La lingua cinese

 Categoria: Le lingue

Il cinese è la lingua più parlata al mondo e, oggi come oggi, anche la più gettonata nel panorama mondiale degli idiomi.

Nella mia esperienza di studiosa di questa lingua ho spesso riscontrato questa frase all’inizio di vari manuali per l’apprendimento del cinese: “il cinese non è difficile”. Bugia. A mio parere, oltre ad essere una falsità, può creare false speranze o illusioni in un principiante. Soprattutto per noi occidentali, il cinese non è una lingua facilmente comprensibile di primo acchito.

Una persona che provi ad avvicinarsi per la prima volta a questa lingua troverà sicuramente serie difficoltà nella pronuncia (il cinese è una lingua tonale, come descritto più avanti), nella scrittura (con migliaia di segni che sembrano tutti differenti, ma che in realtà condividono molti elementi) e nell’apprendimento delle regole grammaticali e sintattiche, molto diverse da quelle italiane.

Uno dei primissimi ostacoli da superare consiste nel riconoscimento e nel conseguente apprendimento dei toni che contraddistinguono questa lingua così affascinante. A seconda dell’intonazione, infatti, una parola può assumere significati diversi. Per cui è molto importante per chi intende iniziare un percorso di studio del cinese, focalizzarsi su questo aspetto ed esercitarsi molto.
Consiglio di non lascarsi abbattere dalle fatiche e dalle problematiche che potrebbero insorgere nei primi mesi e che potrebbero portare a pensare di abbandonare il proprio progetto.

Principali difficoltà degli alunni italiani che studiano il cinese:

- L’alfabeto non esiste
- Il segno grafico non dà indicazioni di pronuncia
- Riconoscimento dei toni
- Il suono R non esiste
- La lettera maiuscola e le doppie non esistono
- Non esistono gli articoli (né determinativi né indeterminativi)
- I nomi sono invariabili
- L’aggettivo precede il nome
- I pronomi personali sono anche aggettivi possessivi
- I verbi non si coniugano e non esistono verbi ausiliari
- La struttura sintattica della frase è rigida

Tuttavia, se si insisterà in uno studio costante e assiduo, senza la pretesa di imparare una lingua così complessa in una settimana o senza pensare a quanto tempo possa servire per raggiungere un buon livello, si otterranno di certo dei risultati soddisfacenti e si imparerà ad apprezzare uno degli idiomi più antichi del mondo, ma che riserva sempre delle sorprese.

Autore dell’articolo:
Licia Scandola
Traduttrice EN-ES-ZH>IT
Varese

Il localizzatore: mestiere sottovalutato (2)

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Il lavoro di localizzazione, inoltre, può riguardare un volume di traduzioni talmente vasto da richiedere una suddivisione tra più traduttori, cosicché la professionalità di ciascuno risiederà proprio nel saper conferire al prodotto finale una struttura complessivamente uniforme.

Allo scopo di garantire tale uniformità ed il rispetto di talune caratteristiche che sono proprie del loro marchio, alcune industrie committenti forniscono spesso i cosiddetti manuali di stile, i quali contengono norme e direttive che i localizzatori devono osservare pedissequamente.
Ciò permette di asserire che l’attività traduttiva per un localizzatore quantunque freelance, è tutt’altro che indipendente, essa è piuttosto fortemente condizionata da fattori con connotazioni extratestuali e intratestuali. Allora si deve anche riconoscere che il lavoro di localizzazione altro non è che un vero e proprio procedimento industriale, con le sue leggi di mercato, i suoi tempi di produzione, i suoi criteri di qualità e le sue tecnologie; un procedimento che ha permesso al mestiere del traduttore un salto di qualità oltre che di responsabilità di cui purtroppo molti ignorano l’esistenza.

Il mestiere del traduttore è di per sé fortemente sottovalutato da quanti pretendono di rinchiudere la traduzione nel recinto della commutazione, dove a parola in una lingua ne corrisponde sempre una uguale in una lingua diversa e dove l’unico requisito necessario sembra essere quello di conoscere una lingua straniera. Troppo spesso questa visione semplicistica non tiene conto delle difficoltà connesse alla resa stilistica, al rispetto della funzione del discorso, alla necessità di trovare i vocaboli più pertinenti.
Si immagini dunque quanto questa assenza di consapevolezza possa amplificarsi nell’ambito della localizzazione, dove il mestiere del traduttore viene celato dietro manuali, guide in linea, siti web che non rivelano traccia alcuna dello straordinario lavoro che presiede alla loro realizzazione.
Il localizzatore rimane invisibile perché il suo lavoro non viene reso pubblico,né tanto meno gli si viene chiesto di apporre una firma come accade di contro al traduttore, quanto meno nell’editoria.

Se dunque la figura del traduttore è poco riconosciuta, ancor meno lo è quella del localizzatore.
Così echeggiano, sempre attuali e più veritiere che mai, le parole di due grandi maestri italiani della traduzione come Carlo Fruttero e Franco Lucentini, i quali nei riguardi dell’arduo mestiere del traduttore si esprimevano così: “[…]gli si chiede di […]sapere annettere imperialisticamente questo mondo a un altro del tutto diverso, trasferendo ogni sfumatura, registro, accento, allusione, tonalità entro i nuovi confini[…]di condurre a termine questa improba e tuttavia appassionata operazione senza farsi notare, senza mai salire sul podio o a cavallo. Gli si chiede di considerare suo massimo trionfo il fatto che il lettore neppure si accorga di lui”.

Autore dell’articolo:
Federica Capodici
Laureata in Lingue e culture moderne
Aspirante traduttrice ES>IT
Casteltermini (AG)

Il localizzatore: mestiere sottovalutato

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Se si cerca su un dizionario tradizionale la definizione del termine localizzazione, difficilmente corrisponderà ad esso un’accezione che vada al di là della mera attribuzione spaziale o temporale di qualche cosa. Sui dizionari di recente pubblicazione, si troverà invece che al termine localizzazione corrisponde un’altra spiegazione legata ad un fenomeno moderno, ovvero il “processo per rendere un prodotto linguisticamente e culturalmente adeguato al mercato di destinazione”.

Ma cos’è esattamente la localizzazione? Chi se ne occupa? Quanti sono a conoscenza dell’esistenza di un settore che può essere davvero molto redditizio per chi svolge il difficile mestiere del traduttore? La localizzazione è un fenomeno recente, che si può fare risalire agli anni ‘80, quando finalmente si inizia a comprendere che affinché la globalizzazione possa avvenire a tutto tondo, è necessario avvalersi del prezioso ausilio di internet.

Le industrie informatiche, al fine di adattare i propri prodotti alle aspettative dei clienti, capiscono l’urgenza di appoggiarsi ad una figura professionale appropriata che sia in grado di tradurre i siti web, la terminologia dei prodotti hardware e software e tutta la documentazione informatica, e che al contempo sia in possesso di imprescindibili competenze informatiche. È così che nasce la figura del localizzatore, un traduttore specializzato con abilità informatiche.

Il localizzatore non si occupa soltanto di materiale linguistico, ma anche di dati non linguistici che necessitano un adattamento in funzione del contesto d’uso a cui sono destinati. Esempi sono il formato di una data, l’orario, le unità di misurazione, la conversione delle valute o le immagini connotate culturalmente. Per questa ragione bisogna tenere nella giusta considerazione gli aspetti e le diversità culturali legati al processo di localizzazione, poiché sono proprio questi ultimi a determinare la differenza nel modo di recepire il messaggio da parte dei destinatari.

La mole di lavoro e di difficoltà che un localizzatore deve affrontare non è certo indifferente; si tratta di un processo lungo e complesso che richiede una pianificazione in diverse fasi.
Queste vanno dall’analisi del materiale che dovrà essere localizzato, ai vari testing delle funzionalità del prodotto, sia in itinere che finali, passando per l’identificazione delle risorse umane, la loro gestione e l’attività di traduzione e di ingegnerizzazione che costituiscono il fulcro di tutto il lavoro. È vero che il localizzatore può avvalersi dell’ausilio di strumenti come le fonti on-line e off-line (dizionari terminologici, database di traduzioni precedenti, sistemi di traduzione automatica) che consentono di accelerare notevolmente i tempi, ma rimane il fatto che il suo lavoro deve svolgersi in tempi abbastanza ristretti per adempiere alle scadenze fissate dal committente.

Domani verrà pubblicata la seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Federica Capodici
Laureata in Lingue e culture moderne
Aspirante traduttrice ES>IT
Casteltermini (AG)

Diversi tipi di traduzione (2)

 Categoria: Storia della traduzione

L’altro aggettivo che ho sopra utilizzato nel parlare del campo della traduzione è “scomodo”; il termine si riferisce al fatto che ancora oggi questo ambito viene spesso sottovalutato. Ritengo invece che il mestiere del traduttore sia un’attività assolutamente dignitosa, da non dover essere considerata inferiore alla scrittura vera e propria. Ogni trasposizione conferisce qualcosa di nuovo al testo originale, talvolta arricchendolo, altre sminuendone il valore. La sfida è ogni volta più avvincente: il traduttore ha allo stesso tempo l’onore e l’onere di restituire un testo il più possibile vicino a quello di partenza, tentando di riprodurre nel linguaggio di ricezione l’equivalente naturale più prossimo del messaggio nella lingua di partenza, sia in termini di significato che in termini di stile.

Uno degli studiosi a cui guardo con maggiore ammirazione è Carlo Izzo, una delle figure più autorevoli dell’anglistica italiana del secondo Novecento, esperto di poesia, narrativa, letteratura inglese e americana. Punto cardine della sua visione è il disprezzo nei confronti dei traduttori che aggiungono del loro in traduzione. Il loro peccato è la presunzione. Responsabilità del traduttore onesto è invece l’umiltà: il suo sapersi mettere discretamente da parte per lasciare intero il campo dell’autore straniero. In definitiva: il traduttore deve scomparire, rendersi invisibile.

Di idea nettamente opposta è Harington, il primo traduttore inglese dell’Orlando Furioso, che inserì nel frontespizio della sua traduzione un autoritratto di dimensioni molto maggiori rispetto al ritratto di Ariosto incluso nella stessa pagina.

Ho fatto riferimento a questi due studiosi per arrivare a dare la mia visione delle cose: la mia posizione sta più o meno a metà strada tra quella di Izzo e quella di Harington. Non condivido l’egocentrica idea di quest’ultimo, ma allo stesso tempo ritengo che l’esortazione izziana a scomparire sia più problematica di quanto sembri: è impossibile, e a mio avviso, sbagliato cancellare la propria firma dalla propria traduzione. Ciononostante della teoria di Izzo rimane valida, sul piano etico, la condanna dell’arroganza del traduttore che mette se stesso davanti al proprio autore. Il prodotto finale deve soddisfare occhi, orecchie e facoltà raziocinanti del traduttore stesso.

Autore dell’articolo:
Trunfio Ramona
Traduttrice EN>IT
Gioia Tauro (RC)

Diversi tipi di traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

Roman Jakobson, nel testo On Linguistic Aspects of Translation, distingue tre tipi di traduzione:

Intralingual Translation: interpretazione dei segni verbali per mezzo di altri segni della stessa lingua;
Interlingual Translation: interpretazione dei segni verbali per mezzo di un’altra lingua;
Intersemiotic Translation: interpretazione dei segni verbali per mezzo di sistemi non verbali.

Lo studioso affronta poi il tema centrale: nonostante i messaggi possano fornire adeguate interpretazioni di unità codificate, non si può in definitiva ottenere mai completa equivalenza nella traduzione. Chiara appare quindi la posizione del grande linguista, che, pur riconoscendo una notevole importanza al lavoro dei traduttori, non vede possibile il totale trasferimento del messaggio dal “Source Text” al “Target Text”.

Posizione nettamente differente è quella di Levy, secondo cui ogni omissione o anche semplice contrazione delle espressioni difficoltose nell’atto traduttivo è da considerarsi immorale. Il traduttore ha la responsabilità di trovare una soluzione ai problemi più spinosi, e deve cercare di rendere stesso significato, stile e forma del testo di partenza.

Apparentemente contraddittoria è la teoria di Octavio Paz, che esprime così la propria visione: “Ogni testo è unico e, allo stesso tempo, traduzione di un altro testo. Ciononostante tutti i testi sono originali perché ogni traduzione è distinta”.

Potrei andare avanti per molte pagine facendo cenno agli innumerevoli studiosi che, a torto o ragione, hanno dato il proprio contributo circa il mondo tanto appassionante quanto scomodo della traduzione. Uso l’aggettivo appassionante perché è esattamente ciò che ho sempre voluto fare, sin da quando, sedicenne, lessi per la prima volta Oliver Twist di Charles Dickens. In quell’occasione capì quanto necessaria fosse una giusta trasposizione del testo nella nostra lingua, e quanto inaccettabile fosse la perdita di un singolo e apparentemente insignificante suono del testo originale. Da lì iniziai a leggere senza sosta testi in lingua sia inglese che spagnola, con la presuntuosa ma allo stesso tempo modesta voglia di farne una traduzione valida.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Trunfio Ramona
Traduttrice EN>IT
Gioia Tauro (RC)

La traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione è un atto d’amore che trova espressione nella sensibilità del traduttore.
Capire, intellegere ciò che l’autore vuole trasmettere non è un atto meccanico, immediato, un mero esercizio. Occorre tanta pazienza, passione affinché un testo venga restituito nella sua pienezza di significato e significante, senza “tradire” il pensiero dell’autore.

Spesso, risulta veramente difficile far comprendere ai profani le complessità e gli aspetti multiformi che si celano dietro un testo da tradurre. Tradurre significa coinvolgere tutti i nostri sensi, anche il sesto… Avere per esempio l’intuizione che l’uso di un termine piuttosto che un altro, possa discostarsi dall’originale .

Ad un pubblico attento e conoscitore di una lingua straniera di certo non sfuggono certe sfumature di significato comparando la versione natia e la traduzione, per esempio accade quando si guarda un film in cui il dialogo originale può essere completamente stravolto. Certe espressioni idiomatiche, tipiche di una cultura, vanno riadattate a seconda del pubblico cui vengono destinate, cercando di conservare il senso generale e scaturire il medesimo effetto. Si pensi ad una di quelle brillanti commedie inglesi, il sense of humour diverge dal nostro e ciò rende necessario un intervento da parte di un esperto per generare una bella e sonora risata!

Il rischio in cui un traduttore può incappare allorquando traduce un testo, è quello di riscriverne un altro. Chi non ha mai sperimentato al liceo che durante la correzione di una versione di latino ci si ritrova poi con più soluzioni, magari in antitesi fra loro? Certo, in latino la codifica dovrebbe essere più precisa in quanto è una lingua morta, cioè non più in divenire lessicalmente quanto grammaticalmente. Una lingua moderna subisce invece delle mutazioni, le parole vengono rese ambigue dalle infinite contestualizzazioni a cui si prestano.

Studio, passione e conoscenza sono solo i punti di partenza di un buon traduttore. Obiettività e sensibilità, i requisiti sperati.

Autore dell’articolo:
Maria Josè Pugliese
Laurea in Lingue e Lett.re Straniere
Traduttrice EN-FR>IT
Pisa

I traduttori automatici servono davvero?

 Categoria: Strumenti di traduzione

Di recente notizia è la gaffe “piccante” di un bando pubblicato sul sito del MIUR. Infatti, pare che un professore della facoltà Agraria dell’università di Firenze abbia affidato la traduzione di un testo scritto in italiano intitolato “Dalla pecora al pecorino” a un traduttore professionista, e che quest’ultimo si sia affidato a un traduttore automatico per svolgere il lavoro. Risultato: il titolo tradotto è stato “From sheep to Doggy Style”, ossia “Dalla pecora alla pecorina”. Ma come è possibile?! Siamo nel 2012 e ci sono ancora traduttori che non hanno capito la completa inutilità dei traduttori automatici?

Alcuni definiscono giustamente i traduttori automatici come “una tra le migliori idee peggio funzionanti di sempre” ed effettivamente non hanno tutti i torti, ma c’è anche chi sostiene che questi software abbiano fatto dei progressi enormi e che riescano a tradurre testi tecnici in modo accettabile. Noi traduttori sappiamo benissimo che questi strumenti dovrebbero essere eliminati definitivamente dal web e che è sempre meglio affidarsi alle proprie capacità e conoscenze personali, ma spiegatelo per favore anche a quei traduttori che li utilizzano ancora per facilitare il lavoro. Mi chiedo: al posto di utilizzare questi software, con i quali potreste rischiare anche di essere licenziati per aver consegnato lavori pessimi, non sarebbe meglio mettersi un po’ di soldi da parte per aumentare le vostre conoscenze e magari acquistare anche un CAT tool (o scaricarne uno gratis come OmegaT )? Sicuramente aiutano molto di più durante il lavoro di traduzione e aiutano a non commettere quegli enormi strafalcioni che i traduttori automatici invece commettono.

In conclusione, credo che la traduzione debba avvenire attraverso un accurato processo “umano” e che, in caso di utilizzo di traduttori automatici, si abbia per lo meno la decenza di revisionare il testo tradotto al fine di evitare brutte figure che potrebbero persino compromettere l’attività lavorativa professionale.

Autore dell’articolo:
Lucia Valentino
Traduttrice EN-ES>IT
Giugliano in Campania (NA)

La terminologia e il traduttore

 Categoria: Strumenti di traduzione

Il termine stesso ‘terminologia’, nella sua accezione più comune, indica sia una disciplina che studia il significato delle parole, in particolare di vocabolari speciali o settoriali, sia l’insieme dei termini che rappresentano un sistema concettuale. Basti pensare, ad esempio, alla terminologia legata alla nautica, all’informatica, alla medicina, etc.

La comparsa di sempre maggiori discipline porta alla creazione di termini tecnici e neologismi.
E lo sanno molto bene i traduttori che si trovano, quasi quotidianamente, a dover affrontare tecnicismi in continua evoluzione.
Ritengo che la parte più difficile e al tempo stesso più affascinante del mestiere di traduttore sia quella di creare una terminologia specifica. La ricerca puntuale del termine migliore e l’impegno nel rendere fruibile e utile la traduzione siano il nucleo di questo mestiere, che è sempre più una passione e sempre meno un mestiere.
È ovvio, quindi, che per un traduttore è più che mai essenziale “costruirsi” una buona terminologia specialistica.
Il traduttore si trova nelle condizioni di doversi creare un proprio “vocabolario” specialistico, cui attingere ogni volta che deve affrontare argomenti molto settoriali. Di grande aiuto, in questi casi, sono le banche-dati, le ricerche sistematiche e puntuali, le fonti, le riviste specialistiche, come anche consultare esperti del settore.

Fortunatamente la tecnologia è arrivata in soccorso al traduttore per la gestione di questa mole di informazioni; al traduttore spetta, infatti, il compito di archiviare e memorizzare in apposite “memorie” informatiche, disponibili con gli applicativi di “traduzione assistita”, tutte le informazioni reperite, per condividerle e riutilizzarle all’occorrenza.
Come in ogni ambito lavorativo la ricerca e il continuo aggiornamento sono molto importanti, a maggior ragione lo sono per un traduttore, in quanto fanno la differenza tra un lavoro di media qualità ed uno di ottima qualità.

Autore dell’articolo:
Rita Bandiera
Traduttrice EN>IT
Bologna

Traduzione dei contratti Italia – Russia (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Sul piano della struttura del periodo laddove il linguaggio giuridico italiano è caratterizzato da un alto grado di subordinazione e quindi dall’uso dell’ipotassi, il russo predilige invece la paratassi, con un grado di subordinazione del periodo assai ridotto rispetto a quando accade per l’italiano.

L’uso che i due linguaggi giuridici fanno invece del participio rappresenta forse una delle maggiori differenze riscontrate nel corso della mia analisi. Sul piano strettamente verbale: il participio passato nel linguaggio giuridico italiano è usato insieme agli ausiliare essere e avere per formare i tempi composti, in russo, dove l’ausiliare avere è assente mentre l’ausiliare essere si coniuga solo al passato был, была, было, были,(byl, byla, bylo, byli) il participio passato passivo non viene utilizzato per la formazione dei tempi composti ma è usato spesso nella sua forma breve come predicato verbale nelle costruzioni passive. I participi presenti attivi e passivi in russo vengono spesso usati in sostituzione delle corrispondenti subordinate attributive, mentre nel linguaggio giuridico italiano il participio presente è frequentemente lessicalizzato in funzione di sostantivo (l’acquirente). Sul piano della lessicalizzazione va inoltre ricordato che sia in italiano che in russo il participio passato viene spesso e volentieri lessicalizzato come aggettivo, anche se sia in italiano sia in russo può dar luogo anche a sostantivi come ad esempio l’imputato e данные, ma anche in questo caso i sostantivi derivati dal participio passato sono assai meno numerosi di quelli derivati dal participio presente.

L’uso del gerundio rappresenta invece un punto d’incontro fra queste due lingue, la sua funzione infatti in russo e in italiano si equivale anche se il gerundio in russo è sottoposto a maggiori restrizioni dal momento che obbliga alla coreferenzialità del soggetto del gerundio col soggetto della principale.

L’uso dei tempi verbali nei Codici, nelle sentenze e nei contratti sembra essere il punto in cui, se si tralascia quanto prima affermato sull’uso del participio passato, le differenze fra queste due lingue vengono quasi annullate. Nei Codici a prevalere, in entrambe le lingue, è l’uso del presente; nelle sentenze, invece, in entrambe le lingue, nella sezione dedicata all’esposizione dei fatti il tempo prevalente è il passato (che in italiano prende forma di imperfetto e trapassato prossimo, mentre in russo di passato), mentre nella parte relativa alle motivazioni della decisione tutte e due le lingue prediligono l’uso del presente. Nei contratti l’uso dei tempi verbali si equivale perfettamente.

Infine per quanto riguarda l’ordine dei costituenti all’interno della frase il russo si caratterizza per una maggiore flessibilità rispetto alla lingua italiana: la presenza dei casi, infatti, permette di poter disporre liberamente i costituenti all’interno della frase. In italiano, invece, l’assenza di marche casuali che permettono di determinare la funzione logica dei costituenti, obbliga quasi sempre a seguire l’ordine SVO.

Sul piano lessicale la necessità di esprimere gli stessi concetti e la natura quasi equivalente del sistema giuridico adottato (quello del diritto romano) riducono notevolmente la distanza fra le due lingue. Inoltre, anche sul piano morfosintattico, la vicinanza dell’italiano “giuridico” ai costrutti dell’italiano antico, più simile al latino e quindi al russo, contribuisce a limitarne notevolmente le differenze.

Autore dell’articolo:
Consuelo Speranza
Traduttrice EN-RU>IT IT>RU
Roma

Traduzione dei contratti Italia – Russia

 Categoria: Servizi di traduzione

A solo un ventennio di distanza dal crollo dell’Unione Sovietica, la Russia non rappresenta più una realtà politicamente ed economicamente lontana dalla vicina Europa configurandosi oggi come un Paese perfettamente inserito nelle dinamiche di mercato mondiali dove si trova, tra l’altro, ad occupare una posizione di spicco.

Gli ultimi anni hanno visto un intensificarsi dei rapporti commerciali tra Italia e Russia tanto che i due Paesi possono oggi vantare una partnership commerciale solida e stabile. Questa condizione ha favorito lo sviluppo di contatti diretti fra enti e aziende russe e italiane contribuendo alla formazione di una fitta rete di interscambi linguistici dove il contratto, per la sua natura di atto giuridico volto a regolare gli scambi commerciali tra i due Paesi, occupa una posizione di rilievo.

Il contratto è dunque il documento linguistico con cui il traduttore si deve più di sovente confrontare e che per la sua natura di atto giuridico, presenta difficoltà e peculiarità traduttive estranee ad altri generi. La stesura di un contratto infatti è il frutto dell’applicazione di leggi proprie ad un Paese, pertanto nella traduzione di un contratto da una lingua ad un’altra non entreranno in gioco solo problematiche di tipo linguistico, ma anche propriamente giuridiche.

Se è vero infatti che la volontà di dotare la Russia di un’economia di mercato ha dato avvio ad una serie di riforme legislative che hanno avvicinato notevolmente il diritto russo a quello romano, è altrettanto vero che il diritto russo conserva ancora tracce del diritto sovietico e nozioni tratte dalla Common Law del tutto assenti nel diritto romano.

Non potendo, per la vastità e la complessità dell’argomento, dar conto di tutte le difficoltà traduttive dovute alle differenze negli ordinamenti legislativi dei due Paesi, mi limiterò qui ad evidenziare, analizzare e giustificare le difficoltà traduttive che più di sovente ricorrono sul piano linguistico. Si è voluto qui di seguito fornire una sorta di guida per muovere i primi passi nel complesso mondo della traduzione giuridica italiano-russo e russo-italiano, con particolare riguardo alla traduzione dei contratti.

Ciò che sembra emergere dalla mia esperienza e dalle mie analisi è che, anche se russo e italiano sono due lingue che presentano numerose differenze dovute principalmente alla loro diversa struttura grammaticale, dal momento che il russo è una lingua flessiva e perciò sintetica, mentre l’italiano è una lingua analitica, su un piano specialistico come quello del linguaggio giuridico queste due lingue presentano anche molte somiglianze.
Cercherò quindi di riassumerne brevemente alcune delle mie conclusioni.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Consuelo Speranza
Traduttrice EN-RU>IT IT>RU
Roma

Da studenti di lingue a traduttori

 Categoria: Traduttori freelance

Studiare lingue non è così semplice come tutti pensano. Ci vogliono anni e anni di studi e sacrifici per arrivare ad un efficiente risultato. Molti potranno pensare che apprendere una lingua straniera può essere ancora più semplice, andando a vivere nel paese nativo di quella lingua. Questo forse è il metodo più veloce per apprendere, ma bisogna ricordarsi che ci deve sempre essere una base grammaticale da cui partire. Ma diventare traduttori è tutta un’altra cosa. Bisogna essere portati, avere anche stile nel riprodurre un nuovo testo in un’altra lingua, e distaccarsi il più possibile da una resa letterale del testo di partenza.

Il problema si pone quando bisogna tradurre elementi culturali, il più delle volte sconosciuti al pubblico d’arrivo, oppure lo humour. Questo l’ho sperimentato in prima persona nella redazione della mia tesi specialistica sull’analisi comparata di doppiaggio, sottotitolaggio e fansubs della serie televisiva How I met your mother. È stato un lavoro lungo e molto dettagliato, che ha portato ai suoi frutti (laurea specialistica con lode) ma che mi ha anche portato ad avere una consapevolezza maggiore dei problemi traduttivi di prodotti audiovisuali. Di conseguenza, ho prestato molta più attenzione a come siano doppiati film e telefilm in italiano, ponendomi sempre la domanda “Ma in originale com’era la battuta originale?” quando sentivo battute italiane che non suonavano bene al mio orecchio.

Questa è la dimostrazione che passi da essere uno studente di lingue con ambizioni da traduttore ad un traduttore con capacità nuove. Da lì parte il nuovo percorso che ti porta a fare il lavoro dei tuoi sogni, per cui hai duramente studiato e sgobbato sui libri.

Autore dell’articolo:
Stefania Di Dio
Traduttrice ES-EN>IT
San Maurizio Canavese (TO)

Il giapponese: la cultura in una lettera (3)

 Categoria: Le lingue

Infine è da notare una attitudine in generale verso un registro particolarmente ossequioso e circonvoluto, che tradotto letteralmente risulterebbe quasi fastidioso. La frase tradotta con “come forse molti di voi già sapranno” (皆様におかれましてもすでにお聞き及びと存じますが) in realtà sarebbe più letteralmente “so che state sentendo inutilmente qualcosa che già tutti sapete”.
In realtà, se fosse davvero così non ci sarebbe neanche bisogno della lettera in questione. Anche l’invito finale “Con il cortese invito a partecipare” è in realtà una traduzione ridotta per evitare un cerimonioso giro di parole in cui in si prega gli interlocutori, di cui si riconosce il fatto di essere quanto mai impegnati, di poter trovare un attimo per partecipare.
E’ la regola della “facciata” o “建前”, contrapposta a ciò che si pensa effettivamente, o di quello che è oggettivamente la realtà. Sicuramente, gli impiegati che ricevono tale lettera si sentiranno in dovere di partecipare, e nessuno di loro si sentirà dispensato dal dover venire perché gli sono stati riconosciuti i propri impegni. Anche ciò è una “forma”, ma, come nel caso della determinazione stagionale, dei saluti e dell’uso del linguaggio onorifico, è quanto mai anche una “sostanza”, che permette una fruttuosa e rassicurante comunicazione, assicurando la funzionalità dei complessi ingranaggi della società giapponese.

Ci si potrebbe chiedere: “ma non è una eccessiva perdita di tempo a detrimento del messaggio concreto?”. Può darsi, ma la pragmaticità dei giapponesi ha fatto sì che in internet al giorno d’oggi si trovino sconfinati database, con svariate frasi o addirittura schemi di lettere per ogni occasione, corredate dai saluti stagionali adatti per ogni mese! Oltretutto, non si pensi che la lettera sia particolarmente cerimoniosa solo perché si tratti in fin dei conti di una occasione mondana. Sicuramente ciò conta, ma anche un ordine ad un fornitore deve seguire gli stessi stilemi.

Concludendo, la conoscenza di una lingua non può non prescindere dalla conoscenza della sua cultura. Se, ipotizzando, questa lettera fosse stata tradotta da chi non è a conoscenza della società giapponese, il risultato sarebbe stato una testo quanto mai servile e ridondante, eccessivo persino per una lingua come l’italiano, che risulta spesso inutilmente involuta. Se invece la lettera avesse dovuto essere tradotta in giapponese senza le dovute cautele formali, il contenuto di per sé sarebbe stato mantenuto, ma il messaggio nella sua totalità avrebbe causato sicuramente un certo imbarazzo negli interlocutori.

Autore dell’articolo:
Giovanni Lapis
Traduttore e mediatore culturale JP-EN>IT
Padova

Il giapponese: la cultura in una lettera (2)

 Categoria: Le lingue

Già in una riga, che abbiamo praticamente dovuto saltare nella traduzione, traspare intanto la forte sensibilità giapponese per il ritmo delle stagioni, che risalta anche in situazioni di business; anzi, non vi stona. Certo, spesso per comodità viene utilizzata la formula (時下 ), che indica in modo neutrale la situazione presente. Tuttavia, nel caso della lettera si è optato per la scelta stagionale.
In primo luogo, si sarà già notato che la data indica la prima metà di Gennaio. Ebbene, come nelle innumerevoli poesie giapponesi classiche, la primavera è detta iniziare esattamente dopo Capodanno (secondo un calendario lunare). I tòpoi letterari giapponesi si soffermano sull’inizio di primavera con la forte aspettativa di un cambiamento. Il trasferimento del dottor BBB è una occasione che calza a pennello per questa formula.

Parlando di date, è d’obbligo sottolineare anche il fatto che nella lettera l’anno non è contato secondo il computo occidentale, ma secondo quello giapponese, che conta gli anni in “ere”, ossia in corrispondenza degli imperatori in carica. L’anno della lettera è il primo anno dell’era 平成, cioè il primo anno del regno dell’attuale imperatore Akihito.

Ritorniamo alla frase ますますご清栄のこととお喜び申し上げます, letteralmente: “le mie umili felicitazioni per il vostro onorevole successo negli affari“. Ciò sottolinea un’altra importante caratteristica della lettera in questione nella sua totalità, ossia l’uso del linguaggio onorifico.
La società giapponese è fortemente gerarchizzata, in cui i rapporti tendono a essere verticali (tra superiore e inferiore) piuttosto che orizzontali. E’ indicativo di ciò il fatto che esistano per esempio termini che indichino fratello maggiore 兄 e fratello minore弟, oppure amico più anziano (o con più esperienza) 先輩 e amico più giovane (o con meno esperienza) 後輩. In ambito formale, è d’obbligo porsi ad un livello inferiore rispetto al proprio interlocutore.
Ciò si riflette nel linguaggio, al livello delle stesse strutture grammaticali e semantiche, soprattutto nella coniugazione dei verbi. Quando il soggetto della frase è l’autore della lettera, viene utilizzato il livello umile (in giap. 謙譲語), mentre quando ci si riferisce all’interlocutore (anche in terza persona), che si intende innalzare al di sopra del proprio livello, si utilizza il livello onorifico (in giap. 尊敬語). Nella frase ますますご清栄のこととお喜び申し上げます, non esiste il soggetto, ma essendo il verbo in forma umile, non può trattarsi che dell’autore della lettera.

Spesso, nella misura in cui chi parla o scrive rappresenta un gruppo, il livello umile può denotare anche la totalità di quest’ultimo. Inoltre, vi sono spesso alcuni termini legati a doppio filo alla particolarità della cultura giapponese da rendere quasi impossibile una traduzione letteraria.
La frase “ come ringraziamento per i suoi sforzi a favore dell’associazione” (会のためにお骨折りいただいたご恩への感謝とともに) letteralmente sarebbe: “assieme al ringraziamento verso la benevolenza di chi ci ha onorati di essersi sforzato a favore dell’associazione“. Decisamente stucchevole, ma per i giapponesi questo tipo di linguaggio è l’olio per gli ingranaggi di una società così funzionale come può essere la loro. E’ notevole l’uso della termine 恩, qui tradotto con “benevolenza“, ma che in realtà indica quell’atto di beneficio ottenuto da un qualcuno di superiore, a cui bisogna assolutamente ripagare. Tipico è il 恩 ricevuto dai genitori, e infatti ciò che ho tradotto come “ditta subappaltatrice” (親会社) andrebbe tradotto con “società madre“, anche se si tratta semplicemente di una ditta che subappalta ad un altra (che ne è grata), e non di una holding.

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Giovanni Lapis
Traduttore e mediatore culturale JP-EN>IT
Padova

Il giapponese: la cultura in una lettera

 Categoria: Le lingue

Una lingua straniera, come ben può immaginare anche chi si è avvicinato da poco allo studio di essa, non è un medium neutro, ma veicola con sé le caratteristiche della cultura da cui proviene, sia nelle sue strutture semantiche, grammaticali e sintattiche, che nei suoi stilemi.
Ciò è quanto mai palese quando si ha a che fare con una lingua lontana dal nostro orizzonte culturale europeo e addirittura americano. E’ certo il caso della lingua giapponese.

Sicuramente, la lingua del sol levante è quanto mai espressiva di una certa visione del mondo che caratterizza l’arcipelago giapponese. E la cosa più interessante è che ciò può trasparire addirittura da una business letter, o comunque da una lettera di alta formalità in ambiente lavorativo. Un tipo di documento che, specialmente in ambito anglosassone, pur concedendo anche agli anglofoni un certo livello di formalità stilistica, dovrebbe cercare di veicolare nella maniera più incisiva possibile il messaggio.

Esaminiamone un esempio; è un messaggio di una ditta, in subappalto da un’altra ditta più grande, che si rivolge a un consorzio di altre ditte nella stessa situazione di subappalto:

平成1 月1日10

関係各位
XXX株式会社
総務課長YYY

拝啓 初春の候、ますますご清栄のこととお喜び申し上げます。
さて、皆様におかれましてもすでにお聞き及びと存じますが、ZZZ株式会社のAAA工場長BBB氏は、このたび同社大阪店長に転勤となり、近く赴任されます。
つきましては、私どZZZ株式会社の下請業者で結成している経済協力会として、長年親会社側幹事役として、会のためにお骨折りいただいたご恩への感謝とともに、氏の前途を祝福するため、別紙詳細のとおり、送別会を開催したいと存じます。
ご多忙中とは思いますが、お繰り合わせのうえ、何卒ご出席くださいますようお願いいたします。
敬 具

Una traduzione italiana che abbia lo scopo di veicolare, con praticità, il messaggio e lo scopo per cui questa lettera è stata scritta andrebbe in questo modo.

XXX
Caposezione Affari Generali
YYY S.p.A.
1/1/1989
A tutti i cortesi interessati.

Stimati colleghi, come forse molti di voi già sapranno, il dottor BBB, direttore dello stabilimento AAA della ditta ZZZ S.p.A., essendogli stato affidato l’incarico come direttore della filiale della medesima ditta a Ōsaka, prossimamente si trasferirà. Pertanto, in quanto associazione di cooperazione economica costituita dagli enti in subappalto della ditta ZZZ, e avendo la nostra ditta da lungo tempo il compito di segretariato per parte della ditta subappaltatrice, abbiamo convenuto di organizzare una festa d’addio per il dottor BBB, i cui dettagli troverete nell’allegato, come ringraziamento per i suoi sforzi a favore dell’associazione e per augurargli i migliori auspici per la futura carriera.

Con il cortese invito a partecipare,
Cordiali saluti

Ora, in una traduzione come la precedente ci sono elementi che, per nostra cultura, abbiamo dovuto tralasciare per evitare una resa stucchevole e ridondante.
Per esempio la formula 拝啓 初春の候、ますますご清栄のこととお喜び申し上げます, che consta di tre elementi: il saluto (拝啓), la determinazione stagionale (初春の候 ) e il saluto di rispetto per i buoni affari degli interlocutori (ますますご清栄のこととお喜び申し上げます). Il tutto potrebbe essere tradotto letteralmente con “in questi giorni di inizio primavera, le mie umili felicitazioni per il vostro sempre maggiore onorevole successo negli affari“.

La seconda parte di questo interessante articolo sulla cultura e lingua giapponese sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Giovanni Lapis
Traduttore e mediatore culturale JP-EN>IT
Padova

Viaggiando nella lingua tedesca…

 Categoria: Le lingue

Quando, nel 2001, sono entrata per la prima volta a contatto con la lingua e la cultura tedesche, subito sono rimasta impressionata dall’incredibile lunghezza di alcune parole composte. La parola che maggiormente mi colpì fu Straßenbahnhaltestelle, ovvero “fermata del tram”. Andando più a fondo, in seguito, ho incontrato delle parole intraducibili nella nostra lingua, ma che, però, riescono a spiegare alla perfezione dei concetti, per i quali la nostra lingua necessita un certo numero di parole. Si pensi, ad esempio, a parole come Fremdschäme, Zweisamkeit, Nestbeschmutzer , Quotenfrauen e Lebensgefährt.

Fremdschäme, ad esempio, significa letteralmente “vergogna per qualcosa che qualcun altro ha fatto”, concetto di grandissimo uso, sia per quanto riguarda il contesto individuale che per quanto riguarda i contesti politico e sociale. Il popolo tedesco, a questo proposito, è stato per molti anni oggetto di luoghi comuni ed etichette ancora oggi difficili a morire. Questa sua condizione ha suscitato, spesso e volentieri, un senso di vergogna all’interno del popolo stesso, essi si sono sentiti, e si sentono tutt’oggi, in qualche modo, “colpevoli” per avvenimenti accaduti in passato. Come possiamo vedere, si tratta di un termine di grande attualità.

Un’altra parola che, in determinati contesti, può essere collegata a Fremdschäme è Nestbeschmutzer, “insozzatore del nido”, ossia una persona che, in qualche modo, “denigra” con parole o azioni la propria patria. Basti pensare a personaggi come Hitler, oppure anche semplicemente a scrittori e drammaturghi, come gli austriaci Thomas Bernard, Elfriede Jelinek e Peter Turrini, noti per la loro satira contro la società austriaca.

Per quanto riguarda la vita di coppia, troviamo termini come Zweisamkeit e Lebensgefährt che riescono a rendere dei concetti che, normalmente, nelle altre lingue vengono spiegati con un nutrito numero di parole. Il primo termine, Zweisamkeit, indica la chiusura di una coppia nei confronti del mondo esterno, come accade quando due persone tendono ad isolarsi da tutti, trascurando, in un certo senso, chi aveva fatto parte delle loro vite prima di iniziare una relazione. Lebensgefährt, invece, significa letteralmente “compagno di vita”. Non importa se si sia sposati, conviventi o semplicemente fidanzati, il concetto del compagno di vita indica una persona con cui si ha una relazione che si suppone debba durare per tutta la vita, una persona che si ha vicino nei momenti più importanti e con la quale condividere una parte di sé.

Anche il termine Quotenfrauen è di grandissima attualità. Esso sta ad indicare, infatti, le cosiddette “donne in quota”. Ed, in questo caso, il personaggio di Angela Merkel rientra appieno in questa categoria.

Fremdschäme, Nestbeschmutzer, Quotenfrauen e tutti gli altri termini qui analizzati sono solo una minima parte di tutte quelle parole tedesche, che nella nostra lingua sono intraducibili. Dopo tutti questi anni a contatto con la lingua tedesca non ho mai smesso di apprenderne di nuovi. In ognuna di queste parole è racchiusa una parte di storia e da questo viaggio all’interno di una lingua all’apparenza così difficile e dura, almeno per chi non l’ha mai conosciuta da vicino, non si finisce mai di imparare.

Autore dell’articolo:
Marina Pavido
Traduttrice freelance DE-EN>IT
Roma

La traduzione è un’attività creativa?

 Categoria: Traduttori freelance

Ho sempre divorato libri di ogni genere e in lingue diverse sin da piccolissima. Crescendo mi sentivo in vacanza solo se superavo i confini dell’Italia e sentivo suoni diversi, parole sconosciute e culture da scoprire.

A scuola avevo la pessima abitudine di leggere i libri per cui non riuscivo ad aspettare la sera, nascondendoli sotto il banco. I professori inizialmente mi mettevano in punizione, poi date le mie recidive continue e anche perché, nonostante le mie “distrazioni” avevo risultati più che accettabili a poco a poco se ne sono fatti una ragione. L’insegnante di lettere anzi mi chiedeva in privato cosa stessi leggendo e così cominciavamo delle interessanti discussioni solo nostre. I miei compagni mi prendevano in giro dicendomi: “Che stai leggendo oggi? Forse un libro spagnolo tradotto in inglese oppure uno francese tradotto in turco?” Muro di gomma, niente mi toccava.

Poi ho cominciato a leggere gli stessi libri prima in lingua originale e poi in italiano per imparare per quanto possibile tutte le sfumature delle mie lingue preferite, inglese e francese. A volte rimanevo davvero colpita da come un traduttore fosse riuscito a rendere il testo originale in maniera impeccabile, oppure profondamente infastidita perché mi rendevo conto che non era quello che l’autore voleva dire, nemmeno lontanamente.

Il mio lavoro mi ha portata in giro per il mondo (non a caso) e il tempo per dedicarmi al mio hobby preferito per forza di cose si è ristretto oltre la mia sopportazione. Adesso, che ho rallentato la mia attività primaria di professionista, sono ritornata al mio antico amore e ho ripreso con enorme soddisfazione a leggere con accanimento con le modalità dei miei anni giovanili. Ho cominciato a fare traduzioni per mio piacere trasformando la mia passione in una nuova e avvincente professione da esercitare a casa, in giardino, in viaggio. Virginia Woolf diceva: “Una stanza tutta per me e un giardino sono tutto quello che chiedo per essere felice”. Mi rispecchio totalmente in questo pensiero e adesso che posso permettermi di metterlo in pratica sono serena finalmente, dopo una vita piuttosto turbolenta sempre con la valigia in mano.

Più l’opera da tradurre è lontana dal mio pensiero, più la sfida è grande, come deve essere anche per un attore drammatico partecipare ad una pièce umoristica. Stimolante al massimo. Devi entrare nella parte e cercare di pensare come non sei abituato a fare. Ritengo che il tradurre non abbia niente di meccanico , al contrario è estremamente creativo anche se non molti la vedono così.

Mi piacerebbe poter partecipare ad un progetto di più ampio respiro, potendo anche confrontarmi con colleghi, con umiltà ma anche con la consapevolezza che darei comunque il meglio di me stessa.

Serie basi cognitive, ma molta sensibilità e grande accuratezza sono per me la chiave per una traduzione ben riuscita.

Do you agree?

Autore dell’articolo:
Donatella Destro
Traduttrice EN-FR>IT
Padova

Sapere e solitudine del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Quella del traduttore è una professione straordinaria sotto molteplici punti di vista.
L’aspetto più stimolante è la possibilità di apprendere ogni volta qualcosa di nuovo direttamente da casa, in una sorta di formazione continua e costante. Ed è proprio questa la caratteristica che più apprezzo nel mio lavoro. Ogni volta che traduco un testo, un mondo nuovo e fino a quel momento sconosciuto, si apre alla mia conoscenza. Fatti, avvenimenti, personaggi vagamente noti o dei quali ignoravo l’esistenza, diventano familiari. Parola dopo parola, frase dopo frase, il mio bagaglio culturale si arricchisce di informazioni, notizie, date, ricorrenze che stimolano e appagano la mia innata curiosità. Proprio quest’ultima, infatti, è la mia caratteristica principale che, assieme alla passione innata per la lettura, ha influito in modo determinante sulla scelta del lavoro.

Tradurre mi permette al tempo stesso di esercitare la mia professione e di ampliare il mio “sapere“, sarà perché mi occupo di testi artistici infiocchettati di citazioni, riferimenti, metafore, allusioni a vicende storiche, politiche, letterarie…. Così, comodamente seduta alla mia postazione di lavoro, a piedi nudi sul parquet, un bicchiere d’acqua di fronte alla tastiera e la scrivania traboccante di carte, penne e fogli, ogni giorno parto alla scoperta di qualche novità, circondata e immersa nel silenzio interrotto di tanto in tanto dallo squillo del cellulare, dai rumori provenienti dall’esterno ma scandito dal ticchettio dell’orologio e della tastiera che, per proteggere dal sudore delle dita, ho avvolto in un foglio di cellophane.

La solitudine
, già, l’altro aspetto inscindibile e fondamentale di questa professione almeno per me e che, confesso, all’inizio avevo del tutto sottovalutato. La solitudine, compagna fedele di tante ore passate a cercare il termine più adatto, più appropriato, a dirimere un dubbio, a trovare conferme o smentite. Mi pesa tanto la mancanza di un collega di scrivania con cui parlare, confrontarmi e perché no, litigare sullo spazio. Certo, la presenza di skype ha in parte mitigato questa sensazione ma se da un lato questo strumento fa entrare il mondo nella tua stanza, dall’altro aumenta il desiderio di contatti reali, basati su un’autentica vicinanza fisica. Per ovviare al problema o perlomeno nel tentativo di farlo, ci si potrebbe collegare nell’ora di pausa per bere insieme agli altri un caffè virtuale ma quello del bar ha tutto un altro sapore!

Autore dell’articolo:
Maria Cristina Chiarini
Traduttrice freelance FR-EN>IT
Città di Castello (PG)

Traduzione è comunicazione (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Ma non si tratta solo di un labor limae, per dirla in latino, ma di un vero e proprio tentativo di sdoppiamento. Chiedersi se il libro tradotto che stiamo leggendo sia veramente leggibile, fruibile, è uno dei problemi più notevoli di chi lavora a una traduzione. Ovviamente quando parlo di “leggibilità” di un’opera, do per scontato che non si stia parlando della sua complessità intrinseca o di quell’oscurità semantica voluta dall’autore. Mi riferisco piuttosto a quando si effettuano delle scelte che possono compromettere l’agevolezza della lettura.

Quando un testo abbonda di termini che non hanno un equivalente italiano perché specifici della cultura di partenza, sarà più opportuno optare per una ‘non-traduzione’, affidandosi alla buona volontà e alla cultura del lettore, oppure a una “non-traduzione” corredata di nota esplicativa, oppure ancora bisognerà escogitare una perifrasi azzeccata?
Spesso mi soffermo a leggere in giro per la Rete i commenti dei lettori sulle versioni italiane di romanzi famosi in lingua inglese, e il più delle volte noto che, vuoi per una maggiore conoscenza dell’inglese rispetto al passato, vuoi per la globalizzazione culturale coadiuvata da internet, la maggior parte dei lettori lamenta certe traduzioni “a tutti i costi” che rovinano il fascino dell’originale, soprattutto nel caso dei fantasy e dei nomi propri dei personaggi.
Sta al traduttore, dunque, decidere se fidarsi ciecamente della curiosità e della cultura del suo lettore, o se spianargli la strada il più possibile. A questo proposito è il caso di dire che la traduzione è comunicazione, non è mai fine a sé stessa e non è mai autoreferenziale. Si tratta invece di un lavoro delicato, di un’interazione a più livelli tra traduttore e autore, tra traduttore e lettori, tra mondo culturale di riferimento del traduttore e mondo culturale di riferimento dell’autore.

Ho seguito tante conferenze sulla traduzione, ascoltato interessanti digressioni da parte di traduttori esperti, ho cercato di assimilare i consigli di chi mi ha introdotto nel mondo della traduzione letteraria.
Sono ancora agli inizi e ho molto da imparare, ma sono certa di una cosa: un traduttore non può limitarsi al confronto con l’autore, ma deve sempre tenere in considerazione la tipologia di pubblico che fruirà di quel lavoro, i suoi punti di riferimento culturali, e fare in modo da trovare il giusto equilibrio tra fedeltà e creatività.

Autore dell’articolo:
Gloria Falcone
Traduttrice EN>IT
Palermo

Traduzione è comunicazione

 Categoria: Traduzione letteraria

Normalmente si pensa alla traduzione letteraria come a un lavoro per solitari, noioso, adatto a chi non ama entrare in contatto con gli altri, a chi non cerca un lavoro dinamico e attivo ma piuttosto un lavoro fatto di riflessione, di pause, di ricerche estenuanti tra vocabolari cartacei e digitali, con solo uno schermo come referente, confinato tra le pareti di una stanzetta angusta.
In realtà, chi si avvicina seriamente al mondo della traduzione, sa che tradurre equivale a comunicare, che la traduzione non è un arido esercizio intellettuale, ma una sorta di porta magica che mette in comunicazione due mondi e due culture differenti.

Riprodurre correttamente il senso di un’opera letteraria è solo il punto di partenza del lavoro di un traduttore. È come quando si deve scolpire un materiale rigido e si inizia sbozzandolo sommariamente, per poi dargli una forma ben precisa, e, infine, lo si rifinisce nei minimi dettagli perché quella forma non sia una forma anonima ma porti il segno personale, riconoscibile, di chi l’ha scolpita. Il traduttore deve, in più, entrare con umiltà e ricettività nel mondo dell’autore, deve farsi medium di un messaggio che non è suo, ma che dovrà fare suo, trasmettendolo con la massima fedeltà possibile.

Dopo la prima stesura della traduzione, liberatosi degli impicci grammaticali, delle pastoie della sintassi e di tutti quegli ostacoli che la diversità tra la cultura di partenza e quella di arrivo comporta, ecco che avviene una sorta di magia. Si inizia a pensare alle sfumature, alle intenzioni dell’autore quando ha messo in bocca questa o quell’altra frase a un personaggio, all’effetto che voleva sortire con quella particolare descrizione. Ed è in quel momento che la traduzione cessa di essere un elegante esercizio mentale, e inizia a diventare un’arte.
L’arte fluida di entrare e uscire da quella porta tra i due mondi, scegliendo cosa trasformare e cosa mantenere, e, soprattutto, quanto fidarsi del lettore che godrà (si spera) di quel lavoro.
Già, il lettore. Quello è il problema ultimo, ma non meno importante, di chi si appresta a tradurre un’opera letteraria.

Se, nella prima fase, il traduttore ha cercato di entrare in sintonia con il mondo dell’autore, nella seconda fase di lavoro deve iniziare a chiedersi: “Come recepirà il lettore questa mia soluzione?”
Ecco che da linguista e medium, il traduttore si trasforma in lettore. La parte più ardua, non per nulla esiste la figura del revisore.

La seconda e ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Gloria Falcone
Traduttrice EN>IT
Palermo