Tradurre l’intraducibile “Finnegans Wake”

 Categoria: Traduzione letteraria

Tradurre significa, in certa misura, ricreare, rimodellare, reinventare un “suonsenso” (per usare un’espressione joyciana) in lingua italiana per riprodurre le caratteristiche dell’originale e non solo trasformare le parole di una lingua in quelle di un’altra.
L’anno scorso ho frequentato un corso per traduttori letterari nel quale mi sono buttata a capofitto, vista la mia passione per le lingue e per la traduzione e la mia ferrea volontà a farmi strada in questo campo, e la cosa che più mi ha colpito studiando alcuni testi è stata la possibilità concreta per il traduttore di tradurre linguaggi apparentemente intraducibili. La lingua può essere usata dall’autore in modo creativo; egli si discosta, così facendo, ad esempio, dall’inglese standard, inventando, mescolando, modificando lemmi e costruzioni comunemente accettati e riscontrabili in dizionari e grammatiche. Così come l’autore, il traduttore dovrà comportarsi allo stesso modo con la propria lingua, producendo alterazioni dell’italiano “corretto” che in qualche modo tentino di mimare quelle dell’originale inglese.

“Finnegans Wake”di James Joyce, ad esempio, è il testo “intraducibile” per eccellenza, il testo che non va tradotto. Esso pone problemi che trascendono i problemi posti dalla traduzione dall’inglese, perché è scritto in una lingua fondata sull’inglese ma diversa, composita, ibridata, un idioma personale inventato da Joyce. Inoltre la sua logica non è strettamente narrativa, bensì linguistico-discorsiva: il discorso procede spesso per associazioni fonetiche, suggestioni di senso, correlazioni semantiche che distorcono la materia narrata. E allora, direte voi, perché preoccuparsi di tradurlo? Perché tradurre è anche inventare, re-inventare, pur portando rispetto all’originale, polisemico e multilingue; tradurre è re-inventare un testo, perché si re-inventa la lingua d’arrivo, facendola interagire e reagire con la lingua di partenza, fino ad amplificarla e arricchirla.“Finnegans Wake” sembra essere la sfida, inadeguatamente valorizzata, che pochi traduttori tuttora al lavoro hanno raccolto; uno di questi è Luigi Schenoni, che si è dedicato al romanzo in questione fin dai primi anni settanta, compiendo una translation in progress che è ora arrivata al Libro II. Schenoni scriveva nel 1979 della complessità del lavoro che aveva intrapreso e concludeva: “Se mi si domandasse, parafrasando il titolo di una nota commedia di Edward Albee, Who’s Afraid of Translating Finnegans Wake?, la mia risposta sarebbe: Io no”. E come commentava il redattore, tutti noi lettori timidamente lo ringraziamo.

Tanto per farvi comprendere meglio ciò di cui si sta parlando vado a riportarne qui l’incipit:
riverrun, past Eve and Adam’s, from swerve of shore to bend of bay, brings us by a commodius vicus of recirculation back to Howth Castle and Environs.
Il primo scoglio ad affiorare è la prima parola del testo, riverrun: “corso del fiume” (Wilcock 1961), “filafiume” (Burgess 1975), “fluidofiume” (Schenoni 1982). La soluzione più appropriata sembra essere l’ultima, proposta da Schenoni: a differenza di “corso del fiume”, “fluidofiume” è una sola parola; l’allitterazione con aggiunta del fonema liquido “l” (che sostituisce la “r” dell’originale) viene conservata come in “filafiume”, ma “fluidofiume” esprime un senso di movimento (fluido, flusso, fluire) che a “filafiume” mancava.
Qui come in tutto “Finnegans Wake”, le scelte sono potenzialmente infinite: dal momento che l’originale fa uso dell’inglese in modo creativo, il traduttore dovrà fare altrettanto con l’italiano, seguendo le associazioni di suono e di senso del testo di partenza. Del resto, questa è la procedura seguita dallo stesso Joyce nel momento in cui, con l’aiuto di un amico e collaboratore madrelingua, quale fu Nino Frank, si misurò con la traduzione in italiano di un frammento del suo testo.

Autore dell’articolo:
Giada Mastropietro
Traduttrice EN-FR>IT
Campobasso

Il vero significato della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

René Magritte, uno dei più grandi pittori surrealisti europei, soleva dire: “Se il sogno è la traduzione della realtà, allora la realtà è la traduzione del sogno”. L’uomo che fece suo il concetto di indefinibilità del reale, racchiude in questa affermazione l’importanza del concetto stesso di traduzione: la capacità di decodificare linguaggi diversi e renderli l’uno l’immagine speculare dell’altro.

Tradurre un testo significa conoscerne profondamente l’essenza, non solo la lingua. Una trasposizione asettica, meramente basata sul meccanico adattamento di una lingua ad un’altra, svilisce il contenuto di qualsiasi messaggio, rendendo quest’ultimo privo di quell’efficacia che gli era propria nella sua versione originale. La traduzione è un processo complesso che non può prescindere dalla consapevolezza dell’esistenza di codici culturali diversi che ne influenzano la riuscita e, soprattutto, la fedeltà.

In tempi dove il web la fa da padrone, dove l’immediatezza e l’accessibilità sono caratteristiche irrinunciabili, spesso la traduzione è messa in secondo piano, finendo col generare degli errori macroscopici che nel migliore dei casi si limitano a rendere il messaggio meno comprensibile al ricevente, nel peggiore troncano sul nascere una diffusione su larga scala del messaggio.
Tristemente emblematica e, a dire il vero, anche involontariamente comica resta l’ormai famigerata campagna pubblicitaria sul latte made in USA che è riuscita a creare un vero e proprio tamburo mediatico puntando sull’incisività della frase “Got Milk?”. Se per il mercato americano lo slogan risultava efficace e simpatico, altrettanto non si poteva dire per il confinante territorio messicano, dove l’improbabile traduzione ispanica “¿Tiene Leche?” (che tradotto significa “Stai allattando?” ) rendeva lo slogan originale decisamente ridicolo.

Se per Magritte sognare era un modo di rivivere secondo un’altra prospettiva il vissuto reale, per un traduttore il proprio mestiere dovrebbe essere un modo per far rivivere secondo la cultura e la lingua di un altro Paese ciò che di importante si nasconde tra le parole.

Autore dell’articolo:
Desirée Pucci
Traduttrice freelance EN>IT
Empoli (FI)

Tradurre un articolo scientifico

 Categoria: Servizi di traduzione

Dal 2003 collaboro con una rivista di chirurgia, una delle più vecchie in Italia. La rivista è sempre stata molto attenta alle esigenze dei tanti chirurghi che scrivono sulle sue pagine, tanto da decidere, ad un certo punto, di pubblicare in lingua inglese in modo da garantire agli autori maggiore visibilità. Sono però pochi i chirurghi italiani che scrivono in inglese corretto ed una buona percentuale di contributi che giunge in redazione per la pubblicazione necessita di essere ampiamente revisionata o, nel peggiore dei casi, ritradotta.

Tradurre testi scientifici non è facile e non solo perché richiede la conoscenza della terminologia medica, chirurgica od anatomica. Durante la mia collaborazione con la rivista ho visto avvicendarsi molti traduttori che pensavano che bastasse una ottima padronanza dei termini per poter fare un buon lavoro. I risultati sono spesso stati insoddisfacenti, con traduzioni ineccepibili dal punto di vista grammaticale e sintattico, ma troppo letterali e perciò “sterili”, proprio come un tavolo operatorio. È indiscutibile che tradurre gli step di un intervento chirurgico o le casistiche di pazienti affetti da una certa patologia non permette grandi voli pindarici (sarebbero inoltre fuori luogo considerando gli argomenti!) ma questo non toglie che si tratti pur sempre di una traduzione e come per ogni traduzione che si rispetti, anche in questo caso è necessario che il traduttore “entri” nel testo per poterlo trasformare al meglio in una nuova lingua: dovrà pertanto fare un preventivo lavoro di ricerca bibliografica (ad esempio su Internet), informandosi bene sugli argomenti trattati, prima di affrontare l’arduo compito. Questo vale ovviamente sia per traduzioni dall’italiano all’inglese sia per quelle dall’inglese all’italiano che, a mio avviso, trovo ancora più stimolanti in quanto l’inglese – lingua già di per sé concisa rispetto al nostro più articolato italiano – quando è scientifico è ancora più stringato ed implica perciò un grosso sforzo interpretativo.

La traduzione di un articolo scientifico rappresenta una sfida importante che richiede tempo ed impegno ma senza dubbio si tratta di una sfida affascinante che, se affrontata nella maniera giusta, non mancherà di dare grandi soddisfazioni.

Autore dell’articolo:
Stefania Tavanti
Traduttrice professionista EN>IT
Firenze

In nome della traduzione…

 Categoria: Traduttori freelance

Il primissimo studio di una lingua straniera inizia con la scuola. Una delle cose fondamentali che vengono insegnate sono i nomi dei colori, i numeri e tutta una serie di semplici nozioni che ci si diverte ad utilizzare anche in ambito quotidiano. Con il passaggio alle classi superiori la lingua straniera sembra risultare meno accattivante di quanto si possa pensare; si finisce con il trovarsi dinanzi ad un mondo di regole grammaticali che sembrano distare anni luce dalla nostra lingua madre. Così la nostra curiosità scema. Poi iniziano le vacanze all’estero ed allora sì che si comprende l’importanza di comunicare aldilà dell’italiano. Per questo motivo ho deciso di raccontare la mia esperienza.

Posso dire che non sono mai stata un’ estimatrice di nessuna lingua nello specifico, non so se per pura pigrizia o perché non mi entusiasmava studiare un semplice testo. Un giorno, navigando su internet, nella speranza di trovare un’altra possibilità sul mondo del lavoro che non mi obbligasse ad accantonare l’amore per la letteratura, per i viaggi, mi sono imbattuta in un corso di traduzione. Per una lettrice accanita come me ha significato scoprire un mondo che non avevo mai considerato. Ho subito pensato che per capire a fondo una lingua, sarebbe stata necessaria un’esperienza all’estero. Solo osservando una nazione più da vicino, sarei stata in grado di comprendere le sfaccettature di cui una lingua dispone. La scelta è caduta sulla Francia la cui struttura linguistica, essendo una lingua romanza, è simile alla nostra. Ho trascorso un anno a Bordeaux e sono riuscita con il supporto di un corso di lingua francese, ma anche comunicando con la gente e ancora guardando film e ascoltando telegiornali, leggendo riviste, a sentirmi parte di un mondo fino ad allora sconosciuto. Continuo a credere che un testo scolastico non permetta di comprendere e apprezzare realmente una lingua che non sia la nostra. Entusiasta a dicembre ho iniziato il tanto atteso corso ed anche in questo caso si è aperta una finestra sul mondo della traduzione, sulla necessità di un’ approfondita conoscenza non solo della lingua di partenza (nel mio caso il francese) ma anche su quella di arrivo (l’italiano).

Due sono le linee guida per tradurre al meglio: in primo luogo tradurre non significa trasporre parola per parola un testo. Come sottolinea Umberto Eco nel suo libro “ Dire quasi la stessa cosa”, la parola d’ordine è negoziazione. Occorre adoperare un lessico che sia fedele all’originale ma che sia di uso comune nella lingua d’arrivo. In secondo luogo, non esiste una traduzione migliore o peggiore, molto dipende dal gusto del revisore e dell’editore. Da questo momento ho capito il duro lavoro racchiuso dietro il più semplice dei libri.

Autore dell’articolo:
Rosanna Cataldo
Traduttrice freelance FR>IT
Cervia (RA)

Esperienze di una traduttrice

 Categoria: Traduttori freelance

Già al liceo decisi che avrei studiato Traduzione. Mi affascinavano le lingue straniere: entrare a piccoli passi all’interno di un sistema linguistico fatto di suoni e grafemi sconosciuti che, pian piano, diventano la tua quotidianità; imparare a conoscere un altro paese, fatto di personaggi storici, avvenimenti ed elementi appartenenti a un diverso retroterra culturale; sperimentare un modo “insolito” di vivere il cibo e la convivialità; ridere di un umorismo “diverso”. Questo e molto di più è stato per me lo studio del tedesco, dell’inglese, dello spagnolo.

Poi sono arrivate le prime esperienze all’estero: Vienna, Bristol… Per la prima volta in vita mia mi ritrovai, da sola, in un paese che conoscevo perché lo studiavo da sempre, ma che in realtà mi era completamente estraneo. Già! Perché una cosa è studiare gli usi e costumi degli inglesi, degli spagnoli o dei tedeschi su un libro di testo; totalmente diverso è sperimentarli, quegli usi e costumi, sulla propria pelle: orari differenti, gastronomia a dir poco ignota… Persino i gesti non sono gli stessi! E la lingua, quell’idioma che pensavo di dominare con tanta sicurezza fra i banchi del liceo o dell’università, sembrava diventata aramaico. Nelle sfumature di ogni accento si confondevano i “won’t” con i “want”, “braten” con “raten”, “caza” con “casa”, dando origine a un umorismo involontario di cui ero la sfortunata protagonista fra l’ilarità generale, ed era allora che la tanto vantata sicumera si trasformava in un imbarazzante disagio e, maledicendomi, mi chiedevo perché avessi tanto voluto studiare Lingue.

Per fortuna, però, tutto questo non è durato a lungo. Col tempo, sono arrivati i momenti in cui scoprivo di aver capito una battuta e potevo permettermi di ridere davvero, o di poter avere una conversazione con un’amica madrelingua sui temi più disparati, dal prelibato sandwich provato il giorno prima al pub all’angolo, all’influenza imperialista sulla letteratura di viaggio femminile di fine Ottocento. Oppure, e quando mi successe per la prima volta fu pura magia, mi ritrovavo addirittura a PENSARE nella lingua che stavo studiando. È stato allora che ho capito che ce la potevo fare. E che avrei anche voluto, fortissimamente voluto, vivere all’estero una parte della mia vita. E che avrei fatto la traduttrice: perché amo le lingue e la letteratura; amo conoscere, vivere e sperimentare nuove culture; amo poter traghettare da un idioma all’altro l’immagine che uno scrittore o una poetessa hanno creato nella propria. Non che sia facile. Tutt’altro! È stato un percorso lungo e difficile, da quel banco del liceo fino a questa scrivania, a Jerez de la Frontera, Spagna, dove sono seduta oggi. Quasi un viaggio. E certi giorni sei talmente stanca, abbattuta, avvilita, delusa, che vorresti gettare il computer dalla finestra e maledici il giorno in cui hai iniziato a sognare di voler fare la traduttrice. O il traduttore. Ma i sogni sono proprio così, no? A volte si affievoliscono, si intorpidiscono, socchiudono gli occhi, ma sono sempre lì, che battono all’unisono con il tuo cuore.

Autore dell’articolo:
Elena Cannelli
Traduttrice freelance EN-ES>IT
Cadice (Spagna)

Tradurre letteratura cinese (5)

 Categoria: Traduzione letteraria

Un problema analogo a quello dei verbi in serie è evidenziabile anche a livello del lessico. Le parole del cinese sono in prevalenza bisillabiche e molte di esse si sono generate nel tempo attraverso il meccanismo della composizione che porta a connettere in un’unica parola due sillabe (a livello fonetico), due morfemi (a livello morfologico), due caratteri (a livello grafico), almeno nei casi del cinese (la maggior parte) in cui vi è corrispondenza tra sillaba e morfema. In traduzione, alcune volte, il diretto corrispettivo in italiano, sebbene sia un traducente che riporta lo stesso significato della parola in cinese, può non essere – del tutto o in parte – adatto a rendere l’espressione usata nel ST nella sua pienezza. Il traducente, infatti, può essere a sua volta un composto (caso veramente raro in italiano, lingua dove la composizione non ha nemmeno l’ombra della produttività che il fenomeno ha in cinese) ma le sue parti non corrispondono a quelle cinesi, o può (e questo è ciò che avviene più spesso) non essere affatto un composto, avendo una derivazione filologica del tutto diversa, e dunque non portare con sé uno solo o nessuno dei due campi semantici a cui fanno riferimento le parti morfemiche del composto cinese.

Sempre da un punto di vista lessicale una particolarità del cinese è rappresentata dai chengyu. Ceccagno (2005) descrive così l’uso dei chengyu in cinese:

Il cinese è ricco di proverbi e frasi standardizzate, spesso di derivazione letteraria, strutturati secondo la sintassi classica e perlopiù costituiti da quattro caratteri. Queste frasi fatte (成语chéngyǔ) sono entrate come unità consolidate nel lessico moderno e costituiscono un esempio interessante di cristallizzazione della sintassi propria di precedenti fasi evolutive della lingua (Abbiati, 1992). In qualche modo proverbi e frasi fatte potrebbero richiamare alla mente le nostre citazioni latine; in realtà si tratta di un bagaglio linguistico molto più diffuso e popolare: infatti, a proverbi e frasi fatte ricorrono continuamente tutti i cinesi, non solo le persone colte ma anche chi ha bassa scolarizzazione e livello culturale modesto. Inoltre i chéngyǔ sono ritenuti un patrimonio linguistico-culturale tradizionale da preservare e trasmettere alle giovani generazioni: in qualsiasi libreria cinese sono presenti vari volumi illustrati configure della tradizione che raccontano (e insegnano) ai ragazzi la storia che sta dietro ad ogni frase fatta.

I chengyu rientrano in un discorso più ampio, cioè quello delle espressioni idiomatiche, dei modi di dire, cioè di espressioni cristallizzate che esistono in tutte le lingue. In traduzione è spesso difficile rendere l’identico senso espresso, si rischia di sostituire un’espressione comunissima in cinese con un’altra che, sebbene equivalente in italiano, potrebbe suonare troppo poetica o fuori luogo. Dove possibile i chengyu andrebbero sostituiti con un’espressione idiomatica analoga. In molti casi, però, non vi è questa possibilità e basta tradurre il senso generale del modo di dire in questione.

Trattandosi di una cultura così lontana, le diversità riguardano anche e soprattutto i realia: cibi, usanze locali, particolari unità di misura, cioè oggetti culturalmente specifici che in Italia non abbiamo. Dunque in alcuni casi alcune parole possono essere proprio lasciate così come sono, al limite inserendo una nota a piè di pagina, che però è spesso una scelta osteggiata in nome della scorrevolezza e della leggibilità del testo per il lettore della cultura target.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Tradurre letteratura cinese (4)

 Categoria: Traduzione letteraria

In cinese esistono poi particolari costruzioni verbali: i verbi direzionali e i verbi risultativi. Abbiati (1998) definisce i verbi (detti complementi) direzionali così:

I complementi direzionali sono costituiti da uno o due verbi di moto (complementi direzionali semplici nel primo caso e complementi direzionali composti nel secondo) che specificano la direzione e/o il senso del movimento descritto dal verbo reggente. […] I principali verbi che segnalano direzione sono 上shàng “salire (→ su)”, 下xià “scendere (→ giù)”, 进jìn “entrare (→ dentro)”, 出chū “uscire (→ fuori)”,回huí “tornare (→ indietro, ri-)”, 过guò “passare (→ avanti, oltre)”, 起 “alzarsi (→ in su)”, 开kāi “aprire (separazione → via), mentre due soli sono quelli che indicano il senso: 来lái “venire” (avvicinamento) e 去 “andare” (allontanamento).

In generale spesso non esiste un traducente diretto nella lingua d’arrivo per i significati espressi nel testo originale, pertanto si rende necessario, al fine di ottenere uno stile adeguato nel testo tradotto, rinunciare alla traduzione letterale e variare leggermente la struttura sintattica della frase, oppure scegliere un traducente che appartenga ad una categoria grammaticale diversa da quella usata dall’autore. Per quanto riguarda i direzionali il compito è particolarmente problematico, in quanto tali complementi non hanno un loro corrispettivo diretto in italiano. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, vi sono espressioni che possono sostituire il loro uso, permettendo di trasmettere in modo inalterato il senso delle frasi del testo, cioè l’impressione (di particolare effetto “cinematografico” in letteratura) di allontanamento e avvicinamento rispetto ai protagonisti delle azioni.

Per quanto riguarda i risultativi la definizione di Abbiati (1998) è la seguente:

Il complemento risultativo, costituito da forme verbali che si legano saldamente al verbo reggente da cui sono precedute, specifica l’esito prodotto dall’azione o dallo stato predicati. […] Qualunque verbo può fungere da risultativo, purché la costruzione risultante (verbo reggente – complemento) abbia coerenza e senso logico.

Dunque il primo verbo specifica l’azione e il secondo ne rivela l’esito. I risultativi rappresentano un aspetto particolarmente problematico della traduzione dal cinese in italiano, in quanto non è sempre possibile conservare nel testo tradotto entrambi i verbi che li compongono e, nei casi in cui questo è possibile, per uno dei due componenti è quasi inevitabile usare un traducente che appartenga ad una categoria diversa da quella verbale, oppure può essere opportuno inserire una congiunzione, dato che in italiano, a volte, è agrammaticale far seguire direttamente ad un verbo un altro verbo, o ancora, per conservare il senso espresso da entrambi i verbi, si può ricorrere ad una elaborazione di frase più complessa. A volte è inevitabile che una parte del senso vada persa, o in alcuni casi non è strettamente necessario rendere esplicite entrambe le parti, per rendere comprensibile il senso globale dell’azione, che si può sintetizzare con un unico verbo.

La quinta e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Tradurre letteratura cinese (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

Il traduttore è dunque al centro di un processo ampio, in cui deve muoversi tenendo a mente sia i fattori linguistici, che i fattori letterari e culturali, specialmente quando si tratta di lingue e culture così distanti tra loro, così come sono quella cinese e quella italiana. Sulle scelte del traduttore influiscono parimenti tutti questi macrocontesti, e – come sottolineato da altri teorici dei translation studies – ve ne sono molti altri, quali ad esempio le norme del mercato editoriale, o anche la posizione di rilievo o di “prestigio” di una lingua e di una letteratura rispetto a un’altra (a questo proposito è molto interessante, ad esempio, l’approccio sistemico ed empirico di Even-Zohar, che postula l’esistenza di culture – e quindi di lingue e letterature – dominanti rispetto alle altre, e dell’appartenenza di un testo, dunque, ad una letteratura definita centrale o ad una periferica).

La nuova disciplina dei Translation Studies fa proprie, inoltre, molte delle acquisizioni della Systemic Functional Grammar, fondata da Michael Halliday, che sostituisce la grammatica normativa con un approccio funzionale, ovvero tiene in conto proprio fattori quali un context of culture, oltre ad un context of situation, presenti in qualsiasi atto comunicativo, quindi anche in un testo letterario, nonché di caratteristiche della lingua quali l’enfasi tematica. Ad esempio la distinzione di derivazione funzionalista tra il tema o topic e il rema o comment – un elemento della frase è enfatizzato, che esso sia o meno il soggetto, grazie alla posizione in testa dell’enunciato e rappresenta l’argomento di cui l’enunciato stesso tratta – è fondamentale per spiegare una caratteristica particolare del cinese, cioè la sua tendenza all’essere topic-prominent, così come descritta in vari studi di linguistica cinese. Non è sempre il soggetto in testa alla frase, sebbene il cinese sia una lingua SVO, soggetto verbo oggetto (che ultimamente tende ad evolversi verso la struttura SOV). Questa caratteristica funzionale della lingua – come altre – andrebbe rispettata, in taluni casi, anche in traduzione, se la lingua in cui il testo cinese viene tradotto lo consente.

L’italiano e in generale le lingue occidentali presentano caratteristiche tipologiche e morfosintattiche molto diverse dal cinese, che rendono particolarmente problematica la traduzione letteraria da questa lingua, e vanno tenute presenti da chi traduce, ad esempio una delle difficoltà e delle scelte che bisogna affrontare nel tradurre un testo di letteratura cinese riguarda i tempi verbali da adottare nel testo d’arrivo: la lingua italiana differenzia in maniera esplicita il tempo dei verbi, il cinese, invece, è definito lingua isolante (anche se il cinese moderno presenta molti meno tratti caratteristici delle lingue isolanti rispetto al cinese classico) e dunque non fa uso di variazioni morfologiche verbali per distinguere l’aspetto temporale delle azioni. In cinese la cronologia degli eventi, di solito, è resa esplicita dalla presenza di particelle aspettuali e modali, avverbi e complementi di tempo. In mancanza di tali elementi non è sempre possibile stabilire con certezza il momento in cui un’azione è collocata. Si rivela necessario, nei casi di ambiguità, decidere in base al contesto della narrazione, e fare riferimento ad altre indicazioni temporali che l’autore inserisce nel testo, in primo luogo per quanto riguarda la consecutio temporum, cioè il rapporto cronologico di anteriorità, contemporaneità o posteriorità dalle azioni che, quando non reso esplicito dalla particella le 了o da altre marche temporali, può essere dedotto solo in base a considerazioni logiche sulla struttura del racconto, e riportato nel testo italiano seguendo le caratteristiche verbali della nostra lingua, ad esempio attraverso l’uso di tempi composti quali i trapassati. Non sempre è evidente ad una prima lettura anche il tempo principale della narrazione del racconto, in rari casi in cui le marche temporali sono assenti o ambigue, la scelta della narrazione nel TT al passato, ad esempio, può essere addirittura affidata all’arbitrio del traduttore.

Domani verrà pubblicata la quarta parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Tradurre letteratura cinese (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Esistono e sono esistiti molti differenti presupposti teorici a cui i traduttori si sono attenuti nel corso dei secoli, posizioni certamente tenute in considerazione, in parte, ancora oggi, ma precedenti al momento in cui la teoria della traduzione ha assunto statuto di disciplina ufficiale e quindi, per la maggior parte, già messe in discussione. La prima riflessione importante sulla traduzione letteraria è attribuita a Cicerone, secondo il quale una buona traduzione, definita “da oratore” consta della ricerca del miglior modo di rendere un testo a chi ne fruisce in un’altra lingua, mantenendone l’efficacia espressiva. Dopo di lui in molti si sono interrogati su quale fosse il miglior modo di tradurre e quali fossero i criteri da seguire per realizzare una buona traduzione. La riflessione sulla traduzione passa attraverso le menti di San Girolamo, Leonardo Bruni, Goethe, Schlegel, Schleiermacher, Humboldt e tanti altri ancora, fino a quando, nell’ultimo mezzo secolo, la traduzione si è trasformata da esercizio di stile per scrittori e letterati in una vera e propria professione, e attorno alla pratica della traduzione si è organizzata una disciplina con un suo statuto teorico, classificata sotto l’etichetta di translation studies. La denominazione della disciplina si fa risalire ad un saggio di James S. Holmes del 1988, “The name and the nature of Translation Studies” (1988), che è ritenuto il manifesto della nuova disciplina e ne definisce il carattere empirico, gli obiettivi e i principi, tra i quali – in primo luogo – la finalità di descrivere sia il processo che il prodotto della traduzione, così come essi si manifestano nell’esperienza. E’ nel 1980 che Susan Bassnett scrive l’opera che sarà ritenuta da allora fino ad oggi la più importante per la nuova teoria della traduzione contemporanea, intitolata, appunto, Translation Studies. Presupposto fondamentale del nuovo paradigma è che la sostanziale differenza tra i due testi che sono oggetto di studio delle teorie della traduzione non è più la cosiddetta “originalità”, perché anche il testo d’arrivo in un certo senso, può essere considerato un originale. La differenza consiste invece nei due diversi contesti di pubblico a cui i testi sono destinati: il testo di partenza, quello che veniva chiamato originale, viene ora denominato da Bassnett Source Text (ST). Esso è creato dall’autore in un determinato contesto culturale (in un dato tempo e in un certo luogo) ed è composto in una lingua che è espressione di tale cultura; il testo che era stato in precedenza denominato testo d’arrivo o testo tradotto, viene invece denominato Target Text (TT), e definito sempre in relazione al suo pubblico di destinazione: esso è creato per la fruizione da parte di lettori che appartengono ad un’altra cultura e usano un’altra lingua (nella stessa epoca, nel caso della traduzione di un testo contemporaneo, o addirittura di un’altra epoca, nella traduzione di un testo del passato).

A mio avviso, nell’adottare questa nuova ottica per quanto riguarda la traduzione di testi di letteratura contemporanea dalla lingua cinese alla lingua italiana, assumono valore di rilievo soprattutto il punto di vista linguistico e quello culturale, oltre a quello letterario, già studiato dai teorici del passato. Per quanto riguarda l’aspetto linguistico, soprattutto nel tradurre una lingua non imparentata per derivazione con la lingua del nuovo testo, diventa cruciale la differenziazione tipologica, ovvero la classificazione delle lingue in tipi di appartenenza, per rilevare, nella pratica, le caratteristiche linguistiche sia della lingua del ST che della lingua del TT e tenerle presenti nel processo di traduzione. Le caratteristiche letterarie del testo, cioè il suo genere, le notizie sull’autore, lo spirito del testo e la sua bellezza estetica vanno sempre tenute in grande considerazione, così come descritti dai più grandi teorici della traduzione ancor prima della fondazione della nuova disciplina, ma, inoltre e soprattutto, bisogna adottare oggi anche una prospettiva culturale; prospettiva, cioè, che mostri consapevolezza delle differenze di contesto, dei riferimenti, delle tradizioni e, in generale, di tutto ciò che appartiene al contesto culturale in cui vengono creati entrambi i testi. Uno dei primi a porsi il problema culturale, in effetti, era già stato Schleiermacher, che aveva contrapposto le traduzioni “naturalizzanti” a quelle “stranianti”, le prime sono quelle che naturalizzano il testo, cioè lo avvicinano al modo di comprendere del pubblico di destinazione del testo tradotto, mentre le ultime sono quelle che conducono il pubblico di ricezione ad avvicinarsi ad una nuova cultura, quella del testo così come esso è stato scritto dal suo primo autore.

A domani la pubblicazione della terza parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Tradurre letteratura cinese

 Categoria: Traduzione letteraria

La traduzione letteraria interlinguistica presuppone diverse attività complesse: la prima è un’attenta comprensione del testo, cui deve seguire un lavoro di trasformazione, guidato dalla finalità di rendere l’opera accessibile al lettore che non abbia conoscenza della lingua in cui essa è stata composta mantenendone, per quanto possibile, inalterate le qualità originarie e cercando di riproporle al meglio nella lingua d’arrivo. Chi traduce, in questo senso, deve porsi in una duplice prospettiva: essere al contempo lettore attento e autore di una nuova versione del testo.

Per lungo tempo ci si è chiesti se la traduzione letteraria possa essere considerata un’attività scientifica o creativa. Come processo scientifico, la traduzione è stata concepita quale trasformazione di un messaggio, dato in un certo codice linguistico, in un messaggio equivalente, reso in un altro codice linguistico, mediante l’applicazione di regole sintattiche. Bisogna, però, tenere presente che l’opera, così come essa è stata concepita dal suo autore originario, presenta – oltre all’utilizzo di un codice linguistico – caratteristiche di soggettività, intertestualità, risvolti psicologici e, non ultimo, scelte di stile (che rispecchiano tali caratteristiche), le quali non sempre rientrano negli schemi descrittivi del codice linguistico usato. In traduzione si rende necessario cercare di riproporre tutti questi elementi, evitando il più possibile di alterarli, pertanto la traduzione stessa può essere considerato un processo non solo scientifico, ma anche di ri-creazione del messaggio comunicato dall’autore, al quale sono sottese, inoltre, una trasformazione metaculturale e un’operazione di comparazione linguistica e letteraria.

La dicotomia “scientifico vs creativo”, sebbene ancora oggi sia considerata effettivamente problematica da chi si occupa di traduzione letteraria, nel corso dell’evoluzione delle teorie sulla traduzione, viene parzialmente abbandonata, così come molte altre concezioni che hanno caratterizzato il pensiero traduttologico nel corso dei secoli, come ad esempio il concetto di fedeltà, che diventa noto grazie ad una metafora francese che definisce le traduzioni prodotte dal ‘600 all’800: la metafora delle belles infidèles: come scrive Osimo, “i testi vengono adattati, modernizzati e localizzati per piacere di più ai lettori, per non affaticarli con esotismi o concetti lontani dal contesto culturale a cui sono abituati.” Questa riflessione, che mette a contrasto le “belle e infedeli”, cioè traduzioni piacevoli e scorrevoli ma distanti dal testo originale, con le “brutte e fedeli”, cioè traduzioni molto vicine al senso del testo, ma di poco valore letterario, per lungo tempo è rimasta nella mente di coloro che si sono occupati della traduzione, fino ad essere duramente criticata, ad esempio in ambito dei Cultural Studies – nella cui cornice teorica si muove Susan Bassnett, fondatrice della disciplina dei Translation Studies - e degli studi femministi sulla traduzione, ad esempio di Susan Sontag, e poi quasi definitivamente superata con la nascita della disciplina dei Translation Studies, alla fine del ‘900. Tuttavia essa sottolinea l’importanza del ruolo rivestito dall’appartenenza ad un contesto culturale ben specifico del testo letterario.

Con le due problematiche già citate saranno parzialmente abbandonate altre due intuizioni fondamentali nella storia del pensiero sulla traduzione letteraria: l’equivalenza e lo spirito del testo, di cui sono portavoce due importanti teorici della traduzione. Il primo è John Catford, che definisce la traduzione stessa in riferimento al concetto di equivalenza: “La traduzione può essere definita come una sostituzione di materiale testuale in una lingua (di partenza) mediante materiale equivalente in un’altra lingua (di arrivo).” Eugene Nida, invece, ritiene fondamentale per la traduzione la comprensione dello spirito del testo, cioè delle intenzioni dell’autore. Dalla sua idea si sono sviluppati molti pensieri, scientificamente, in realtà, contestabili, sulla necessità del traduttore di diventare quasi un “medium”, immergendosi a tal punto nello spirito del testo di partenza, tanto da fondere la propria mente creativa con quella dell’autore del testo originale.

La seconda parte di “Tradurre letteratura cinese” sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Il traduttore e gli strumenti CAT

 Categoria: Strumenti di traduzione

Ad un mese di distanza dalla mia laurea magistrale in Lingue e Culture per la Comunicazione Internazionale, peraltro già in possesso di laurea triennale in Mediazione Linguistica, ho maturato la passione per la traduzione di qualsiasi testo nelle due lingue da me studiate in questo mio percorso di studi: lo Spagnolo e l’Inglese. Con la consapevolezza che la traduzione richiede una conoscenza approfondita sia delle strutture linguistiche che dell’argomento trattato nel testo oggetto della traduzione, ho iniziato ad utilizzare uno specifico programma di traduzione assistita tra i vari altri programmi CAT: mi sto riferendo a Wordfast Anywhere.

Rispetto a TRADOS, ATRIL, DEJAVU, SDL, Wordfast Anywhere, ultima versione di Wordfast, è assolutamente gratuito, online, utilizzabile in qualsiasi posto dotato di una buona connessione ad Internet. Questi softwares solitamente vengono impiegati per la traduzione di testi tecnico-scientifici, medici, economici ed altri linguaggi settoriali, ma la mia iniziale esperienza con il programma coincideva con la traduzione dallo spagnolo all’italiano di un prologo di un’opera di Arturo Uslar Pietri Las Lanzas Coloradas, che è stato oggetto della mia tesi di laurea magistrale. Attualmente, uso Wordfast quotidianamente sia per la traduzione di articoli di giornale, sia per quanto riguarda le pubblicazioni della biblioteca dell’UNESCO di carattere scientifico, culturale, tecnico.

Desidero lavorare in questo ambito per ampliare ulteriormente le mie conoscenze linguistiche e culturali, poiché LINGUA è sinonimo di CULTURA, per ampliare i miei orizzonti. Mi auguro di poter intraprendere questa carriera professionale.

Autore dell’articolo:
Emanuele Focarelli
Traduttore ES-EN>IT
Bolsena (VT)

Divagazioni su traduzione e traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

In un’epoca in cui tutto è globalizzato, in cui le distanze si avvicinano, mentre forse le persone si allontanano, la traduzione occupa un posto di prim’ordine, fondamentale per il buon andamento e il successo di un affare, di un incontro, di un vertice. Tutto si basa sulla traduzione: se i grandi si incontrano per decidere le sorti del pianeta, beh, ci vuole qualcuno che traduca, ed ecco che entra in scena l’interprete; la diffusione della cultura internazionale, della letteratura per esempio, è possibile grazie alle traduzioni, e qui ecco che fanno capolino i traduttori. Insomma siamo circondati da traduzioni, di ogni genere e tipo, in tutti i campi, dappertutto. E dire che molti non sanno neanche quello che facciamo, se poi vai a dire loro che hai una laurea in traduzione pensano che ti voglia dare delle arie per non dire che hai fatto lingue, insomma credo che ci sia tanta confusione attorno a una professione che è centrale, molto dinamica e fondamentale negli anni a venire. Ci vedono come degli alieni, con la testa china sul computer, lontano da tutti e da tutto, in un angolino di casa fatto apposta per noi. Soli, sfiniti per via delle ore davanti a uno schermo, sommersi dai dizionari, e con una tazza di caffè che ci fa stare svegli nelle nottate di lavoro. Eh sì, perché il bello, e a volte il brutto, è proprio questo: quello del traduttore è un lavoro “autogestito”, non ci sono schemi, un giorno lavori 23 ore, un altro una, un altro puoi andare al mare, poi lavi, stiri, cucini, porti i bimbi a scuola, fai letti, e poi di nuovo full immersion in questo universo bellissimo, che ti fa amare quello che fai, perché è sempre diverso, mai monotono, sempre stimolante, ti permette di imparare, di sapere, di conoscere, e dove lo trovi un altro lavoro così? Come potrei immaginare un ufficio e otto ore di calcoli Excel? No, non fanno per me, io sono per la creatività, per la conoscenza, per il sapere.

Quello del traduttore è l’esempio di come non si finisca mai di imparare, e menomale, imparare ti fa stare vivo, ti mantiene giovane, ti fa amare la vita, ti fa prendere posizioni, ti fa pensare, e dunque essere. Ho sempre pensato che la cultura, quella vera, ti aiuta a essere libero, libero di pensare, fare, agire. Forse sarebbe meglio un ufficio, otto ore e poi chiudi la porta, torni a casa e pensi ad altro, invece no, ho scelto di essere online venti ore al giorno, di controllare la posta infinite volte nelle ventiquattro ore, ho scelto di stare sempre all’erta, con le antenne ben dritte sul mondo, ho scelto di controllare le e-mail, poi di cucinare, e tra un soffritto e l’altro ricontrollo la mail, poi aspetta, vado a prendere i bimbi a scuola, torno e apparecchio, mangio, lavo i piatti e di nuovo al pc, ma nel frattempo la posta l’avrò controllata altre dieci volte, perché non si sa mai che in questo frangente non passi il treno della mia vita, … eh sì, il treno della vita, lo aspetto sempre, lo aspetto ancora quel treno, mi dico, prima o poi passerà, e io voglio essere presente.

Autore dell’articolo:
Ada De Micheli
Traduttrice freelance ES-FR>IT
SSLMIT Forlì
Salve (Le)

Studi sulla traduzione basati sui corpora (2)

 Categoria: Storia della traduzione

I Corpus-based Translation Studies (CTS) rappresentano il futuro dei Translation Studies e nascono dall’incontro tra la linguistica dei corpora e la branca dei Descriptive Translation Studies. Questi ultimi si occupano di tre ambiti: l’analisi del prodotto ovvero la traduzione stessa; il processo traduttivo, il quale conduce alla considerazione di quanto avviene all’interno della mente del traduttore (studiata in special modo dalle ricerche condotte sull’interpretazione nel campo della neurolinguistica); infine, la funzione della traduzione che riguarda il modo in cui questa viene recepita nella cultura d’arrivo.

Solo all’inizio degli anni ’90 si sono avuti i primi risultati dei Corpus-based Translation Studies, che si riferiscono allo studio del processo di traduzione e del suo prodotto (analizzando non solo le componenti linguistiche, ma anche i dettagli di natura culturale e ideologica insiti nel testo), basandosi sui dati raccolti tramite l’ausilio delle tecniche della linguistica dei corpora. Baker, considerata la madre della disciplina dei CTS, ha precisato che la causa fondamentale di tale ritardo va ricercata proprio nella bassa considerazione che gli studiosi di linguistica dei corpora nutrivano nei confronti dei testi tradotti, che non erano considerati esempi rappresentativi di una lingua e quindi non meritevoli di essere inseriti in un corpus. Certamente la lingua dei testi tradotti è diversa ma non per questo motivo da considerarsi fuorviante. Tale area di ricerca ha portato alla creazione di numerose e diversificate tipologie di corpora, usate sia per creare materiale didattico da utilizzare nella fase di formazione dei traduttori, sia per verificare le scelte operate durante la traduzione, ma anche come risorse per facilitare l’apprendimento delle strutture della lingua di partenza e di quella di arrivo.

L’approccio della disciplina dei Corpora in Translation Studies, infatti, sta riscontrando un notevole successo anche nei programmi di insegnamento universitario per la formazione di giovani traduttori, che prevedono il coinvolgimento degli studenti nell’ideazione e analisi di corpora, utili a migliorare la qualità delle loro traduzioni e a sviluppare le capacità e le competenze necessarie per tale professione.

Autore dell’articolo:
Elena Bartolucci
Traduttrice EN-DE>IT
Macerata

Studi sulla traduzione basati sui corpora

 Categoria: Storia della traduzione

Con l’arrivo del XX secolo, per l’esattezza dalla seconda metà del Novecento, si è sentita l’esigenza di una disciplina che si occupasse interamente della traduzione e dei suoi problemi, atta ad individuare non tanto i meccanismi della lingua di partenza o di arrivo, ma i metodi traduttivi più efficaci per affrontare la vasta gamma di categorie testuali. Nasce, così, la traduttologia, la quale ha l’intento di raccogliere tutte le informazioni e le teorie relative alla traduzione. Dunque in questo periodo la traduzione iniziò ad essere analizzata in maniera più sistematica, anche se tale disciplina ha assunto diversi nomi nel corso del tempo. Dagli anni Cinquanta, per esempio, fino all’inizio degli anni Settanta, si è parlato della corrente tedesca Übersetzungswissenschaft, i cui studi sul processo traduttivo presentavano un taglio piuttosto scientifico. Si cercava di osservare tale processo tramite una serie di algoritmi, che consentissero in ultima analisi di offrire modelli linguistici da seguire nella traduzione. Nei successivi anni Settanta, invece, si sviluppò la corrente dei Translation Studies. Tale termine fu proposto per la prima volta dallo studioso e traduttore James S. Holmes, che intendeva indicare la nascita di una nuova disciplina volta alla ricerca sulla traduzione e capace di contrapporsi ai modelli proposti dai linguisti sino alla fine degli anni ’60. Tali modelli tentavano di definire il processo di traduzione, affermando che tutti i testi potessero essere tradotti seguendo le stesse regole, nonostante che ciò contrastasse con quanto poteva essere riscontrato nella realtà. I Translation Studies non sono interessati a prescrivere delle regole sulle modalità di traduzione, ma piuttosto a descrivere il processo produttivo e il suo prodotto.

I Translation Studies vengono suddivisi in tre aree: descrittiva, teorica e applicata. Gli studi di tipo descrittivo (Descriptive Translation Studies) osservano il processo traduttivo e come il testo prodotto viene fortemente influenzato dal contesto sociale, politico ed economico e recepito poi nella cultura d’arrivo. Gli studi di tipo teorico (Theoretical Translation Studies), invece, hanno l’obiettivo di formulare teorie e modelli atti a spiegare il processo traduttivo. Gli studi di tipo applicativo, infine, riguardano la formazione professionale dei traduttori nonché lo sviluppo di sussidi didattici. Quest’ultimo filone ha riscosso maggiore interesse soprattutto a partire dagli anni ’80 e ’90, durante i quali si è assistito anche al cosiddetto cultural turn, che pose grande enfasi sulla dimensione culturale insita nelle singole scelte, che si ripercuotono sul valore del testo tradotto nella cultura d’arrivo.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Elena Bartolucci
Traduttrice EN-DE>IT
Macerata

La traduzione: ponte tra mondi diversi

 Categoria: Traduttori freelance

Ho sempre cercato di capire sin da piccola l’importanza e la straordinarietà della traduzione. “E’ vietato gettare oggetti fuori dal finestrino” leggevo sui treni, e puntualmente restavo affascinata dai diversi modi utilizzati per spiegare un messaggio che avrebbe avuto un significato comune a tutti. Ho deciso quindi di approfondire questa “magia” studiando le lingue.

Credo che la definizione di traduzione sia quella di “ponte tra mondi diversi“, un modo per avvicinare non solo le lingue, le culture diverse, ma anche un modo per unire e confrontare le idee dell’autore del testo di partenza e le scelte del traduttore del testo di arrivo. Ecco, il testo di arrivo. Il compito difficile del traduttore riflette la sua abilità a rendere il testo da cui parte accessibile ai lettori del testo tradotto, e in quella “dimostrazione” c’è tutto un mondo di riflessioni, scelte linguistiche, di aggiunte, omissioni e note. Ma c’è anche una grande passione verso tutto ciò che non si conosce fino a quel momento. Tradurre non significa solamente riportare con “fedeltà” una parola straniera verso la propria lingua madre e/o viceversa; tradurre significa anche scoprire culture, tradizioni, espressioni diverse, fare un confronto su tutto quello che non appartiene alla nostra cultura. Io trovo che questa sia la straordinaria chance che la traduzione può offrire. Esistono lingue difficili per cui il traduttore deve far fronte a scelte ben precise, capire cosa può implicare una parola in quel paese di destinazione, cercando di “avvicinarsi” quanto più possibile al pensiero dell’autore, rischiando, a volte, di non esserne all’altezza.

Nel corso degli anni di studio delle lingue, della letteratura e della traduzione ho scoperto una passione verso tutto ciò che implica la conoscenza dell’altro, nel senso più esteso del termine, e ho cercato sempre di accorciare le distanze quando capivo la difficoltà di questo magico incontro. In un mondo come il nostro dove le diversità sono tali da renderne impossibile il dialogo, l’unico modo per poter riuscire nell’intento è attraverso la traduzione, come ponte tra paesi lontani, dove il sapere DEVE essere accessibile a tutti, tale da rompere qualsiasi barriera e condividerlo universalmente.

Autore dell’articolo:
Antonia Bruno
Traduttrice EN-ES>IT
Cataforio (RC)

Il traduttore: l’autore invisibile

 Categoria: Traduttori freelance

Fin dalle prime lezioni della Laurea Magistrale in Traduzione letteraria, i professori, i traduttori e gli esperti venuti a insegnarci come svolgere questa professione, sono stati molto chiari: avere la laurea in traduzione non equivale ad avere la “patente di traduttore”, per quella ci vogliono esperienza, passione, voglia di mettersi in gioco e soprattutto talento. Facile a dirsi, ma come si fa a sapere se si ha talento?
Ci hanno sempre risposto che il talento non s’impara, che il talento ce l’hai o non ce l’hai, che è un po’ come per gli scrittori e i poeti, è una dote con cui si nasce, che però va coltivata, va affinata con l’esperienza. In fondo, continuano a ripeterci durante i laboratori, un traduttore è uno “scrittore mancato”, un “autore invisibile”.

Quale aspirante traduttore non ha mai provato a scrivere qualcosa di suo? Per dare voce ad un autore, per far sì che la sua opera arrivi ad un pubblico più ampio, infatti, bisogna amare la scrittura, bisogna entrare nell’opera, capirla a fondo e, cosa più difficile, bisogna entrare nella mente di chi le ha dato vita. Un po’ come per i doppiatori, anche per i traduttori non è solo questione di svolgere un servizio, di rendere accessibile un testo da una lingua all’altra: quel testo deve comunicare, in un’altra lingua, tutto ciò che comunica nell’originale.

Ma il testo non deve essere “stravolto”: ecco un’altra parola che ho sentito ripetere migliaia di volte a lezione. Il traduttore letterario deve capire a fondo il testo, renderlo nella lingua d’arrivo, mantenendone il ritmo, il tono, il messaggio, le sfumature, insomma, deve farlo “parlare”, proprio come lo ha fatto parlare il suo autore e per farlo deve comprenderlo, anzi sviscerarlo e deve anche lasciarsi prendere da ciò che ha davanti a sé, senza però cadere nella tentazione di “riscrivere” quel testo, perché, anche se ci lavorerà su per giorni, settimane, anche se sceglierà con la massima cura le parole, anche se dovrà fare scelte affinché si perda il meno possibile dell’originale, quello non è il suo testo. Però, se ha talento, proprio come un bravo doppiatore, la nuova “voce” dell’autore sarà cucita così bene su quel testo, che nessuno s’immaginerebbe di sentirlo parlare in modo diverso!

Autore dell’articolo:
Lisa Da Prato
Studentessa della Laurea Magistrale in Traduzione dell’Università di Pisa
Aspirante traduttrice EN-FR>IT
Camaiore (LU)

Il web come corpus

 Categoria: Strumenti di traduzione

Se per definizione un corpus è una raccolta di testi rappresentativi di una lingua, il web, ovvero la rete delle reti, può essere considerato un unico grande corpus, che contiene una quantità smisurata di testi appartenenti alle più variegate tipologie facilmente accessibili. Il web, quindi, è sia una delle maggiori fonti testuali per costruire corpora di ogni genere che un corpus di per sé, sul quale possono essere effettuate delle analisi computazionali.

Dal punto di vista delle lingue, è lecito ammettere che nel web, purtroppo, non tutte sono rappresentate nella stessa percentuale e allo stesso modo, la società odierna ha determinato la nascita di un particolare tipo di varietà, la lingua del web, fatta di un suo lessico e talvolta anche di particolari costruzioni sintattiche.

Il web è sicuramente molto esteso e non è possibile definire con certezza le sue reali dimensioni, visto che quotidianamente vengono tolte o aggiunte nuove informazioni, quindi non è possibile incasellarlo nella tipologia di corpus dinamico.

Per poter affermare se il web sia un corpus o meno, bisogna considerare anche l’aspetto della rappresentatività, ovvero la capacità di un corpus di contenere diverse tipologie di testi in eguali quantità, in modo da rappresentare le differenti varietà di una stessa lingua. Da questo punto di vista, il web riesce a rappresentare effettivamente ogni differente forma della lingua di riferimento, perché non solo contiene ogni genere di materiale in forma scritta, ma risulta provvisto anche di molte testimonianze in video di parlato spontaneo (es.: YouTube è un sito web che consente la condivisione di video tra i suoi utenti e permette l’accesso a una quantità molto elevata e variegata di materiale audiovisivo). Il fatto, però, che i risultati forniti dai motori di ricerca vengano elencati sulla base di criteri non linguistici, comporta una disparità nel poter bilanciare la tipologia dei testi scelti. Ne deriva che il web non può essere considerato un corpus rappresentativo a tutti gli effetti.

Altro aspetto molto controverso è il grado di autorevolezza del web, perché esso contiene molto spesso materiale redatto a livello amatoriale (es.: Wikipedia) o da autori di dubbia affidabilità, che comporta di conseguenza la presenza non solo di semplici errori di battitura, ma anche di un basso profilo linguistico. L’utente, o il traduttore in questo caso, deve essere molto cauto e consapevole di riuscire a gestire il problema legato al ‘rumore’, ovvero la grande quantità di materiale non rilevante presente nel web, che andrà poi sfrondata dalle informazioni inutili per ottenere dati più attendibili.

Autore dell’articolo:
Elena Bartolucci
Traduttrice EN-DE>IT
Macerata

Le variabili della traduzione (3)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il secondo brano che sarà preso in considerazione si riferisce al momento successivo all’epifania dei due personaggi e presenta delle caratteristiche assai differenti che sollevano nuovi problemi nel processo di traduzione:

On the Indian carpet there fell a square of sunlight, pale red; it came and went and came – and stayed, deepened – until it shone almost golden.
“The sun’s out,” said Josephine, as though it really mattered.
A perfect fountain of bubbling notes shook from the barrel-organ, round, bright notes, carelessly scattered.

Qui la prosa diventa poetica, la lettura diventa un’esperienza sensoriale: visiva, uditiva, tattile. Il ritmo è dettato dalla graduale e illusoria apertura delle due protagoniste alla speranza. Il compito del traduttore diviene più complesso: veicolare un contenuto che è essenzialmente emotivo. Lessico, sintassi e ritmo devono interagire al fine di creare l’effetto finale voluto dall’autrice:

Sul tappeto indiano cadde un riflesso di luce solare, un quadrato rosso pallido; apparve, scomparve e riapparve – e indugiò, divenne più intenso – fino a risplendere di una luce quasi dorata.
“C’è il sole”, disse Josephine, come se fosse realmente importante.
Dall’organetto sgorgò una perfetta fontana di note gorgoglianti, note piene, allegre, che si dispersero con noncuranza.

Le problematiche evidenziate non si limitano soltanto ai testi letterari, ma sono, in diversa misura, comuni a tutte le categorie testuali. Non importa se il testo sia un messaggio pubblicitario, un saggio, l’articolo di un quotidiano o di una rivista o persino un testo specialistico, in tutti i casi una traduzione è sempre il risultato di un lavoro complesso che implica la considerazione di molteplici variabili che rendono piuttosto problematico ogni tentativo di dare una definizione precisa e esaustiva del concetto di “fedeltà al testo”. Ogni scelta in relazione ai vari livelli testuali, è dettata dalle peculiarità del testo stesso e dall’abilità e sensibilità del traduttore che si presenta come il garante di una corretta trasmissione del messaggio che il testo veicola. In conclusione, il traduttore rappresenta l’interprete del messaggio originale e colui che si assume la responsabilità di renderne il contenuto, inteso nel suo senso più ampio, fruibile ad un pubblico più vasto in possesso di un diverso codice non soltanto linguistico, ma anche culturale.

Autore dell’articolo:
Stefanina Sechi
Traduttrice EN-FR>IT
Villanova Monteleone (SS)

Le variabili della traduzione (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il brano presenta:

  • a livello lessicale, uso di parole onomatopeiche, come “thump”, “bellow”; vocaboli che occorre contestualizzare, “monkey”, “nose”;
  • a livello grammaticale e sintattico, una costruzione passiva che in italiano deve essere inevitabilmente trasformata in attiva, con conseguente ridistribuzione degli elementi della frase; una forma di futuro (to be going to) che non trova riscontro nella lingua italiana; una successione di frasi negative, la maggioranza delle quali sintatticamente enfatiche (never + inversion), volte a creare un effetto cumulativo.
  • a livello del ritmo, frasi che si succedono in rapida sequenza, riflettendo il flusso dei pensieri che si affollano nella mente del personaggio e che culminano nell’epifania finale.
  • variazioni stilistiche connesse all’idioletto dei vari personaggi della storia e che vanno inserite nel contesto, rappresentato in questo caso dalle sezioni precedenti del racconto. Così l’espressione “to make that monkey take his nose somewhere else” costituisce una deviazione stilistica poiché non è attribuibile alla protagonista di cui il lettore segue il flusso dei pensieri, bensì al padre defunto.

Considerate le caratteristiche del brano, il traduttore dovrà effettuare una serie di scelte con l’unico obiettivo di offrire una traduzione in grado di veicolare il messaggio autentico dell’autrice, inteso nella molteplicità e complessità dei suoi componenti, rendendolo fruibile al lettore italiano, il quale, nella fase di lettura, dovrà recepire il testo come se fosse stato originariamente scritto nella lingua italiana, senza avvertire il lavoro svolto dal traduttore che sottende al risultato finale.

Ma in quel momento nella strada sottostante un organetto iniziò a suonare. Josephine e Constantia balzarono in piedi contemporaneamente.
“Corri, Con”, disse Josephine. “Corri, presto. Ci sono sei penny sul –“
In quel preciso istante ricordarono. Non aveva importanza. Non avrebbero mai più dovuto far smettere il suonatore di organetto. Nessuno avrebbe mai più detto né a lei né a Constantia di far sì che quella scimmia portasse il suo muso altrove. Mai più sarebbe risuonato quel forte e strano muggito quando papà pensava che non fossero abbastanza rapide. Il suonatore di organetto avrebbe potuto suonare là tutto il giorno e non avrebbero udito il tonfo del bastone sul pavimento….
Che cosa stava pensando Constantia? Aveva un sorriso così strano; sembrava diversa. Non poteva essere sul punto di piangere. …

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Stefanina Sechi
Traduttrice EN-FR>IT
Villanova Monteleone (SS)

Le variabili della traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

La traduzione di un testo da una lingua all’altra costituisce un processo complesso, conseguenza del fatto che le lingue spesso non sono strutturalmente isomorfe. Tale presupposto determina, infatti, una serie di problematiche nella traduzione a livello lessicale (casi di polisemia, in presenza di lessico con vasta gamma di sensi e traducibile in modi diversi a seconda del contesto; sinonimia, generalmente incompleta; vuoti lessicali, in assenza di termini equivalenti), grammaticale e sintattico (in relazione a categorie quali il tempo, il modo ecc. e alla struttura e funzione delle frasi), aspetti che sono tra loro strettamente interrelati. Occorrerà poi tenere conto di varianti stilistiche e di variazioni di registro. Inoltre un testo non può prescindere da un contesto. Il contesto, sia esso linguistico che extralinguistico, costituisce un punto di riferimento essenziale al fine di risolvere eventuali ambiguità che possono sorgere in relazione ai vari livelli di complessità considerati. Ulteriori problematiche possono emergere anche dalle componenti non verbali del testo, come ritmo e intonazione, che contribuiscono in modo non trascurabile alla corretta trasmissione del messaggio. Ne consegue che la traduzione è un processo che non soltanto richiede un alto livello di competenza linguistica in rapporto alla lingua di partenza e alla lingua d’arrivo, ma che, nel contempo, implica il possesso di conoscenze più vaste che esulano dall’ambito più strettamente linguistico e che sono riconducibili a diversi rami del sapere.

Alla luce di tali premesse, è possibile dare una definizione precisa del concetto di ‘fedeltà al testo’? Rispondere al quesito significherebbe dettare delle regole che guidino il traduttore nello svolgimento del proprio lavoro, stabilire degli argini che ne limitino la sfera d’azione, operazione ardua se non impossibile, se si considerano una serie di fattori: le variabili prese in esame, la molteplice tipologia di testi con cui il traduttore deve inevitabilmente confrontarsi e le varianti esistenti all’interno di ogni singolo testo.

Al fine di fornire un’illustrazione delle problematiche sollevate finora, si possono prendere in considerazione le complessità che presenta la traduzione in italiano di due brani tratti dal racconto The Daughters of the Late Colonel di Katherine Mansfield (1888-1923).

But at that moment in the street below a barrel-organ struck up. Josephine and Constantia sprang to their feet together.
“Run, Con,” said Josephine. “Run quickly. There’s sixpence on the –“
Then they remember. It didn’t matter. They would never have to stop the organ-grinder again. Never again would she and Constantia be told to make that monkey take his nose somewhere else. Never would sound that loud, strange bellow when father thought they were not hurrying enough. The organ-grinder might play there all day and the stick would not thump. …
What was Constantia thinking? She had such a strange smile; she looked different. She couldn’t be going to cry.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Stefanina Sechi
Traduttrice EN-FR>IT
Villanova Monteleone (SS)