Lingue straniere: di amore in amore (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Poi è stata la volta del tedesco, appreso da autodidatta… è stato proprio una sorta di “cherchez la femme”! Il tedesco mi serviva per il mio lavoro di commerciale estero dopo circa due anni che ricoprivo quel ruolo, ne avvertivo l’esigenza affinché potessi muovermi più liberamente in quel campo, questo sì che devo riconoscere essere stato un “amore utilitaristico”… funziona ancora, ma non riesco a togliergli di dosso questa etichetta… una sorta di cartellino con il prezzo!

E nel 2007, in un anno “buio”, in una sorte di vera e propria notte dell’anima io non trovo altro cui aggrapparmi se non mettermi sullo studio della lingua spagnola ed araba contemporaneamente… non mi si chieda il perché, non lo so, a quasi cinque anni di distanza non so cosa mi abbia spinto a ritornare verso la luce tramite queste due lingue, sono veramente le lingue di un nuovo corso della mia vita, lingue che mi sono venute in aiuto, ancelle di grazia e compassione.
Se lo spagnolo è stata una sorta di “divertissement” che mi sono concesso, l’arabo ha invece anticipato, è stato foriero di una scelta di vita avvenuta “ufficialmente” poco meno di un anno fa: quella di intraprendere la Via dei Sufi.
E a questa scelta è legata anche la lingua turca che poco più di tre anni fa sono stato “ispirato” a studiare da un sogno avvenuto alla fine del 2008… un derviscio rotante nel suo abito bianco immacolato mi è apparso in un sogno e la grazia di quella danza mi ha portato ad Istanbul pochi giorni dopo da dove sono rientrato con il desiderio di avvicinarmi a quella lingua… non sarà un caso che il primo autorevole testo introduttivo allo studio pratico della lingua turca che ho trovato sia stato proprio in… francese!

Qual è la prima sensazione che ho da quanto ho illustrato?… quella di vivere in un harem cui son certo di dare pari dignità ad ognuna delle mie amate-lingue, di rivolgermi loro con la stessa onestà morale ed intellettuale ed in primis emozionale… certo fra di esse c’è la mia bien-aimée… resto pur sempre un uomo! …ah! La lingua inglese? Bèh, mi ha preso per mano da adolescente, mi ha portato sedicenne a viaggiare senza genitori per portarmi con sé in soggiorni-studio e mi ha regalato l’incontro con un maestro di filosofia buddhista tibetana cui faccio da interprete!

Merci bien!

Autore dell’articolo:
Massimo Sopranzetti
Aspirante traduttore FR-EN-RU>IT
Jesi (AN)

Lingue straniere: di amore in amore (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Se oggi guardo a tutto ciò io vedo che ogni lingua per me ha significato, segna una stagione della mia vita, nutrendo quell’amore che mi lega alla parola e che è sorto con lo studio della mia prima lingua straniera, l’inglese. Lingua che però non ha resistito alcuni anni dopo alla malìa e alla seduzione del francese, alla presa di coscienza che proprio quella era la lingua che avevo dentro, che portavo in me da chissà quale tempo…la Lingua! Quella che non senti come qualcosa che arriva da un di fuori ma che riporti alla luce da un di dentro, che disseppellisci e che tanto più scopri tanto più ti fa scendere in profondità nel tuo intimo.
La lingua cui improvvisamente ricorri “naturalmente” quando ti sorprendi a pensare affinché contribuisca a portare sul mondo intorno a te uno sguardo diverso, ri-generato, ri-nato.
Una lingua che non ti giunge per innesto, non è un trapianto, non si pone il rischio di alcun rigetto…era già in circolo, nel tuo metabolismo!

E tu cominci insieme a lei una storia d’amore, sapendo che resterà per sempre la tua amata, perché senti che questo sapere non è frutto del pensiero ma scaturisce da una profonda comunione con la parte più profonda di te…è la lingua cui ricorro in momenti di serenità così come di tristezza e malinconia, quando parlo nella mia “lingua madre” ma improvvisamente, così, dal nulla, mi folgora la stessa espressione in francese, che non stavo cercando, non ci pensavo proprio, ma si manifesta così…e quasi sempre mi sorprendo a dover riconoscere che è più aderente a quello che volevo esprimere. E ciò mi colpisce sempre tanto, osservare con stupore come la grazia, il colore, il movimento, la sensazione poi la scia che lascia dietro di sé ciò che dici, scrivi o pensi sia qualitativamente diversa a seconda dei suoni che veicolano il senso.

Da questo grande amore bello irrompe anche la curiosità di provare altri strumenti…di suonare altre lingue…e credo sia stata proprio la curiosità a spingermi verso la scelta del russo, per sentire proprio come suonasse una lingua non appartenente al ceppo romanzo o sassone/germanico ma bensì slavo…un nuovo mondo da scoprire e altre porte che si aprono, altre finestre da cui entra aria nuova (una bella amicizia a San Pietroburgo che dura da diciannove anni – è metà della mia vita!), un Paese che era e resta comunque sempre immenso e che mi ha fatto scoprire luoghi quali il Caucaso (l’Armenia e la Georgia) e Samarcanda e la città-museo di Khiva e poi Bukhara…ed è la lingua che mi ha fatto guadagnare i miei primi soldi lavorando come interprete con dei commercianti che giungevano nelle Marche, la mia regione, provenienti da Ekaterinburg!

A domani la terza e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Massimo Sopranzetti
Aspirante traduttore FR-EN-RU>IT
Jesi (AN)

Lingue straniere: di amore in amore

 Categoria: Traduttori freelance

Ad un profondo livello spirituale o sulla via di una intima ricerca di senso della propria vita si afferma che la prima nascita ci viene data ma che la seconda, la vera nascita, ognuno di noi è tenuto a darsela da sé.

Che cosa mi abbia spinto, all’età di quattordici anni, ad assumere una posizione intransigente e ferma nel voler scegliere gli studi linguistici presso il liceo della mia città (un liceo scientifico che proponeva anche una sperimentazione linguistica moderna), non lo so ancora dire… credo che vi siano delle epifanie profonde nel corso della nostra vita, qualcosa che viene da un altro tempo e spazio, forse proprio dal quel Tempo e quello Spazio… da quella “non-esistenza” da cui siamo tratti e in cui ritorneremo e che suscita in noi tanto ineffabile stupore.

Quella scelta però così sentita, così profondamente curata, accarezzata, scaturita, sprigionatasi dal mio intimo, da quel nucleo vero di me stesso (che sono stato molto più coraggioso a difendere e a non tradire a quattordici anni che non a diciannove, nel momento della scelta universitaria) è proprio quella cui sono ritornato in questo momento della mia vita quando a trentotto anni, con una laurea in economia ed una esperienza più che decennale di responsabile commerciale estero per un’azienda, ripercorrendo a ritroso un percorso che mi è costato dolore, ho ricontattato quel ragazzo che in questi ultimi venti anni circa era tuttavia sempre rimasto ad accarezzare quel grande amore adolescenziale.

Ed è proprio dal riprendere per mano quel ragazzo che l’uomo trentottenne di oggi desidera aprire una nuova stagione della sua vita con accanto non solo la lingua francese (lingua tanto amata, cui devo tanto) ma anche l’inglese e la lingua russa (terza lingua straniera liceale… scelta nel lontano 1989, ancora difendendo il mio sentire profondo e non la logica “utilitaristica” di ciò che fosse più spendibile sul mondo del lavoro… all’epoca naturalmente la lingua tedesca, per la quale potevo optare al posto del russo).

In questo processo di oramai quattro anni, in cui ripercorro a ritroso la mia vita, mi sono però accorto che quella passione adolescenziale non si era mai spenta, anzi ardeva con vigore, forse l’avevo così vicina da non riuscire a metterla a fuoco se è vero che ho abbracciato, per amore disinteressato, da autodidatta, altre quattro lingue: il tedesco, lo spagnolo e il turco (la cui spinta a studiarlo mi è giunta in una notte di due anni fa cui devo riconoscere un segno venuto da non so dove) e come esercizio intellettuale/spirituale l’arabo.

Nella seconda parte dell’articolo di domani leggeremo come cresce quest’amore per le lingue straniere.

Autore dell’articolo:
Massimo Sopranzetti
Aspirante traduttore FR-EN-RU>IT
Jesi (AN)

La traduzione in “Harry Potter” (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Traduzione più felice è, invece, quella della versione francese, dovuta evidentemente anche alle proprietà fonetiche della lingua stessa: lo Choixpeau Magique si avvicina maggiormente all’attività di “sorting” (smistamento, classificazione, selezione) del cappello e, rispetto all’originale inglese, gioca su un doppio livello linguistico: quello fonetico, laddove il termine francese per “cappello” (chapeaux) si pronuncia /ʃapo/, dando così la possibilità di giocare anche con la pronuncia di “scelta” (choix = /ʃwa/), e quello morfologico, inserendo la parola choix all’interno della principale chapeau.

Fortunatamente la versione italiana riesce, in altri casi, a prendersi una rivincita. Si pensi allo Sneakoscope, una sorta di trottola che, alla presenza di inganni in atto o di persone di cui non fidarsi, si accende e gira: lo Spioscopio italiano rende bene l’idea dello “sneak” (=spia), al contrario del suo cugino francese, Scrutoscope (da scruter = scrutare), che si allontana dall’atto dello “spiare”, generalizzandolo un po’ troppo.

E che dire delle creature magiche? Pensiamo al Boggart, le cui traduzioni – rispettivamente in italiano e in francese – sono Molliccio e Épouvantard. Analizzando l’etimologia la parola “boggart”, tipica del Northern English ( = fantasma, poltergeist), è probabile che le traduzioni siano state basate su due possibili interpretazioni del significato e dell’origine della parola stessa: in inglese, bog vuol dire palude, e questo ci riconduce a giustificare la traduzione italiana in Molliccio, che non esclude – tuttavia – la scelta di attenersi semplicemente alla caratteristica principale della creatura (trattandosi di un Mutaforma, ossia di una creatura che può assumere forme differenti, ben si ricollega alla mancanza di rigidità di ciò che è “molle”). Consideriamo, ora, boggart come variante di bug + -ard, laddove bug (che nell’inglese moderno significa insetto) risale al termine del Middle English bugge = “spaventapasseri, qualcosa di spaventoso”, motivando così la traduzione francese in Épouvantard (da épouventer = spaventare). Insomma, due sfumature semantiche di Boggart rese in due distinte traduzioni.

Questi sono solo pochissimi esempi di problematiche e di tutto un mondo che meriterebbe un più ampio studio, considerando che una traduzione, soprattutto nell’ambito della narrativa, deve essere contemporaneamente “fedele” all’originale e “efficace” nella lingua d’arrivo.

Autore dell’articolo:
Serena Dessì
Laurea Specialistica in Letterature Moderne Comparate
Traduttrice freelance EN-FR>IT
Caserta

La traduzione in “Harry Potter”

 Categoria: Problematiche della traduzione

Dire quasi la stessa cosa: così Umberto Eco intitola il suo libro sulla traduzione, frutto di una serie di esperienze pratiche in qualità di correttore di traduzioni.
Fino ad oggi, un’innumerevole quantità di libri, articoli e testi sono stati scritti sulla traduzione e su quanto sia difficile (e finanche, in alcuni casi, impossibile) rispettare il valore originale delle parole da tradurre o ciò che il loro autore avrebbe voluto far intendere. La traduzione di un testo tecnico (sia esso di tipo scientifico, medico, informatico, ecc.) si presenta, nell’immaginario comune, più semplice in relazione alla traduzione di termini specifici: una conoscenza più approfondita dell’argomento trattato, potrebbe risolvere molti dei problemi di traduzione.
Ma cosa accade quando, ad essere tradotti, sono nomi e/o oggetti fantastici che non necessitano solo di una traduzione tale da far cogliere al lettore della lingua di arrivo il valore semantico, ma che ne rispettino altresì il valore “magico”?
L’oggetto di questa riflessione è il mondo fantastico del mago Harry Potter, forgiato dalla penna della scrittrice J. K. Rowling: il successo della saga, costituita da ben sette libri, non poteva non interessare anche il mondo della traduzione.

Comparando la versione inglese alle traduzioni in italiano e in francese, è interessante notare come siano stati tradotti i nomi di alcuni oggetti magici che accompagnano le avventure del mago e dei suoi amici: le caratteristiche fonologiche e morfologiche di una lingua permettono all’autore di “giocare” con la traduzione…ma, alle volte, nell’incontro/scontro tra versione originale e versioni tradotte, quest’ultime si rivelano perdenti.

Per cominciare, all’inizio del primo anno ad Hogwarts, Harry si sottopone allo smistamento in una delle quattro case presenti (Grifondoro, Serpeverde, Tassorosso, Corvonero): ed è qui che entra in scena il primo oggetto magico, il Cappello Parlante che, posto sulla testa del candidato, ne scruta l’animo e annuncia il nome della casa a cui deve appartenere. Scopriamo che la traduzione italiana del Sorting Hat della Rowling fa perdere gran parte della sua reale particolarità: non si tratta solo di un cappello “parlante”, ma di un cappello che influenza tutta la storia della saga nel rivelare – in parte – il destino degli studenti di Hogwarts.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Serena Dessì
Laurea Specialistica in Letterature Moderne Comparate
Traduttrice freelance EN-FR>IT
Caserta

L’abito linguistico

 Categoria: Traduttori freelance

Se devo pensare alla mia lingua, al mezzo con cui esprimo i miei pensieri, le mie idee, opinioni, modi di vedere il mondo, penso ad un abito, cucito apposta per me sin dalla nascita, un abito elastico, morbido, che aderisce alle mie forme, le modella e su di esse si modella, un abito che cresce con me e che indosso quasi fosse privo di peso.
È l’abito di ogni giorno della mia vita, adatto ad ogni occasione, che non potrei cambiare neanche fra mille anni, neanche quando sarà fatto più di toppe o buchi che di stoffa.

Quando mi chiedono di svestirmi e di provare un altro abito sono sempre un po’ spaventata. So già che quell’abito non mi starà bene come il mio, perché non è stato cucito su di me ma su qualcun altro. Eppure devo indossarlo, è una necessità ed anche una bella sfida, diciamoci la verità. E così lo prendo, lo guardo e gli dico: “Bello, sei bello. Ma devo farti mio, dammi il tempo di abituarmi a te. Non posso modificarti, ahimè, altrimenti perderesti la tua unicità, ciò che ti rende te stesso e non un altro abito. Cercherò di adattarmi a te, ma prima lascia che ti conosca in ogni tua parte”. Inizio a osservarlo attentamente prima dal diritto, poi lo rivolto e ne osservo con cura il rovescio. Vedo che in certi punti è simile al mio abito, me lo ricorda un po’, non è certo lo stesso, ma forse per un attimo è passato dalle mani dello stesso sarto. In altri punti, invece, mi rendo conto di come questo abito sia stato cucito con tecniche che mi sembrano davvero strane, ma che comunque sono riuscite perfettamente nel loro scopo: creare un abito, “diverso” sì, ma “perfetto” in sé stesso.

Dando un’occhiata in giro vedo che ci sono persone che lo indossano, mi metto così ad osservarle cercando di capirne il portamento. Non tutti lo portano allo stesso modo, lo riconosco. Qualcuno mi è più congeniale, lo prenderò come modello. Anzi no, prenderò un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Diversità non è forse ricchezza? Come renderti omaggio, dunque, mio bell’abito linguistico?
Avrei la tentazione di indossarti sopra il mio abito in modo tale da sentirmi comunque al sicuro e protetta. Ma no, non sarebbe opportuno. E poi in trasparenza potrebbe vedersi il difetto e allora che figura farei? D’accordo, ti indosserò da solo. Non riuscirò subito a sentirmi a mio agio, è giusto che tu lo sappia. Avrò sempre la tentazione di girarmi a guardare il mio caro, sicuro abito italiano, e probabilmente le prime volte lo farò, ma proverò ad esserti fedele, col tempo. In fondo se non inizio, anche a poco a poco, a tenerti addosso, a contatto con la mia pelle, non potrò mai conoscerti veramente. E se io stessa non ardisco a conoscerti veramente, come posso pretendere di far conoscere la tua bellezza e stranezza agli altri?
E così, la decisione è presa. Stasera ho una festa, è una buona occasione per farti fare un giro. Vado a prepararmi.

Autore dell’articolo:
Alessia Mannino
Aspirante traduttrice
Palermo

Osservazioni sulla traduzione (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Ogni traduzione è anche in parte una interpretazione, poiché un testo, qualunque sia la sua natura, è un sistema che interagisce diversamente con ognuno dei suoi lettori. Ogni lingua ha delle precise particolarità legate alla cultura e a tutti i concetti intellettuali, alla mentalità e al carattere di un popolo. Sono poche le parole e le espressioni di una lingua che trovano un’esatta corrispondenza in un’altra. Un altro elemento da tenere in considerazione è che l’uso individuale della lingua del traduttore e quello dell’autore non coincidono.

Ognuno di noi infatti ha delle idiosincrasie lessicali e spesso attribuisce ad alcune parole significati privati. Una parola che risulta neutra per una persona può essere per un’altra connotata in maniera positiva o negativa. La varietà delle connotazioni è infinita e impossibile da definire; aggiunge alla definizione oggettiva di un termine dei valori che hanno in qualche modo a che fare con i sentimenti. Le connotazioni in certo modo amplificano le differenze fra le lingue e quando si dice che una traduzione è impossibile, si pensa quasi sempre a queste connotazioni che rendono difficile non solo il passaggio da una cultura all’altra, da una visione del mondo all’altra, ma anche da individuo ad individuo all’interno di una stessa cultura.
Lo scopo del traduttore consiste, comunque, nel produrre sui suoi lettori, per quanto possibile, lo stesso effetto prodotto sui lettori dell’originale.

Dal punto di vista scientifico la traduzione perfetta, pura, resta impossibile da ottenere, ci si potrà forse solo avvicinare a questo risultato, ciononostante la pratica della traduzione ha preceduto tutte le teorie sulla stessa ed è sopravvissuta a queste teorie che negherebbero la possibilità di tradurre.
La traduzione non è sempre possibile ma solo in certi casi e con certi limiti. Bisogna tuttavia cercare di determinare questi limiti volta per volta partendo da un testo e due lingue date.

Autore dell’articolo:
Monica Callegari
Laurea in Lingua e letteratura francese – Università degli studi Pisa
Traduttrice FR>IT
La Spezia

Osservazioni sulla traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

La traduzione è da sempre considerata il luogo di una curiosa contraddizione: da un lato si considera una pratica puramente intuitiva, in parte tecnica, in parte letteraria, che in fin dei conti non necessita di nessuna teoria o riflessione specifica, dall’altro a partire da Cicerone ed Orazio esistono molti scritti sulla traduzione, di natura religiosa, filosofica, letteraria, metodologica oppure, in tempi più recenti, scientifica.
Molti traduttori hanno scritto e scrivono sul loro lavoro, ma la maggior parte degli scritti sulla traduzione non sono prodotti da persone che traducono. Per molto tempo le analisi sulla traduzione sono state fatte da studiosi non specializzati in questa pratica. Il secolo scorso ha visto la situazione cambiare fino alla produzione di un vasto numero di testi di traduttori.

Oggi la traduzione è una pratica  autonoma che ha trovato un suo spazio. La condizione della traduzione, tuttavia, è sempre sospetta agli occhi del pubblico e dei traduttori stessi nonostante numerosi ottimi lavori e il superamento di difficoltà considerate insormontabili. Ciò spiega come , quando si parla di traduzione, si parli ancora di fedeltà ed infedeltà: il traduttore deve servire due padroni come scriveva Rosenzweig, servire l’opera, l’autore e la lingua straniera (primo padrone) o servire il pubblico e la propria lingua (secondo padrone). In realtà questo discorso appare un po’ limitativo in quanto una traduzione è un lavoro minuzioso che si compie per successive approssimazioni ed accettando una serie di compromessi che costituiscono il punto d’incontro di due lingue.

La traduzione consiste nel tentativo di produrre nella lingua d’arrivo l’equivalente naturale più vicino al messaggio della lingua di partenza per ciò che riguarda il significato e lo stile. E’ molto difficile ottenere una traduzione che sia un’esatta riproduzione del testo originale, si corre spesso il rischio di oscillare fra “ipertraduzione” e “ipotraduzione”.
In tutte le traduzioni infatti si registrano dei profitti e delle perdite rispetto all’originale ma la traduzione non è soltanto questo: essa può altresì far apparire qualcosa che non appariva nell’originale, può mostrare un altro lato dell’opera, o, come sosteneva Goethe, può rigenerarla.

A domani la seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Monica Callegari
Laurea in Lingua e letteratura francese – Università degli studi Pisa
Traduttrice FR>IT
La Spezia

Le parole sono importanti (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Una volta che il testo è stato messo per iscritto, abbiamo la seconda fase cruciale, quella in cui attraverso gli occhi del lettore il testo viene capito, apprezzato oppure non tocca le corde giuste, viene frainteso; su questa fase lo scrittore non può più intervenire e solitamente, per fortuna, non ci prova neanche.
Il traduttore invece, quando è chiamato in causa, vive sospeso proprio tra questi due momenti, in una terra di mezzo tra l’autore del testo ed il lettore. Lui sì, interviene, e fa la differenza – qui le parole sono importanti – perché ha il potere di distruggere la poetica di un autore, come anche di distruggere l’impatto a livello pubblicitario di una semplice brochure, oppure di consegnare al lettore straniero il testo di partenza in tutta la sua ricchezza, in tutte le sfumature, pur lavorando nell’invisibilità.

Sono musicista prima che traduttrice, ed è proprio la musica che mi ha portato a vivere per un periodo e viaggiare continuamente in Spagna, quindi non posso evitare un paragone musicale.
Penso ad un concerto o ad una sinfonia di Mozart, per esempio. Alcuni dei suoi temi nella loro semplicità hanno già qualcosa di assolutamente geniale, ma la vera bellezza sta nel loro sviluppo e nell’arrangiamento. Chi si trova a riarrangiare un capolavoro musicale, ovvero a trascrivere un’opera adattandola ad un altro organico strumentale, deve fare i conti con un numero diverso di strumenti, con timbri ed estensioni diverse, ed addirittura con la tradizione culturale che sta dietro ad uno strumento. Ha letteralmente il potere di trasmettere la bellezza dell’opera ma anche quello di distruggerla, di renderla inefficace e incomprensibile, tanto quanto un’interprete mentre la suona.

Il traduttore pur con minore libertà ha un compito simile, si muove con alcune limitazioni, per esempio si trova a combattere con il fatto che non ogni concetto esiste in ogni lingua, o che alcuni concetti sono impossibili da comprendere per un lettore che non conosce profondamente il paese e la cultura della lingua di partenza; nonostante questo lavora con lo stesso labor limae, in un continuo domandarsi, cercare di capire, reinventarsi per fare in modo che niente vada perso nella traduzione.

Autore dell’articolo:
Elisa Azzarà
Traduttrice freelance ES>IT
Pisa

Le parole sono importanti

 Categoria: Traduttori freelance

Quando frequentavo il liceo, la nostra insegnante di italiano rispondeva furiosa alle goffe spiegazioni che gli studenti accampavano per giustificare gli errori di forma, sintassi, punteggiatura, la scelta di termini inadeguati. La risposta era sempre la stessa: “Non avete ancora capito che la forma ed il contenuto sono la stessa cosa?”.
Alla luce di questa frase continuo a ridere di cuore di fronte alla celebre scena di Palombella Rossa, in cui Nanni Moretti letteralmente aggredisce e schiaffeggia la povera giornalista che lo intervista a suon di frasi fatte e luoghi comuni: “Ma come parla? Ma come parla?? Le parole sono importanti!!!”

Non ho dimenticato quelle della mia insegnante ed anzi credo che continueranno a darmi la caccia ed a pungolarmi per molto tempo, ogni volta che rischierò di scrivere una traduzione pigra, inesatta, disonesta nei confronti del testo di partenza.
Il senso dell’onestà in fondo è legato a quello della responsabilità, per cui un buon traduttore conserva la propria onestà intellettuale quando capisce di avere un vero e proprio ruolo di responsabilità. Non esiste messaggio verbale che possa arrivare intatto al destinatario, passando indenne attraverso la forma che ad esso si dà.
Nel momento della redazione di un testo avviene un passo fondamentale, perché è in questo momento che il concetto acquisisce la sua prima forma, indossa il primo vestito. La scelta della parola esatta, di un aggettivo al posto di un altro, sono semplicemente tutto. Non a caso molti pensano che un buon romanzo si riconosca dalle descrizioni, quelle in cui sembra che non avvenga niente, ma si dice tutto. Il Gattopardo sarebbe la stessa meraviglia senza la descrizione della tavola imbandita, senza quella della morte del Principe? Non una parola di più, non una di meno.

Leggendo Diario di un millennio che fugge di Lodoli per esempio ho avuto spesso un senso di disorientamento, la sensazione di non capire in quale direzione andasse il romanzo, ma ogni frase uscita dalla penna dell’autore rendeva quel viaggio degno di essere vissuto. Non so come ma nell’immaginario comune lo scrittore sembra essere colui che ha una buona idea, qualcosa da raccontare, quando in realtà lo scrittore è soprattutto colui che partendo da una buona idea sa fare un incessante e sapiente labor limae.

La seconda e ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Elisa Azzarà
Traduttrice freelance ES>IT
Pisa

La tecnologia sostituirà i traduttori? (2)

 Categoria: Strumenti di traduzione

Da circa un anno infatti è stata rilasciata un’applicazione per Android chiamata Google Conversation Mode. Al momento del rilascio erano disponibili solo tre lingue (inglese, spagnolo e tedesco) ma la promessa di poter comunicare senza sforzi deve aver allettato molti uomini di affari sempre in viaggio per lavoro e gli svogliati che di imparare una lingua straniera non volevano saperne. L’utilizzo dell’applicazione è facile ed intuitivo: tu parli e lui ripete nella lingua del tuo interlocutore. Così si viene ad avere una conversazione uomo-macchina-uomo che sconcerterebbe chiunque. Potrà anche essere un’applicazione che può aiutarti in casi di estrema necessità come ad esempio malaugurati casi in cui qualcuno finisce in ospedale e non sa proprio come farsi capire però io ritengo che non tutto possa basarsi su algoritmi, statistiche e voci metalliche.

Tradurre non è un atto meccanico in cui si legge parola per parola e la si traduce, nel tradurre si mette cuore, passione e anche un pizzico di empatia. Il traduttore non legge semplicemente un testo e lo rende appetibile per il pubblico che dovrà leggere un libro o un articolo nella lingua di arrivo, il traduttore deve pensare quasi le medesime cose che l’autore di un testo (di qualsiasi natura esso sia) voleva comunicare. Perché tradurre non è un processo sterile e automatico e non sempre le idee possono passare da lingua a lingua senza subire delle, seppur minime, modifiche. Non si può tradurre alla lettera, altrimenti il testo non avrebbe senso, e nemmeno ci si può discostare troppo dai termini di partenza. Il traduttore quindi opera un atto di mediazione, scende a compromessi con le lingue, cerca di rendere la sua traduzione quanto più aderente al testo di partenza. Questo non è di certo un lavoro che una macchina può compiere, come può un computer sapere come tradurre un’espressione di slang come l’americano “It’s raining cats and dogs”? Se si fa un tentativo su Google Translate il risultato è “Piove cani e gatti”, la traduzione corretta invece è “Piove tantissimo”.

È difficile creare un programma che basi le sue traduzioni anche su espressioni idiomatiche, perifrasi e slang ed è più gratificante a livello umano avere rapporti con persone invece che con macchine, quindi è per questo che nel futuro della traduzione vedo l’uomo al centro, un po’ come un nuovo Umanesimo delle lingue.

Autore dell’articolo:
Lorena Bellano
Traduttrice EN>IT
Bologna

La tecnologia sostituirà i traduttori?

 Categoria: Strumenti di traduzione

È indubbio che in questi ultimi anni la tecnologia stia facendo progressi da gigante, soppiantando in alcuni settori il ruolo base che l’uomo assumeva nello svolgere determinate mansioni. Sarà questo anche il futuro dei traduttori? Di recente è stato pubblicato un articolo su Repubblica in cui viene svelato come Ashish Venugopal l’ideatore di Google Translate, il noto motore di Google che permette a milioni di persone nel mondo di traduttore in maniera più o meno grammaticalmente corretta frasi in lingue che vanno dall’arabo allo yiddish passando per lo swahili e il persiano, abbia improntato le basi del suo programma su un approccio di tipo statistico: per tradurre un vocabolo da una lingua A ad una lingua B non ci verrà più detto quale regola applicare (questo metodo di traduzione appartiene alla vecchia scuola) ma il nuovo sistema ci darà qualcosa in grado di funzionare sempre, forse non corretta, ma che comunque funziona. Il potentissimo computer del dottor Venugopal basa le sue deduzioni tra documenti tradotti in tutte le lingue dell’Onu e scava inoltre tra i classici della letteratura e delle religioni. In questo modo si può creare una base statistica di incidenza delle parole e voilà, il gioco è fatto.

Ma basta davvero questo computer, seppur potente, a scalzare il primato del traduttore in carne e ossa, che ha studiato lingua e cultura di un determinato paese, passato notti insonni sulla dura grammatica araba e sulle flessioni del cinese e vedere così il suo lavoro rimpiazzato da un automa? A tal proposito mi viene in mente una puntata di CSI in cui il poliziotto usava un dispositivo di riconoscimento vocale per parlare con una potenziale indiziata. Il suo funzionamento era piuttosto semplice: la giovane donna parlava in russo e il futuristico marchingegno ripeteva il tutto in inglese con solo un paio di secondi di ritardo. Se sembra solo una fantasia televisiva, un qualcosa lontano anni luce da ciò a cui siamo abituati rassegniamoci, anche qui Google ha messo il suo zampino.

A domani la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Lorena Bellano
Traduttrice EN>IT
Bologna

Il problema della traduzione dei realia

 Categoria: Problematiche della traduzione

I realia sono parole e locuzioni che denotano cose materiali culturospecifiche, appartenenti cioè a una determinata lingua/cultura, e che, in quanto tali, non trovano corrispondenze precise in altre. La traduzione dei realia implica quindi una scelta onerosa che si sposta lungo i due poli estremi dell’addomesticamento e dello straniamento: l’addomesticamento è un avvicinamento del “testo” (considerato nel suo significato più esteso, ovvero di qualsiasi tipo di produzione scritta o orale) tradotto al lettore e alla sua cultura, un procedimento target-oriented dove il traduttore compie un vero e proprio lavoro di scalpello per smussare ed eliminare tutte le asperità, ovvero tutto ciò che può apparire estraneo o incomprensibile in quanto appartenente a un diverso background culturale; lo straniamento è invece un procedimento source-oriented, dove avviene l’opposto: si cerca di avvicinare il lettore al testo, lasciando intatte alcune peculiarità, soprattutto linguistico-culturali, dello stesso, magari fornendo, nel caso di testi scritti, un apparato critico che aiuti nell’interpretazione, come note a piè di pagina o glossari. Bruno Osimo nella sua opera “Il manuale del traduttore”, dedica un paragrafo a parte al problema della traduzione dei realia e ne analizza le varie strategie di resa, in certa misura differenti da quelle usate normalmente nella traduzione:

1. Neutralizzazione del realia (si pensa possa causare dei problemi o si trova difficoltà a tradurlo, e per questo motivo si omette);
2. sostituzione con un realia della cultura ricevente;
3. esplicitazione del realia (viene fornita una spiegazione/descrizione).

Tra i realia si collocano anche le parole legate al cibo e non è un caso se «sono tra le più intraducibili e tra le meno tradotte». Un esempio vistoso di questo si può individuare nelle versioni doppiata in italiano (ma questo vale anche nel caso di altre lingue, come lo spagnolo o l’inglese) degli anime (spesso chiamati impropriamente “cartoni animati”) giapponesi, dove la tendenza a mantenere il nome originale dei cibi è praticamente inesistente. Le scelte di traduzione dominanti sono invece incentrate alla sostituzione con un altro realia più familiare alla realtà culturale degli spettatori e alla neutralizzazione; anche la tecnica dell’esplicitazione viene utilizzata in pochissimi casi. Questo è dovuta probabilmente allo scopo che ci si prefigge, ovvero rendere la visione dell’anime immediata e scorrevole, eliminando o cambiando tutto quello che può apparire estraneo alla cultura ricevente o che (si pensa) non verrà compreso, fomentando indirettamente una sorta di “pigrizia culturale”.

Autore dell’articolo:
Agnese Ciccone
Traduttrice EN-ES>IT
Siena

Traduzione audiovisiva di testi dialettali (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Il Cockney fa parte dei dialetti dell’est ma anche di quelli centrali e si può definire il dialetto tradizionale della classe lavoratrice londinese, infatti il termine è apparso per la prima volta nel quattordicesimo secolo usato dalla gente di campagna per appellare i nativi di Londra che, non conoscendo i lavori e le fatiche manuali, non conoscevano la vita vera.
La dialettologia ha da sempre concentrato i suoi studi sui dialetti rurali e tradizionali, trascurando così le forme utilizzate dalla maggioranza della popolazione che vive in città. È una tendenza dovuta all’interesse degli studiosi di ottenere informazioni sulla varietà più conservativa della lingua standard piuttosto che su ogni variazione sociale presente nell’area. I dialetti urbani sono classificati come meno conservativi e tendenzialmente più nuovi, visti come risultati di immigrazioni da aree rurali. È, dunque, anche a causa di questa tendenza della dialettologia, che le origini del Cockney sono incerte e difficili da tracciare perché è sempre stato un linguaggio tanto diffuso quanto prettamente orale. Si può probabilmente affermare che il Cockney sia nato come un vero e proprio linguaggio gergale, definito poi Cokney Rhyming Slang solo nel ventesimo secolo, nell’epoca vittoriana, e come tutti i linguaggi gergali, si sia quindi sviluppato per l’esigenza di un gruppo di non farsi capire da chi non vi appartiene.

Al contrario di quanto accade per le controverse origini, non vi sono dubbi o perplessità nell’affermare che il Rhyming slang del cockney si basa sulla capacità di sostituire una parola con un’altra o, qualora non vi fosse, con un’intera frase che possa rimare con la prima.
Il livellamento del dialetto Cockney di cui si è accennato prima è riscontrabile nel doppiaggio del film “My Fair Lady” dove il dialetto Cockney della protagonista è reso in italiano con un misto tra napoletano e barese dando vita ad un linguaggio mai sentito prima, creato appositamente per l’occasione e riconducibile al Sud Italia perchè è in questa area geografica che vengono collocate le persone più povere della società che inevitabilmente spesso conoscono solo il loro dialetto. In realtà l’adattamento migliore per la traduzione del dialetto Cockney sarebbe potuto essere il dialetto romanesco il quale condivide con il primo l’uso di un tono di voce alto e talvolta volgare.
Un altro esempio di una traduzione del dialetto Cockney quanto mai forzata è senza dubbio il caso di “Lock, Stock and Two Smoking Barrels” dove il Rhyming slang caratteristico del dialetto londinese è reso con una quantità eccessiva di rime, idea non del tutto sbagliata ma che in questo caso contribuisce a fare si che il testo sia percepito come qualcosa di estraneo all’italiano, più vicino ad un elemento esotico non localizzato.

Detto questo sembra doveroso sottolineare che nell’ultimo lavoro di traduzione audiovisiva svolto si è deciso di standardizzare inevitabilmente l’accento Cockney che caratterizza la serie televisiva This is England ’86 ma di mantenere comunque vivi tutti i tratti riconducibili al mondo skinhead giovanile attraverso la riproduzione quanto più fedele dei termini usati dai protagonisti.
In virtù di quanto detto crediamo che la standardizzazione del dialetto, ove non è possibile renderlo con una soluzione plausibile e appropriata, sia la scelta migliore che può comunque far sì che si rispetti il senso ultimo e l’atmosfera dell’originale.

Autore dell’articolo:
Petrini Marta
Traduttrice EN>IT
Roma

Traduzione audiovisiva di testi dialettali

 Categoria: Servizi di traduzione

La trasposizione di un testo audiovisivo, grazie alla vasta diffusione di prodotti audiovisivi attraverso diversi canali di fruizione, è a partire dagli anni Novanta uno dei campi di ricerca più fertile in quanto è spesso caratterizzato da una gamma esaustiva e completa di esempi linguistici e offre così, grazie alla sua dimensione visiva e sonora contemporaneamente, la possibilità di analizzare un numero consistente di variazioni fonologiche, sintattiche e lessicali.

La “screen translation”, termine inglese più generico e adatto, ha quindi un ruolo fondamentale e parlando di questa non ci si può esimere dal considerare l’eterna diatriba tra chi sostiene il doppiaggio e i fautori della versione originale del testo con i sottotitoli. Questi ultimi sono a volte considerati troppo fragili in quanto, partendo dal presupposto che conoscere la lingua di partenza in tutte le sue sfaccettature sarebbe la cosa più auspicabile ma anche la più improbabile, la lettura dei sottotitoli provoca inevitabilmente una disattenzione del fruitore rispetto alle immagini e a come queste si sincronizzano con il parlato, portando quindi alla dispersione dell’humus dell’opera. D’altra parte però il doppiaggio è protagonista di uno sconveniente paradosso se si pensa che meglio è realizzato e più occulta la natura di testo tradotto del proprio testo, bisogna infatti rivolgersi a un doppiaggio mal realizzato per mantenere viva l’idea di traduzione. Inoltre, al contrario dei sottotitoli vincolati dalle restrizioni imposte dalla loro disposizione sullo schermo, il doppiaggio è condizionato dalla sincronizzazione, quindi dalle immagini, le quali spesso contraddicono le parole stesse. La tecnica del doppiaggio è da considerare una scelta innaturale se si pensa che insegna a fare sempre meno caso a incongruenze logiche di vario tipo (unità di misura), ha un costo quindici volte superiore al sottotitolaggio e lascia passare il messaggio implicito che in tutto il mondo si parli la lingua dello spettatore oramai disabituato a pensare alle differenze culturali.

Quale che sia la decisione del traduttore, sia che questo sia orientato verso i sottotitoli o verso il doppiaggio, è importante non trascurare la tendenza che attualmente è andata stanziandosi nel campo della traduzione audiovisiva in Italia, di modernizzare il contesto linguistico lasciando però inalterato qualche elemento di partenza al fine di riprodurre così il senso dell’esotico proveniente dalla consapevolezza di stare guardando un film straniero. Le cose cambiano quando si deve affrontare la traduzione audiovisiva di testi dialettali: lo sforzo che attualmente viene impiegato per mantenere la cultura di origine tramite elementi culturali e linguistici inalterati, non risulta pari nella traduzione di una parlata dialettale la quale, probabilmente perché in Italia queste sono sempre state viste come elementi di comicità non adatte a testi drammatici (escludendo il dialetto siciliano legato alla Mafia che è usato in più contesti), viene standardizzata, tradotta in modo arbitrario e scorretto con un dialetto italiano, o più spesso resa attraverso espressioni errate legate ad un linguaggio informale il quale a sua volta non è ricollegabile ad un’area geografica precisa.
È questo il caso che investe la traduzione del dialetto Cockney e del suo Rhyming slang.

Domani verrà pubblicata la seconda e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Petrini Marta
Traduttrice EN>IT
Roma

La traduzione: non sono solo parole (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Nel caso della traduzione tecnica, invece, più che una conoscenza dell’autore, è necessario possedere una conoscenza approfondita di tutto ciò che riguarda gli aspetti socio-culturali del paese della lingua da cui traduce, oltre che naturalmente del proprio paese. Per tradurre un testo legale, per esempio, è necessario conoscere somiglianze e differenze dei rispettivi sistemi giuridici.

C’è inoltre un altro aspetto di fondamentale importanza da tenere in considerazione: il lessico. In più di un’occasione mi è capitato di confrontare un testo di partenza con il rispettivo tradotto, prestando particolare attenzione al parallelismo dei termini nelle due lingue. In molti casi ho notato una corrispondenza inesatta, fenomeno che può dipendere da due principali fattori:
- una superficialità, in parte accompagnata da un’incompetenza, del traduttore;
- una mancanza nella lingua di arrivo del termine da tradurre.
Nel primo caso, l’inadempienza è del traduttore e, a meno che non se ne accorga per tempo, “il danno è fatto”.

Nel secondo caso, partendo dal presupposto che ciascuna lingua possiede un lessico molto ricco e che talvolta si corre il rischio di non riuscire a trovare la corrispondenza esatta nella lingua di arrivo, il traduttore deve mostrarsi abile nell’individuare il termine e/o il concetto che maggiormente si avvicina. In casi come questo, più che un dizionario, si rivelano di grande aiuto i cosiddetti “testi paralleli”, la cui consultazione e il cui confronto permettono al traduttore di arricchire e approfondire la propria conoscenza del sistema semantico – lessicale di entrambe le lingue, consentendogli inoltre di individuare la soluzione più appropriata. Sulla base della mia esperienza personale, in molti casi l’uso dei testi paralleli si è sempre rivelato più utile di qualunque vocabolario che, pur riportando la traduzione dei termini talvolta inserendoli anche in un contesto, non sempre offre la possibilità di conoscerne e impararne il corretto utilizzo. Quest’ultimo si apprende realmente solo tramite “esperienza diretta”: considerando il termine nel contesto in cui compare, cercando più testi sul medesimo argomento in entrambe le lingue e confrontandoli.

Traendo una conclusione azzardata, si potrebbe quasi affermare che l’uso dei testi paralleli sta all’uso del dizionario come l’apprendimento di una lingua sul campo sta all’apprendimento di una lingua su libri di testo: per imparare una lingua l’esperienza sul campo si rivela fondamentale per apprenderne quelle sfumature e particolarità che i libri di testo e di grammatica non possono offrire; analogamente, per realizzare una traduzione che sia all’altezza delle aspettative del destinatario, la consultazione di testi paralleli è fondamentale qualora quella del dizionario risulti limitata. Il lavoro del traduttore, per una traduzione che possa essere definita tale, richiede perciò uno studio e una ricerca continua, non limitata ai soli sistemi linguistici e a quegli strumenti che possono essere considerati di più scontata e immediata consultazione.

Il mondo della traduzione diventa così un mondo magico e complesso, sempre pronto a stupire, a sorprendere e a regalare infiniti mondi, non smettendo mai di indurre chi ne è coinvolto a formarsi ulteriormente e ad arricchire la propria cultura.

Autore dell’articolo:
Damiana Troian
Traduttrice DE-EN>IT
Genova

La traduzione: non sono solo parole

 Categoria: Traduttori freelance

Cosa significa fondamentalmente “tradurre”? Diverse possono essere le definizioni: una fra quelle che aderisce maggiormente al mio pensiero è quella di “rendere un concetto in un altro sistema linguistico (e non solo)”. Il contenuto da tradurre può essere costituito da un libro, da un romanzo, da un manuale tecnico, così come da una semplice frase. La traduzione del testo, quindi, sembra facilmente realizzabile se ci si limita a considerare il testo di partenza che, con l’aiuto di un vocabolario, viene tradotto vocabolo per vocabolo nella lingua di arrivo. Le cose non sono però così semplici. La traduzione deve rispondere ai canoni di un “sistema linguistico”, ragion per cui non è sufficiente il solo supporto (assolutamente fondamentale anche per i traduttori più esperti) del vocabolario. Per tradurre e per saper tradurre sono necessarie (oltre ad una padronanza linguistica tanto della lingua di arrivo quanto di quella di partenza) una conoscenza dei sistemi linguistici, di entrambi i paesi, della loro cultura, della loro società, del loro modo di vivere e di pensare. Sono dunque queste le basi fondamentali che permettono di realizzare traduzioni appropriate, in grado di trasmettere al destinatario della lingua di arrivo lo stesso messaggio che viene percepito da quello della lingua di partenza. È proprio questo il fulcro e lo scopo di quella che viene comunemente chiamata “traduzione”: attendere le aspettative del destinatario che pensa, ragiona e agisce sulla base del proprio sistema linguistico e culturale.

Spesso si parla di “testo originale” e di “testo tradotto” per riferirsi rispettivamente al testo di partenza e al testo di arrivo. Ma è davvero appropriato parlare di “testo originale”? Non può essere considerato “originale” anche un testo tradotto, in quanto rielaborazione e resa di un testo in una lingua A verso una lingua B? Il traduttore, in quanto capace di rendere un concetto nella propria lingua madre e adattarlo al sistema linguistico relativo, non può essere considerato in qualche modo un autore? Da questo interrogativo sorge spesso il dubbio su quale versione fornire del testo da tradurre: se utilizzare una traduzione “letterale”, traducendolo parola per parola in modo da creare un’aderenza perfetta tra i due testi, rischiando però di non rispettare quelle che sono le regole morfosintattiche della lingua di arrivo, oppure una traduzione “libera”, che consenta al traduttore di distaccarsi dal testo di partenza (al quale tuttavia rimane sempre fedele), per adattarlo ai parametri e alle regole linguistiche e grammaticali della lingua di arrivo.
Entrambe le modalità di traduzione si rivelano importanti: quella letterale permette di capire cosa esattamente sta dicendo l’autore; quella libera permette di trasmettere il messaggio con una trasparenza tale da far percepire il testo non come tradotto, ma come scritto ex-novo.

È tuttavia mio parere che la versione finale di ogni traduzione debba essere “libera”, in modo da permettere al destinatario della lingua di arrivo di poter leggere un testo scorrevole, riducendo al minimo le tracce, gli artifici e le spie della transcodificazione. In questo caso, autore e traduttore elaborano un testo per comunicare un messaggio: l’autore dà origine al concetto, il traduttore, dopo averlo fatto suo, lo rielabora per trasportarlo nel sistema linguistico diverso. Solo in questo senso il traduttore potrebbe essere così considerato alla stregua di un autore. Per poter essere visto come tale, nel caso della traduzione letteraria, per il traduttore è spesso necessario conoscere tutte quelle informazioni utili alla realizzazione di una traduzione fedele, come la vita e le opere dell’autore, il periodo in cui ha vissuto, il modo in cui ha vissuto, la sua linea di pensiero.

La seconda e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Damiana Troian
Traduttrice DE-EN>IT
Genova

Il fenomeno dello Spanglish

 Categoria: Le lingue

Il fenomeno dello spanglish, la fusione tra lo spagnolo e l’inglese americano, affonda le sue radici nell’Ottocento, quando gli Stati Uniti conquistarono gran parte del territorio messicano, comprese le città di Los Angeles e San Francisco. Già da allora la popolazione di origine messicana, obbligata a imparare l’inglese, iniziò a fonderlo con il castigliano, come segno di identità e di resistenza ai nuovi governanti. Lo spanglish ebbe poi un ulteriore diffusione nel secondo dopoguerra, con la migrazione massiccia di messicani negli USA.
Questo che poteva sembrare un semplice tipo di espressione popolare, di strada, acquisì uno status più elevato negli anni Settanta grazie ai Nuyorican Writers, un gruppo di scrittori originari di Porto Rico ma cresciuti a New York. In questo contesto di interazione culturale fiorì la letteratura in spanglish, che viene sintetizzata in maniera particolarmente efficace nel breve racconto satirico “Pollito chicken”, pubblicato nel 1977 dalla portoricana Ana Lydia Vega. Protagonista della storia è una donna da anni emigrata negli USA che ha perso la sua identità portoricana e anzi disprezza le sue umili origini; queste però finiscono per riemergere inaspettatamente nel corso di una sensuale vacanza nella terra d’origine. Il seguente estratto dal racconto ci dà un’idea di come inglese e spagnolo si fondano per dar vita alla narrazione:

Al llegar, se sintió all of a sudden como un frankfurter girando dócilmente en un horno de cristal. Le faltó aire y tuvo que desperately hold on a la imagen del breathtaking poster para no echar a correr hacia el avión. La visión de aquella vociferante crowd disfrazada de colores aullantes y coronada por kilómetros de hair rollers la obligó a preguntarse si no era preferible coger un bus o algo por el estilo y refugiarse en los loving arms de su Grandma en el countryside de Lares.

La scelta delle parole espresse in inglese dipende dal singolo scrittore, non esistono regole precise, anche se ad esempio i portoricani hanno una serie di parole stabilite che si usano con maggior frequenza nella lingua anglosassone. Ad esempio, al telefono si risponde con hello e si saluta con bye; o ancora, per dire “parcheggio”, invece dello spagnolo aparcamiento si usa l’inglese parking.
Oggi uno dei più grandi promotori dello spanglish è il filologo messicano Ilán Stavans, che ha pubblicato un dizionario apposito e ha tradotto il don Chisciotte in questa lingua ibrida. Per un confronto diretto con la nostra lingua, possiamo proporre l’attacco del primo capitolo in italiano (traduzione di Bartolommeo Gamba) con la trasposizione realizzata da Stavans:

Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia.

In un placete de La Mancha of which nombre no quiero remembrearme, vivía, not so long ago, uno de esos gentlemen who always tienen una lanza in the rack, una buckler antigua, a skinny caballo y un grayhound para el chase.

Definire lo spanglish un impoverimento o volgarizzazione del castigliano significa non tener conto della grandezza del fenomeno e soprattutto del suo valore culturale, sociale e simbolico. Per comprenderne l’importanza è sufficiente riportare le parole del pittore e scrittore chicano Guillermo Gómez-Peña: “Lo spanglish è la nostra unica patria. Molti messicani che, come me, hanno vissuto vari anni negli Stati Uniti e poi tornano alla loro terra di origine si sentono e sono stranieri. Il Messico ci dice che non siamo messicani e gli Stati Uniti ci ripetono ogni giorno che non siamo anglosassoni. Solo lo spanglish e la sua cultura ibrida mi hanno conferito quella cittadinanza che entrambe le nazioni mi hanno negato.”

Autore dell’articolo:
Marco Menchi
Traduttore ES-EN>IT
Montemarciano (AN)

Google Translator Toolkit

 Categoria: Strumenti di traduzione

Google Translator Toolkit, fornito dal noto motore di ricerca, è un’applicazione che semplifica il processo di traduzione.

Per usare le sue funzionalità è sufficiente disporre di un account gratuito Google e si può cominciare subito a lavorare. È possibile tradurre un file locale, una pagina web o un articolo di Wikipedia. Analizziamo il processo:

Caricare il file, la pagina web o l’articolo Wikipedia – Per iniziare il processo di traduzione occorre caricare il documento in questione, inserire l’URL di un file sul Web o inserire il nome o l’URL di un articolo Wikipedia. È necessario assegnare un nome al progetto e inserire la combinazione linguistica. È inoltre possibile condividere la memoria di traduzione (TM). Infatti, se non viene specificata alcuna TM, i segmenti tradotti saranno memorizzati nella TM globale condivisa, altrimenti basta creare una nuova TM per limitare la condivisione dei segmenti tradotti. Infine si può specificare un glossario che andrà utilizzato come riferimento principale per la terminologia specifica della traduzione.

Tradurre – Google Translator Toolkit convertirà il file e in pochi secondi apparirà a schermo la classica interfaccia di traduzione, dove a sinistra avremo il testo originale e a destra la traduzione. L’applicazione evidenzierà a sinistra la frase che stiamo traducendo, mentre a destra ci suggerisce la traduzione effettuata da Google Translator. Ovviamente la traduzione suggerita andrà sostituita, perché come ben sappiamo, Google Translator può essere utile per cercare una parola al volo (e la maggior parte delle volte neanche per quello). Quindi basta sovrascrivere il testo e cliccare il tasto Avanti>>. Ci sposteremo al nuovo segmento e così via, fino a completare la traduzione.

Scaricare, condividere… – Una volta completata la traduzione si può scaricare, condividere con altri utenti, eseguire il controllo ortografico… Le funzioni offerte, tutte accessibili dal menù superiore, sono poche ma basilari.

In conclusione, Google Translator Toolkit è una buona applicazione per la traduzione assistita. Certo, non sarà mai e poi mai al pari degli altri programmi, come ad esempio SDL Trados, ma per essere gratuito è un ottimo strumento per i traduttori ai primi anni di esperienza che non dispongono di fondi sufficienti per acquistare i fratelli maggiori.

Autore dell’articolo:
Francesco Foresta
Traduttore EN-FR>IT
Narni (TR)