Esiste la traduzione perfetta? (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Riporto qui di seguito solo qualche chicca, tanto per non fare impallidire i più scettici e convinti cultori dell’esperienza conseguita con metodologie auto da fé. Si parte rispolverando la posizione di Steiner che sminuiva il dibattito, a suo dire sterile, tra traduzione letterale, libera e fedele che risale ai tempi di Cicerone e che già operava una distinzione tra traduzione parola-per-parola e traduzione senso-per-senso. Facendo un bel salto in avanti nel tempo si arriva a Jackobson, il quale introduce per la prima volta nella ingarbugliata matassa traduttiva le prime nozioni di significato linguistico ed equivalenza. Si arriva, claudicanti, alle strategie di Nidiana memoria che prevedono due filoni da applicare alla traduzione, ovvero l’equivalenza formale e quella dinamica, laddove la prima tende a seguire più il messaggio del testo originale, incamerandone forma e contenuti, mentre la seconda è incentrata più sul principio di effetto equivalente, secondo cui il pubblico ricevente (target audience) reagisce in modo identico ai lettori del testo in lingua originale, ragion per cui si aspira alla massima fluidità e naturalezza durante l’opera di traduzione.

Barcamenandomi poi tra illustri autorità in materia quali il lungimirante Chomsky, Newmark (un tantino maschilista nell’enunciare le sue teorie, se mi è concesso dirlo), i contemporanei Baker e Venuti che hanno formulato degli autentici trattati sulla traduzione (da considerarsi quasi come la seconda e la terza bibbia a sentire gli addetti ai lavori), esiste un teorico di spicco, Vermeer, che ha postulato delle teorie a me immediatamente congeniali, concentrate soprattutto sul concetto di skopos, ovvero sullo scopo del testo da tradurre in base ai requisiti richiesti dalla parte commissionante il lavoro. Beh, questa è proprio la teoria che fa per me, penso soddisfatta. Diventa un mantra personale domandare al cliente o all’agenzia di turno quali sono le specifiche esigenze che premono maggiormente a chi poi si preoccuperà di pagare il mio operato. Con buona pace degli esperti del settore e dei cervelli eminenti, s’intende.

Autore dell’articolo:
Valerie Scaletta
Traduttrice freelance
Palermo

Esiste la traduzione perfetta?

 Categoria: Traduttori freelance

Capisco sin da subito che essere madrelingua Inglese e conoscere tre lingue forse non sarebbe bastato a rendermi una traduttrice professionale. Faccio due conti e ipotizzo che lo studio di lingue e letteratura all’Università di Glasgow mi avrebbe senz’altro fornito una buona infarinatura tanto per gradire… Quando mi affaccio in punta di piedi sul mercato nel 2000 comprendo subito che è necessario restringere il campo delle mie competenze, quindi canalizzo tutte le mie energie verso la specializzazione in due settori assai tecnici e richiesti, ovvero il campo medico/farmaceutico e quello legale. L’impresa risulta tanto ardua quanto illuminante, eppure continuo a ripetermi con insistenza, ne varrà la pena prima o poi. Quindi dodici anni or sono principia il mio percorso nei meandri della traduzione, e tra Curricula da inviare, potenziali clienti da contattare nel Bel Paese così come all’estero, aggiornamenti vari da espletare e dizionari da accatastare in libreria (eh già, all’epoca le TM erano ancora agli albori…), mi ritrovo catapultata in una dimensione affascinante pervasa dal connubio tra senso di inadeguatezza e una miriade di problematiche da risolvere con cadenza quotidiana. Ripensandoci, non so davvero come non sia arrivata a gettare la spugna, specie quando attanagliata dal dubbio atroce che il tempo trascorso aspettando l’ennesimo lavoro non venisse ricompensato. E poi, sistematicamente arriva come per incanto una richiesta di lavoro e tiro l’ennesimo, sofferto, sospiro di sollievo.

Appare subito evidente come non esista una ricetta per mettere insieme la traduzione perfetta, un capolavoro per eccellenza. Così mi industrio volta dopo volta a tentare varie strade, ora traduco letteralmente, ora cerco di rendere il concetto parafrasando, talora mi avventuro persino ad abbellire il testo di partenza, con risultati più o meno variabili. Ecco dunque che mi sovviene spontaneamente il celebre adagio che recita Traduttore, traditore! Devo rassegnarmi quindi all’idea che non esiste la traduzione ideale, accettare che per quanti sforzi e quanta qualità possano gravitare attorno a una qualsiasi traduzione, il prodotto che emerge sarà sempre il risultato di un processo più o meno complicato, che per forza di cose non rispecchierà mai esattamente il senso originale. Si perde dunque sempre qualche nuance strada facendo durante l’estrapolazione del significato di un testo, anche al traduttore più esperto sfugge qualche sfumatura, si giunge ad una sorta di fotografia, che per quanto efficace, non potrà mai replicare le sfaccettature dell’originale. Perciò, avendo appurato che una conoscenza di tre lingue non basta per trasferire il senso di un testo originale a un testo di arrivo, è necessario risalire a certe premesse che affondano le loro radici nelle relativamente recenti teorie della traduzione. Tale studio è quanto mai attuale e in continua evoluzione, vi si moltiplicano i contributi di studiosi interessati ad analizzare i fenomeni linguistici, gli approcci alla traduzione, le strategie più funzionali da implementare all’occorrenza e tutto un background di cui sconoscevo le implicazioni fino a quando non ho scelto di approfondire meglio la natura delle teorie più accreditate.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Valerie Scaletta
Traduttrice freelance
Palermo

Il Cockney

 Categoria: Le lingue

Se camminando per le strade di Londra vi sentiste chiamare “China plate” che cosa pensereste?
Decisamente la traduzione letterale risulterebbe assurda e un po’ inutile in quanto questo linguaggio fa parte di uno “slang” (dialetto/gergo) locale molto particolare: il Cockney.
Questo singolare dialetto viene spesso identificato come una sorta di “lingua segreta”, oltre ad essere caratterizzato da un accento molto marcato, prevede infatti l’utilizzo del “rhyming slang” (gergo in rima) in cui alcune parole della lingua inglese vengono sostituite con delle espressioni e rievocate esclusivamente mediante l’uso di rime ed assonanze.
Il significato delle espressioni in sé, non costituisce in nessun modo un legame con le parole originali, ecco ad esempio perché il termine “mate” (amico, compagno) viene tradotto con l’espressione “China plate” (piatto cinese) o in alcuni casi anche con la semplice forma abbreviata “China” che rende ancora più complesso intuire a quale parola viene fatto riferimento.

In quanto “lingua” prevalentemente parlata è complesso determinarne l’esatta origine, parliamo comunque della metà del diciannovesimo secolo circa.
E’ possibile però trovare qualche considerazione del termine “Cockney” già in alcuni testi del 1362, nonostante solo nel 1859 troviamo una vera e propria citazione di questo linguaggio nella pubblicazione di John Camden Hotten: “The Slang Dictionary” ( Il Dizionario dei Dialetti).

Le motivazioni che hanno portato allo sviluppo di questo slang sono molteplici, alcune teorie sostengono che fu ideato per lo sviluppo di traffici illeciti dalla malavita locale, che grazie ad esso poteva organizzarsi indisturbata dalla polizia, altre teorie invece sostengono che sia stato ideato dai commercianti per poter dialogare di prezzi e strategie di vendita di fronte agli ignari consumatori, un’ultima ipotesi vede infine la nascita di questo dialetto legata a un semplice scopo di svago e divertimento. In ogni caso è chiaro che lo sviluppo del Cockney è alimentato dal desiderio di nascondere il contenuto di una conversazione, ed è altrettanto chiaro che la tradizionale area di sviluppo di questo slang fu la zona est di Londra, all’epoca molto povera e costituita in gran parte dalla classe lavoratrice.

Al momento questo dialetto è molto più utilizzato e presente nei sobborghi della città e nel sud est dell’Inghilterra, anche se alcune espressioni sono entrate a fare parte del linguaggio comune, ne è un esempio “have a butcher’s” che significa “have a look” (dare un’occhiata) e deriva dall’espressione gergale “butchers’ hook” (gancio del macellaio) che fa appunto rima con “look”.
Fino al 1909 l’accento Cockney era considerato una forma inferiore della lingua inglese ma recentemente ha acquistato molta più popolarità anche grazie al suo utilizzo in radio e televisione a partire dal 1960.
Questo slang prevede l’utilizzo di termini e frasi relative ad un determinato periodo storico e luogo ed è quindi in costante evoluzione. Lo sviluppo della cultura mediatica è stato quindi anch’esso fonte di influenza, alcune espressioni sono state infatti sostituite da nomi e cognomi di celebrità, come ad esempio “apples and tears” (mele e lacrime) ovvero “stairs” (scale) viene tradotta con il nome della cantante pop “Britney Spears” e la parola “shower” (doccia) è rievocata dal nome del protagonista di un film: “Austin Power”; la rima è comunque sempre fattore unico e fondamentale.

Di seguito alcuni dei più famosi esempi di “rhyming slang”, a mio avviso alquanto divertenti:

Adam and Eve (Adamo ed Eva): Believe (credere)
Bacon and Eggs (pancetta e uova): Legs (gambe)
Bees and Honey (api e miele): Money (soldi)
Hampstead Heath ( nome di una zona di Londra): Teeth (denti)
Mince Pies (tipico dolce inglese): Eyes (occhi)
Rabbit and Pork (coniglio e maiale): Talk (parlare)
Daisy Roots (radici di margherite): Boots (stivali)
Trouble and Strife (problemi e conflitti): Wife (moglie)
Dog and Bone (cane e osso): Phone (telefono/telefonare).

Autore dell’articolo:
Elisa Guietti
Traduttrice EN>IT
Torino

Differenze tra portoghese e brasiliano (2)

 Categoria: Le lingue

Numerose differenze tra portoghese e brasiliano possono essere facilmente riscontrate anche a livello morfologico e sintattico, come l’uso brasiliano dei pronomi atoni in posizione proclitica (ovvero ,te amo PB, amo-te PE), o la minore sollecitazione dell’articolo nel PB (es. falei com minha mãe PB, falei com a minha mãe PE; vi Cláudia PB, vi a Cláudia PE). Differenti sono anche le forme di trattamento predominanti: in Brasile il você è usato universalmente al posto del tu, che invece prevale in Portogallo. Il predominio del você e l’uso costante, anche in registri alti, di a gente, al posto di nós, comporta uno scarsissimo uso da parte dei parlanti brasiliani delle forme verbali della 2ª persona, al contrario quelle della 3ª persona occorrono molto più frequentemente che nel PE (es. ele, você, a gente pensa PB). Infine, mentre nel PE i verbi andar, estar e ficar sono generalmente seguiti da verbi all’infinito, nel PB questo è sostituito dal gerundio (es. estar a ler PE, estar lendo PB; andar a dizer PE, andar dizendo PB).

L’ultimo aspetto che merita di essere brevemente analizzato è quello lessicale. È ovvio che il PB presenta numerosi vocaboli di origine africana o indigena che non possono esistere nel PE, ma ad allontanare le due varianti sul piano lessicale vi sono anche molti neologismi e adattamenti da vocaboli stranieri che sono presenti solo nell’una o nell’altra variante (es. ônibus PB, autocarro PE; xerox PB, fotocópia PE). Interessante è inoltre la presenza di vocaboli del PE che hanno subito una risemantizzazione in PB, come per esempio rapariga, che in PE significa “ragazza” mentre in PB significa “prostituta”, o camisola, “camicia da notte” in PB e invece “pullover” in PE.

Per concludere, è bene ricordare che mentre prima esistevano due ortografie distinte (una seguita in Portogallo, Guinea Bissau, Angola, Capo Verde, Mozambico e São Tomé e Príncipe, e l’altra seguita in Brasile), il Novo Acordo Ortográfico entrato in vigore nel 2009 ha quasi del tutto appianato le differenze ortografiche tra le due varianti, avvicinando di fatto il PE al PB.

Autore dell’articolo:
Claudia Gibbardo
Laurea in Mediazione linguistica
Aspirante traduttrice EN-PT>IT
Padova

Differenze tra portoghese e brasiliano

 Categoria: Le lingue

Quando al primo anno di università mi chiesero di scegliere se studiare la variante europea o la variante brasiliana del portoghese rimasi stupita. “Che grandi differenze vuoi che ci siano?”, mi chiedevo. In effetti non mi avevano mica chiesto di scegliere tra inglese europeo e inglese americano… Scelsi il portoghese europeo (PE) a scapito del portoghese brasiliano (PB), così per simpatia, e mi dedicai anima e corpo allo studio di questa nuova (per me, s’intende) lingua e relativa cultura. Un po’ per pigrizia, un po’ per mancanza di tempo, non avevo ancora approfondito la questione “differenze tra PE e PB” che arrivò il momento di partire per l’Erasmus, destinazione Lisbona. Ovviamente non avevo la più pallida idea che vi avrei trovato tanti brasiliani quanti portoghesi e che mi sarebbe toccato interagire anche con loro. Fu allora che scoprii il fantastico mondo del PB. E fu quando tornai in patria, forte delle mie recenti scoperte, che tutti cominciarono a chiedermi (e lo fanno ancora oggi) “Ma che differenze ci sono tra il portoghese e il brasiliano?”. Ecco le principali.
Bene, la cosa che salta subito all’o… recchio è indubbiamente la maggiore lentezza nel ritmo del PB rispetto al PE, che risulta quindi meno musicale, più veloce e “impastato” rispetto al primo. Il parlante brasiliano, infatti, scandisce in maniera più chiara le sillabe, laddove il portoghese le comprime, quasi non pronunciando le vocali atone (es. di-sco-te-ca PB, d-scotec PE).

La più nota delle differenze fra le due varianti è sicuramente la pronuncia, in PB, di t e d come affricate palatali ([dʒ] e [tʃ], per intenderci) quando occorrono prima di E ed I, vocali palatali: la parola saudade sarà quindi pronunciata [saw’dad] in PE e [saw’dadʒi] in PB. Un’altra innovazione brasiliana è la pronuncia come semivocale della -L in posizione finale dopo le vocali A, E, I, O (es. [bra’ziw] PB), mentre in Portogallo la consonante viene velarizzata (es. [bra’ził ] PE). Inoltre, nelle parole terminanti in -S e -Z, il parlante brasiliano aggiunge una I che dittonga con la vocale che precede la consonante finale (es. [’pEis] o [’pEiʃ ] PB, [’pEʃ ] PE). È proprio per queste ragioni che chiunque senta parlare un portoghese ne ricava l’impressione di una lingua piena di consonanti, al contrario, sentendo parlare un brasiliano l’impressione è quella di una lingua decisamente più vocalica e molto musicale.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Claudia Gibbardo
Laurea in Mediazione linguistica
Aspirante traduttrice EN-PT>IT
Padova

La traduzione poetica

 Categoria: Traduzione letteraria

Alla fine del percorso della laurea triennale in Traduttori e Interpreti, ho affrontato come tema della mia tesi la traduzione poetica. Si tratta di un argomento su cui si è dibattutto a lungo data la forte connotazione artistica del genere letterario in questione, e vista l’oggettiva difficoltà nel trasporre in un’altra lingua non solo la metrica o il mero significato dei versi o delle parole, ma anche la musicalità, le immagini, l’ambiente e l’enfasi presenti nella poesia, che ne fanno il genere letterario più prossimo ad espressioni artistiche quali la musica o la pittura. La traduzione poetica può essere quindi considerata come l’attività traduttiva più vicina ad una vera e propria creazione artistica. Può sembrare un’affermazione avventata ma la sua dimostrazione pratica è impersonificata dall’opera dell’autore, anzi del traduttore, che ho trattato e analizzato nella stesura della tesi.

Armand Robin era un traduttore/poeta francese, di origini bretoni, poliglotta, conosceva più di 20 lingue, e aveva fatto della sua attività di traduttore di poesie un’autentica “non vie” come egli stesso la considerava. Egli annullava la sua personalità, il suo essere, per entrare ed impossessarsi della poesia in modo tale da poterla ricreare nella lingua d’arrivo, il francese, attraverso quella che esso definiva come “non traduction”. Questo non voleva dire l’annullamento della traduzione, anzi, si trattava dell’apoteosi dell’atto traduttivo, la sua massima espressione, la forma secondo la quale essa diventa espressione artistica a tutti gli effetti. Con questa idea di traduzione poetica, Robin vuole eliminare la distanza tra la poesia e la sua traduzione, affermando che la poesia “non” viene tradotta, ma esiste e si plasma nelle parole delle varie lingue. Tant’è vero che lo stesso Robin dice “ …il y a le même poème en toutes les langues, tous les pays, tous les temps…”. Alla fusione tra poesia e traduzione corrisponde quella tra poeta e traduttore, e Robin si è “fuso” e addentrato nelle opere e nelle personalità di innumerevoli poeti di svariate nazionalità, tra i quali Giuseppe Ungaretti. “Eux-moi sommes UN” così egli definiva il rapporto tra sé e i poeti che traduceva.

Grazie a questo rapporto a dir poco intimo con l’autore e la sua poesia, il traduttore è diventato poeta, creando e veicolando con parole appartenenti ad un’altra lingua, la medesima forza espressiva della musicalità e dell’armonia dei versi. Perciò non ritengo esagerato parlare di traduzione poetica come vera e propria forma d’arte.

Autore dell’articolo:
Francesco Muraglia
Traduttore EN-FR>IT
Foggia

Il folle arabista

 Categoria: Le lingue

Molti di voi avranno senz’altro pronunciato o sentito più di una volta l’espressione “Parlo arabo?”. Per noi italiani, infatti, l’aggettivo “arabo” ha spesso l’accezione di “incomprensibile”, “oscuro”.
Sebbene negli ultimi anni il nostro orecchio vi si sia maggiormente abituato – complice la massiccia immigrazione dai paesi del Nord Africa – l’arabo rimane un mistero di segni, un groviglio di suoni così diversi da quelli che caratterizzano la lingua italiana da risultare così sinonimo di “difficile o impossibile da capire”.

C’è però qualche coraggioso amante delle lingue che decide di immergersi nell’apprendimento di tale idioma, per passione o curiosità. Quali ostacoli, allora, si possono parare davanti a un arabista alle prime armi?

Il primo scoglio che egli si troverà ad affrontare è senz’altro l’alfabeto, costituito da ben ventinove caratteri: una quantità abbastanza impressionante. Si aggiunga poi il fatto che ogni carattere assume forme diverse nella scrittura a seconda della posizione che occupa (iniziale, centrale o finale di parola, oppure isolata). Infine, il verso della scrittura va da destra a sinistra, e non da sinistra a destra come nella maggior parte degli alfabeti latini a noi noti.
Anche la mancanza di vocali brevi nel testo è spesso motivo di sconforto per colui che, finalmente appreso l’alfabeto, si appresta a una prima lettura di qualche semplice parola. In arabo, infatti, vengono scritte solamente le vocali lunghe, perciò bisogna conoscere una parola prima di poterla pronunciare. Se ci si pensa, un fenomeno molto simile avviene per il linguaggio degli SMS, dove per economizzare sul numero di caratteri si scrivono solamente le consonanti. Eppure, pur privata delle vocali, per un madrelingua la parola “mutilata” rimane assolutamente comprensibile. Per facilitare la lettura, in ogni caso, viene a volte introdotta la vocalizzazione: mediante dei segni diacritici posti sopra la consonante, si può indicare quale vocale segua, oppure precisare che la consonante in questione è muta. Così avviene, ad esempio, per il testo coranico, in modo che possa essere letto a voce alta correttamente anche da chi non parla perfettamente l’arabo.

Superate le difficoltà relative alla scrittura e alla lettura di questa lingua – e avendo già accennato alla complessità della fonetica – il nostro studente di arabo si troverà a dover valicare il muro della grammatica. Senza addentrarci nei particolari di tale aspetto linguistico, vale la pena accennare al fantastico appiglio che lo studente ha a disposizione per poter tradurre e comprendere parole che non siano parte del suo vocabolario: le radici. La lingua araba, infatti, costruisce le parole (verbi, avverbi, aggettivi, sostantivi, ecc.) in base a tre, o in pochissimi casi quattro, consonanti fondamentali, appunto dette “radici”. In questo modo si può risalire all’ambito semantico che le tre consonanti, messe in una precisa sequenza, vanno a indicare. Se ci si accorge che in una parola la struttura di base è retta, ad esempio, dalle consonanti ﻞﻉ  ﻑ ( “fa”, “‘ayn”, “lam”), le quali si riferiscono al campo del “fare”, si potrà riconoscere dalla forma della parola se si tratta di un aggettivo, di un verbo, ecc., e poi attribuirle il significato indicato dalle radici.
Questo può essere un buon metodo per evitare di dover imparare a memoria migliaia di termini.

Dopo aver letto quanto ho scritto sin qui, starete pensando che chiunque decida di apprendere l’arabo sia un folle. Forse è così. Tuttavia, molti che come me hanno deciso di avvicinarsi allo studio di questa lingua hanno scoperto che questa impresa può rivelarsi non solo possibile, bensì oltremodo affascinante. Interiorizzato il meccanismo, pian piano la musicalità e nel contempo l’estrema logicità della lingua araba si faranno strada nel cuore del nostro studente, che scoprirà la bellezza di uno degli idiomi più diffusi nel mondo.

Autore dell’articolo:
Sara Bertoncini
Traduttrice AR-HI-EN>IT
Milano

Comunicazione e New Media

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Nel campo dell’organizzazione di eventi la chiave del buon esito di un progetto risiede nella comunicazione. Prescindendo dalla tipologia d’evento (sia esso una conferenza, un festival, un mostra etc.), l’attività più importante che qualsiasi professionista del settore deve svolgere costantemente è proprio quella di comunicare: agli artisti, ai club, ai centri d’arte e spazi culturali, al pubblico… Oggigiorno il concetto che domina l’etica lavorativa dei manager è il glocale, risultante dalla fusione delle due parole chiave globale e locale. La comunicazione deve avvenire parallelamente e in modo costante sui due livelli del territorio e della web; grazie ad un sapiente utilizzo dei nuovi media, soprattutto per quanto riguarda i cosiddetti media sociali (Facebook, Twitter, Youtube…), si possono interconnettere le due realtà facendole funzionare insieme: da un lato la città con i suoi quartieri, dall’altro i siti web con i relativi social media.

Risulta chiara la necessità di conoscere le lingue, quante più se ne possano imparare sul campo, grazie alle facoltà principali di intuizione e memoria. Ovviamente, non potendo dedicare lo stesso tempo di un interprete o di un traduttore allo studio della lingua, per un manager è importante scegliere delle lingue vicine alla lingua madre, in cui siano presenti delle forti connessioni, agevolando il passaggio tra un idioma e l’altro. La mia personale esperienza mi ha portato all’apprendimento di due lingue (tra le tre più parlate nel web): inglese e spagnolo. Sono nato a Roma, però vivo a Barcellona da ormai due anni e da Novembre 2011 gestisco AudioVisual City: Magazine online internazionale (in inglese) & Agenzia artistica attiva nell’ambito della cultura audiovisual. Per poter connettere la realtà globale della web, campo d’azione giornalistica e di comunicazione new media, con la realtà locale della città, dove svolgere le attività di organizzatore di eventi e manager degli artisti, è essenziale la conoscenza di queste due lingue: a partire da una base scolastica e accademica esse si possono imparare effettivamente sul campo, stando a contatto con le persone e con i professionisti del settore. Solo così si può portare a termine un efficace e proficuo lavoro di comunicazione.

In qualsiasi momento è necessario essere pronti ad imparare e fare proprie determinate espressioni e scorciatoie linguistiche che incontriamo progressivamente sul nostro cammino, mantenendo sempre salda la relazione con professionisti vicini e lontani a noi: grazie allo spagnolo, posso connettermi al tessuto della città e del paese in cui risiedo, mantenendo sempre viva la comunicazione con il Sud America. L’inglese mi fornisce un passepartout indispensabile per generare connessioni con entità e professionisti vicini e lontani e per imporre la propria presenza nella rete, appropriandosi di uno specifico campo d’azione e muovendosi in esso apportando le proprie idee e i propri progetti.

Autore dell’articolo:
Marco Savo
Audiovisual Curator / Traduttore ES-EN>IT
Barcellona (Spagna)

Imparare a tradurre ascoltando musica (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Oppure, ho trovato moltissimi esempi di modi di dire: you get your chance to try in a twinkling of an eye (in un batter d’occhio, tratto dal brano “free four”); but my resolve was put to the test (essere messo alla prova, dal brano “One Slip”).

Vi sono poi alcuni esempi che manifestano fino a che grado di difficoltà si può spingere un lavoro di traduzione nel momento in cui alcuni giochi di parole formulati in un codice linguistico non hanno la stessa resa nel momento in cui vengono tradotti in un altro codice. Nella canzone Apples and Oranges c’è una strofa che recita così:

I catch her by the eye
Then I stop and have to think
What a funny thing to do
‘cause I’m feeling very pink

L’espressione to feel pink è in realtà un gioco di parole che deriva da to feel blue (sentirsi triste). Tale gioco di parole evidentemente nasce come chiaro riferimento al monicker del gruppo, Pink Floyd per l’appunto. Il problema è, appunto, che in certi casi è difficile, se non addirittura impossibile, rendere lo stesso gioco di parole in italiano. Da queste riflessioni ho cominciato a comprendere i meccanismi che s’innescano quando si svolge un lavoro di traduzione. E solo allora ho compreso che tale lavoro non è un processo meccanico di traduzione simultanea, ma entrano in gioco altre dinamiche, quali la fantasia, la creatività l’inventiva, ma anche il contesto e in un certo senso la storia e la vita di chi scrive nella lingua d’origine da tradurre. Perché per tradurre le canzoni dei Pink Floyd bisogna comprendere la personalità complessa di Roger Waters, che ha subito il trauma di non aver mai conosciuto il padre, caduto in guerra durante lo sbarco ad Anzio dell’esercito inglese nel 1944. E questo suo dolore si riflette inevitabilmente nei testi delle canzoni dei Floyd, per cui quando si traduce un testo di questo tipo, bisogna anche, in un certo senso, rendere l’idea di quel dolore e quel dramma personale, ed eventualmente mettersi nei panni dell’autore.

Naturalmente il mio percorso formativo come traduttore non si è limitato alle traduzioni delle canzoni rock. Ho provato nel corso del tempo a tradurre testi di ogni tipo: poesie, poemi, testi letterari, filosofici, ma anche tecnici e settoriali, e nel frattempo ho fatto anche la mia esperienza all’estero per migliorare il mio parlato e la pronuncia, ma se non fosse stato per la mia smisurata e viscerale passione per la musica forse non avrei mai scoperto l’amore per le lingue e per la traduzione, per cui consiglierei a chiunque ami le lingue e non si è mai cimentato in una traduzione di cominciare traducendo il testo della propria canzone preferita. Buon lavoro!

Autore dell’articolo:
Francesco Sosto
Traduttore DE-EN>IT
Roma

Imparare a tradurre ascoltando musica

 Categoria: Traduttori freelance

Sovente, a chi vuole imparare una lingua straniera, viene dato il consiglio di andare all’estero per un anno o due, magari per un’esperienza di lavoro, oppure sfruttando vari progetti studenteschi come l’Erasmus o il Socrates. E’ la soluzione migliore per imparare una lingua, poiché in tal modo ci si esercita confrontandosi non soltanto con la gente del posto, ma anche con la loro cultura, la tradizione, gli usi e costumi, le loro frasi idiomatiche e i modi di dire. Lungi da me perciò l’idea di mettere in discussione l’eventualità di questa soluzione, è senza dubbio uno dei modi migliori per imparare una lingua straniera poiché consente l’apprensione della lingua stessa sul campo ed è un’ottima palestra per iniziare a formulare espressioni sintattiche e a prendere confidenza con la pronuncia. Ma è davvero l’unica soluzione possibile?

A mio modo di vedere esiste la possibilità di imparare ottimamente una lingua straniera senza bisogno di andare all’estero, o almeno questo ho potuto riscontrare dalla mia esperienza soggettiva. Io per esempio, posso dire di aver imparato l’inglese traducendo i testi delle mie canzoni preferite. Avevo quindici anni e ricordo che acquistai un libro di testi con traduzione a fronte dell’intera discografia dei Pink Floyd, e da lì posso dire che è nata la mia passione per la traduzione, probabilmente scaturita dalla curiosità di comprendere gli argomenti e i temi trattati da una delle band che ho amato di più nella mia vita. Il libro l’ho divorato tutto e ho imparato a memoria la maggior parte dei testi, e a forza di cantarli, quei testi, mi è venuta la curiosità di analizzare ogni singolo vocabolo, espressione fraseologica o idiomatica di quelle canzoni.

Così, spinto da una forza indotta, ho cominciato a tradurre e tradurre, ed ho avuto modo di comprendere molte cose, anche dal punto di vista grammaticale. C’è una bellissima canzone dei Pink Floyd che s’intitola “If”, ed è praticamente un testo tutto impostato su costruzioni di frasi ipotetiche di 2º tipo:

If I were the swan, I’d be gone
If I were the train, I’d be late
And If I were the good man, I’d talk to you more often than I do.

Oppure, analizzando la prima strofa di uno dei brani più famosi dei Floyd, Another Brick in the Wall (part II):

We don’t need no education

Ho constatato nella traduzione a fronte che la parola education veniva tradotta come “istruzione” anziché come “educazione”, come erroneamente pensavo. Ciò mi ha portato a capire che nella lingua inglese esistono una serie di termini denominati false friends, e cioè quei termini che, nonostante presentino una certa somiglianza morfologica o fonetica con termini di un’altra lingua, hanno però significati diversi.

A domani la seconda e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Francesco Sosto
Traduttore DE-EN>IT
Roma

Traduttore, traditore

 Categoria: Traduttori freelance

Quasi tutti i traduttori conoscono l’espressione “traduttore, traditore” e quasi tutti, lungo la loro carriera, hanno affrontato difficoltà nel mestiere di tradurre. Come traduttori, abbiamo già visto traduzioni di bassa qualità, testi praticamente illeggibili per un madrelingua, traduzioni che non sono per niente fedeli al testo originale, oltre ad errori grotteschi presenti in sottotitoli, testi di canzoni, oppure in ordinari documenti tradotti. I traduttori poi sono quelli facilmente puntati come cattivi e incompetenti. Dopotutto, cosa significa tradurre? Significa soltanto prendere parole da una lingua e trovare il loro significato in un’altra? Se sì, allora quanto difficile può essere tradurre? Non sarebbe quindi un mestiere adatto a qualsiasi soggetto che conosce una o più lingue straniere?

Bene, per quelli che stanno iniziando la loro strada in questo mestiere, tradurre non è affatto un compito facile, richiedendo molto di più che semplicemente trasferire le parole da una lingua all’altra. Tradurre richiede un’attività di ricerca, oltre a una profonda conoscenza sia della lingua originale di un testo, sia della lingua su cui puntare la traduzione. In più, tradurre richiede conoscenza culturale e pratica dell’argomento di un testo. Eppure, nonostante tutto ciò, non è detto che non ci saranno problemi rispetto alla lingua che possono portare a diverse interpretazioni ed errori lampanti. Ci sono espressioni che fanno talmente parte delle caratteristiche culturali di una lingua che praticamente diventa impossibile trovare traduzioni equivalenti in un’altro idioma.

Quindi, quale sarebbe esattamente il ruolo del traduttore quando si trovano queste difficoltà linguistiche? Sarebbe meglio tradurle letteralmente per non “tradire” il testo, correndo il rischio di ottenere così una traduzione di bassa qualità? Oppure sarebbe più qualitativo trovare alternative che hanno più senso nella lingua di destinazione, pur che queste a volte siano leggermente diverse dal senso originale? La maggior parte dei traduttori direbbe che il loro ruolo è trasmettere efficacemente la stessa idea da una lingua all’altra in modo che sia comprensibile ai madrelingua. Però questo non significa che siamo condannati a critiche costanti?

Comunque, imputazioni e critiche a parte, l’arte di tradurre è un mestiere importantissimo e molto gratificante. Parafrasando Goethe, “non importa quello che si dice sull’inadeguatezza di una traduzione perché tradurre è e sempre sarà una delle imprese più difficili e meritevoli al mondo.”

Autore dell’articolo:
Daniela Pesce
Traduttrice/Interprete EN-PT>IT
Maratea (PZ)

Differenza tra “lingua” e “linguaggio”

 Categoria: Le lingue

I termini “lingua” e “linguaggio”, anche se possono sembrare sinonimi, in realtà non lo sono affatto. Entrambi i termini sono qualcosa di tanto antico che su di essi esistono perfino delle miti nel libro sacro della Bibbia: nella Genesi (Cfr. Genesi 11, 1-9), infatti, si narra della costruzione della mitica Torre di Babele sul fiume Eufrate, in Mesopotamia, da parte di uomini che parlavano tutti lo stesso idioma e che volevano essere più vicini fisicamente a Dio, non per colmare il loro desiderio di vicinanza con la Provvidenza Divina, quanto per scacciarlo dal suo maestoso trono e impadronirsene. Eppure questi lo impedì loro, creando disordine prettamente linguistico in modo tale che nessuno di loro potesse più confabulare contro di lui. Fu così che nacquero diverse lingue e linguaggi. Al di là di questo racconto che ad occhi di alcuni (i fedeli) potrebbe sembrare vero e ad occhi di altri (gli scettici) no, i due termini di cui sopra sono stati oggetto di varie riflessioni, storie ed anche evoluzioni.

Esiste una differenza tra linguaggio e lingua: il primo, infatti, riflette quelle capacità proprie dell’uomo che gli permettono di sviluppare un sistema di comunicazione verbale o non verbale (linguaggio verbale, gestuale, ecc.); il secondo, al contrario, è la forma vera e propria per cui tale sistema comunicativo viene adottato da una specifica comunità.
Prima di arrivare ad una lingua, gli uomini comunicavano lo stesso e questo accadeva tramite altri sistemi di comunicazione, ad esempio nella preistoria per confrontarsi con gli altri si usavano i gesti o anche la scrittura pittografica.

Oggi, a distanza di milioni di anni si può parlare della presenza non solo di gesti e/o disegni, incisioni, grafica web, ma anche di una multiculturalità visibile sia in spazi reali che virtuali e che fa capo proprio alle lingue e alla loro diversità. Tuttavia, le lingue anche se diverse per famiglia linguistica, fonemi e morfemi che siano, sono accomunate dal segno linguistico.
Ogni parola è un segno, ossia una realtà avente in sé un proprio significato e significante che permette ad ognuno di noi di distinguerla dalle altre senza condizionamenti. Un insieme di segni è un codice. Per fare un esempio concreto: se si pronuncia la parola “dado”, il significante sarà la forma sonora che viene pronunciata, nonché può essere anche la forma grafica (come accade quando si scrive); il significato invece sarà ciò a cui si pensa se si emette tale vocabolo, dunque la proiezione mentale dell’oggetto (il codice utilizzato in questo caso è quello verbale).
Inoltre, si può differenziare anche tra:

- segni linguistici: i quali sono oggetto della linguistica;
- segni non linguistici: i quali sono oggetto della semiologia (o semiotica).

È a partire da tale base che si può studiare linguisticamente una parola come anche una lingua, approfondendo ovviamente le caratteristiche fonologiche, morfologiche, sintattiche e semantiche di qualsiasi tipo di idioma si venga a parlare.

Le lingue, infatti, si distinguono per le caratteristiche appena elencate ed è proprio questa unicità che garantisce loro un certo prestigio: europee e non, dialettali e non, koinè e non… eppure facenti parte del modo di esprimersi di un individuo e quindi una sorta di passaporto linguistico identitario che ognuno trascina con sé dall’infanzia alla più tarda età.
Esse nascono, si modificano con l’uso che ne facciamo, alcune scompaiono (il latino), altre si ibridano (come lo Spanglish), altre tendono a cambiare insieme alle epoche, ma tutte rappresentano un patrimonio ineguagliabile.

Autore dell’articolo:
Maria Di Maggio
Traduttrice EN-FR-ES>IT
Campofelice di Roccella (PA)

Il compito (ingrato) del traduttore (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Mi dico ormai da tempo che quello che un testo dice attraverso le parole dell’idioma di appartenenza, non lo può dire allo stesso modo nella lingua in cui viene trasferita. Secondo me, anzi, il traduttore più bravo, più scrupoloso, che si impegna fino all’osso per rendere più correttamente possibile nella propria lingua il testo che sta traducendo, opera una sorta di violazione sul testo originale, snaturando quello è che l’essenza del testo stesso. Il traduttore a volte per esigenze della lingua di arrivo è costretto ad aggiungere termini per migliorare una frase, oppure a cambiare un aggettivo perché nella lingua di arrivo non funziona quello corrispondente, ecco, questa, non è una sorta di usurpazione, in particolare nel caso di testi letterari?

Vi dirò di più: oltre che apprendista linguista sono anche pianista, e spesso mi capita di dover tradurre delle indicazioni poste all’inizio dei brani che suono che esprimono la velocità, l’andamento (agogica, in gergo tecnico) con cui va eseguito quel brano. La maggior parte delle volte sono in tedesco, ed avendo qualche lacuna in questa lingua non ricordo per filo e per segno buona parte dei vocaboli; nonostante ciò non ho bisogno di tradurre letteralmente poiché il brano stesso mi induce a capirne il carattere e il tempo di metronomo, ma nei casi in cui tradurre letteralmente si rivela indispensabile, ecco che si spezza il solito “incantesimo”: pensare in italiano quella stessa dicitura, che magari non ha un corrispettivo preciso in italiano, è come se rovinasse tutta quell’aura che si crea attorno al brano, al compositore, al periodo, e così via. E’ come se mancasse quella “profondità”, quella magia austera ma pregnante che si racchiude nel suono di quelle due paroline poste prima di attaccare la prima nota, e che improvvisamente anche se non ricordi un accidente di tedesco, capisci ugualmente cosa voleva il compositore.

Una lingua è soprattutto “un linguaggio”. E’ l’espressione di un popolo, di una singola terra, di una cultura; certo, sto affermando una banalità, ma io intendo a livello sia semantico che sonoro, nella lingua parlata, e in quanto tale serve a trasferire, a veicolare, ciò che è nella sua essenza verso altri popoli o altre culture. Tutte queste riflessioni sembrano quasi andare a discapito fortissimo di quello che è il lavoro che aspiro a fare, la traduttrice. In realtà è una sorta di “rammarico” che si è manifestato a volte, tra una traduzione e l’altra, e all’improvviso mi sono sentita come un restauratore, che avrà pur il compito importante di riportare in vita un capolavoro, o di ridargli “luce”, ma allo stesso tempo sta apponendo le sue mani sull’originale, sugli stessi lembi di tela o di marmo su cui si erano posate decenni prima le mani di Leonardo, Giotto…
Il risultato sarà ugualmente “fedele” all’originale, ma mancherà sempre qualcosa.

Autore dell’articolo:
Paola Cammarota
Traduttrice FR-EN>IT
Vaglio Basilicata (PZ)

Il compito (ingrato) del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Studio le lingue straniere sin da piccola. Da quando avevo circa 10 anni. Mi ricordo che la prima cosa che imparai per intero, in inglese, fu “Heal the World” di Michael Jackson, in occasione di un saggio di fine anno.
Mi insegnarono come prima cosa il significato di quelle parole, che ricordo vagamente avessero a che fare con un tema di stampo umanitario/sociale. La mia primissima esperienza di traduzione. Da allora non mi sono più fermata. Ascoltavo canzoni straniere e le facevo mie, cercavo le paroline che non conoscevo, e cantavo a squarciagola per affinare la pronuncia che piano piano mi portò ad un inglese niente male per una bimba di 12 anni. Ora ne ho circa il doppio in più, ma una cosa non è cambiata, ed è il motivo delle mie riflessioni in questi ultimi anni mentre ho a che fare con un testo straniero, che sia in inglese, in francese o in tedesco.

Per chi conosce una lingua, e la legge in maniera istantanea senza bisogno di “pensarci troppo su”, è davvero così importante la traduzione vera e propria? Mi spiego meglio: ho avuto la fortuna di leggere tanti testi in lingua diretta, in particolare in francese; autori come Camus, Flaubert, Molière, che ricordo mi lasciavano un po’ spaesata all’inizio! Ci mettevo qualche minuto in più del dovuto a passare da un periodo all’altro, ciò nonostante già dopo qualche capitolo mi sentivo a mio agio, sempre più, grazie ad altro esercizio. Ricordo che quando mi trovavo poi a riferire del libro in questione ad un esame o ad un’interrogazione, o semplicemente a consigliarlo ad un amico, mentre ne parlavo era come se mi sentissi realmente nell’atmosfera descritta in quel libro; direte voi, grazie alla bravura dello scrittore! Certo, oltre a quella indiscutibile, ho constatato che non avveniva la stessa cosa qualora leggessi con testo a fronte, o traducessi una frase intera per avere maggior sicurezza del significato letterale. Capivo ed apprendevo qualche vocabolo ulteriore, ma già solo il processo di “apertura e consultazione del dizionario” era come se mi portasse fuori da quel mondicino che mi si era creato attorno leggendo.

La riflessione che ho fatto in anni di letture e traduzioni da e verso la mia lingua, l’italiano, è questa: ci sono delle parole, delle espressioni, eccezion fatta per quelle idiomatiche che sono un caso a parte, che a mio parere sono intraducibili. Ogni lingua, a modo suo, con le sue peculiarità, la sua sintassi o la semplice musicalità di una desinenza, di un termine specifico, costruisce un mondo a sé stante.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Paola Cammarota
Traduttrice FR-EN>IT
Vaglio Basilicata (PZ)

Traduzioni letterarie

 Categoria: Traduttori freelance

Tradurre significa confrontarsi con due realtà diverse. Io traduco dal tedesco in italiano. Confrontare questi due mondi significa vivere una contraddizione. Per rendere il significato originale bisogna anzitutto essere fedeli al testo originale. Arzigogolare troppo significa perdere il senso originale. Io credo che la traduzione migliore sia quella letterale.

Mi sono confrontato con un Film di Hoelderlin in tedesco antico per cui rendere il senso con la traduzione è stata un’impresa. Rendere in italiano quel testo, così pieno di significati nel tedesco della Stoccarda del 1790, significava rendersi conto della ricchezza di quella lingua per riportarla in lingua italiana cercando di non perdere il carattere del tedesco Hoelderliniano. La traduzione porta a trasformazioni linguistiche di notevole importanza. Ho sempre pensato che il testo originale e la traduzione non siano la stessa cosa. Penso che il traduttore acquisti un ruolo fondamentale con il suo contributo linguistico.

Ho anche tradotto dei testi letterari filosofici, per esempio Marcuse, e mi sono accorto della difficoltà di tradurlo in italiano. Marcuse è un filosofo, per cui alcuni termini sono strettamente tecnici. Bisogna fare attenzione all’uso che ne facciamo nell’altra lingua. Un termine tradotto in maniera errata può confondere il lettore, che desidera avvicinarsi il più possibile all’autore e al senso originario.
Sicuramente con la traduzione di romanzi il discorso è un gradino più semplice. Il tedesco però è una lingua molto ricca, con un vocabolario molto più ampio rispetto all’italiano, per cui talvolta per varie parole troviamo una sola possibilità in italiano. Il testo spesso si impoverisce un po’, ma essendo l’italiano più affascinante il risultato spesso è degno.

Il piacere di tradurre è il fascino della lingua italiana. Io sono nato a Roma da madre tedesca e padre italiano, ho frequentato la scuola tedesca a Roma e ho vissuto in Germania. Però l’Italia suscita sempre in me una certa nostalgia. Sono affezionato alla cultura, alla storia, ai costumi, alle abitudini italiane e vivere all’estero per me è stato un sacrificio.
Mi piace però confrontare le due culture, così diverse fra di loro, e trarne delle conclusioni.

Autore dell’articolo:
Vladimiro Baratta
Traduttore DE>IT
Roma

Traduzione di Délires di A. Baillon (5)

 Categoria: Traduzione letteraria

- Frasi ossessive, chiamate così per la grande quantità di apparizioni nel testo. Queste frasi appaiono soprattutto in Des Mots e gli intervalli da una frase all’altra possono essere anche molto vasti e comunque non sono mai regolari: “Il ne faut pas jeter le marc dans l’évier” tradotto con “Non bisogna buttare gli avanzi nell’acquaio” viene ripetuto con qualche piccola variazione ben diciassette volte; “Toujours grand, ce Beethoven!” tradotto con “Sempre grande, Beethoven!” è presente cinque volte; “Et ce qu’il arrive est juste” reso con “E quello che succede è giusto” è stato utilizzato sei volte; “Je vous l’assure” tradotto con “Te lo assicuro” è reiterato ben sedici volte; infine “C’est entendu” tradotto con “È ovvio” o “Ovviamente” viene ripetuto otto volte.

Le RIPETIZIONI SINTATTICHE, chiamate anche isocolo o parisosi, consistono nella ripetizione di uno stesso tipo di costruzione sintattica. Anche per quanto riguarda le ripetizioni sintattiche abbiamo sempre cercato di mantenere la stessa costruzione nella traduzione, anche se alcune variazioni sono state necessarie. Ad esempio in (14) abbiamo ritenuto opportuno non ripetere il primo aggettivo possessivo e mantenere solo il secondo altrimenti la frase sarebbe stata troppo ridondante. In entrambe le lingue vengono comunque mantenuti i pronomi personali e le locuzioni preposizionali, la prima delle quali presenta il sostantivo al singolare e la seconda al plurale:

(14) L’usine, comme ils disaient, en pleine activité : elle, à son piano et ses notes ; lui, à sa table et ses phrases. (M., p. 25)
La fabbrica, come usavano dire, in piena attività: lei, al piano con le sue note; lui, al tavolo con le sue frasi.

Secondo la classificazione di Frédéric, tra le RIPETIZIONI SINTATTICHE troviamo la ripetizione sinonimica che consiste nella ripresa di un gruppo semantico-connotativo totale. In altre parole il termine ripetuto è equivalente al primo:

(15) C’étaient des écrivains : c’est entendu. Ils lurent de leurs œuvres : c’est entendu. Il y avait des musiciens : c’est entendu. Ils firent de la musique : c’est entendu. (M., p. 50)
Erano tutti scrittori: è ovvio. Leggevano le loro opere: è ovvio. C’erano dei musicisti: è ovvio. Fecero un po’ di musica: è ovvio.

Per concludere possiamo dire che nella traduzione di quest’opera letteraria di fronte a una figura retorica, da una parte abbiamo cercato di operare tenendo ben presente il testo di partenza per salvaguardare tutte le sue caratteristiche stilistiche, dall’altra abbiamo cercato di non trascurare la resa del testo di arrivo, questa volta per salvaguardare la comprensione del testo da parte dei destinatari della traduzione. Questo è stato possibile in quanto le due lingue in questione, il francese e l’italiano, hanno un grado di parentela molto alto e la traduzione delle figure retoriche non ha creato difficoltà insuperabili durante il processo traduttivo.

Autore dell’articolo:
Daniela Perricci
Traduttrice FR-DE>IT
Cappella Maggiore (TV)

Traduzione di Délires di A. Baillon (4)

 Categoria: Traduzione letteraria

- Epifora o epifrase, ovvero la ripetizione alla fine di una frase di un termine o di un gruppo di parole:

(10) Certains voulaient qu’on l’enferme.
Il dit :
[…]. Tu as appelé un médecin parce que tu veux qu’on m’enferme.
[…].
Il fallait à tout prix éviter qu’on l’enferme. […] :
Quand elle était malade, elle ne pouvait pas avaler sa salive et je ne voulais pas qu’on l’enferme. […].
Il ne voulait pas montrer au médecin qu’il craignait qu’on l’enferme. […] ; c’étaient les mots parce qu’ils voulaient qu’on l’enferme. Il fallait à tout prix enfermer ces mots qui voulaient qu’on l’enferme. Comment enfermer les mots qui voulaient qu’on l’enferme ? […] : c’est avec de l’encre qu’on enferme les mots qui voulaient qu’on l’enferme. […]. Il écrivait des mots, […] qui entraient dans sa tête et voulaient qu’on l’enferme…
(M., p. 74-75)
Alcuni volevano che fosse ricoverata.
Lui disse:
[…]. Hai chiamato un medico perché vuoi che io sia ricoverato.
[…].
Bisognava evitare a tutti i costi che fosse ricoverato. […]:
Quando era malata, non riusciva a inghiottire la saliva e non volevo che fosse ricoverata. […].
Non voleva mostrare al medico di aver paura di essere ricoverato. […]; erano le parole perché volevano che fosse ricoverato. Bisognava ricoverare a tutti i costi quelle parole che volevano che fosse ricoverato. Come ricoverare le parole che volevano che fosse ricoverato? […]: è con l’inchiostro che si ricoverano le parole che volevano che fosse ricoverato. […].
Stava scrivendo parole, […] che gli entravano nella testa e volevano che fosse ricoverato…

Nell’esempio riportato ci sono lievi differenze tra il testo di partenza e il testo di arrivo. Questo è dovuto al fatto che mentre in francese la desinenza tra maschile e femminile in questo caso è la stessa, in italiano abbiamo dovuto usare le due forme “ricoverato” quando ci si riferisce al protagonista e “ricoverata” quando ci si riferisce a Germaine. Inoltre abbiamo adattato i tempi verbali al contesto e quindi in un’occasione abbiamo tradotto la stessa espressione con “che io sia ricoverato”. Infine abbiamo utilizzato una costruzione infinitiva formata dalla preposizione di + verbo all’infinito laddove il francese utilizzava la stessa proposizione relativa oggetto dell’epifora.

- Ripetizioni con connessione che avvicinano due termini o un gruppo di termini, che nella loro prima apparizione appartengono a gruppi sintattici o ritmici differenti:

(11) Voilà du café. Voilà une montre. Vous prétendez que l’on donne du café à une montre. Donnez donc ce grain de café à la montre. (M., p. 51)
Ecco il caffè. Ecco un orologio. Voi credete che si dia da mangiare caffè a un orologio. Date quindi questo chicco di caffè all’orologio.

- Ripetizioni con dissociazione che, al contrario di quanto avviene nella ripetizione con connessione, dividono due termini o gruppi di termini, che nella loro prima apparizione erano uniti nello steso gruppo sintattico o ritmico:

(12) Suivant les bons principes, elles étaient « sévères mais justes ». Sévères ? Bien sur. Elles savaient montrer à l’occasion que ce n’est pas toujours aux parents d’obéir. Justes ? Encore plus sur : […]. (E., p. 94)
Seguendo i buoni principi, erano “severe ma giuste”. Severe? Ovvio. Quando era il momento sapevano mostrare che i genitori non devono sempre obbedire. Giuste? Ancora più ovvio: […].

- Ripetizione della congiunzione impiegata per insistere sui singoli elementi:

(13) […], il n’y avait ni la Vie, ni Dieu, ni les mots, eussent-ils des pinces, ni même vous, Docteur, pour lui dire: « Cher Monsieur, vous travaillez trop, ménagez-vous… » Donc, […], ni le Docteur, ni la Vie, ni Dieu n’y pouvaient rien redire. (M., p. 58)
[…], non c’era né la Vita, né Dio, né le parole, anche se avessero delle pinze, nemmeno lei, dottore, per dirgli: “Caro signore, lavora troppo, si riposi…” Quindi […], né il Dottore, né la Vita, né Dio non potevano avere niente da ridire.

In (13) la congiunzione ni è stata sostituita in un caso dall’avverbio nemmeno che pur rompendo la serie ripetitiva focalizza maggiormente il sostantivo che segue.

La quinta e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Daniela Perricci
Traduttrice FR-DE>IT
Cappella Maggiore (TV)

Traduzione di Délires di A. Baillon (3)

 Categoria: Traduzione letteraria
  • Ripetizioni lessicali a distanza, che a loro volta si classificano in:

- Unità in distribuzione ripetitiva, che possono coinvolgere singoli termini come “Ami” in (4), sintagmi come “sa Germaine” in (5) e intere frasi come in (6):

(4) L’ami, c’était l’Ami, le seul Ami, le cher Ami. Comme il était content de revoir le seul Ami ! Il faisait beau. Il marcha vite. Chut ! on ne pense pas aux mots quand on va chez l’Ami ; on ne pense pas à la montre quand on va chez l’Ami. Pas un mot, il ne dirait pas un mot de la montre à l’Ami. (M., p. 47)
L’amico, era l’Amico, l’unico Amico, il caro Amico. Com’era felice di rivedere l’unico Amico! Era una bella giornata. Camminò veloce. Silenzio! Non si pensa alle parole quando si va a casa dell’Amico; non si pensa all’orologio quando si va dall’Amico. Nemmeno una parola, non avrebbe detto nemmeno una parola sull’orologio all’Amico.

(5) A les entendre, sa Germaine, on l’eût enfermée. Ah ! non, n’est-ce pas ? Il se devait à sa Germaine. Son cerveau à lui, il l’eût sacrifié pour sauver celui de sa Germaine. (M., p. 26)
Loro, l’avrebbero ricoverata la sua Germaine. Ah! no, non è vero? Aveva dei doveri nei confronti della sua Germaine. Avrebbe sacrificato persino il suo cervello per salvare quello della sua Germaine.

(6) Écoutez ! Si vous étiez sages, vous vous coucheriez un peu. […].
Écoutez ! Si vous étiez sages…
(E., p. 106)
Ascoltate! Se siete intelligenti, andate a dormire un po’. […].
Ascoltate! Se siete intelligenti…

- Ripetizioni a inquadramento, dove il termine viene ripetuto all’inizio e alla fine della frase come se fosse una parentesi:

(7) Ces mots, puisqu’ils voulaient son cerveau, il ne repoussa pas ces mots. (M., p. 35)
Quelle parole, poiché volevano il suo cervello, non respinse quelle parole.

- Anafora, ovvero la ripetizione all’inizio di frase di un termine o di un gruppo di parole:

(8) Minuit ! Minuit déjà quand on pense à hier ; minuit seulement quand on pense à demain ; minuit avec ses douze griffes qui pèsent lourd sur les petits loin de leur mère. Voici le lit d’Ève : elle n’y est pas. Voici sa poupée couchée par terre ; voici ses livres prêts pour l’école, demain. (M., pp. 104-105)
Mezzanotte! Già mezzanotte se si pensa a ieri; solo mezzanotte se si pensa a domani; mezzanotte con i suoi dodici artigli che pesano sui bambini, lontani dalla loro madre. Ecco il letto di Ève: lei non c’è. Ecco la sua bambola per terra; ecco i suoi libri pronti per la scuola, domani.

Nell’esempio riportato non è stato possibile mantenere l’anafora perfetta di “minuit” in quanto prima del termine “mezzanotte” è stato inserito un avverbio. Mentre con “ecco” non sono stati apportati cambiamenti.

Anche i pronomi personali soggetto possono essere oggetto di anafora all’inizio della frase. Nella traduzione questo aspetto è andato perduto perché mentre il francese è una lingua analitica, in cui il soggetto deve essere sempre espresso, l’italiano è una lingua sintetica, in cui il soggetto può anche essere sottinteso, perché viene suggerito dal predicato verbale:

(9) Ils [les pères] voyagent au loin quand ils devraient être là. Ils pensent à vous coucher. Ils mangent. Ils écrivent des lettres. (E., p. 107)
Viaggiano lontano quando dovrebbero essere presenti. Pensano a farvi andare a dormire. Mangiano. Scrivono lettere.

Domani sarà pubblicata la quarta parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Daniela Perricci
Traduttrice FR-DE>IT
Cappella Maggiore (TV)

Traduzione di Délires di A. Baillon (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Innanzitutto la ripetizione rientra tra le FIGURE DI COSTRUZIONE ovvero quelle figure retoriche che si riferiscono all’ordine delle parole della frase come anche il climax, l’enumerazione e la paronomasia.
La ripetizione è una figura retorica consistente nella ripresa totale o parziale (detta anche imperfetta) di un unico termine, di un sintagma, di una proposizione, di una frase o di un gruppo di frasi. La ripetizione permette di arrestare la corrente della narrazione e concede il tempo di soffermarsi dal punto di vista emotivo e semantico sul contenuto dell’informazione, che viene appunto enfatizzato mettendone in evidenza determinati particolari importanti per l’autore.

André Baillon fa largo impiego di questa figura retorica che diventa anche espressione della sua malattia, la neurastenia. A tal proposito ricordiamo che il tema della follia e dell’ossessione è sempre presente e vivo nel racconto: per combatterle Baillon si sente obbligato a ricorrere a riti compulsivi, ovvero ad atti formalizzati e ripetitivi con i quali attenua momentaneamente l’angoscia interiore che accompagna l’ossessione. Tutto ciò si esprime nella scrittura attraverso la figura retorica della ripetizione.
Madelaine Frédéricci offre una classificazione esaustiva delle ripetizioni. Secondo l’autrice le ripetizioni possono essere presenti nella stessa frase, nello stesso paragrafo o a distanza di qualche pagina e sono essenzialmente di tre tipi: lessicali, sintattiche e semantiche. Vediamo ora alcuni esempi per ciascun tipo di ripetizione accompagnandoli dalla relativa traduzione:

Le RIPETIZIONI LESSICALI si suddividono a lora volta in:

Ripetizioni lessicali a contatto, quando la ripresa segue immediatamente il termine ripetuto; se il termine viene ripetuto due volte si parla di epanalessi o geminazione come in (1), mentre se viene ripetuto tre volte si parla di epizeusi come in (2):

(1) Chez le commissaire, le commissaire qui […]. (E., p. 101)
Dal commissario, il commissario che […].

(2) Des deux mains, elle retenait sa langue : « Je n’avalerai pas ma salive, je n’avalerai pas ma salive, je n’avalerai pas ma salive. » (M., p. 25)
Con entrambe le mani si teneva la lingua: “Non inghiottirò la saliva, non inghiottirò la saliva, non inghiottirò la saliva.”

Come si può vedere le uniche differenze tra testo originale e testo tradotto stanno nel fatto che in (1) non è stato possibile ripetere il primo articolo determinativo in quanto abbiamo utilizzato una preposizione articolata che lo contiene “dal”, mentre in (2) non abbiamo ripetuto il pronome personale soggetto perché nel testo italiano rimane sottinteso. Nonostante ciò riteniamo di aver salvaguardato la figura retorica creando nel lettore del testo di arrivo lo stesso effetto che Baillon ha voluto creare sui suoi destinatari.

Ripetizioni lessicali pseudo-immediate
, quando gli elementi della ripetizione sono separati da un segno interpuntivo. La frase inizierà quindi con l’ultimo elemento della frase precedente. In questo caso si può parlare anche di anadiplosi, che a volte ha la funzione di aggiungere un’idea che non è stata detta nella prima frase, dove non avrebbe prodotto lo stesso effetto:

(3) Il se réserva pour le samedi. Le samedi, il rencontrait d’autres amis chez l’Ami. (M., p. 49)
Si riservò per il sabato. Di sabato, incontrava altri amici a casa dell’Amico.

Anche in (3) abbiamo trasformato la ripetizione totale in una ripetizione imperfetta in quanto abbiamo dovuto sostituire l’articolo determinativo con una preposizione.

Il tema trattato verrà approfondito nella terza parte che sarà pubblicata domani e in quelle dei giorni successivi.

Autore dell’articolo:
Daniela Perricci
Traduttrice FR-DE>IT
Cappella Maggiore (TV)

Traduzione di Délires di A. Baillon

 Categoria: Traduzione letteraria

La traduzione delle figure retoriche rappresenta uno dei problemi più spinosi che il traduttore deve affrontare nel momento in cui si accosta alla pratica traduttiva. In particolare, la questione riguardante la traduzione concentra l’attenzione dei teorici su due punti cruciali. Il primo concerne il concetto di intraducibilità, mentre il secondo parte dal presupposto che sia possibile definire un approccio metodologico per la traduzione.

Il ruolo della stilistica nel processo traduttivo non può essere trascurato, tanto più se riguarda un testo letterario dove predomina la funzione di tipo espressivo rispetto a quella informativa e vocativa. In virtù del principio che in un testo letterario rientrano determinate caratteristiche – la visione del mondo propria dello scrittore, la forza evocatrice che nasce dall’immaginazione, il valore stilistico, la plurifocalità semantica, l’atemporalità, l’insieme dei valori universali –, il traduttore letterario, trovandosi fortemente condizionato, è chiamato a operare, secondo Newmark, o nel senso di una traduzione semantica o nel senso di una traduzione comunicativa. Nel primo caso il traduttore punta prevalentemente la sua attenzione sul testo originale, cerca cioè di rendere “l’esatto significato contestuale dell’originale, con tutta la fedeltà consentita dalle strutture semantiche e sintattiche dell’originale”, trascurando di conseguenza l’impatto in termini di comprensione, che la traduzione può avere sul lettore della lingua di arrivo. Nel caso di una traduzione comunicativa, il traduttore tende a privilegiare la comprensione del testo, prescindendo dalla sua struttura originale per realizzare quello che Newmark definisce “l’effetto equivalente”. È evidente che in entrambi i casi si realizza una perdita: la traduzione semantica, rimandando nell’ambito della cultura originale, si affida a una specificità semantica “nella ricerca di una particolare sfumatura di significato”, mentre quella comunicativa opera per un trasferimento nella lingua e nella cultura di arrivo degli elementi culturali propri alla lingua di partenza, avvalendosi, se necessario, della facoltà di selezionare il materiale da tradurre.

In questo articolo verrà presa in esame la figura retorica della ripetizione nella traduzione di un testo narrativo intitolato Délires scritto da André Baillon nel 1927. André-Émile-Louis Baillon è considerato uno dei più grandi prosatori belga della prima metà del XX secolo. La sua vita ha tutti i requisiti per fare di lui una leggenda: infanzia infelice, amori tormentati, carriera letteraria dolorosa, successo e malattia che lo porterà al suicidio. Délires è considerata da molti l’opera più riuscita di André Baillon, che vi amalgama i suoi punti di forza, facendone un capolavoro di stile, di ironia e di sensibilità raccontando la vita di un uomo disperato e folle, salvato dalla passione ossessiva di scrivere. Il libro è composto da due racconti: Des Mots e Ève et Kiki.

Des Mots racconta di come uno scrittore riesca a personificare talmente bene uno dei personaggi del libro a cui sta lavorando, che Germaine, la sua compagna, si autoconvince di vivere con un assassino e lei stessa cade in una profonda depressione nervosa. Rimane comunque difficile individuare una trama in Des Mots, perché, in effetti, una vera e propria trama non esiste. Baillon si preoccupa solo di annotare una dopo l’altra le impressioni deliranti e lo smarrimento provocato dalla follia.

Ève et Kiki è il secondo racconto di Délires e si divide in tre capitoli, ognuno dei quali racconta la stessa storia da tre punti di vista diversi. Il primo parla di due ragazzi, Ève e Kiki appunto, che decidono di scappare dalle loro madri per cercare nuovi mondi inoltrandosi nella campagna. Il secondo capitolo racconta la storia dal punto di vista dei genitori dei due ragazzi. È in questo capitolo che viene presentato il vero delirio, quelle delle madri, che non sanno dove sono i loro adorati figli. Infine, il terzo capitolo descrive l’agente che ha riportato a casa i due bambini e in un certo senso contiene il tema principale del racconto: Baillon vuole denunciare la scorretta educazione data dai genitori ai loro figli.

La seconda parte di questo interessante articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Daniela Perricci
Traduttrice FR-DE>IT
Cappella Maggiore (TV)

Il senso del tradurre

 Categoria: Traduttori freelance

Tradurre: una parola, un tempo infinito. Viene dal latino trans ducere, condurre oltre, superare i limiti che separano, attraverso qualcosa o qualcuno, due realtà, due persone o gruppi diversi, due luoghi. La parola richiama un significato alto del processo comunicativo, cioè la formulazione di messaggi e di forme espressive o modi di ragionare ed argomentare che in origine appartengono ad un’altra lingua. Un aspetto non solo tecnico di una complessa strategia del superamento della babilonia in cui sono divisi gli uomini e le loro comunità nel mondo.

Possiamo, quindi, dire che la funzione del traduttore va al di là della sua semplice realizzazione come fatto tecnico, per assurgere ad un livello superiore di ordine tendenzialmente universale. Con uno scopo: la comunione tra gli individui e le razze, il superamento delle diversità e delle distinzioni, cioè delle separatezze che impediscono alle persone di stare l’una in rapporto creativo e costruttivo con l’altra. Quest’atto superiore spiega anche perché ci siano diverse forme di tradurre. La traductio ad sensum, o la traduzione a senso è quella più propriamente libera, poco importa se simultanea o ragionata, se basata su un testo scritto o orale. Può essere anche alla lettera, se si vuole applicare un rigore filologico e sintattico al pensiero originario, oppure all’impronto se non si vuol fare uso di vocabolari, e se si desidera fare a meno persino di tenere a portata di mano il testo da tradurre. C’è poi anche una particolare modalità del traducere latino. Per cui si ha una traduzione simultanea o, a seconda dei casi, consecutiva, durante incontri, dibattiti, convegni scientifici, e via di seguito.

Dunque, non c’è chi non veda il carattere prioritario di questa semplice parola che ha in sé il principio dell’attraversamento, del superamento della semplice appartenenza, per aprirsi a una verità di ordine superiore, funzionale. In tal senso la traduzione non è un fatto semplicemente tecnico, ma una funzione prioritaria della comunicazione che ha alla base un fatto creativo. Consente di superare la contingenza del momento e del dato empirico per allargarsi a denominatori comuni tra due o più soggetti, due o più comunità o Paesi. Un po’ quello che dice, in termini artistici, il poeta ungherese Sándor Reményik: “La traduzione è umiltà./ Tradurre significa inchinarsi,/ Tradurre significa essere legati,/ Abbracciare qualcun altro, più grande,/ per metà sorreggere, per metà condurre.” Ecco perché in latino il verbo duco, ha anche in sé il significato di sedurre, di tirare da, di considerare, dare inizio, formare, stimare e credere. Questo è il senso del tradurre. Che vogliamo di più da un’attività così qualificante?

Autore dell’articolo:
Regina Kerékgyártó
Traduttrice HU>IT
Partinico (PA)