelli provenienti d’oltremanica è notevolmente più sobrio e austero, perciò in qualche modo meno gradito al pubblico europeo. Tuttavia l’Inghilterra avrà la sua «rivalsa» in ambito commerciale, economico, culturale e anche linguistico grazie alla rivoluzione industriale: nella seconda metà del Settecento dalla Gran Bretagna si cominciano ad esportare, anche verso l’Italia, stoffe e macchinari tessili.

Nell’Ottocento la lingua italiana inizia quel lungo processo di arricchimento lessicale, più o meno consapevole, basato sull’introduzione di un gran numero di forestierismi, molti dei quali provenienti anche dal Regno Unito. Diversamente dal secolo precedente, tali anglicismi vengono spesso assimilati in forma non adattata e senza la mediazione della lingua francese. Anna Laura Messeri spiega che nel XIX secolo, per quanto riguarda la moda maschile, «si fa sentire l’eco della moda inglese, caratterizzata dalla linea lanciata da Lord Brummel, a cui la stessa Parigi, centro di eleganza, aveva dovuto cedere. Questo gentiluomo, instauratore di un’eleganza semplice e raffinata, [...] sarà il tipico esemplare a cui cercheranno di adeguarsi, sia nell’abbigliamento che nelle usanze del bel modo, i vari dandies o fashionable o lions del primo Ottocento» (A. L. Messeri, «Voci inglesi della moda accolte in italiano nel XIX secolo», in Lingua nostra, XV, 1954, pp. 5-10). Possiamo dunque considerare quale sia stato il valore dell’apporto sia culturale che linguistico del modello britannico, in Italia come pure su tutto il continente europeo.

La seconda parte di questo interessante articolo sugli anglicismi della moda nella lingua italiana sarà pubblicato domani.

Autore dell’articolo:
Martina Rodella
Traduttrice e interprete di trattativa FR-RU>IT

I francesismi della moda nei secoli (2)

 Categoria: Le lingue

La vera e propria invasione della cultura francese in Italia risale però al Settecento, il secolo dei lumi, dei grandi scrittori, del romanzo, del teatro, etc. Lo studioso Franco Piva ci spiega che nella sola Venezia, dal 1750 al 1790, «i titoli francesi rappresentano il 16-17 per cento del totale dei libri ufficialmente introdotti», con circa 10.000 libri scritti in francese per il periodo da lui preso in considerazione (Cfr. Franco Piva, Cultura francese e censura a Venezia nel secondo Settecento, Venezia, Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, 1973, pp. 97-98). L’influsso dunque fu massiccio e riguardò tanto la letteratura quanto gli studi di grammatica, tanto la storia quanto la società, gli usi e i costumi. Tutta questa influenza francese non trovò solo entusiasti sostenitori ma anche acerrimi avversari, puristi che si opposero alla gallofilia.

Per quanto riguarda la moda, il dominio culturale spagnolo regredì velocemente, lasciando spazio a quello francese, che si diffuse «in Europa attraverso bambole vestite con gli ultimi modelli» (Cfr. Paolo Zolli, op. cit., p. 21) e per mezzo delle riviste. Molte parole del campo semantico della moda, dell’acconciatura e della produzione di stoffe, risalgono a questo periodo, come toletta (in molte varianti toilette, toelette, toeletta, teletta, toletta, tavoletta e che il Devoto-Oli spiega così: derivato di toile «tela», propriamente «piccola tela», cioè la balza ricamata o guarnita di volants disposta come guarnizione intorno al mobiletto su cui erano disposti i vasi con gli unguenti, le boccette dei profumi, le spazzole, etc. – Cfr. Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Il Devoto-Oli: vocabolario della lingua italiana 2011, Firenze, Le Monnier, 2010), corsè (1709), redengotto (1748, di origine inglese ma trasmessoci dal francese e utilizzato nella mia traduzione nella variante sinonimica finanziera), coccarda, cravatta, taffetà, satin, flanella, peluche, etc.

Nell’Ottocento l’influsso del francese in Italia riguarda piuttosto l’ambito politico, amministrativo e militare, mentre per quanto riguarda il campo della moda i contributi dal francese sono sempre meno numerosi e lasciano sempre più posto, senza però scomparire, all’apporto, in tempi molto più attuali, dell’inglese.

Autore dell’articolo:
Martina Rodella
Traduttrice e interprete di trattativa FR-RU>IT

I francesismi della moda nei secoli

 Categoria: Le lingue

La corposa invasione dei francesismi della moda e del costume nella lingua italiana coincide con il XVIII secolo, ma già due secoli prima cominciavano a registrarsi le prime influenze. Tuttavia nel 1500 si trattava principalmente di episodi sporadici o destinati a scomparire in breve tempo, termini utilizzati nelle parlate locali e spesso legati a referenti solo francesi. Eppure Paolo Zolli, ne Le parole straniere (Bologna, Zanichelli, 1978, pp. 14 e succ), ci indica alcuni importanti francesismi entrati in uso già nel XVI secolo e sicuramente fondamentali ancora oggi. Ecco allora abbigliare (B. Castiglione) e abbigliamento (N. Machiavelli) e poi livrea, martingala e passamano, solo per riportare alcuni esempi.

Nella prima metà del Seicento l’influsso spagnolo dei secoli precedenti è ancora preponderante, ma nella seconda metà del secolo sarà il francese a prevalere, preannunciando così il suo dominio linguistico-culturale del secolo successivo. Nel XVII secolo verranno pubblicati i primi dizionari bilingui, dimostrazione questa dello sviluppo dei rapporti tra i due paesi, e, per quanto riguarda il campo della moda, la lingua italiana acquisirà molti e importanti francesismi. Primo fra tutti la parola moda (dal francese mode, derivato dal latino modus che significava approssimativamente «modo, foggia»), la cui prima attestazione risale al 1649 (A. Lapugnani). Oggigiorno questa voce ha acquisito ulteriori sfumature di significato, attestandosi anche in altri linguaggi specialistici, quali quello della matematica. Allo stesso periodo risalgono anche giustacuore, stoffa, mantò, lingeria, parrucca… e molte altre parole riguardanti sia l’ambito della moda che quello della vita in società.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Rodella
Traduttrice e interprete di trattativa FR-RU>IT

Traduzione e Tecnologia oggi (2)

 Categoria: Strumenti di traduzione

Tradurre i File .XTG

Come già detto, per tradurre i file QuarkXpress in Trados Studio, prima bisogna esportarli in un formato che possa essere processato in Trados Studio e poi essere reimportato in QuarkXpress dopo la traduzione.

Preparazione

Per preparare i file in QuarkXpress:

• Se si ha un solo livello, esportare in formato XTG (XPress Tagged Text) e selezionare il sistema di codifica Unicode (UTF – 16).
• In caso di più livelli, SDL consiglia di esportare il contenuto QuarkXpress in formato TAG utilizzando il plug-in CopyFlow Gold.

Per preparare i file in SDL Trados Studio:

1. Selezionare Strumenti > Opzioni dalla barra del Menu. Si apre la finestra di dialogo Opzioni, dove è possibile specificare le impostazioni sul tipo di file.
2. Selezionare Tipo di file > Export QuarkXpress> Impostazioni filtro QuarkXpress dall’albero di navigazione. A destra vengono visualizzate le impostazioni di filtro QuarkXpress.
3. Specificare le proprie impostazioni.
4. Selezionare Tipo di file > Export QuarkXpress> Verifica tag dall’albero di navigazione. A destra vengono visualizzate le impostazioni di Verifica Tag.
5. Specificare le proprie impostazioni e fare clic su OK per chiudere la finestra di dialogo.
6. Una volta completate traduzione e revisione, riconvertire il documento tradotto in formato XTG o TAG.

Post-lavorazione

• Selezionare File > Salva target come dalla barra del menu.
• Se si lavora con progetti, selezionare Progetto > Batch Tasks> Finalizza dalla barra del menu.
• Reimportare il file XTG o TAG in QuarkXpress.

(* Fonte: SDL Format Guide)

Questo era solo un esempio per dimostrare che, per avanzare nella professione di traduttore, è necessario un controllo più ampio della tecnologia. Troppo spesso, i workflow dominanti nel settore impongono le proprie tecnologie e procedure. Invece, solo quando i traduttori hanno una conoscenza critica degli strumenti a disposizione, possono dirsi in totale controllo della loro professione e del loro mercato.

Autore dell’articolo:
Natalia Amatulli
Traduttrice professionista DE-EN-FR>IT

Traduzione e Tecnologia oggi

 Categoria: Strumenti di traduzione

Negli ultimi decenni, i progressi tecnologici e la globalizzazione hanno spinto il lavoro del traduttore verso molte nuove realtà. La crescita esponenziale delle informazioni da tradurre e la presenza di strumenti di traduzione assistita e memorie di traduzione hanno cambiato non solo la procedura di lavoro del traduttore, ma anche i rapporti con i clienti.

Di fatto, nell’attuale realtà professionale la tecnologia non è un’opzione, ma un obbligo. In un certo senso, tutte le traduzioni vengono svolte con il supporto di computer e i vantaggi rappresentati dalla tecnologia sono talmente grandi da non poter essere negati.

Tuttavia, quando si tratta di traduzione tecnica e della traduzione di manuali, vi sono anche delle problematiche tecnologiche che il traduttore deve affrontare e risolvere per poter soddisfare le esigenze del cliente. Esse possono riguardare, ad esempio, un aspetto apparentemente semplice come il formato dei file da tradurre. Può succedere, infatti, che il traduttore debba trovare soluzioni per lui nuove che implicano l’uso di nuove tecnologie. E ogni nuova tecnologia richiede nuovi investimenti, non solo in termini di acquisto di strumenti, ma anche in termini di apprendimento.

L’investimento in una determinata tecnologia può essere fondamentale se si vuole stare al passo con le evoluzioni del mercato e con le esigenze dei clienti. E il salto solitamente si fa quando un cliente o un intermediario offre al traduttore un lavoro che richiede competenze nell’uso di un nuovo strumento. A quel punto, si deve imparare molto rapidamente, ma almeno si ha la sicurezza di poter offrire lo strumento giusto per il progetto proposto.
È il caso di manuali creati con QuarkXpress, un’applicazione di Desktop Publishing per Mac OS e Windows destinata all’impaginazione di documenti complessi come riviste, giornali, libri, manuali, in un ambiente WYSIWYG (What You See Is What You Get, “quello che vedi è quello che è”). Per lavorare questo tipo di file con gli strumenti di traduzione assistita, si deve prima trovare un CAT che li supporti; poi vanno esportati in un formato che sia compatibile con il CAT per essere infine reimportati in QuarkXpress, una volta tradotti.

Che cos’è un file XTG?

Quando mi è stato chiesto per la prima volta di tradurre un manuale diviso in 300 file .xtg, per prima cosa ho dovuto documentarmi su cosa fosse un file .xtg: dopodiché, insieme al cliente, abbiamo dovuto fare diversi tentativi prima di trovare il modo migliore per preparare i file per la traduzione, definendo gli strumenti che entrambi dovevamo avere per questo tipo di progetti. Da parte mia, dovevo trovare un CAT che fosse compatibile con questi file, e la mia scelta è ricaduta su Trados Studio 2011.

Ma torniamo alla definizione di file .xtg: si tratta di un file taggato generato da Quark, che può essere reimportato in Quark dopo la traduzione. Per estrarre i testi da Quark, si possono usare altri filtri, ad esempio Trados Story Collector o CopyFlow. Nel mio caso, il cliente ha scelto CopyFlow, che consente all’utente finale di rimportare ed esportare automaticamente i testi in documenti QuarkXpress.

Dopo svariate prove, vane, per ottenere il risultato desiderato una volta importati i file tradotti in QuarkXpress, abbiamo definito il seguente workflow.

La seconda parte di questo articolo su Traduzione e Tecnologia sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Natalia Amatulli
Traduttrice professionista DE-EN-FR>IT

L’adattamento cinematografico (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Nonostante le molteplici divergenze tra letteratura e cinema esse presentano anche degli elementi in comune. Entrambe presentano una storia che si sviluppa, una trama, dei personaggi. Entrambe hanno un destinatario e, soprattutto, entrambe hanno bisogno di un testo letterario di partenza che nel caso del cinema prende il nome di “sceneggiatura”, un momento di passaggio che si può definire necessario e dal quale l’adattatore trae spunto per adattare un’opera.

L’adattamento riguarda anche i dialoghi: innanzi tutto nei libri non ci sono attori che recitano le battute e, fatto ancora più importante, i libri sono redatti nella lingua del lettore. L’adattamento, in questo senso, si occupa di riportare i dialoghi del libro sulla pellicola. Si può parlare di doppiaggio. Il doppiaggio trova le sue origini nel 1927 quando, dove fino a quel momento venivano proiettati esclusivamente film muti, venne proiettato il primo film sonoro della storia del cinema “The jazz singer” di Alan Crosland in cui fu recitata la prima battuta “Wait a minute you ain’t heart no thing yet”. Il doppiaggio è una tecnica che appartiene alla traduzione audiovisiva attraverso la quale i dialoghi originali vengono tradotti per un’utenza diversa da quella per la quale il film è stato girato. L’obiettivo è quello di superare tutte le diversità, non solo quelle linguistiche ma anche quelle culturali. Strettamente legata al doppiaggio è la questione del sincronismo. Quest’ultimo è una tecnica che consiste nel raggiungere una corrispondenza tra i movimenti connessi alla produzione orale e la struttura acustica del messaggio effettivamente percepito. Il sincronismo si dirama in sincronismo articolatorio e sincronismo paralinguistico. Il sincronismo articolatorio si dirama a sua volta in sincronismo qualitativo e quantitativo. Il sincronismo qualitativo si occupa della corrispondenza dei suoni emessi con i movimenti delle labbra effettivamente visibili. Mentre il sincronismo qualitativo lavora sulla velocità dell’enunciato e fa sì che la quantità di suoni emessi sia pressoché la stessa in entrambe le lingue per raggiungere una simultaneità con l’inizio e la fine dell’enunciato.

L’adattamento cinematografico è dunque un lavoro che richiede impegno. La figura dell’adattatore è estremamente importante anche in materia di divulgazione dell’opera che viene adattata, infatti, una versione cinematografica può contribuire ad un accrescimento del successo della stessa.

Autore dell’articolo:
Gabriele Di Febbo
Traduttore
Atri (TE)

L’adattamento cinematografico

 Categoria: Servizi di traduzione

Il cinema per esprimersi ha bisogno di una lingua, o meglio, di un linguaggio che in questo ambito prende il nome di “Linguaggio cinematografico”. Quest’ultimo è un particolare tipo di linguaggio, in opposizione al linguaggio verbale, grazie al quale è possibile giungere al significato attraverso l’unione della parola con il gesto. Può essere considerato il linguaggio delle immagini, in cui è proprio l’immagine a trasmettere informazioni. L’espressione attraverso l’immagine viene resa possibile anche da uno strumento del quale il cinema si avvale: il montaggio, ossia la tecnica che consente di riprodurre concetti astratti o difficilmente riproducibili. Le immagini e il montaggio sono entrambi elementi che contribuiscono a delineare la vera natura intrinseca del linguaggio cinematografico vale a dire la sua universalità. Infatti l’espressione attraverso l’immagine supera il problema delle barriere linguistiche e assicura una comprensione condivisa ed universale.

Ma adesso vorrei trattare di come avviene il processo di adattamento da romanzo a film, ossia, di come viene tradotto il linguaggio della letteratura in linguaggio cinematografico. Più precisamente, l’adattamento è un processo di traslazione attraverso il quale si crea una nuova opera partendo da un’opera preesistente laddove la nuova opera non utilizza per niente o non utilizza solamente le stesse materie d’espressione dell’opera preesistente. Vengono messi a confronto due tipi di linguaggio: quello della letteratura e quello cinematografico, il primo utilizza il segno scritto, il secondo le immagini. Il compito dell’adattamento cinematografico è tradurre le parole (segni scritti) in immagini (immagini filmiche). Non si tratta di una traduzione letterale e pedissequa in cui si mira alla mera riproduzione parola per parola, bensì si tratta di una traduzione dei concetti. Per questo motivo numerosi linguisti e semiologi hanno elaborato il concetto di isotopia ossia delle linee di coerenza testuali che traducono in base a delle somiglianze sulla base dei contenuti. Si individuano tre tipologie di isotopie: tematiche, figurative e patemiche. Quelle tematiche si occupano di riprodurre i temi che vengono tradotti sia nel romanzo che nel film, le figurative trattano dei dati oggettivi attraverso i quali vengono a loro volta trattati i temi, infine le patemiche che invece riguardano i personaggi e la loro evoluzione nel corso della vicenda.

Il processo d’adattamento, trasformando le parole in immagini, comporta un cambiamento di testo trasformando il testo letterario in testo audiovisivo. Quest’ultimo è un testo in cui coesistono fattori di natura eterogenea e nel quale si sviluppano due codici di comunicazione: il primo codice, definito “audio-orale”, è quello al quale appartiene il linguaggio verbale ed è il codice dei suoni, dei dialoghi, delle musiche ecc. Il secondo codice è quello “visivo” al quale appartengono i fattori paralinguistici quali la prossemica, la mimica, i colori ecc. Questi codici interagiscono dando luogo ad un significato.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Gabriele Di Febbo
Traduttore
Atri (TE)

La storia della traduzione dagli arabi

 Categoria: Storia della traduzione

Gli arabi conoscevano la traduzione sin dai tempi antichi in quanto viaggiavano tutto l’anno in diversi paesi per fini commerciali. Furono quindi influenzati dai popoli stranieri in vari aspetti della vita. Conobbero i Persiani e citarono alcune parole persiane che comparvero in seguito nella letteratura araba. Un esempio di questo è Al-Ahasha, uno dei grandi poeti arabi, che riportò parole persiane nelle sue poesie.
Successivamente, conobbero anche i loro vicini: i bizantini. Gli arabi cominciarono così anche a comunicare con i tre popoli che li circondavano: i romani a nord, i persiani a est e gli etiopi a sud. Era quindi difficile comunicare senza la traduzione anche se era ancora nella sua fase primaria.

Nell’era Omayyade, e vista l’attenzione del principe Khaled Ibn Yazid Ibn Moaoya sull’importanza della traduzione, furono tradotti in arabo tanti libri di poemi.

La traduzione invece, nell’epoca Abbaside, cominciò dopo le conquiste arabe e l’espansione degli arabi a est e a ovest. Nell’era summenzionata, in particolare, fu incrementata la necessità dell’interpretazione, ciò portò gli arabi a tradurre le scienze greche: Astronomia, Medicina, Matematica, Filosofia e Musica, oltre a tradurre alcune opere letterie persiane.
In seguito fu anche iniziata la traduzione di alcune opere dall’arabo in diverse lingue straniere.

All’epoca del Califfo Harun El-Rashid, che percepì il valore dell’interpretazione, fu fondata
“La Casa della Sapienza” a Bagdad al fine di attivare ed estendere questo gran lavoro. Pertanto, la traduzione arrivò ad una fase evoluta tanto che lo stesso Califfo donava ad alcuni traduttori come Hanin Ibn Isac, l’equivalente del peso dei libri tradotti, in oro.

Nel IX secolo DC, gli arabi tradussero nella propria lingua la maggior parte delle opere di Aristotele e molti altri libri, il cui testo originale greco andò perso, ma grazie alla traduzione araba, le predette opere furono ritradotte dall’arabo al greco. Ciò significa che se non si fossero tradotte in arabo, si sarebbero perdute definitivamente.

A tal proposito, gli Orientalisti, evidenziarono il ruolo effettivo degli arabi e delle loro scienze nella Civiltà Europea. Questo, lo affermarono anche alcuni Scrittori occidentali, tra cui Goethe (1749-1832), il famoso letterato tedesco.

Autore dell’articolo:
Fatma Fawzy
Farmacista e Traduttrice
Il Cairo (Egitto)

L’Arabo: quando la lingua diventa musica

 Categoria: Le lingue

Chi non ha mai detto la frase: “Questo è arabo per me?”

Ebbene sì la lingua araba, come la maggior parte delle lingue orientali di origine non latina, presenta una struttura grammaticale e lessicale complessa ma contenente, al contempo, un forte tono di musicalità che contribuisce ad “addolcire” quei suoni che a primo ascolto risultano troppo “decisi” a noi occidentali.

Non a caso, la parola Corano con cui si indica il libro sacro dell’Islàm, significa “recitazione” e ogni sura cioè, “verso”, in esso contenuta è recitata cantando. A riguardo, vi sono molteplici esempi nel web che dimostrano la concentrazione di tutti coloro che si cimentano nell’ardua impresa di imparare a memoria ogni sura del Corano e cantarla poi “a cappella”, facendo coincidere ad ogni lettera o intera parola un preciso suono.

A mio avviso, la musicalità della lingua araba traspare anche solo da piccole preposizioni; tant’è che a Damasco, in Siria, nel più noto istituto d’insegnamento di lingua araba per stranieri alcuni maestri che ho avuto la fortuna di incontrare cercavano di far memorizzare i difficili suoni dell’arabo creando delle “musichette”, ad esempio: in arabo alcune delle preposizioni usate per formare il tempo condizionale sono (da destra a sinistra) إذا- كلما- لو- لولا che traducono, in maggior modo, le corrispondenti particelle italiane “se” e “se non”. Andando a ritmo di musica e leggendo tali parole con la pronuncia araba “idacullàmà-laulaulà” immaginate d’intonare il motivetto italiano trullallerotrullallà (per intenderci).

Qui ho riportato l’esempio specifico dell’arabo ma, in teoria, il concetto di “musicalità” varia di lingua in lingua. Quante volte canzoni tradotte in italiano dall’inglese non hanno poi avuto lo stesso successo e la stessa orecchiabilità? Questo perché quando si scrive una canzone in una determinata lingua ogni nota e singola pausa si adagia su quella lingua, come a dire che un vestito fatto su misura su una persona può dare automaticamente lo stesso effetto se indossato da un’altra persona e apportandovi solo qualche modifica. Ma si dovrebbe essere consapevoli che non è così.

Non è così perché il lavoro del traduttore va ben oltre la semplice e letterale traduzione. Luoghi comuni tendono a ritenere che già da una prima fase di traduzione il testo sia pronto. Ma, riprendendo la metafora citata, il sarto=traduttore entra in confidenza con il vestito=testo che ha per le mani, lo scruta attentamente, lo capovolge, stravolge dalla testa ai piedi e lo rende il più possibile aderente alla persona=lingua che dovrà poi indossarlo=veicolarlo.

E la musicalità risulta essere un fattore importante che aiuta a rendere il lavoro più piacevole, l’ascolto più comprensibile e l’interpretazione più univoca.

“La bellezza di un uomo sta nell’eloquenza del suo linguaggio”- proverbio arabo

Autore dell’articolo:
Delia Martusciello
Assistente di direzione
Traduttrice free-lance
Napoli