Lingua e dialetto, solo diversi ruoli sociali

 Categoria: Le lingue

Le lingue sono spesso oggetto di numerosi pregiudizi, uno dei maggiori colpisce il dialetto, come un codice linguistico subordinato alla lingua, per lo più alle lingue ufficiali, considerate di maggior prestigio, più ricche o complesse rispetto a sistemi linguistici minori o “lingue minoritarie”. Queste ultime sono lingue parlate in aree meno estese rispetto alla lingua ufficiale, che in effetti gode del riconoscimento del potere politico ed è dunque adottata da un’intera comunità, nell’intero territorio di uno Stato.

Al di là di questa differenza territoriale e sociale, ogni dialetto, come una lingua, è un sistema linguistico a tutti gli effetti, dotato dunque di un sistema fonetico, morfosintattico e lessicale, anche se magari proprio a livello lessicale può presentarsi meno complesso rispetto ad una lingua ufficiale adottata in tutti i campi, anche quelli istituzionali, scientifici, tecnici e giuridici. Possiamo quindi affermare che i dialetti non sono un qualcosa di subordinato rispetto alla lingua, non sono codici secondari, ridotti o imperfetti, ma codici rispondenti a proprie norme linguistiche, esattamente come una lingua.

L’unica sostanziale differenza tra lingua e dialetto, è una differenza socio-culturale, cioè il diverso ruolo sociale che un dialetto ha assunto nel corso della storia rispetto ad un altro; in quanto quella che oggi è riconosciuta lingua ufficiale non è altro che un dialetto, che ha però avuto la fortuna di essere adottato nei luoghi del potere, e di conseguenza dalle istituzioni, dai media e di pari passo dalla popolazione che nei secoli ha dovuto abbandonare la sua lingua originaria per adattarsi a quella diffusasi nella società. Questo è quanto accaduto ad esempio al francico in Francia, al castigliano in Spagna ed al toscano in Italia.

Il francese standard o ufficiale non è altro che l’evoluzione del dialetto della regione dell’Île de France, il francico, che con lo sviluppo di Parigi come centro culturale, commerciale e soprattutto politico del paese, cominciò ad imporsi su tutti gli altri dialetti del territorio francese, allargando man mano il suo raggio di espansione, da Parigi fino ad arrivare alle zone meno centrali.
Allo stesso modo il castigliano, dialetto della centrale regione spagnola della Castiglia, il cui predominio sul resto del territorio spagnolo, ha fatto sì che lo stesso dialetto si diffondesse in tutta la Spagna, fino ad essere riconosciuto lingua ufficiale della penisola.
Infine il toscano in Italia, adottato come lingua comune in un territorio pur non ancora unificato, grazie sia al suo prestigio letterario che alla sua posizione centrale, tra stati settentrionali e meridionali.

A favore della diffusione di una lingua comune, gran parte dei dialetti tendono a scomparire, perdendo man mano terreno anche nella vita quotidiana, causando di conseguenza la scomparsa di intere culture, di cui le lingue sono espressione. Proprio per questo, oggi più che mai, ci si sta battendo per la tutela e la salvaguardia delle lingue minoritarie.

Autore dell’articolo:
Alessandra Micco
Traduttrice ES-FR>IT
Sant’Angelo a Cupolo (BN)

La traduzione dal punto di vista semiotico(2)

 Categoria: Traduttori freelance

Se c’è differenza nella materia di espressione ci troviamo in un terreno nel quale la traduzione fa fronte ai suoi limiti e conviene piuttosto parlare di interpretazione.
Interpretare, quindi, non è tradurre, giacché questa equivalenza sarebbe profondamente riduttiva; ciò non significa però, che non possa essere vero il contrario. Tradurre, infatti, suppone un processo previo di interpretazione del messaggio: quando traduciamo, il primo passo è decidere che cosa ha voluto dire l’autore in quella determinata frase, in quel determinato testo. Tale operazione costituisce un’interpretazione e riformulazione del testo. Se il segno rappresenta un oggetto, nell’ambito della traduzione è proprio il traduttore l’interpretante del segno, colui che dovrà decidere che cosa esso rappresenta e come trasferirlo al sistema semiotico della lingua di destinazione, processo che spesso si rivela difficoltoso poiché le lingue possiedono modi diversi di esprimere lo stesso concetto e frequentemente si verificano ambiguità. Da questo punto di vista dunque, interpretare non è tradurre, ma è un’operazione che si rende necessaria perché una traduzione sia in realtà una buona traduzione. Il traduttore dovrà prendere decisioni alcune volte arbitrariamente, e risolvere problemi nella maniera più rapida ed efficace. Se consideriamo la traduzione come un gioco semiotico, vedremo come l’interpretazione dei segni sia un processo che genera continuamente nuovi significati.

Tradurre è un compito per certi versi arduo, nel quale entrano in gioco una molteplicità di fattori che si completano l’uno nell’altro e che sono per questo imprescindibili; considerare la traduzione semplicemente come un atto di sostituzione di una parola con un’ altra linguisticamente equivalente, significherebbe spogliare il testo di tutte le connotazioni culturali, dei riferimenti extra linguistici, significherebbe ignorare il contesto e i richiami intertestuali. Allo stesso modo, tradurre un testo con il solo obiettivo di trasmettere il messaggio comporterebbe dimenticare tutta la dimensione estetica, il ritmo, lo stile dell’ autore, il genere narrativo.
Per concludere, propongo una citazione di Umberto Eco, che rivisita il concetto di source text e target text, parlando di “testo fonte” e “testo foce”, introducendo una distinzione semantica tra delta ed estuario:

Forse ci sono testi fonte che nella traduzione si allargano a imbuto [...] e testi delta, che si ramificano in molte traduzioni ciascuna delle quali ne impoverisce la portata, ma tutte insieme creano un nuovo territorio, un giardino dai sentieri che si biforcano” (Eco, 2003: 195)

Autore dell’articolo:
Marta Zottino
Laureata in Lingue e Letterature Straniere
Traduttrice EN-ES-PT-CA>IT

La traduzione dal punto di vista semiotico

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione può essere analizzata sotto diversi punti di vista: in questo articolo propongo di partire dal rapporto che esiste tra segno, oggetto ed interpretante, considerando perciò l’atto di tradurre come un processo che si origina nell’interpretazione dei segni da parte del traduttore.

Secondo Umberto Eco, tradurre non significa semplicemente trasferire da una lingua all’altra una parola, una frase, un testo, cioè non significa “dire la stessa cosa” in un’altra lingua. Più propriamente, tradurre potrebbe significare dire quasi la stessa cosa; a questo punto ci si chiede che cosa significhi quel quasi. Eco pone l’accento proprio su questa parola e ne fa nucleo della questione: “Stabilire la flessibilità, l’estensione del quasi dipende da alcuni criteri che vanno negoziati preliminarmente” (Eco, Dire quasi la stessa cosa: esperienze di traduzione. Milano: Bompiani 2003:10). Il quasi diventa il centro e la chiave di lettura del problema, il mondo di possibilità che si apre tra il testo originale e il testo tradotto costituisce la vera traduzione, con le sue compensazioni, con i suoi suggerimenti. In questo processo la semiosi ha un ruolo fondamentale, nel senso che tanto la traduzione quanto il processo semiosico comportano un’operazione di interpretazione di un segno per mezzo di un oggetto o di un altro segno, la qual cosa genera infinite possibilità di semiosi così come sono infinite le possibilità di traduzione.

Nel processo semiotico, e cioè in quel processo di interpretazione di un segno o di un sistema di segni, sono necessari per lo meno tre elementi: il primo è naturalmente il segno; il secondo è l’oggetto che il segno rappresenta; il terzo elemento fondamentale, senza il quale non è possibile che si crei alcuna semiosi, è l’interpretante. Naturalmente quando si traduce da una lingua a un’altra l’interpretante è un interprete, un soggetto cosciente e attivo che si muove tra due sistemi di segni differenti; a questo punto la questione si fa più complessa e articolata giacché potrebbero sorgere le domande: interpretare è tradurre? E viceversa, tradurre è interpretare?

Definire i limiti tra interpretazione e traduzione è un compito abbastanza difficile. Secondo quanto sostiene Eco, l’idea dell’esistenza di un’identificazione tra interpretazione e traduzione proviene dalla tradizione ermeneutica, secondo la quale ogni processo interpretativo è innanzitutto un tentativo di tradurre un messaggio. Ciononostante, la riflessione che il discorso ermeneutico suggerisce esige un chiarimento, poiché “l’universo delle interpretazioni è molto più vasto di quello della traduzione propriamente detta” (Eco, 2003:234).

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Marta Zottino
Laureata in Lingue e Letterature Straniere
Traduttrice EN-ES-PT-CA>IT

L’importanza di capirsi

 Categoria: Le lingue

Fin da piccola ho pensato che la conoscenza delle lingue straniere fosse un fattore determinante e molto importante nella vita di tutti noi.

Riuscire a capirsi “con il mondo” è fondamentale, a volte è già difficile farlo con le persone che parlano la stessa lingua, lo so, ma è importante capire culture, esperienze e tecnologie che provengono da realtà diverse dalle nostre, che possono solo arricchirci, soprattutto al giorno d’oggi in cui siamo un tutt’uno con ciò che ci circonda.

Essendo nata a Buenos Aires (da genitori italiani), la mia madrelingua è lo spagnolo, ma fin da bambina mia madre ha ben pensato di insegnarmi “tutto” dell’Italia, il suo amato paese, quindi letteratura, geografia, storia, e, ovviamente, la lingua. Non contente di ciò abbiamo pensato che la lingua inglese fosse di vitale importanza e nonostante si stia parlando di una quarantina di anni fa, l’idea è stata illuminante.

L’importanza di visitare paesi diversi dai nostri e poter colloquiare con chi ci accoglie è a dir poco indispensabile. Poi ci sono le lingue che si imparano “per amore”, a me è capitato con il greco moderno e devo dire che ero molto invidiata da molti miei connazionali residenti in Grecia per come riuscivo a destreggiarmi senza alcun problema. Non ne faccio un vanto, è stata solo passione.

L’importanza di trasferire poi la tecnologia italiana verso l’estero e viceversa dà una marcia in più al mondo intero e permette che questo pianeta così bistrattato proprio da noi uomini possa in qualche modo essere “guarito” sfruttando le conoscenze ed il sapere del mondo intero, grazie proprio a questi scambi di know-how.

Tradurre è un arte
, l’arte di comprendere a fondo prima, per far capire agli altri poi, il significato delle espressioni che regolano il nostro vivere.

Autore dell’articolo:
Marina Faccin
Traduttrice
Padova

Tradurre, infedele fedeltà

 Categoria: Traduttori freelance

L’equivalenza: ecco il fine di ogni traduzione.
Joseph Joubert, Pensieri, 1838 (postumo)

A detta di molti – nella maggior parte dei casi inesperti – conoscere una lingua e saperla tradurre vanno di pari passo. Non è così. I meccanismi, le competenze e le conoscenze in gioco sono sensibilmente differenti.
Per tradurre bisogna innanzitutto conoscere, questo è chiaro, ma conoscere vuol dire soprattutto saper analizzare, essere in grado di addentrarsi nel testo di partenza per scoprirne i punti critici e le spigolosità per risolverli poi nel migliore dei modi nel testo d’arrivo.

Chiunque voglia intraprendere il mestiere di traduttore deve prima di tutto avere la passione di tradurre. È una strada molto complessa e un percorso formativo a tutto tondo è imprescindibile: la traduzione tecnica non può escludere quella letteraria e viceversa. Questo, ho avuto modo di appurarlo nel corso della mia carriera universitaria. Un connubio – permettetemi il termine – quello tra i due tipi di traduzione, che mi ha permesso di capire la sottile differenza tra “tradurre ciò che dice il testo” e “tradurre il senso del testo”. Nel primo caso siamo a un livello meramente linguistico di trasposizione testuale da una lingua all’altra, nel secondo, invece, siamo a uno stadio superiore: riuscire a tradurre il senso dell’originale pur utilizzando parole diverse.
Per capire meglio il discorso, prendo a titolo esemplificativo l’incipit di un romanzo che ho tradotto per la mia Tesi di Laurea Magistrale, Ce que j’appelle oubli di Laurent Mauvignier, testo peraltro pubblicato pochi mesi fa da Feltrinelli Editore:

et ce que le procureur a dit est qu’un homme ne doit pas mourir pour si peu, […]

Si tratta di una frase brevissima che mi aiuta però a evidenziare che una traduzione prettamente linguistica non è efficace tanto quanto una traduzione del senso e dell’intento dell’autore e del testo originale. L’istinto di fedeltà nei confronti dell’originale porterebbe a tradurre, sulle prime:

e ciò che il procuratore ha detto è che un uomo non deve morire per così poco, […]

Una traduzione corretta, certo – quantomeno a livello linguistico – ma che nella volontà di rimanere fedele all’originale, finisce per tradirlo al tempo stesso. La frase di Mauvignier voleva suonare in francese come una sentenza, un verdetto del procuratore, ponendo l’accento su due punti essenziali del testo “et” e “procureur”. Di qui, la scelta di tradurre come segue:

e il procuratore ha detto che un uomo non deve morire per così poco, […]

Tradurre è anche e soprattutto questo: non tradire per dire, traducendo, in un’altra lingua.

Autore dell’articolo:
Andrea Peluso
Traduttore EN-FR>IT
Bergamo

Traduzione intersemiotica in Kara Walker (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

A questo genere di traduzione appartengono molti panorami su muro di Kara Walker che prevedono un’allusione diretta a personaggi o sequenze narrative tratte dai classici americani del periodo pre, post e contemporaneo alla guerra civile. Il sistema di rimandi da un testo a un altro crea una serie di influssi reciproci tra testi e, come sostiene Bruno Osimo, dimostra che, non solo la letteratura, ma più in generale la cultura, è un sistema dinamico di influenze pluridirezionali.

Per comprendere al meglio il modo in cui tre meccanismi linguistico-letterari – traduzione intersemiotica, riscrittura e intertestualità – lavorano insieme nell’universo semiotico di Kara Walker passiamo all’analisi dell’opera già citata. Si tratta di un’esposizione, personalmente visitata e fruita, curata da Olga Gambari presso la Fondazione Merz di Torino. A Negress of Noteworthy Talent è chiaramente un titolo provocatorio e ironico. La ricchezza dell’esposizione nasce dal contatto tra sistemi semiotici diversi e compresenti: installazione, video e scenografia, collage, miniature di sculture in rame, walldrawing e tempere, che generano un coinvolgimento sinestetico del soggetto/spettatore senza pari. In particolare, gli acquerelli preparatori introducono il tema e i personaggi con i riferimenti ai testi rimaneggiati e trasmutati. Topsy e Huckleberry Finn, immagini stereotipate, rappresentano il primo rimando intertestuale a due testi appartenenti al canone americano: Uncle Tom’s Cabine The Adventures of Huckleberry Finn. Nell’opera di Twain, Huck è il protagonista bianco attorno a cui si sviluppa una narrazione realistica, contestualizzata nel periodo precedente alla guerra civile, nella Mississippi Valley. Le avventure di Huck come mito dell’innocenza e della libertà vengono superate e sviluppate in una nuova storia, su parete bianca e in immagini di silhouettes nere molto grandi, in cui il nuovo protagonista è inaspettatamente nero. L’opera di Walker dunque viene a stabilirsi come richiamo intertestuale strategico, che ripesca dalla tradizione e rielabora manipolando, riscrivendo. La traduzione intersemiotica rispetto al romanzo di Twain è infatti una riscrittura basata sui temi della razza, dell’alterità e dell’identità nera. Non a caso, infatti, Huck si trasforma in un bambino dai tratti africani, nudo e scalzo che, in piedi sulla schiena di un uomo bianco, diviene il racconto di rivalsa della comunità afro-americana.

Nell’opera di Kara Walker, cosi come in tutto il relativo corpus artistico, lo stesso spazio dell’installazione è atto traduttivo e sovversivo, in cui la citazione e la riscrittura si configurano come strategie che mirano alla ricostruzione di un significato, che qui è passato, storia e identità culturale. L’Huck nero è la figura che personifica ed è conforme, per le sue caratteristiche fisiche e facciali, a formule reiterate e stereotipiche dell’identità nera, e ne costituisce allo stesso tempo una trasposizione ironica e contaminata, per il suo ruolo indiscusso di protagonista. Figura centrale di una nuova epopea di riscatto, è il vero frutto di una riscrittura nella modalità della traduzione intersemiotica, che incarna la mitologia degli oppressi e la loro vendetta collettiva e si fa portavoce di una storia troppo a lungo taciuta.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

Traduzione intersemiotica in Kara Walker

 Categoria: Traduzione letteraria

Nel corso dei secoli la letteratura è stata utilizzata come mezzo di espressione dell’alterità, delle culture – nere – della differenza. In particolare, l’atto di appropriarsi della parola scritta ha rappresentato, soprattutto per la cultura afro-americana con la sua storia di abusi, schiavitù e voci silenziate, un gesto di risarcimento e affermazione che non si è compiuto seguendo la strada della mera imitazione ma che ha seguito nuovi percorsi rinnovando e sconvolgendo vecchie categorie letterarie canoniche, non adattabili ai suoi nuovi contenuti.
Le alterazioni e le modificazioni di tecniche di espressione e di narrazione convenzionali riescono a realizzare il superamento della tradizione, attuano una riconfigurazione e necessitano di una nuova conseguente interpretazione. Interpretare è anche tradurre.

Il linguista Jakobson fu il primo a dare la definizione di traduzione, distinguendone tre tipi differenti: la traduzione intralinguistica, la traduzione interlinguistica, la traduzione intersemiotica. In questo articolo approfondiremo la definizione di quest’ultima, la sua relazione con un modus operandi tipico degli scrittori e degli artisti neri e, in particolare, utilizzeremo come esempio di tale pratica parte dell’opera di Kara Walker A Negress of  Noteworthy Talent,
in cui l’atto traduttivo si esplica nella trasposizione di materiale linguistico-letterario in narrazione visiva su panorami murali. Dalla parola all’immagine dunque.

Nelle parole di Jakobson, la traduzione intersemiotica o trasmutazione consiste nell’interpretazione dei segni linguistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici.
Per riuscire a comprendere a fondo il modo in cui Kara Walker ‘traduce’ i classici della letteratura americana, dapprima manipolandoli e successivamente esprimendoli per mezzo di un canale diverso, bisogna sicuramente tenere a mente che la traduzione, da un punto di vista teleologico, è un processo di comunicazione mentre dal punto di vista pragmatico, pratico, è un processo decisionale. L’attività traduttiva è in ogni sua fase il risultato di una decisione e di una scelta. Dunque, le decisioni della Walker nelle vesti di traduttrice sono motivate, necessarie e funzionali al suo progetto di costruzione di un universo della significazione e di un testo d’arrivo che possiede rapporti piuttosto particolari con il testo di partenza, che chiariremo da qui a breve.

La traduzione intersemiotica nell’installazione walkeriana implica un cambiamento di codici tale che la parola, o in un’ottica più vasta il testo composto da segni verbali, viene trasmesso, dopo essere stato modificato e riformulato in segni non verbali, dalla pagina scritta all’immagine.
L’atto traduttivo, dunque, può produrre una serie di altre modificazioni motivate da una cornice ideologica, divenendo cosi anche una forma di riscrittura. Molte esperienze di riscrittura moderne si basano proprio sull’interpretazione e il rimaneggiamento di un testo fonte in un testo d’arrivo espresso in un altro codice. Emblematico, per esempio, è il passaggio dal testo scritto,
il romanzo, al cinema.

La seconda e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

I pensieri di Google Translate

 Categoria: Strumenti di traduzione

Gli esercizi di lettura più divertenti per gli alunni delle elementari mescolano parole scritte e disegni. Nella frase “Il gatto di Andrea si era nascosto sotto l’albero”, al posto della parola “albero” è disegnato un maestoso albero verde che deve essere “letto”. La lettura prosegue senza impedimenti, chiara come il significato della parola “albero”. Allo stesso modo funzionano i pensieri dove, a volte il significato diventa immagine, rappresentazione. La mente costruisce scenari, scenari fatti di immagini: “la casa della mia ex” evoca subito l’immagine dell’appartamento o la piccola casetta con il giardino della ragazza che una volta era la sua fidanzata. Ma anche qualcos’altro. Un sentimento di nostalgia, di rabbia, di dolore o di rassegnazione. Il cervello non solo traduce il pensiero in un’immagine, ma scatena anche un’emozione, un brivido.

Naturalmente, non tutti i pensieri possono essere tradotti in immagini! Una dichiarazione d’amore per la più bella studentessa della porta accanto… ha bisogno di parole! E se la ragazza della porta accanto è inglese? O francese? O tedesca? E se il ragazzo è italiano immigrato in Inghilterra e sta facendo il dottorato in Belgio? Un bigliettino con un grande cuore rosso può essere un timido inizio, ma poco eloquente. Il giovane innamorato si mette a scrivere le parole più dolci e belle, frasi loquaci con qualche battuta divertente. Nella sua lingua materna, qualunque essa sia, tutto suona meraviglioso ma come tradurle? In mancanza di tempo, perché deve studiare molto, fa una ricerca e scopre Google Translate che non è un semplice dizionario ma un traduttore esperto di testi. Copia incolla la sua dichiarazione e voilà: la più romantica delle dichiarazioni servita in poco meno di tre minuti. Stampa, infila in una busta, il discorso è un po’ lungo per essere imparato a memoria, e la butta, speranzoso, nella casella di posta della ragazza. Romanticone! Passano un po’ di giorni senza che nulla accada. Lei non si è nemmeno accorta della lettera. L’avrà letta? Buttata via? Presa qualcun altro?

Lui aspetta. Dopo un paio di settimane tormentate, ecco una lettera nella sua casella di posta! Ha risposto! Con mani tremanti l’afferra e corre nella sua stanza a leggerla. Che strano però! È la lettera che lui stesso ha scritto… arrossita spietatamente da una stilo dalla punta assai affilata! Sono completamente d’onore di conoscere voi e desidera che siamo amici ha un immenso interrogativo rosso alla fine. Non è quello che voleva dire lui, ma Google non l’ha capito. Il suo modo di ragionare ridotto e lineare non ha evidenziato errori: le parole sono giuste, l’indicativo presente non manca, la concordanza verbo soggetto esiste. Ma traducendo letteralmente, parola per parola, è andata persa la parte più importante: l’amore! Ma anche lei! Poteva capirlo, no? Io sono un uomo adulto e spero di essere un rapporto tra di noi. Hm… Lei, ironicamente ha aggiunto sopra: Ti auguro di essere il più bel rapporto. E per concludere: Ho una laurea in media in materia di salute e la composizione del gas sono bellissime. Ogni uomo vuole essere la sua ragazza, dove la ragazza ha semplicemente scritto Concordo.

Alla fine, la dichiarazione d’amore tradotta da Google si è trasformata in un mucchio di parole senza senso, una accanto all’altra come in un lunga fila indiana. Il testo è nullo. Non suscita immagini, emozioni, sentimenti. Google non ha la capacità di tradurre le parole in immagini, di esprimere concetti elaborati in modo coerente. Per Google ripetere “Io”, tante volte quanto viene usato nella lingua inglese significa eseguire una traduzione precisa. Eliminare anche per una sola volta l’ “I” inglese corrisponde a un malfunzionamento. Per noi, ripetere questo io, “Io sono partita e Io ho visto Andrea salire sul treno e Io sono andata a salutarlo. Io volevo chiedergli dov’era la sua ragazza ma poi Io ho pensato che avrebbe frainteso”, è segno o di egocentrismo o di scarsa padronanza della lingua italiana.

La traduzione di un testo va oltre il mero significato delle parole. Il testo da tradurre va letto e capito fino in fondo, più volte se necessario. È la prima regola che insegnano all’università: leggere e comprendere! Leggere non significa tradurre già mentalmente, ma semplicemente afferrare il messaggio e, per quanto poco professionale può sembrare, cercare nel vocabolario la spiegazione delle parole che non si conoscono.

Il messaggio da trasmettere non va perso per strada, ma espresso anche nell’altra lingua. La semplice traduzione di ogni singola parola non basta. Ci vuole un sinonimo, un intera espressione, una metafora. Si tratta di un intero processo di trasformazione affinché la traduzione resti fedele al suo scopo. Le istruzioni d’uso non sono divertenti ma precise. La presentazione di un itinerario di vacanza deve incuriosire e attirare sia in francese che in italiano, in inglese o in romeno. Google non può capirlo perché per quanto utile possa essere, resta un semplice programma. Non ha modi di dire, non ha senso dell’umorismo e nemmeno una briciola di creatività.

Tuttavia, qualcosa di positivo ci sarà, se lo nominano tutti. In effetti c’è! Google non resta a secco di termini e la scritta “il termine cercato non ha prodotto risultati” non comparirà mai. Sta a noi decidere se usarlo o meno, ma come nel caso dello studente innamorato, poi si incolpano gli altri quando non capiscono la nostra chiara e semplice visione!

Autore dell’articolo:
Irina Serban
Laurea Mediazione linguistica e culturale
Traduttrice EN-FR-RO<>IT

La traduzione: fucina della lingua

 Categoria: Traduttori freelance

Ai tempi delle medie il mio compagno di banco mi sorprese per via di un suo bizzarro hobby. Un giorno, durante la ricreazione, aveva cominciato a scrivere i numeri in ordine crescente su un quaderno: “uno, due, tre, quattro, cinque…” e da allora non si era più fermato. Portava avanti questo curioso passatempo, nel suo tempo libero, con un’assiduità ed una tenacia che mi colpivano profondamente. Aveva già riempito diversi quaderni continuando la numerazione, quando gli chiesi per quale ragione lo faceva e a che punto avrebbe avuto intenzione di fermarsi (considerando che la sequenza avrebbe potuto continuare all’infinito); mi rispose che aveva iniziato per curiosità e che egli stesso era desideroso di scoprire fin dove sarebbe riuscito ad arrivare. Altro fatto che attrasse la mia attenzione fu che, come riflesso di questa attività, i suoi voti in matematica, nonché la sua abilità nel calcolo mentale, migliorarono visibilmente.

Ci si potrebbe domandare a questo punto cosa ha a che vedere tutto ciò con la traduzione. Probabilmente nulla, o forse soltanto quella strana legge di natura secondo la quale più ci si avvicina con una disposizione positiva a qualcosa e più questa ci dispiega i propri tesori.
Jünger sosteneva che la sua passione per l’entomologia non si esauriva in una mera opera di classificazione, ma rappresentava un modo per gettare uno sguardo sul funzionamento della natura, per scoprirne le leggi e carpirne i segreti.
Allo stesso modo la traduzione, intesa come passione personale, come hobby o come lavoro, rappresenta un’occasione unica per entrare in contatto con i meccanismi intrinseci della lingua, per visitare quella fucina dalla quale hanno origine certi fenomeni dell’idioma.

A tale proposito mi ritorna in mente un episodio avvenuto durante il mio primo anno di università. Stavamo leggendo un testo letterario quando ci imbattemmo nell’espressione idiomatica ingleseto bite the dust”. Il professore chiese se qualcuno conoscesse il significato dell’espressione e l’unico a sapere che essa era un sinonimo di “to die” fu un collega con la passione per la musica (e per la traduzione). Quando il professore chiese come facesse a sapere il significato dell’espressione, egli rispose affermando di essere un fan sfegatato dei Queen e ammise di aver tradotto per hobby tutti i testi della band; il professore ribatté canticchiando “another one bites the dust” e l’arcano fu risolto.

Questo per dire che la traduzione, a qualsiasi livello essa venga praticata, rappresenta comunque un’occasione concreta di educazione e di conoscenza. Dopotutto lo stesso Giacomo Casanova nel suo Histoire de ma vie confessava di aver imparato a scrivere correttamente in francese traducendo lettere…

Autore dell’articolo:
Salvatore Malandrino
Laurea in Lingue e Culture Europee ed Extraeuropee
Traduttore EN-ES>IT
Comiso (Rg)

La traduzione Medico-Scientifica

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione medico-scientifica costituisce una divisione estremamente peculiare nel settore della traduzione. L’atto della traduzione medica richiede, infatti, l’interpretazione specifica di una grande quantità di termini che fanno riferimento al vocabolario medico-sanitario e che richiedono la perfetta conoscenza del contesto in cui si inseriscono per essere tradotti nel modo corretto. Un esempio della veridicità di questo assunto deriva dalla bizzarra traduzione del termine “rough” nell’espressione “rough endoplasmic reticulum”, reso con l’aggettivo italiano “rugoso”. Chiunque abbia nozioni di citologia, conosce bene l’organello citoplasmatico in oggetto, la cui caratteristica singolare è quella di esporre sulla membrana una grande quantità di ribosomi, deputati alla sintesi proteica. Le tecniche di impregnazione argentica (speciali tecniche di preparazione del tessuto per l’osservazione microscopica) mostrano infatti la presenza dei ribosomi come fini punteggiature sulla superficie. L’aggettivo “rough”, alla luce di queste evidenze di microscopia, indica pertanto più la ruvidezza della membrana che la rugosità in senso stretto, la quale si manifesterebbe con la preponderanza di ripiegamenti e indentature, che sono pure presenti, ma non caratterizzanti.
L’espressione “rough endoplasmic reticulum” ha mantenuto, nel corso degli anni, la traduzione originaria nella letteratura scientifica italiana perché ormai invalsa, benché io preferisca in ogni caso tradurre “reticolo endoplasmatico granulare” proprio per rendere netta la differenza tra questo e un altro organello cellulare, il reticolo endoplasmatico liscio, con funzione decisamente diversa e con una superficie completamente priva di asperità.

L’aneddoto di cui sopra vuole sottolineare quanto solo il background scientifico, quasi più ancora di quello meramente linguistico, sia importante nel guidare il traduttore verso la soluzione di un problema terminologico. A scrivere è uno studente di medicina-traduttore, il quale, per formazione e interesse, ha ormai ottenuto grande familiarità con la terminologia specifica in molti ambiti. Ma se non si ha una formazione medica, come si può migliorare la propria capacità di tradurre un testo medico? Sono a conoscenza della presenza di master e seminari che dovrebbero facilitare il traduttore nel suo lavoro; tuttavia non li conosco, non so come sono sviluppati e non mi permetto di giudicarli.
Un aiuto concreto proviene dalla rete, alla quale io stesso faccio spesso riferimento, per controllare che uno specifico compound sia tradotto correttamente, o dalla propria libreria e dai dizionari tecnici, a cui attingere a piene mani per sincerarsi della corretta corrispondenza della traduzione quando sia disponibile un preciso corrispettivo italiano (e non è sempre così). Poiché la massima parte della letteratura specialistica viene tradotta dalla lingua inglese, non è raro imbattersi in termini assolutamente intraducibili, che non siano mai stati tradotti prima o che la stessa letteratura specialistica italiana abbia preso in prestito e abbia lasciato come nell’originale. In tali occorrenze, preferisco specificare con una Nota del Traduttore lo svolgimento italiano della traduzione, spesso indicante una entità metaforica, indicando che lo specifico settore specialistico cui il termine appartiene usa la stessa denominazione inglese. Lungi dall’essere stato esaustivo, consiglio, quando vi sia il tempo disponibile, di studiare brevemente un documento italiano il cui argomento riguardi lo stesso campo terminologico della traduzione da effettuare: ci si accorgerà, durante lo svolgimento, di quanto sia più facile riconoscere le diverse unità semantiche e comprenderne più appieno il senso.

In conclusione, ritengo, con modestissimo parere, che non si possa tradurre un testo medico, specie se con alto grado di specializzazione, senza avere ben chiaro l’argomento di cui si sta parlando, ciò per garantire non solo immediata correttezza terminologica ma anche corrispondenza scientifica. Ripeto, non sempre si ha successo con termini estremamente settoriali; è importante saper colloquiare con il proprio Cliente, sia esso una Agenzia o un Committente di altro tipo, per discutere con il Revisore scientifico o con lo Specialista Curatore, i quali hanno la massima facoltà di intervento sul testo tradotto e sono certamente in grado di dirimere le questioni terminologiche più complesse; esse, in alcuni casi, riescono ad essere gestite con successo solo dagli addetti iperspecializzati che provengono dal campo specifico di pertinenza del testo. Tali indicazioni di massima, che sono le stesse che io metto in atto, servono a garantire l’esecuzione di una traduzione fluida, scientificamente corretta, terminologicamente rispondente e conferiscono un profilo linguistico alto e pertinente.

Autore dell’articolo:
Stefano Sprecacenere
Studente della Facoltà di Medicina & Chirurgia “G. D’Annunzio”, Chieti Scalo
Traduttore Medico-Scientifico

Teorie traduttive: possibili applicazioni (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

Come in un circolo ermeneutico di ipotesi e verifica, ritorniamo dunque alla tesi che la traduzione non è mai solo un processo linguistico e che è fondamentale considerare l’impatto del fattore storico. E’ impossibile una percezione del testo avulsa dallo ‘sfondo’ extratestuale, come sostiene Lotman. I due testi, perciò, non sono due versioni della stessa storia nella stessa ‘Storia’, ma due narrazioni che rispondono alla realtà storica dei loro rispettivi tempi. La riscrittura di Joan Anim-Addo come atto traduttivo si colloca all’interno di un preciso panorama storico, extra-testuale in cui la necessità della Storia è inevitabile e la volontà di appropriarsene con nuovi mezzi adatti a contenuti da rivisitare è imprescindibile dal testo. In questo modo si attua la
ri-enunciazione specifica di un soggetto storico, interazione di due poetiche. Secondo Meschonnic il decentramento è alla base del rapporto interpoetico, è un atto trans-linguistico in uno spazio trans-narcisistico, che rappresenta la vera poetica della traduzione tutte le volte in cui ‘trans-’ riesce a essere inteso come superamento di una anacronistica opposizione. Il genere di decentramento prodotto dalla scrittrice caraibica non solo opera una riscrittura a livello ideologico, manipolazione dell’opera letteraria inglese come la intende Lefevere, né si limita ad una traduzione intersemiotica dal testo al teatro, ma converte anche il soggetto della narrazione cambiando il punto di vista, trasformandolo in femminile e postcoloniale, attraverso cui può far veicolare il ‘suo’ messaggio: il coraggio di Imoinda e la rimemorazione come simbolo della sopravvivenza.

L’Imoinda personaggio e opera lirica di Anim-Addo ci appare dunque distante dall’Oroonoko, personaggio e romanzo, di Aphra Behn. Questo perché, come argomenta O. Paz, non esiste un rapporto di identità tra testo originale e traduzione, ma piuttosto un confronto polisemico, culturale basato sull’aspetto intertestuale.

Nella sua natura plurima, l’intertestualità in quanto modalità di una cultura che si rapporta a un’altra cultura attraverso il medium della letteratura, del testo e quindi del linguaggio, è anche traduzione intersemiotica. Nell’ambito della comunicazione umana, già la lettura è un processo traduttivo intersemiotico. In particolare, Vygotskij afferma che si tratta di un processo di ‘volatilizzazione’ del pensiero, un passaggio dal linguaggio verbale del testo scritto al linguaggio mentale, non verbale, interno in cui sarà codificato il metatesto. Dalla decodificazione alla ricodificazione in un codice diverso. E viceversa la scrittura, procedendo dal materiale mentale a quello scritto, riconfigura la dinamica intersemiotica in senso opposto. In entrambi i casi è coinvolto il fattore personale e soggettivo ma anche quello culturospecifico e risulta dunque inevitabile, come sostiene Lefevere, che si verifichi una perdita e ci siano dei residui.

Durante la ‘sua’ ricodifica del proto testo Oroonoko, il metatesto Imoinda subisce delle perdite rispetto al primo testo, alcune delle quali non inevitabili, perché impossibili da gestire come quelle coinvolte nei processi mentali, ma fortemente volute, attuate come vere e proprie strategie di riconfigurazione della riscrittura.

La ‘perdita’ inoltre, nel testo di Anim-Addo, ha un valore molto più profondo e non solo esclusivamente semiotico. Il titolo per esteso dell’opera ci dice che Imoinda è ‘colei che perderà il suo nome’, colei grazie alla quale l’individualità sarà messa da parte e farà spazio alla collettività, quella africana caraibica, e al suo valore simbolico di popolo, disperso, che sceglie la vita convincendo e aiutando la donna a dare alla luce la sua bambina, simbolo della speranza e della sopravvivenza in risposta all’orrore collettivo della schiavitù e al trauma personale dello stupro. L’importanza, il coraggio, la bellezza, nella tragedia, del perdere/conservare il proprio nome è descritta dalla sublime affermazione di O. Paz: “Perdere il nostro nome è come perdere la nostra ombra; essere solo il nostro nome significa ridurci a essere un’ombra”. E’ un atto necessario, ai limiti della possibilità, impossibile e necessario proprio come la traduzione, dopo Babele, di Derrida.

Anche il discorso di Derrida si sposa con la riflessione sul ‘perdere il nome’. I semiti nella città di Babele intraprendono il loro progetto multiplo di ‘farsi un nome’, fondare una lingua universale e un’unica discendenza, il tutto metaforicamente riprodotto dalla costruzione della famosa torre. Questo progetto implica violenza coloniale, il volersi imporre e la sfida al divino in una costruzione che mira vertiginosamente all’Alto. Dio interviene rompendo il progetto, decostruendo la torre: fa perdere ai semiti il loro nome, il loro dominio coloniale ma anche la trasparenza razionale dando vita alla molteplicità delle lingue. In questo nuovo stato di cose la traduzione diviene necessaria e impossibile: Babele impone/proibisce la traduzione, mostra/sottrae il limite.

Derrida rappresenta, col suo punto di vista postmoderno contro il logocentrismo, la lotta postcoloniale in ambito letterario. Nella visione postcoloniale come in quella derridiana l’incompiutezza, la disseminazione babelica e l’espansione, la diversificazione del senso pentacostale sono dei valori da riconoscere e con cui identificarsi. Sempre Derrida, attraverso la riflessione sull’ ‘indicibile’, il sacro che la traduzione non tocca ma che vorrebbe profanare, richiama il concetto di non-detto legato all’inconscio, riferito a un testo e/o all’esperienza delle popolazioni che hanno subito la traumatica condanna alla schiavitù e alla diaspora forzata.
Questo non-detto è perturbante, è ‘heimlich’ che diviene ‘unheimlich’ in senso freudiano, cioè rimosso, tenuto sotto silenzio, nascosto poiché difficile da dire, che viene riportato alla luce con l’atto della rimemorazione per mezzo della narrazione.

La tensione della traduzione verso l’indicibile è la tensione del testo di Joan Anim-Addo verso un duplice indicibile: personale e culturale che deriva dall’orrore e dal trauma che, anche se impossibile da recuperare interamente, necessita la sublimazione attraverso la parola; linguistico e letterario poiché tenta di dire ciò che in Oroonoko, testo di partenza, era rimasto ‘silenzioso’e nascosto ma che, anche nel testo di arrivo Imoinda, non riesce a venire pienamente alla luce. Ritorna la perdita.

La traduzione come esperienza dell’ermeneutica è un’idea condivisa da molti studiosi che hanno sviluppato discorsi sulle teorie della traduzione in modo così prolifico tanto da rappresentare una delle due prospettive più importanti di approccio a essa in epoca postmoderna. L’altra prospettiva è quella cosiddetta decostruzionista che intende la traduzione come riscrittura e come modalità della (de)costruzione dell’identità nel segno della differenza.

Il percorso che in questo articolo mette in relazione i due testi considerati è un’esemplificazione di entrambe le prospettive, dell’ermeneutica e della differenza e della necessità di fare della traduzione un sinonimo di mediazione culturale che trascende la mimesi mentre esprime la sua forza creatrice.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

Teorie traduttive: possibili applicazioni (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Il realismo con cui viene raccontata la violenza, la disumanità della schiavitù è un attacco contro il colonialismo e la brutalità che genera. Behn si espone in prima persona poiché beneficia della ‘lontananza’ geografica del suo punto di vista critico rispetto alla questione trattata. E’ una scrittrice, donna, inglese del XVIII secolo. Difficilmente avrebbe potuto esporsi di più. Per questo la sua non è un’accusa contro la schiavitù come istituzione ma una condanna contro chi la governa con bestialità. E’ un’opposizione non un’infrazione. Tant’è che l’unico genere di donna che Behn riesce a pensare al fianco del principe è si molto bella ma passiva, ‘silenziosa’ e l’unica fine adatta alla tragedia della sua vita è la sua morte, l’unica via d’uscita per innalzare questo eroe alla gloria e liberarlo dello squallore a cui era stato ridotto. Quando il principe eroe comprende che non riuscirà a riconquistare la sua libertà e quella della sua amata, decide di uccidere sia lei che il figlio che porta in grembo, frutto della violenza subita da uno schiavista. Imoinda si sottometterà al volere del suo sposo e accetterà quella morte che qualcun altro ha scelto per lei invece della sopravvivenza.

La tragedia di Imoinda, non di Oroonoko, viene trasformata in celebrazione della vita e della libertà dall’autrice post-coloniale Joan Anim-Addo che restituisce la voce alla donna, alle donne, all’intera comunità africana caraibica che per troppo tempo è stata tenuta sotto silenzio. I silenzi a cui Behn non dà voce, quelli di Imoinda, sono troppo pesanti e vengono riscritti, tradotti in parole, voce, canto in una nuova opera Imoinda, or She who will lose her name. La traduzione di Anim-Addo fa parte di quel genere di letteratura che si fa fonte di revisionismo storiografico attraverso il testo, la sua riscrittura e l’intendersi come intertesto.

La traduzione di Anim-Addo si basa sull’intertestualità come modalità della riscrittura e sulla riscrittura come traduzione intersemiotica o intercodice. L’autrice infatti traduce il romanzo in un’opera lirica: Anim-Addo utilizza il genere della tradizione italiana del bel canto. Questa scelta è soprattutto dettata dalle immense possibilità che esso offre alla musica, al canto e al coro, quindi alla dimensione collettiva, orale e all’elemento tribale della cultura caraibica, cultura ad oralità primaria che privilegia la parola parlata, evento sonoro che ricrea la situazione dell’interagire tra essere umani. La dimensione musicale inoltre permette la ripetizione, fondamentale per le culture precarie dell’oralità che devono continuare a dirsi, a parlare, a esistere.

Questo processo di traduzione intersemiotica implica, come stiamo osservando, una messa in gioco di valori, anzi di un’intera cultura, della sua storia, con il suo passato e il suo presente e una proiezione nel futuro espressa in quella speranza finale che nasce con una bambina che viene al mondo. Il passaggio, nell’atto del tradurre, è quello da un mondo a un altro in cui è impossibile non tener conto di quei fattori extra-testuali, storici e sociali, che fanno parte della ‘carne dell’opera letteraria’ come la definisce Lotman.
Si verifica dunque un processo di traduzione come trasformazione sulla base delle due dinamiche dell’adattamento e dell’attualizzazione che vengono così definite da Osimo nel suo glossario per il traduttore: “L’adattamento: (…) è un processo di trasformazione in cui si tiene conto del prototesto soltanto come idea generale, ma la trasposizione si adatta alla cultura ricevente e l’attualizzazione: (…) è una strategia traduttiva che riguarda il cronotopo temporale: è la modifica di un (meta)testo, consistente nell’eliminare riferimenti ai tempi storici del proto testo, sostituendoli con riferimenti storici attuali della cultura ricevente”.

L’adattamento è quindi una forma di riscrittura. E’ indubbio che ci sia una sopravvivenza del tema o del topos da cui parte la trasposizione; la sua forma però, il suo senso, sono stati riconfigurati. Nei due testi a confronto, quello di Behn e quello di Anim-Addo, c’è la riproduzione di un tema di fondo che è quello della schiavitù e dell’esperienza tragica che essa comporta. Cambia però il modo di argomentarlo, la forma in cui presentarlo, il punto di vista in cui riprodurlo e tutto ciò che quest’ultimo fattore culturale comporta.

Intertestualità e traduzione intersemiotica, dunque, sono due concetti profondamente legati, che si muovono nell’ampio spazio della letteratura e dell’arte in generale, su cui hanno riflettuto gli studiosi e i ricercatori moderni nell’ambito delle teorie della traduzione. Per citarne alcuni potremmo iniziare da Torop, allievo e seguace della scuola di Lotman, che sostiene che “anche un rimando intertestuale sia un atto traduttivo” e che il testo nasce in uno spazio intertestuale e questo spazio è il luogo della letteratura. Lotman, a sua volta, attraverso il concetto di ‘semiosfera’ spiega come funziona l’intertestualità. La semiosfera di Lotman (universo della significazione) è per analogia associabile alla biosfera (universo della vita). Anche la semiosfera come la biosfera è un insieme di sistemi in continua ‘interazione’ tra loro tanto che tutti i testi possono essere considerati intertesti che conservano in sé tracce della memoria culturale collettiva.

L’intersezione delle culture, quindi l’intertestualità, la traduzione, sono i luoghi della/e cultura/e, i territori fluidi, interstiziali, intermedi e ec-centrici in cui esse realizzano la loro sopravvivenza e il rinnovamento. E a questo proposito, non è un caso che l’atto traduttivo in quanto processo ermeneutico possa essere descritto come l’area tra i due poli di un’ellissi – testo di partenza e testo d’arrivo – che si configura come spazio mediano (mediatore).

Ritornando a Lotman e alla sua semiosfera, essa può essere utile anche per comprendere la dinamica proprio/altrui insita nel rapporto tra le due opere qui analizzate.

La relazione dell’individuo con ‘l’altrui’ può assumere due forme: “inserire l’altrui nel proprio” o “appropriarsi dell’altrui”. Nel primo caso si opera un riconoscimento degli elementi estranei per ciò che sono e si ha consapevolezza delle differenze culturali; nel secondo invece si adatta l’estraneo secondo la logica del ‘come se’ che evita il confronto con la diversità. La stessa dinamica è presente a livello testuale e il rapporto con l’estraneo varia a seconda delle condizioni linguistiche e culturali in cui il sistema testo nasce.
Lo studioso della scuola di Tel-Aviv Itamar Even-Zohar ha constatato che la letteratura tradotta, nei contesti in cui il polisistema letterario è ancora giovane o periferico (il caso del contesto caraibico), è un mezzo per trarre benefici dall’esperienza di altre letterature che, pur rimanendo un modello da imitare, sono soprattutto delle fonti da cui partire per produrre nuovi discorsi alternativi. In questo senso, la letteratura tradotta viene considerata un sistema letterario a statuto speciale di cui è illuminante esplorare la posizione all’interno del polisistema letterario. Quando come nel caso delle letterature postcoloniali il polisistema è in fase di formazione, la letteratura tradotta è attività primaria, essa diviene parte del processo di innovazione del codice letterario e la traduzione è un mezzo per elaborare nuovi modelli. Tale condizione si riscontra nella relazione che esiste tra Oroonoko, testo facente parte del polisistema letterario inglese e Imoinda, testo tradotto della letteratura caraibica che si serve del mezzo traduttivo per arricchire e sviluppare il proprio polisistema ancora giovane. Anche in questo caso, l’evoluzione che viene prodotta non è solo un fatto linguistico e letterario ma anche sociale e, in un senso più vasto e onnicomprensivo, culturale.

La terza e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

Teorie traduttive: possibili applicazioni

 Categoria: Traduzione letteraria

Ogni testo è unico e, nel contempo, è la traduzione di un altro testo.

La citazione da Octavio Paz contiene il senso dell’unicità e della pluralità, ‘nel contempo’, dei testi e ciò implica l’idea di trasformazione letteraria che è il processo insito nella traduzione.
Quest’articolo ha come intento quello di considerare i testi nella loro unicità e ‘originalità’ ma anche nel loro rapporto, intertestuale, con altri testi, stabilito da un ponte, l’atto del tradurre, inteso come transito ma anche come accoglienza mai sterile e innovazione. La traduzione come mediazione culturale, come qui la si vuole intendere, implica un confronto tra culture e sebbene ogni cultura/civiltà sia un mondo a sé, la pluralità delle lingue e la singolarità delle opere non significano eterogeneità in senso assoluto. Esse si stagliano all’interno di un tessuto di relazioni tra lingue-testi che sono separazioni e unioni, contraddizioni e corrispondenze. L’opera letteraria dunque stabilisce relazioni e in quanto ‘testo’, nella sua etimologia ‘textum’ da ‘texo’, tessuto, intrecciato, si interseca e mescola con altri testi.

Le due opere letterarie a confronto da me scelte e individuate come utili a rappresentare la validità delle moderne teorie sulla traduzione, appartengono a due panorami storici diversi e lontani: Oroonoko, or the History of the Royal Slave (1688) della scrittrice inglese Aphra Behn e Imoinda, or She who will lose her name (2000) della scrittrice africana caraibica Joan Anim-Addo. Entrambe appartengono al contesto anglofono, Behn nell’ottica del ‘centro’, della ‘madrepatria’ nel periodo della colonizzazione, Anim-Addo nella prospettiva del ‘margine’, della (post)colonia creola-inglese nel periodo della decolonizzazione che, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, si è progressivamente diffusa in tutte le zone caraibiche e in generale in tutte le attuali ex-colonie sviluppandosi come movimento politico ma anche e soprattutto come risposta culturale-letteraria.

Anim-Addo appartiene a quel genere di letteratura postcoloniale che lavora per il riposizionamento del canone e che utilizza l’intertestualità come modalità della riscrittura. Imoinda è pensata in quanto riscrittura di Oroonoko. Riscrittura che in questo lavoro si lega al concetto di traduzione così come viene concepito da A. Lefevere. Dunque traduzione come riscrittura, come forma di manipolazione testuale, della ‘fama letteraria’, vale a dire, dell’immagine di una data opera letteraria.

Tutte le forme di riscrittura sono influenzate dalle ideologie e dalle poetiche della società in cui prendono forma ed “è naturale che esse alterino la letteratura perché questa svolga una particolare funzione sociale”. Nel suo risvolto positivo e produttivo la riscrittura e la traduzione contribuiscono all’accoglienza di nuovi generi e temi producendo un’evoluzione del sistema letterario e sociale. La riscrittura dunque è il motore dell’evoluzione letteraria.

Il suo legame con l’ideologia fa della stessa uno strumento potente, anche di riscatto. Per cui, la logica della riscrittura che rifiuta l’etnocentrismo, applicata al contesto postcoloniale, diviene progetto che intende “riplasmare nella cultura d’arrivo l’immagine di un’opera letteraria o persino di una società”. I ri-scrittori sono quindi creatori di nuove immagini e hanno come obiettivo la ‘trasformazione’ dell’originale, la sua manipolazione e il successivo adattamento all’ideologia del proprio tempo. Questa è esattamente la dinamica che spiega la relazione tra testo-riscrittura che si sviluppa tra le opere in questione.
Joan Anim-Addo, infatti, si rifà all’opera letteraria di Aphra Behn e la riscrive, la manipola producendo un’immagine nuova, specchio della sua cultura, che esiste parallelamente ad una specifica realtà storica. La manipolazione, la trasformazione sono qui necessarie per dar voce a quegli spazi vuoti lasciati dal racconto di Behn, realistico ma ‘ad una sola voce’, che il testo postcoloniale non può far a meno di rendere ‘polifonico’ e multiplo.

Per capire a fondo tutti i significati espliciti e impliciti del testo d’arrivo, è necessario procedere un po’ come procede il traduttore, accostandosi al testo di partenza prima come lettore, poi come interprete, poi ancora come autore e infine come traduttore, secondo i passaggi del circolo ermeneutico. Il circolo ermeneutico prevede un confronto, un’interazione tra testo e lettore da cui nasce un sistema di interpretazioni, un atto critico. L’approccio del lettore parte dalla lettura del testo e della riflessione sulle parti coinvolte: l’autore empirico che è quello reale, in carne e ossa; l’autore modello che è l‘immagine che l’autore empirico si dà, che può essere in alcuni casi il narratore; il lettore modello, che è il destinatario ‘tipo’ a cui è destinato e per cui è pensato il testo e il lettore empirico, quello in carne e ossa che lo legge. In ogni momento il lettore empirico fa delle ipotesi interpretative, poi confermate o smentite dal testo stesso, sulla base delle quali opera delle scelte interpretative. E’ dunque un circolo interpretativo.

La lettura comunque necessita di un supporto, dato dalle informazioni paratestuali sul testo e sull’autore. Dal metatesto (inteso come apparato di testi che accompagnano il prototesto) ricaviamo che Oroonoko di Behn è il frutto di un soggiorno in Suriname della scrittrice e del suo contatto con i personaggi maschili del luogo che suscitarono in lei una forte attrazione ma anche una grande diffidenza. La narrazione dunque nasce da un’esperienza reale e per tale motivo in molti passaggi è realistica. Resta pur sempre una storia romanzata, ambientata nelle West Indies, i Caraibi, che racconta la vita di un principe africano, tratto in schiavitù con l’inganno e deportato in una piantagione. Oroonoko possiede caratteristiche fisiche e morali tipicamente occidentali, incarna il modello del guerriero romano. C’è dunque nel testo la presenza dell’elemento esotico e il suo adattamento ai canoni morali ed estetici occidentali, un’appropriazione, ‘un’annessione’ dell’elemento estraneo africano ai valori della cultura inglese, il simbolo, la proiezione della concezione del primato europeo, logocentrico e colonialista. Ho utilizzato volutamente il termine ‘annessione’ collegandomi alla definizione di Meschonnic che la intende come annullamento del rapporto testuale fra due testi in due lingue culture, l’illusione del naturale, il come-se, a prescindere dalle differenze di cultura, di epoca, di struttura linguistica. Mi è sembrato possibile poter adattare una riflessione utilizzata per spiegare il rapporto interlinguistico-culturale tra un testo e la sua traduzione trasponendola sul piano del rapporto tra realtà osservata e concezione della realtà resa in un testo, anche a conferma del fatto che un testo, in quanto fatto linguistico, riproduce una visione del mondo.

Domani sarà pubblicata la seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

Traduzione e censura (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Altro campo in cui la censura nella traduzione è intervenuta, sempre nel caso di Detective Conan (ma non solo), è il mascheramento della cultura d’origine: in Giappone, terra da cui l’anime in questione proviene, la valuta corrente sono gli “yen”, non i “dollari”. Un bambino o un ragazzo che apprenda una falsa informazione come questa potrebbe crescere pensando che il Giappone non abbia una moneta propria, stravolgendo così ancora una volta la realtà dei fatti.

Altro campo in cui la censura è intervenuta, ancor più fortemente che in precedenza, sono i temi che riguardano il sociale: in particolare, nel caso sopracitato, la traduzione incoerente a livello linguistico, iconico e concettuale (per cui completamente errata) di “droga” con “microfilm” e il travestimento da donna da parte di un uomo. La censura ha operato su questi elementi perché toccano due tematiche sociali importanti da cui i bambini dovrebbero essere “protetti” secondo le direttive del MOIGE: le droghe e, presumibilmente, il travestitismo (non si capirebbe altrimenti perché censurare un uomo vestito da donna), elemento chiaramente legato alla sessualità. Nascondere ai bambini e ai ragazzi elementi come questi, operando una traduzione tanto censurata (linguistica nel primo caso e concettuale nel secondo), li porta inevitabilmente a una futura ignoranza o incomprensione di queste tematiche, e potrebbe portare a siparietti d’ironia pirandelliana (cioè che fanno ridere all’impatto, ma che portano in seguito a una profonda riflessione), quali l’inorridimento in un negozio di articolo fotografico a sentir parlare dell’acquisto di un microfilm o la confusione sull’identità sessuale dei protagonisti di A qualcuno piace caldo nella famosa scena in cui Joe e Jerry decidono di travestirsi da donne per infiltrarsi nell’orchestra femminile, sfuggendo così temporaneamente ai sicari della mafia che li inseguono. In questi casi dallo stravolgimento si passa addirittura alla negazione palese della realtà dei fatti.
L’applicazione della censura e la sua eliminazione sono tutt’ora soggette ad oscillazioni, come ancora riporta la pagina di Wikipedia:

Con il secondo blocco di episodi (dall’episodio 131 della numerazione italiana, 124 della numerazione originale, trasmesso il 12 gennaio 2004), si cercò di ricalcare meglio la versione originale; vi sono meno tagli e censure di scene con cadaveri e non si utilizzano più i metodi del bianco e nero e del mantenimento di metà dell’immagine precedente, ma in alcuni casi fu utilizzata la tecnica del fermo immagine o dello zoom. Il secondo blocco, rispetto agli altri, si caratterizza per la presenza di molte meno censure audio, in quanto si possono sentire spesso parole come “morto” e “uccidere”. Nella trasmissione della sesta stagione italiana della serie (dall’episodio 335 della numerazione italiana, 310 della numerazione originale, trasmesso il 20 giugno 2007) la situazione dell’adattamento mutò nuovamente: le censure a partire da questo blocco concernettero l’offuscamento di cadaveri ed alcune scene ritenute troppo violente o in cui sussistette la presenza di sangue, per esempio con la colorazione delle zone sporche di sangue, anche se si può ancora vedere il fermo-immagine. Anche l’audio ricevette un trattamento differente; tuttavia, sebbene tutt’oggi nel doppiaggio siano presenti anche parole come “morte”, “uccidere”, “assassinare”, “droga”, “omicidio”, “suicidio” o “sangue”, non poche frasi o scene necessarie per il proseguimento della trama continuano ad essere adattate erroneamente o in maniera approssimativa (cfr. “deceduto”, “scomparire”, “togliersi la vita”, “farla finita”, “eliminare”, “fare fuori”, “togliere di mezzo”, “tracce ematiche”). Dall’ottava stagione italiana (dall’episodio 439 della numerazione italiana, 404 della numerazione originale, trasmesso il 16 settembre 2009) scompaiono i fermi-immagine, anche se rimangono molte censure audio. Si ritrovano, però, tagli e forti censure video nell’episodio Una morte inattesa (552 della numerazione italiana, 504 della numerazione originale), volte per lo più ad eliminare le inquadrature di un personaggio morente ed insanguinato.”.

Nel caso appena trattato, quello dei manga e soprattutto degli anime, al posto di censurarli si potrebbe adottare una loro classificazione simile, se non identica, a quella originaria, trasmettendo gli anime in fasce orarie adeguate al pubblico di destinazione e applicando anche ai manga la classificazione PEGI. In tal modo i traduttori sarebbero liberi di rendere nella lingua d’arrivo il messaggio comunicato dall’autore (che nel caso degli anime, tratti spesso dai manga, si definisce per l’appunto “mangaka”) in modo coerente e corretto.

Concludendo, la censura in generale è un chiaro ostacolo alla traduzione in più di un caso, e qualunque traduttore che abbia un minimo di senso morale e di rispetto per l’autore originario di un testo, oltre che per i suoi destinatari, dovrebbe riportarne il pensiero senza timore di incorrere in censure di qualsivoglia tipo.

Autore dell’articolo:
Mauro Sorrentino
Dottore in Mediazione Linguistica
Palermo

Traduzione e censura

 Categoria: Problematiche della traduzione

Sappiamo bene che qualunque testo è il prodotto di un autore o di una collaborazione di più autori. Ogni autore, tramite il testo, intende comunicare un messaggio esprimendo il suo libero pensiero, utilizzando come tramite, il più delle volte, la sua lingua madre. Dal momento che esistono attualmente circa 6700 lingue, l’importanza del lavoro dei traduttori perché il messaggio passi correttamente da una lingua all’altra è ben evidente. Bisogna spesso fare i conti, però, con due entità che si scontrano spesso in questo passaggio: il libero pensiero dell’autore stesso, veicolato dal testo, e il problema della censura del paese della lingua d’arrivo. Ogni traduttore è tenuto a scegliere da che parte stare, facendo affidamento sulla propria etica di lavoro personale.
In tale contesto, bisogna però notare come la censura sia di ostacolo non solo alla piena espressione dei contenuti che l’autore del testo vuole esprimere, ma anche alla traduzione stessa.
Uno degli esempi che si possono riportare a tal proposito è la traduzione italiana dei dialoghi dell’anime Detective Conan, tratta dal manga omonimo di Gōshō Aoyama. Riportando le corrispondenti informazioni dalla pagina di Wikipedia:

I primi 123 episodi importati e trasmessi (130 per la numerazione italiana) ebbero modifiche sostanziali, con numerose omissioni o tagli: tra le altre cose, i termini “uccidere”, “cadavere” e “sangue” vennero doppiati come “eliminare”, “corpo” e “liquido corporeo” e la droga non venne mai nominata. Inoltre, solo in questi episodi, venivano eliminati anche alcuni riferimenti al Giappone, per esempio chiamando i soldi “dollari” invece che “yen” (cosa che avviene anche in un episodio della seconda stagione italiana). Nelle scene che inquadrano cadaveri si applicarono censure come lo zoom su una parte della scena, il bianco e nero o il mantenimento dell’immagine della scena precedente su metà dello schermo. L’episodio 12 della numerazione italiana (seconda parte dell’11 della numerazione originale) ha visto la censura del travestimento da donna da parte di un uomo (diventato nella versione italiana semplicemente una donna) e della droga (sostituita con “microfilm” creando, così, un’incongruenza con la polvere bianca vista prima.)”.

Le censure sono state effettuate perché in Italia gli anime sono spesso confusi per cartoni animati, destinati ai bambini (con chiare eccezioni come I Simpson, I Griffin e Futurama, ma anche South Park, perché inquadrati già nella creazione come politicamente scorretti – e come tali vanno accettati), e il MOIGE (Movimento Italiano Genitori) li ritiene passibili per questo di modifiche e tagli ad elementi che potrebbero urtare la sensibilità dei minorenni. Gli anime e manga giapponesi originali sono invece classificati per fasce di età, e Detective Conan in particolare è classificato come Shōnen (termine che in giapponese letteralmente significa “ragazzo”), ossia per un pubblico dai dieci anni alla maggiore età. La censura italiana come quella sopracitata ha quindi l’obiettivo di “proteggere” la sensibilità infantile appartenente a questa fascia di età, nascondendo però al tempo stesso la realtà dei fatti: ciò si ripercuote e si avverte sul piano della traduzione dei dialoghi, così come in quello visivo e in quello concettuale. Si pensa ad esempio che i bambini dai dieci anni in su potrebbero essere turbati mentalmente dalla visione del sangue o anche dalla sua semplice menzione, ma capita che giocando o a causa di incidenti domestici si feriscano e lo vedano dal vivo, quindi perché censurarlo? Non solo così si “copre” un elemento del tutto naturale, ma tradurre “sangue” con “liquido corporeo”, inoltre, porta a supporre che il sangue sia l’unico liquido corporeo, quando non è così dal momento che esistono anche, per dirne solo altri due, il sudore e l’urina. Questo è il primo esempio di come la traduzione censurata abbia stravolto la realtà dei fatti.

Anche tradurre “cadavere” con “corpo” ha dato origine ad una differenza di significato: “cadavere” fornisce in maniera decisiva l’idea di un “corpo” chiaramente morto, ed è quindi un termine più preciso, soprattutto in ambito medico-legale, di quest’ultimo (se si scopre un “corpo” in un casolare abbandonato, c’è la speranza di imbattersi in un essere umano debolissimo ma ancora vivo; se vi si trova un “cadavere”, questa possibilità non sussiste più). Quel che può mettere in dubbio lo spettatore di una certa fascia di età è, piuttosto, la sfumatura “edulcorata” del termine “corpo” rispetto a “cadavere”: il secondo ha una connotazione più macabra e decisiva del primo, certo, ma in un qualsiasi film, libro, fumetto, manga o anime giallo, genere cui Detective Conan appartiene, non ci si può del resto aspettare un’atmosfera diversa. Vale lo stesso discorso nel confronto tra i termini “eliminare” e “uccidere”: la sfumatura di significato del secondo termine è più macabra, precisa e forte di quella del primo, ma proprio perché in quanto tale nei contesti corretti si dovrebbe avere la libera e piena possibilità di utilizzarla.

La seconda parte di questo interessante articolo su traduzione e censura sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mauro Sorrentino
Dottore in Mediazione Linguistica
Palermo

Le lingue oltre i confini (2)

 Categoria: Le lingue

Primo anno del mio percorso di studi, una classe parecchio vivace e tanta ma tanta voglia di sapere cosa ci avrebbe riservato il futuro, finché esso stesso “bussò” alla porta in veste di preside che ci chiese di fare silenzio, un rappresentante di Intercultura ci avrebbe descritto cosa significasse fare un anno di studio all’estero. Io cosa feci? Presi appunti e mi portai via tutti i dépliant. Con le “farfalle nello stomaco” li lessi in treno mentre ritornavo a casa; volevo prendere una borsa di studio per imparare il tedesco, era deciso! Bisognava solo convincere i miei genitori. Grazie al mio impegno ci riuscì e questo anno di studi mi sconvolse la vita regalandomi nuovi occhi con cui esplorare il mondo.
I ritmi erano serrati, tra le lezioni di tedesco e tutte le materie che facevano parte del secondo anno delle superiori, ma un giorno il professore di matematica prese l’influenza e avevo un’ora di buca, “bene”, dissi io, “finalmente un po’ di riposo…”. Macché!! Ero minorenne non potevo girare per la scuola senza meta alcuna così il preside mi fece entrare in una classe che non era la mia, ma che per un’ora avrei potuto presenziare senza impegno alcuno.
Era la classe di francese e caspita che fortuna era giorno di compito in classe… così la professoressa invitò a fare il compito pure a me, con molta felicità apparente, ovviamente mi sedetti e iniziai.
Era un testo a cui seguivano risposte a crocette, io ci provai, grazie allo spagnolo e all’italiano le azzeccai tutte e senza rendermene conto mi lasciai convincere e il francese divenne la mia quinta lingua.

Bonjour, bonsoir ed ecco che gli anni passano, concludo le superiori ritornata in Italia e inizio a lavorare come commerciale estero. Lettere di corrispondenza, telefonate e viaggi, vendite e acquisti nei posti più sparati del mondo. Arrivavo in ufficio con una adrenalina che mi rendeva entusiasta del mio operato in qualsiasi parte del mondo finché una lettera con un importante ordine da parte di un cliente di lingua portoghese spense il mio sorriso. Io non parlavo il portoghese lui non parlava nessuna delle lingue che io conoscevo e mi domandavo a cosa serve sapere tante lingue se non azzecchi proprio quella di cui hai bisogno… Ma senza perdermi d’animo, scrissi in italiano un piccolo discorso da dire al telefono e lo tradussi in un portoghese approssimativo che però dette i suoi risultati. Il cliente ebbe la sua risposta, la possibilità di essere capito e seguito nel percorso di acquisto e io fui invitata dall’azienda a fare un corso di portoghese prendendo così tutto il mercato di riferimento.

Ecco la mia storia, il mio percorso formativo con i casi della vita che mi portano qui ed ora a dare il mio contributo per continuare ad essere la colla tra tante culture facendo in modo che sempre meno fronti si arriccino perché le parole non vogliono uscire… le lingue oltre i confini.

Autore dell’articolo:
Marina Lorena Trotta
Traduttrice freelance EN-DE-FR-PT>ES-IT (bilingue)

Le lingue oltre i confini

 Categoria: Le lingue

Tra le molteplici diversità che ci distinguono, esiste un’occupazione che funge da ponte, rendendo comprensibile la trasmissione di informazioni tra interlocutori di due diverse culture.
Facilitare questo via vai di notizie richiede attitudine e flessibilità di comunicazione perché, affinché l’intento di chi scrive rimanga intatto nella lettura di chi leggerà il testo tradotto nella sua lingua, si devono tradurre i concetti, non le parole.

Rimane intatto ancora nella mia mente, un pomeriggio di primavera a Buenos Aires quando avevo appena nove anni e ancora si stava dibattendo su quale sarebbe stata la lingua internazionale del commercio. Ritornando da non so dove, stavo camminando mano nella mano con mio padre mentre lui mi spiegava come mai l’inglese, a discapito dello spagnolo, sarebbe stato sicuramente scelto perché diventasse la colla della comunicazione mondiale. Il suo discorso è stato talmente spettacolare che io ho concluso la sua spiegazione con una frase di grande ammirazione per le persone che sarebbero riuscite a far comunicare il mondo e gli dissi: “Che bello sarebbe poter parlare tante lingue…” e come per magia lì in quel preciso istante iniziò il mio desiderio, che poi divenne il mio cammino nel mondo della traduzione e dell’interpretariato, il quale mi condusse al giorno d’oggi a parlare sei lingue che arrivarono nella mia vita così per caso.
All’epoca era già da un anno che mia mamma mi aveva iscritto al mio primo corso di inglese, mi divertivo tantissimo, ero orgogliosa di attaccare al frigo, all’armadio, alla sedia il loro nome nella lingua che stavo studiando, pochi anni dopo però i fogli cambiarono lingua perché tutta la famiglia in vista di un trasferimento in Italia stava entrando nel fantastico mondo della lingua di Dante…
Chi arrivava a casa mia si perdeva nella lettura di quei foglietti attaccati negli oggetti che adornavano casa e poi il giorno arrivò, tutti sull’aereo a salutare parenti e amici che lasciavamo per un percorso nuovo, un suono ed una cultura che i miei nonni ci raccontavano con un pizzico di nostalgia ma carico di entusiasmo.

I primi giorni avevo un “sorello” che per lui ero la sua “fratella” e queste doppie che facevano sorridere i miei insegnanti perché non volevano far parte del mio lessico, ma poi, poco tempo dopo, divenne la mia lingua quotidiana fino a diventare io stessa insegnante e riferimento per tanti lavoratori stranieri che assetati di parole per potersi esprimere si incamminavano nella lingua italiana.
Assetati sì, perché quando non conosci le parole esse ti rimangono nel palato e la fronte ti si arriccia perché non vogliono uscire e vorresti raccontare ma ti limiti a due tre suoni dei quali sei per certo sicuro, quanto meno, che azzecchi il significato.

Affascinata dalla mia realtà che si destreggiava quotidianamente in mezzo a tre lingue diverse: a casa si parlava spagnolo, con gli amici si parlava in italiano e a scuola studiavo l’inglese, era quasi inevitabile che scegliessi come scuola superiore liceo linguistico e così fu.

Il seguito di questo articolo sarà pubblicato domani.

Autore dell’articolo:
Marina Lorena Trotta
Traduttrice freelance EN-DE-FR-PT>ES-IT (bilingue)

Tradurre il linguaggio medico-scientifico

 Categoria: Servizi di traduzione

Esistono varie ragioni per le quali si decide di diventare medico, la mia ragione principale l’ho individuata negli anni più recenti e cioè credo si tratti del desiderio e del piacere di comunicare con chi ha bisogno di essere innanzitutto ascoltato e poi aiutato a superare al meglio le proprie difficoltà, siano esse di natura fisica o psichica. La soddisfazione, dal punto di vista umano e professionale, per avere svolto una buona comunicazione è grande, soprattutto quando vi sono implicati ostacoli sensoriali o legati a gravi malattie della mente.

Anche la ricerca medico-scientifica necessita di una adeguata comunicazione dei metodi e dei risultati, al fine di un efficace scambio delle informazioni fra i gruppi di studio. Certamente in questo settore l’inglese è la lingua franca e la sua conoscenza fra gli operatori è un necessario strumento di lavoro; tuttavia fra i non madrelingua il livello comunicativo non risulta sempre adeguato, in particolare, se il linguaggio tecnico è spesso circoscritto e ripetitivo, si rileva spesso una certa difficoltà nell’affrontare banali conversazioni (small talk) o nell’accuratezza delle presentazioni orali dei lavori.

La traduzione del materiale medico-scientifico, per quanto mi riguarda, non è altro che un ulteriore modo di comunicare, dove prevale il nobile obiettivo di rendere il significato in maniera massimamente semplice, chiara ed efficace, scegliendo il linguaggio con la precisione e la cura di un artigiano.

Sin da ragazzina ho sempre coltivato una vera passione e curiosità per le lingue straniere. Recentemente sono giunta alla considerazione che l’inglese è una grande lingua perché in grado di adattarsi ai nostri tempi in continuo e rapido mutamento, con necessità di una massima semplificazione e flessibilità del linguaggio comunicativo. Per questo ritengo che l’inglese resterà per molto tempo insostituibile nella mediazione fra culture, in particolare nel mondo scientifico. Negli ultimi anni mi sto dedicando anche all’insegnamento, altro significativo settore dove la comunicazione in senso lato riveste un ruolo di primaria importanza. Insegnare l’inglese è per me un modo per comunicare prima di tutto che lo studente è ascoltato e che le sue difficoltà sono capite e affrontate insieme. Un compito utile e delicato, rivolto a chi è consapevole di vivere in un mondo globalizzato, ma per me particolarmente motivante e di grande responsabilità soprattutto quando rivolto verso le nuove generazioni.

In questo variegato contesto, la passione per la comunicazione rappresenta il principio che motiva e giustifica il doppio sforzo di mantenere l’aggiornamento linguistico e specialistico nel settore medico-scientifico.

Autore dell’articolo:
Valeria E.R. Tontodonati
Medico geriatra, insegnante d’inglese,
Traduttrice freelance EN>IT
S.Donato Milanese (MI)

La difficile Arte della Traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Già nel 46-45 a.C., nel tradurre i discorsi di Demostene e di Eschine, Cicerone rifletteva sull’arduo problema della traduzione interlinguistica affermando: “Io li ho resi comportandomi non da semplice traduttore ma da scrittore. Non ho ritenuto necessario rendere ogni parola con una parola; e tuttavia ho conservato intatto il significato essenziale e il valore di tutte le parole”. Perché in realtà al lettore doveva importare che gli si offrisse, di queste stesse parole, non il numero, ma per così dire il “peso”.

Partendo dunque da questa riflessione ciceroniana, per fornire al lettore una traduzione che sia degna di questo nome, il traduttore moderno dovrebbe sempre tener presenti il significato, il valore, il senso di ciò che traduce proprio in qualità di “scrittore” egli stesso.
In effetti, chi opera in questo campo a livello professionale, vede la propria condizione oscillare fra la figura di modesto divulgatore entro una cultura altra di messaggi che non può decifrare a pieno, e quella di super intellettuale capace di unire in un connubio sovranazionale il (vero o presunto) genio poetico proprio ed altrui, dal momento che sovente si assiste a tentativi che vanno dalla pretesa di rendere visibile il cosiddetto “spirito della lingua”, all’estrema indeterminatezza di termini quali “significato” e “senso”, alla labilità di parole come “sfumature” e “fiuto”, fino alla rozza separazione fra atto del tradurre ed atto dell’interpretare.

A mio modesto parere, se teniamo conto del fatto che ogni atto comunicativo è di per sé una traduzione e la traduzione quasi una “missione”, il traduttore deve considerarsi soprattutto ed appunto un “comunicatore”, un “tramite”: qualcuno cioè in grado di mettere in comunicazione culture diverse e distanti tra loro avvalendosi della propria abilità, della propria “arte”: la difficile arte della traduzione fatta di passione, dedizione, pratica e conoscenza.

Autore dell’articolo:
Pina Mariarosaria Benevento
Traduttrice EN>IT
Caserta

L’adattamento nella traduzione

 Categoria: Servizi di traduzione

Vi siete mai chiesti quanto lavoro ci sia dietro un film o documentario tradotto? Diversamente da altri Paesi, come ad esempio la Svizzera o i Paesi scandinavi, in cui gli spettatori vedono i film stranieri nella lingua originale, o tutt’al più sottotitolati, in Italia c’è una lunga tradizione di doppiaggio. Ed ecco allora che un particolare rilievo viene assunto dalla figura del traduttore adattatore o dialoghista, cioè colui che ricrea interi copioni nella nostra bella lingua. Spesso bistrattato o nel migliore dei casi semplicemente invisibile agli occhi dei più, col suo lavoro permette la diffusione di capolavori cinematografici o di serie TV che entrano nel nostro quotidiano modificando i nostri gusti e i modi di pensare (pensiamo ai celeberrimi “X Files”, “E.R.” o al più recente “N.C.I.S”) e lanciando veri e propri fenomeni di massa. Una sorta di artista, quindi, ma con delle regole precise da rispettare. Prima tra tutte tenere ben presente lo scopo comunicativo del suo lavoro e riuscire a conciliarlo col proprio estro creativo. Infatti il traduttore, adattatore nel nostro caso, da lettore privilegiato riesce ad analizzare il testo di partenza, godendo delle sue molteplici sfumature di significato, dei rimandi extra-testuali, della sua trama fonica, insomma della piena bellezza che lo caratterizza nella lingua originale; ma poi dovrà “trasportare” tutto questo materiale in un nuovo testo e in un contesto socioculturale differente. Nel migliore dei casi ci si può imbattere in film o serie televisive che utilizzano una terminologia tecnica, da addetti ai lavori (sulla quale per lo meno, con l’aiuto di un buon glossario non si può sbagliare), ma molto più spesso è necessario ricreare il testo, come nel caso in cui si faccia riferimento a un personaggio o a una situazione noti nella cultura della lingua d’origine (source language) ma sconosciuti in quella d’arrivo (target language). Oppure ci si può imbattere in espressioni gergali, varietà linguistiche e accenti regionali o modi di dire. Un caso tipico di rimodulazione del testo si ha in presenza del turpiloquio, generalmente diffuso in alcune lingue, soprattutto in contesti colloquiali e familiari (pensiamo alla cultura spagnola) e che in Italia di solito viene attenuato. Insomma è necessario destreggiarsi tra la fedeltà all’originale e la sensibilità del pubblico della lingua d’arrivo.

Spesso l’interesse filologico per il testo di partenza viene minimizzato affinché prevalga la funzione comunicativa e il prodotto finale, cioè i dialoghi, non sembrino forzatamente tradotti, ma siano il più comprensibile possibile per il fruitore. In secondo luogo bisogna fare i conti con un aspetto più tecnico, ma ugualmente rilevante: adattare vuol dire sincronizzare i dialoghi al labiale dell’attore che compare sullo schermo. Non dimentichiamo che il testo di un copione va recitato ed è fatto anche di pause che vanno adeguatamente indicate. Per questo capita di dover smembrare e ricomporre una traduzione già pronta, per cucirla addosso al filmato. Ma non finisce qui, perché spesso il testo viene ulteriormente modificato dai doppiatori in sede di registrazione e il traduttore deve accettarlo con umiltà.

Insomma un mestiere davvero faticoso, in bilico tra l’arte e la tecnica, adatto a quanti desiderano tenersi continuamente aggiornati.

Autore dell’articolo:
Antonella Pinizzotto
Traduttrice-adattatrice EN-ES<>IT
Roma

Il Norvegese: rischio di estinzione? (2)

 Categoria: Le lingue

La Norvegia ha una particolare propensione all’utilizzo dell’inglese in numerosi ambiti sociali e culturali (come casi più comuni basti citare i corsi universitari tenuti in inglese a vantaggio degli studenti stranieri o la gran mole di articoli accademici scritti in inglese per favorirne la diffusione a livello internazionale). Tutto ciò si può ritenere naturale anche alla luce di quello che si è detto riguardo alla somiglianza tra due lingue, cosa che giustifica la facilità con cui i norvegesi fanno uso dell’inglese. Ciò determina tuttavia alcuni comportamenti peculiari: dall’esperienza della sottoscritta risulta, infatti, non solo che tutti i norvegesi con cui si inizia una conversazione tendono a usare l’inglese (cosa che si potrebbe dare per scontata sapendo di avere davanti un non-nativo), ma che alcuni di loro persistono in quest’atteggiamento anche quando hanno appurato che lo straniero con cui stanno comunicando padroneggia il norvegese. Quasi tutti, poi, arrivano prima o poi a domandare come mai si conosca la loro lingua (sottintendendola sua condizione minoritaria e “di nicchia” nel panorama europeo). Sembra quasi che la lingua norvegese subisca attualmente una sorta di svalutazione, che venga considerato un idioma poco rilevante dai suoi stessi parlanti. Questa tendenza è data proprio dalla predominanza della cultura anglofona come modello da seguire, in particolar modo di quella americana: l’economia norvegese, ad esempio, si ispira infatti dichiaratamente al modello di welfare state americano, pur continuando a conservare una propria identità caratteristica.

Forse sarebbe più esatto dire che esiste una sorta di dualismo nel modo in cui i norvegesi considerano la propria lingua e la propria cultura: da una parte c’è il confronto con realtà che appaiono più grandi e importanti, da cui la Norvegia risulta essere molto marginale e minoritaria, dall’altra c’è l’orgoglio nazionale, coltivato con estremo fervore soprattutto in ambito linguistico già dall’epoca della formazione della Norvegia quale stato indipendente. Da allora in questo paese è infatti attivo un dibattito linguistico piuttosto acceso e peculiare, che in un primo tempo si è concentrato soprattutto sull’affermazione di una lingua ufficiale (anche se poi le lingue ufficiali che si sono affermate sono state due, il bokmåle il nynorsk), mentre attualmente verte piuttosto sulla definizione di uno standard parlato, che secondo le norme vigenti ancora non esiste (ovvero è consentito usare qualsiasi varietà locale di norvegese in qualsiasi ambito). L’interesse per la propria lingua è dunque vivo per i cittadini norvegesi. Tuttavia la diffusione capillare dell’inglese nella vita quotidiana e la predominanza del modello di cultura che esso veicola (grazie anche alla spinta delle generazioni più giovani) suscita spirito di emulazione e un riconoscimento dei propri limiti a volte quasi eccessivo.

Tutto sommato, dunque, il norvegese, malgrado abbia soltanto cinque milioni di parlanti e malgrado gli stessi norvegesi temano che la propria lingua verrà presto soppiantata dall’inglese, non sembra ancora trovarsi a rischio estinzione, come ipotizzato nel titolo dell’articolo, dato inoltre che il numero di anglismi diretti presenti in questa lingua non supera quello di altre lingue europee e che esiste un ente ufficiale che regola le questioni linguistiche in Norvegia (lo Språkrådet) che si impegna a proporre alternative norvegesi ai termini inglesi che entrano nell’uso.

Infine, un’opinione personale. Ritengo che, in qualità di cittadini europei, conoscere e relazionarsi, per lavoro o passione, a realtà e lingue così particolari come quella norvegese, sia una ricchezza, una risorsa che fornisce punti di vista nuovi e che permette di riappropriarsi di una parte importante di storia e di cultura della realtà in cui viviamo. Inoltre è anche questa conoscenza che in parte aiuta queste culture ad avere un futuro senza che si appiattiscano all’ombra di altre.

Autore dell’articolo:
Eleonora Petrarca
Traduttrice freelance NO-EN>IT
Roma

Il Norvegese: rischio di estinzione?

 Categoria: Le lingue

Come quasi tutti sanno, il norvegese è una delle lingue scandinave che appartengono alla famiglia delle lingue germaniche e ne costituiscono il ramo settentrionale. Nonostante siano lingue antiche che hanno percorso una linea evolutiva comune (non solo discendono direttamente dal norreno, l’idioma comune a tutta l’area scandinava fino al tardo Medioevo, ma ancora oggi norvegese, danese e svedese sono quasi mutualmente intellegibili, mentre l’islandese ha conservato una forma scritta quasi interamente identica al vecchio norreno), sono attualmente usate da una quantità di parlanti piuttosto esigua se confrontata a quella relativa a molte altre lingue europee. Tuttavia partecipano a formare un’identità e una cultura dai caratteri tipici, legata alla storia vichinga e ai climi freddi del nord.

Torniamo a concentrarci principalmente sulla lingua norvegese, avendo ormai assodato che anche le altre lingue scandinave condividono la maggior parte delle sue caratteristiche. Essendo una lingua germanica è dunque imparentata con l’inglese. Se si studiano più da vicino, si noterà anzi che hanno una certa quantità di tratti in comune: la forma di molte parole – a titolo di esempio basterà citare i termini che significano ‘parola’, ‘libro’, ‘porta’, ord (norv.) – word (ing.), bok (norv.) – book (ing.), dør (norv.) – door (ing.) -, l’estrema semplicità della coniugazione verbale, l’uso del genitivo detto “sassone” -the cat’s tail (ing., la coda del gatto) – kattens hale (norv.) – e altri. Questa somiglianza è data dalla parentela germanica che legava i vichinghi a quelle popolazioni che dominarono l’Inghilterra nel Medioevo e in parte dalla stessa temporanea presenza vichinga sul suolo inglese (non bisogna dimenticare, inoltre, che gli stessi normanni che conquistarono l’Inghilterra nell’XI secolo, pur se “francesizzati” erano discendenti dei vichinghi stanziatisi nel nord della Francia). In ogni caso, le due lingue e le due culture hanno poi percorso separatamente diversi secoli di storia.

Al giorno d’oggi la facilità dei viaggi e l’apertura sia commerciale che comunicativa tra tutti i paesi d’Europa e del mondo tornano a mettere a confronto le varie realtà. Le lingue diventano molto permeabili e in esse si installano grandi quantità di termini stranieri provenienti dalle lingue più rappresentate nella comunicazione all’interno di determinati ambiti (vale a dire nei mass-media, in pubblicità, in economia, ecc.). Cosa succede dunque nello scambio tra la cultura anglofona e quelle di minore rilievo internazionale, come il norvegese? Come è noto, grazie all’enorme sviluppo degli Stati Uniti d’America e al ruolo di primo piano assunto a livello internazionale da questo paese a partire dalla seconda metà del Novecento, l’inglese è diventato la lingua chiave, spesso l’unica per poter comunicare tra persone provenienti da paesi diversi. Se non si conosce almeno qualche parola o frase fondamentale in inglese si è praticamente esclusi dal mondo del lavoro, dall’uso delle tecnologie informatiche e quindi dalla cultura contemporanea. Questa lingua è ormai parte integrante dei programmi scolastici dei paesi non anglofoni. Ma non tutti hanno sviluppato lo stesso “zelo” nell’appropriarsi di questa seconda lingua semi-obbligatoria: in Italia, ad esempio, la conoscenza dell’inglese, soprattutto a livello di capacità d’uso in situazioni comunicative reali, è piuttosto bassa (secondo una classifica stilata dall’azienda EF, consultabile all’indirizzo http://www.ef-italia.it/epi/, l’Italia è al 24° posto nel mondo). In Norvegia la situazione è un’altra, infatti, la maggioranza degli abitanti di tutte le età (nella classifica citata questo paese si trova al 5° posto nel mondo, preceduta dagli altri paesi dell’area scandinava continentale e dai Paesi Bassi) sanno non solo capire, ma anche usare correttamente l’inglese.
Senza dubbio una situazione del genere è innanzitutto il risultato di maggiore disponibilità economica a sostegno dell’apprendimento delle lingue straniere.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Eleonora Petrarca
Traduttrice freelance NO-EN>IT
Roma