Il potenziale creativo della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Il lavoro del traduttore – o della traduttrice – viene sovente inteso come attività più tecnica che intellettuale, come mansione subalterna al volere dell’autore o dell’editore (sebbene anche questa figura abbia subito un declino nel passaggio dall’editore-intellettuale all’editore-imprenditore, avvenuto in Italia verso la fine degli anni ’80). Nell’industria editoriale attuale il traduttore riveste un ruolo di scarsa responsabilità cui si accompagna, in Italia più che nel resto d’Europa, un compenso altrettanto poco significativo, indice della scarsa considerazione di cui questa figura gode e che può tradursi in limitata auto-consapevolezza del proprio ruolo.

Al traduttore letterario, vengono spesso richieste innanzitutto fedeltà e aderenza al testo, in nome di quel principio della letterarietà che, sebbene debba indubbiamente valere come idea regolatrice, non sempre è garanzia di fedeltà alle suggestioni che l’autore intendeva suscitare nei suoi lettori. Questo accade, ovviamente, perché le lingue naturali non possono in alcun modo essere intese come sistemi pienamente codificabili tali da garantire una corrispondenza biunivoca nel passaggio da un sistema linguistico all’altro; soprattutto nel caso in cui i due sistemi siano notevolmente distanti, sia da un punto di vista intrinseco, ovvero prettamente linguistico, sia da un punto di vista estrinseco, ovvero della cultura di cui sono espressione.
Per questo al “buon traduttore” è richiesta non solo una profonda conoscenza delle lingue di partenza e di arrivo, ma anche delle culture in cui queste lingue si radicano, senza dimenticare che a uno stesso sistema linguistico possono afferire più culture, le quali a lungo andare provocano dei cambiamenti nelle lingue stesse (si pensi, per esempio, al filone della letteratura post-coloniale).

Se il “fattore cultura” è sufficiente a dimostrare come la figura del traduttore non possa essere sostituita da un computer, è la particolare sensibilità per il linguaggio, le sue sfumature e le sue assonanze ciò che qualifica il buon traduttore come artigiano, come artista, come creativo. Nelle grandi traduzioni, le cosiddette traduzioni d’autore, è possibile riconoscere la “mano” di chi ha operato sul testo caratterizzando l’opera con il proprio stile senza con questo soffocare il testo originale (si pensi alle traduzioni di Montale). In questo senso il tradurre è da intendersi come atto di ri-creazione, azione che consente di dare nuova vitalità a un’opera ampliandone l’orizzonte semantico e dotandola di nuove sfumature di significato.
Questo concetto di traduzione come “rivitalizzazione dell’opera” è stato elaborato dal primo Romanticismo tedesco (Schiller, Novalis ma anche il Goethe più tardo) per essere poi ripreso nel Novecento da Walter Benjamin e successivamente da altri critici della letteratura, tra cui in Italia Franco Fortini. Accanto a riflessioni di natura teorica non sono mancati esempi di messa in opera di questo modello, alcuni dei quali enfatizzati fino all’eccesso tanto da dare origine vere e proprie opere autonome, totalmente svincolate dal testo di partenza; si pensi per esempio al Pindaro di Hölderin o all’Eraclito di Heidegger.

Traduzioni estreme come quelle appena citate non possono certo essere prese a modello, ma possono servire a dimostrare come, al pari delle altre arti, anche la traduzione si presti alla sperimentazione e alla provocazione. In questo senso le “traduzioni impossibili” di Hölderlin devono valere come orizzonte trascendentale – come tale non raggiungibile né imitabile – all’interno del quale si situa il traduttore, finalmente conscio della propria responsabilità nei confronti dell’opera originale e del potenziale creativo della traduzione.

Autore dell’articolo:
Stefania Marinoni
Traduttrice ES>IT
Pisa

La Torre di Babele e lo studio delle lingue

 Categoria: Traduttori freelance

Si narra nel libro della Genesi, che in principio tutti gli uomini parlassero una sola lingua e conoscessero le stesse parole. Essi, forse spinti da un desiderio di grandezza e di elevarsi a Dio, vollero innalzare una torre altissima che arrivasse al Cielo. Secondo un’interpretazione allegorica del racconto biblico, Dio non apprezzò particolarmente questa ambizione degli uomini, da lui percepita come atteggiamento di sfida nei suoi confronti, e fece in modo che il loro progetto non giungesse a termine. Dio per questo volle punire le genti e le condannò all’incomprensione reciproca, dando origine ad una moltitudine di lingue differenti nel mondo.

Che le diverse lingue parlate su tutto il pianeta siano o meno il risultato di una punizione divina sugli uomini, certo è che la “comprensione linguistica” tra diversi popoli costituisce oggi un aspetto di forte interesse e rilievo dal punto di vista linguistico, traduttivo e culturale.

La conoscenza di più lingue costituisce per un essere umano un’enorme fonte di ricchezza in un mondo caratterizzato ormai dal plurilinguismo e dalla multiculturalità: chi parla diverse lingue, o perché bilingue di nascita o perché ha compiuto degli studi in tal senso, possiede una mente aperta a nuove culture e a tutto ciò che la caratterizza e contraddistingue: usi, costumi e mentalità. Infatti, un parlante bilingue si trova su un piano privilegiato perché mostra verso “l’altro” una certa disposizione al confronto, al dialogo, all’accettazione, alla comprensione e alla tolleranza reciproca. Conoscere le lingue dunque, non solo è un passaporto per il mondo e una carta fondamentale per affermarsi in ambito lavorativo, ma è soprattutto una ricchezza sul piano interiore e morale. Forse tante guerre e conflitti passati hanno alla base l’incomprensione linguistica: non capirsi linguisticamente genera spesso il fraintendimento e questo è un “male” per l’umanità intera. Professiamo dunque lo studio delle lingue, la curiosità verso le rispettive culture e ne trarremmo tutti dei benefici sul piano personale e umano.

Se dovessi parlare della mia esperienza personale, direi che probabilmente è sempre esistita in me una curiosità inconsapevole verso le altre culture: ricordo che da sin da piccola avevo una predilezione per i bambolotti di colore e per i cartoni animati ambientati al di là delle nostre frontiere! Non mi rendevo conto ma, il gioco per me era un momento di confronto e di crescita, “l’altro” non era per me “diverso” ma era fonte di arricchimento e soddisfacimento della mia curiosità di bambina, curiosità che mi ha accompagnato nel corso della vita e che ha segnato il mio percorso di studi: la Laurea in Lingue per la Mediazione Linguistica e la specializzazione in traduzione, mi hanno “aperto” in maniera consapevole al Mondo.

Siate dunque curiosi, perché la curiosità è il motore della vita e della conoscenza!

Autore dell’articolo:
Simona Melis
Traduttrice ES-FR<>IT
Cagliari (CA)

La traduzione giuridica (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Per linguaggio giuridico si intende l’uso che gli specialisti fanno della lingua comune per riferirsi a delle realtà tipiche del loro ambito professionale. Si tratta di un linguaggio plurifunzionale e pluridimensionale. È plurifunzionale poiché circola in tutti i canali della sua formazione: partecipa alla funzione legislativa, giurisdizionale, alla creazione della dottrina e dell’amministrazione. È pluridimensionale perché la comprensione di un messaggio giuridico dipende dall’emittente e dal destinatario: può avvenire tra un giurista e un profano oppure tra giuristi, entrambi dotati di una formazione giuridica. È dunque un linguaggio specialistico caratterizzato da un proprio vocabolario e da alcune peculiarità stilistiche tipiche del discorso giuridico. Si tratta di un vocabolario tecnico, preciso ed in costante evoluzione. È tecnico perché è utilizzato da “tecnici” come i giuristi e gli avvocati, è preciso poiché a ciascun termine corrisponde una specifica nozione ed è in costante evoluzione poiché segue le evoluzioni del diritto il quale introduce nuovi concetti e quindi nuovi termini.

Dunque, a mio avviso, tradurre un testo giuridico è un’operazione complessa dal momento che il diritto è strettamente legato alla lingua e alla cultura che esso veicola e, poiché il diritto è una scienza sociale, i fenomeni che esso descrive sono difficilmente applicabili da una lingua e cultura ad un’altra e soprattutto da un sistema giuridico ad un altro. Inoltre, la presenza di sistemi giuridici differenti pone il problema della non corrispondenza delle nozioni e quindi dei termini. Le principali difficoltà sono dunque legate al vocabolario e allo stile. Per stile giuridico si intende il modo di scrivere del legislatore. È uno stile neutro dal momento che il legislatore non ha alcun intento letterario, deve solo trasmettere in modo chiaro e fedele un messaggio privilegiando così l’obiettività e l’imparzialità; è uno stile tecnico poiché risponde ad una esigenza di precisione e di comprensibilità del messaggio giuridico da comunicare ed infine è uno stile concreto che mira alla chiarezza. Sulla base di quanto detto, possiamo affermare che il traduttore giuridico deve aver maturato delle specifiche competenze, ed in particolare:

1. la competenza linguistica, cioè la capacità di comprendere le lingue oggetto della traduzione;
2. la competenza traduttiva, che è la capacità di cogliere il senso del testo di partenza e di renderlo nella lingua d’arrivo senza cambiarne il senso ed evitando le interferenze;
3. la competenza metodologica, cioè la capacità di documentarsi su uno specifico argomento e di saperne utilizzare la relativa terminologia;
4. la competenza disciplinare, ovvero la capacità di tradurre dei testi che appartengono ad uno specifico settore di specializzazione;
5. la competenza tecnica, cioè la capacità di utilizzare degli strumenti di ausilio alla traduzione ed in particolare le memorie di traduzione e la traduzione automatica.

La traduzione giuridica risulta quindi una delle traduzioni più complesse poiché il diritto è il prodotto di una cultura e acquisisce in ogni società un carattere unico. La sua dimensione culturale si riflette non solo nei termini propri di un sistema giuridico, ma anche nel modo di esprimerli e quindi nello stile e nella sintassi. Se la traduzione di un testo letterario rende il traduttore più libero di interpretare e di riesprimere il senso del testo di partenza, la traduzione di un testo giuridico limita l’intervento del traduttore poiché i termini esprimono delle nozioni ben precise che bisogna conoscere al fine di una corretta riespressione del contenuto giuridico nel testo di arrivo.

Autore dell’articolo:
Elisa Reale
Traduttrice freelance EN-FR>IT
Lecce

La traduzione giuridica

 Categoria: Servizi di traduzione

Il traduttore professionista generalmente ha davanti a sé una vasta gamma di tipologie testuali da tradurre: dal testo letterario a quello argomentativo, da quello tecnico a quello scientifico ecc. Ma si sa, poter tradurre veramente bene ogni tipologia testuale implica una perfetta conoscenza di tutti i tipi testuali e del loro relativo linguaggio. Questo comporta una conoscenza vasta e approfondita di ogni argomento e settore traduttivo a cui nemmeno un madrelingua potrebbe mai aspirare. Da ciò si evince chiaramente la necessità del traduttore di specializzarsi in uno o più settori traduttivi dove possa concentrare tutta la sua attenzione e sviluppare le sue competenze traduttive. Un settore particolarmente arduo ma interessante è quello giuridico. Si tratta di tradurre testi fortemente contestualizzati e caratterizzati da un linguaggio strettamente settoriale. Infatti ciascun paese ha un proprio sistema giuridico inteso come un insieme di norme che regolano la vita di una determinata comunità.

Possiamo individuare principalmente due tipi di ordinamenti giuridici: il sistema del Civil Law e quello del Common Law. Il primo è quello dominante a livello mondiale ed è caratterizzato dal fatto che le norme giuridiche sono prodotte dal legislatore (codici, decreti, leggi, fonti legislative) e il giudice deve attenersi ad esse godendo così di un limitato potere di intervento normativo in quanto emanate da un organo sovrano eletto direttamente dal popolo. Si tratta così di un sistema di diritto codificato. Questo sistema si contrappone a quello del Common Law di matrice anglosassone, dove la principale fonte di diritto è rappresentata dalla giurisprudenza e non da un sistema codificato. Questo significa che ciascun giudizio si basa su quello precedentemente emesso da una sentenza in riferimento ad un caso molto simile ad esso.

A partire da questa sommaria suddivisione si possono già individuare alcune problematiche che il traduttore dovrà affrontare nell’effettuare la traduzione giuridica. Prima di tutto il traduttore che dovrà tradurre da una lingua anglosassone verso una lingua latina (es. dall’inglese all’italiano) dovrà ben conoscere entrambi i sistemi giuridici, sia quello inglese che italiano (Common Law vs Civil Law), e quindi i loro principi e funzionamento. Solo una conoscenza approfondita di un determinato sistema giuridico consente di capire il significato del testo da tradurre, ma questo non basta se non si conosce anche il relativo linguaggio.
Da ciò ne deriva un doppio impegno per il traduttore giuridico: conoscere approfonditamente il sistema giuridico di un determinato paese e il linguaggio specialistico che ne deriva, e questo vale sia per la sua lingua madre verso la quale andrà a tradurre sia per la lingua di partenza dalla quale tradurrà. Ora vediamo di capire cos’è un linguaggio giuridico e da cosa è caratterizzato.

La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Elisa Reale
Traduttrice freelance EN-FR>IT
Lecce

Come non imparare l’italiano

 Categoria: Traduttori freelance

Il titolo “come non imparare l’italiano” è un poco strano, lo so, ma deve essere così perché è riferito a problemi che troviamo quando una persona impara una lingua diversa, in questo caso l’italiano. Io sono madrelingua spagnola, e prima d’iniziare a studiare l’italiano tanta gente mi diceva che sicuramente non avrei avuto bisogno di studiarlo, che era possibile imparare solo ascoltando…niente di più sbagliato! Dopo aver studiato l’italiano per più di un anno (e continuo a studiare), ho capito che ci sono degli ostacoli che possono creare confusione per imparare questa lingua, oggi scriverò uno di questi: i falsi amici.

Tante volte ho sentito dire che l’italiano è facile da imparare perché sono tante le parole identiche, questa è un’affermazione sbagliata. È vero che esistono tante parole uguali tra lo spagnolo e l’italiano, ma hanno un significato completamente diverso, questo invece di essere un vantaggio diventa un problema al momento d’imparare.
In linguistica si conoscono come “falsi amici” quelle parole o frasi di una certa lingua che presentano una notevole somiglianza con altre di una lingua diversa, ma con un significato completamente differente.
I falsi amici sono più comuni fra le lingue con una somiglianza nella pronuncia o nella grafia, come succede tra lo spagnolo e l’italiano. Questi sono alcuni esempi di falsi amici:

Burro: Spagnolo = asino
Brutto: Spagnolo = stupido
Largo: Spagnolo= lungo
Loro: Spagnolo = pappagallo
Caldo: Spagnolo =brodo
Cintura: Spagnolo = vita
Gota: Spagnolo = goccia
Nudo: Spagnolo = nodo
Ponte: Spagnolo = mettiti
Rata: Spagnolo = ratto
Vaso: Spagnolo = bicchiere

Come potete vedere, questo è uno dei tanti fenomeni linguistici che rendono più difficile l’apprendimento dell’italiano, perché naturalmente quando uno si trova davanti a una parola straniera che sembra simile a una parola appartenente alla propria lingua madre, si tende a pensare che le due parole abbiano lo stesso significato.
Tuttavia questo è un problema completamente superabile con tanto studio e pratica costante della lingua che si vuole imparare, l’uso dei numerosi dizionari di falsi amici che aiutano a evitare interpretazioni sbagliate e tenere sempre presente che esiste il rischio di commettere errori quando ci si abbandona a riflessi automatici nell’uso della lingua, invece di pensare attivamente.

Autore dell’articolo:
Rivera Ugarte Jeimy Patricia
Traduttrice EN-IT>ES

Una lingua nuova

 Categoria: Traduttori freelance

Parecchi anni fa la mia famiglia si trasferì in terra straniera e, in età scolare, mi ritrovai con un compito insolito: apprendere da zero una lingua nuova, la lingua del posto e, dato che papa e mamma non ne erano all’altezza, dovetti diventare il loro interprete.

I miei ricordi vanno alle lunghe ore passate su di un vecchio libro di grammatica per apprendere da solo la pronuncia di ogni singola parola in cui incappavo. La spesa con mamma era molto divertente; prima scrivevo un elenco del necessario su tre colonne separate: il termine in italiano, l’equivalente inglese ed una trascrizione nell’alfabeto fonetico internazionale.
Ciò malgrado, a volte si verificavano dei problemi con parole simili, ad esempio “pepper” e “paper”, e i negozianti gentilmente me ne insegnavano la corretta pronuncia, con gran soddisfazione di mia madre.

Dopo un po’ ripresi a frequentare la scuola in una città vicina. Il che comportava ogni giorno una breve corsa in treno che ero fiero di far da solo.
Per quanto difficile all’inizio, lentamente appresi la lingua e ostentando sicurezza mi portai il dizionario italiano-inglese agli scritti trimestrali interni. Potete immaginarvi quanto fui scosso quando appresi che il voto dato al mio tema era “zero”. Nessuno mi aveva detto che la legge locale proibiva l’uso dei dizionari durante le prove!

Ebbi però la mia vendetta con gli esami di fine anno. Non solo ottenni voti sufficienti in tutte le materie (senza dizionari) ma, durante la cerimonia annuale di premiazione, mi fu assegnato il premio per il “Miglior Profitto”.

Qualche tempo dopo il premio mi resi conto che non traducevo più dall’italiano all’inglese ma che pensavo esclusivamente in inglese; la cosa più strana però era che non sapevo indicare quando questo passaggio fosse avvenuto!

La mia carriera scolastica proseguì tranquillamente, malgrado questi incidenti iniziali, fino agli esami finali di maturità che superai con voti ottimi, anche in inglese.

Mario Ricci
Traduttore IT<>EN e FR>IT
Viareggio (Lucca)

La lingua francese nel mondo

 Categoria: Traduttori freelance

La lingua francese tende spesso ad essere sottovalutata. Basterebbe invece fare una piccola ricerca per rendersi conto di quanto sia importante e diffusa. Infatti, la lingua francese nel mondo è la lingua ufficiale di 41 paesi, alcuni dei quali vicini all’Italia (Belgio, Francia, Principato di Monaco, Svizzera e anche vari paesi africani) ed è, oltre all’inglese, l’unica lingua del mondo diffusa in tutti e cinque i continenti. Il francese è parlato da ben 263 milioni di persone nel mondo, è la sesta lingua più parlata al mondo e la seconda lingua per diffusione, dopo l’inglese. Tutti questi dati mettono l’accento sull’importanza che può avere questa lingua in vari campi di lavoro.

Sono traduttrice madrelingua francese e la mia esperienza pluriennale mi ha infatti portato ad offrire i miei servizi di traduzione a vari tipi di clienti che avevano contatti con altri paesi: un commerciante di gioielli mi ha chiesto una collaborazione linguistica al fine di tradurre vari mail mandati da un potenziale cliente africano, un’associazione di beneficienza si avvale regolarmente dei miei servizi per comunicare con un paesino congolese, ho tradotto dei documenti ufficiali per la formazione di un consorzio in Algeria, una laureata in archeologia con il progetto di trasferirsi e lavorare in Francia mi ha chiesto la traduzione del suo curriculum e di vari documenti in francese, un cliente italiano si rivolge spesso a me al fine di vendere degli aerei in Francia, … Questi sono solo alcuni esempi di traduzioni in lingua francese senza le quali certi progetti non sarebbero potuti essere realizzati. Questo piccolo elenco evidenzia anche l’importanza del rapporto di fiducia con il traduttore, che non si limita soltanto alla traduzione ma che si fa in quattro al fine di aiutare il cliente a raggiungere i propri scopi.

Oltre al campo commerciale, lavoro regolarmente nel campo turistico. Sono nata e cresciuta in Belgio e so per esperienza che i miei connazionali e i francesi apprezzano molto l’Italia, ci passano volentieri le vacanze e amano la nostra cucina e i nostri prodotti locali. L’accoglienza turistica non si deve limitare alla pulizia e al comfort di un bed and breakfast o di un albergo, e neanche alla gentilezza del personale della struttura ricettiva. Sempre più turisti infatti prenotano le loro vacanze online perché è il miglior modo di scegliere tra varie strutture secondo i propri bisogni e desideri e di trovare la massima convenienza, e sono convinta, così come i clienti che si sono fidati della mia professionalità, che il primo passo verso il cliente straniero, e in questo caso francofono, è dargli la possibilità di scoprire il sito internet di una struttura ricettiva nella propria lingua; questo permette anche ad un sito internet di acquisire una maggiore visibilità e una più alta probabilità di prenotazione.

Al fronte dei dati elencati all’inizio di quest’articolo, può sembrare assurdo vedere dei siti internet di alberghi e bed and breakfast, come quelli che vedo regolarmente, tradotti in lingue come il polacco (parlato da 46 milioni di persone nel mondo), l’olandese (parlato da 22 milioni di persone), il ceco (parlato da soltanto 10 milioni di persone) o addirittura in esperanto (parlato da circa 2 milioni di persone) o in dialetti come il siciliano (parlato da 8 milioni di persone). Quest’atteggiamento è sicuramente dovuto a convinzioni errate e non fondate a discapito di una lingua come il francese, storica ma ancora attuale, indispensabile nel campo del commercio e nel campo del turismo al fine di aprirsi al mondo e di dare un’opportunità di crescita alla propria attività.

Autore dell’articolo:
Graziella Morreale
Traduttrice madrelingua francese FR<>IT

Traduttore professionista: specializzarsi (2)

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Può darsi che un traduttore, prima di intraprendere questa professione, abbia lavorato per anni
in un’azienda che si occupa, facciamo un esempio, della fornitura e installazione di impianti fotovoltaici, per cui avrà sicuramente acquisito la terminologia tecnica utilizzata nel settore.
Il traduttore potrà quindi sfruttare le sue conoscenze in merito per offrire traduzioni tecniche professionali. Altre volte la scelta del settore di specializzazione è dettata da interessi puramente personali: ad esempio, un traduttore particolarmente appassionato di cucina potrebbe approfondire questo ambito dedicandosi alla traduzione di ricette o testi di tipo culinario, oppure chi gioca quotidianamente con i videogiochi potrebbe cimentarsi in questo settore divertente e ricco di sfide.
In altri casi, invece, un traduttore potrebbe scegliere il proprio ambito di specializzazione sulla base delle richieste del mercato. Per poter acquisire la terminologia necessaria per districarsi tra i meandri di un testo giuridico, medico o finanziario si possono frequentare corsi, seminari, incontri di vario tipo, e ancora leggere libri e riviste in merito, tenendosi sempre aggiornati.

Per quanto riguarda i corsi o master di specializzazione, bisogna precisare che esiste sul mercato una vasta gamma di corsi che si propongono di specializzare questo o quel settore applicato a questa o quella lingua. Senza dubbio sono ben strutturati e offrono informazioni utili, ma è bene prestare attenzione al tipo di corso che si decide di frequentare, in quanto troppo spesso vengono fornite nozioni generiche e teoriche che poi non sono direttamente spendibili sul piano pratico. Sarebbe invece opportuno non fossilizzarsi sull’idea di seguire corsi di traduzione giuridica, di traduzione economico-finanziaria, ecc., ma piuttosto corsi di diritto, corsi di economia e finanza, magari nella lingua dalla quale si traduce, in modo tale da acquisire le conoscenze specifiche della materia.

In ultima battuta, un traduttore deve cercare di seguire le proprie motivazioni personali, i propri interessi e desideri, in quanto, in fin dei conti, la traduzione è il suo pane quotidiano, per cui lavorare in un settore che appassiona può rappresentare uno stimolo in più per svolgere il proprio lavoro al meglio.

Autore dell’articolo:
Irene Acler
Traduttrice EN-ES>IT
Bieno (Trento)

Traduttore professionista: specializzarsi

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Uno dei passi fondamentali da compiere per lavorare come traduttore professionista è quello di specializzarsi. La “semplice” conoscenza di almeno due lingue straniere non è più sufficiente per poter svolgere questo lavoro e il traduttore non può ritenersi in grado di tradurre qualsiasi tipo di testo inerente a qualsiasi tipo di settore. Inevitabilmente la traduzione implica, oltre al conoscere approfonditamente due lingue e le loro rispettive culture, avere “toccato con mano” alcuni ambiti specifici.

Oggi il mercato della traduzione è pieno zeppo di traduttori che hanno conoscenze molto spesso generiche su una gran varietà di settori, e molti si sentono anche sicuri nell’accettare lavori di traduzione relativi a testi dei quali magari non hanno nessuna conoscenza. Sono molto pochi, purtroppo, i traduttori specializzati in pochi ambiti, magari soltanto uno o due, che li conoscono però alla perfezione, nei minimi dettagli. Certamente non è facile scegliere il tipo di specializzazione e portare avanti il proprio progetto: già lo studio delle lingue straniere assorbe un’enorme quantità di tempo, in più la necessità di una specializzazione implica inevitabilmente una considerevole mole di studio. Ma per farsi veramente strada nel mercato delle traduzioni, per farsi un nome e diventare traduttori professionisti, è necessario avere competenze specifiche spendibili in un dato settore.

Le conoscenze generali e generiche ormai non sono più sufficienti. Le aziende che richiedono la traduzione di testi e documenti operano in settori estremamente specifici e richiedono sempre più traduttori che abbiamo conoscenze davvero approfondite. Molte volte, addirittura, richiedono persone con una qualifica tecnica e che abbiano, in seconda battuta, delle conoscenze linguistiche.
La scelta del tipo di specializzazione è molto ampia, dalla traduzione in ambito legale, commerciale, tecnico o medico, alla traduzione per il turismo, l’editoria, il marketing e chi più ne ha più ne metta. Ma come può specializzarsi un traduttore? Le strade perseguibili sono varie.

L’argomento verrà approfondito nella seconda ed ultima parte dell’articolo che verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Irene Acler
Traduttrice EN-ES>IT
Bieno (Trento)

Miseria e splendore della traduzione (3)

 Categoria: Storia della traduzione

L’esercizio traduttivo si fa dunque esegesi: significativo, in questo senso, ciò che W. Benjamin sostiene in Die Aufgabe des Übersetzers: “il traduttore ideale tratta ogni testo come l’esegeta tratta il testo sacro”. Il circuito ermeneutico scaturito dalla traduzione implica un processo di costante metamorfosi, di trasformazione necessaria. Scrive Benjamin: “Come si mostra che nella conoscenza non potrebbe darsi obbiettività, […], se essa consistesse in copie e riproduzioni del reale, così si può dimostrare che nessuna traduzione sarebbe possibile se la traduzione mirasse, nella sua ultima essenza, alla somiglianza con l’originale. Poiché nella sua sopravvivenza, che non potrebbe chiamarsi così se non fosse mutamento e rinnovamento del vivente, l’originale si trasforma”.

Si giunge così a una “disposizione ermeneutica” del traduttore rispetto al testo originale, un’apertura all’interpretazione delineata da A. Prete come una “capacità d’ascolto [che] dischiude il senso e la sua inesauribilità”. La traduzione diventa, a questo punto, una prassi per così dire ossimorica. Proprio attraverso tale disponibilità e apertura, e superando le tradizionali dicotomie, essa metterebbe in scena simultaneamente, imitatio ed inventio, due modelli retorici antitetici in questo caso solo in apparenza. In questa prospettiva, Prete identifica la pratica traduttiva come un “ossimoro del generare: presenza nominata nell’assenza, origine detta nella distanza, dipendenza trasvalutata in dominio dell’altra forma, dell’altra lingua”. La traduzione darebbe voce, allo stesso tempo, a un amore e a un conflitto: un amore capace di manifestarsi soltanto a distanza, nell’alterità, attraverso uno scarto spaziale e temporale che conduce alla nascita di un nuovo tempo, di un nuovo spazio. “Non superare il modello, ma coprirlo di segni, tatuarlo; non nascondere l’influenza, ma dirla in una lingua nella quale essa possa apparire come necessaria e insieme già vanificata”, imitatio e inventio, fedeltà e libertà, amore e conflitto: la sfida massima per il traduttore, è fare di quest’ossimoro, un’endiadi, una compresenza.

Luogo d’incontro per eccellenza con l’Altro, più o meno prossimo, la traduzione, “permette a ogni cultura di procedere alla decifrazione di se stessa”. Aggiunge Sabbadini, “Assumendo, sotto vesti mascherate il proprio passato, o un passato e comunque un’alterità, una cultura, fingendo di farne parlare un’altra, e quindi deresponsabilizzandosi autorialmente del proprio “detto”, parla invece di sé stessa, e dicendoci le modalità secondo cui legge l’altro da sé, ci dichiara in modo lampante come vorrebbe essere letta”. La traduzione dà voce nell’alterità a un’identità, a un’autocoscienza, e tanto più è intenso il contatto con l’Altro, tanto più decisivi diventano il proprio marchio, la propria impronta.

Autore dell’articolo:
Clio Spucches
Dottoranda di letteratura francese presso l’Università degli Studi di Pisa

Miseria e splendore della traduzione (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Quanto all’autore del testo originale, pare che sia implicato in prima persona in una sorta di circuito ermeneutico dell’infedeltà nell’atto stesso della sua creazione: in accordo con F. Nietzsche, il linguaggio sarebbe la prima forma umana di menzogna. In quanto costruzione, impalcatura artificiale, esso fornirebbe soltanto l’illusione di dire le cose del mondo, di dare loro nome: lo scrittore è dunque chiamato a confrontarsi con questa illusione. L’infedeltà, d’altro canto, più che identificarsi come entità in contrasto con gli ideali di fedeltà, trasparenza, umiltà del traduttore rispetto al testo e all’autore da tradurre, può essere designata come un parametro storico. Mounin lo spiega ne Les Belles Infidèles: l’infedeltà è un atteggiamento non solo che muta a seconda delle epoche e dei generi, ma anche, e soprattutto, che assorbe e si fa conseguentemente portavoce di un’ideologia dominante nel paradigma storico di una determinata cultura.

Coscienti che non si tratti di un mero problema di equivalenza, – una perfetta corrispondenza tra due testi è impossibile non tanto da realizzare, ma impossibile tout court, – si giunge con Meschonnic alla consapevolezza, “che una traduzione di un testo letterario deve fare ciò che fa un testo letterario, con la sua prosodia, il suo ritmo, il suo significato […]. L’equivalenza [tanto] ricercata non si pone di lingua in lingua, cercando di dimenticare le differenze linguistiche, culturali, storiche. Si pone da testo a testo, mostrando l’alterità linguistica, culturale, storica, come una specificità, una storicità”. La differenza, lo scarto, l’alterità non vanno dunque celati né travestiti in nome di una presunta equivalenza, ma resi espliciti, manifesti in quanto espressione di una specificità artistica, di una storicità.

Per rafforzare la concezione di una traduzione lontana dall’ideale di una coincidenza esatta tra due testi, e per questo estranea al principio di identità per cui A=A, sarà utile citare Silvano Sabbadini quando sostiene che “la traduzione, […], lungi dall’essere, simbolicamente, il luogo trasparente ove unità e alterità si ricompongono, e la comunicazione è perfetta, si darà piuttosto come allegoria stessa del processo storico, e allegoria doppia, perché costruita su quell’allegoria primaria che istituiamo tra i segni e la realtà”. A differenza del simbolo che presuppone un “rispecchiamento metafisico” con l’oggetto di partenza, la traduzione si pone piuttosto come “una convenzione sociale, e dunque relativa e storicamente determinata, tra due voci, tra due culture”.

Crollano dunque quelle rigide opposizioni binarie – forma vs contenuto, fedeltà vs infedeltà, trasparenza vs invenzione, annessione vs decentramento – che sminuiscono la complessità del tradurre. S’impone invece la convinzione che la traduzione, tenendo conto non più della demarcazione ma della coabitazione di tali opposizioni, le inglobi per poi superarle. È questa una visione che vede la traduzione, innanzi tutto, come interpretazione di un testo in un altro codice.

La terza e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Clio Spucches
Dottoranda di letteratura francese presso l’Università degli Studi di Pisa

Miseria e splendore della traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

Che la traduzione parola per parola sia un’operazione fuorviante e rischiosa è stato assodato a partire dalle riflessioni di Cicerone sulla sua traduzione dei discorsi di Demostene e di Eschilo, nelle quali afferma: “non li ho resi in quanto traduttore (ut interpres) ma in quanto scrittore (sed ut orator), rispettando le frasi, con le figure di parola o di pensiero, usando comunque termini adattati alle nostre abitudini latine. Non ho dunque considerato necessario rendere ciascuna parola per parola (verbo verbum reddere): tuttavia, quanto al genio di tutte le parole e al loro valore, li ho conservati”.

A partire da tale presupposto, e com’è stato già accertato in passato da diversi teorici della traduzione – pensiamo ai contributi di R. Ladmiral e H. Meschonnic, ma anche alle considerazioni di W. Benjamin sulla traduzione – non esiste, e non può esistere, una corrispondenza biunivoca tra due lingue, ognuna delle quali sarà concepita piuttosto come un vero e proprio sistema, nella sua accezione più generale, un’unità fisica e funzionale costituita da più parti interagenti tra loro che formano un tutt’uno in cui ogni parte dà un contributo per una finalità comune. Significativa è, in questo senso, l’immagine ciceroniana celebrata da Valéry Larbaud del traduttore che, piuttosto che allineare come delle monete gli equivalenti delle parole del testo, ne dà direttamente la somma, il risultato finale, il peso complessivo del loro contenuto. Da qui la questione della fedeltà al testo di partenza che non può e non dovrebbe porsi come dogma ma come un atteggiamento pronto a dispiegarsi lungo un unico continuum: una presa di posizione da parte del traduttore, il quale, avvicinandosi ora al testo originale, ora allontanandosene, attraverso un moto oscillante – ma non sussultorio non essendoci conflitto -, è capace di generare spontaneamente una dinamica di traduzione che prescinde da opposizioni semplicistiche fedele vs infedele.

Afferma Emanuela Nanni, “Fedeltà è, e sempre deve essere intesa, verso il lettore se non, molto più ampiamente, verso la grande impresa della letteratura nella sua ambizione di farsi universale e condivisa, di incarnare la goethiana Weltliteratur”. Non si tratta dunque di fedeltà all’autore, bensì di attendibilità nei confronti del lettore, destinatario unico nel suo tempo, dunque testimone privilegiato di un’eredità testuale che può aver luogo nella tradizione anche, e soprattutto, attraverso la traduzione. In accordo con la rilevanza da attribuire al ruolo del lettore, e memori dell’insegnamento di W. Benjamin sulla deperibilità del testo tradotto, Emilio Mattioli ci ricorda che proprio il lettore è un “elemento a sua volta variabile nel tempo che concorre a rendere infinito il processo traduttivo”.

La seconda parte di questo articolo seguirà domani.

Autore dell’articolo:
Clio Spucches
Dottoranda di letteratura francese presso l’Università degli Studi di Pisa

Traduttore o tecnologia informatica?

 Categoria: Traduttori freelance

A pensarci bene, la funzionalità di google che traduce istantaneamente parole, frasi e testi è veramente qualcosa di straordinario. Chi è che almeno una volta non ha utilizzato questo servizio online?
È forse uno degli strumenti a cui ricorrono ormai milioni di persone ogni giorno per gli scopi più disparati: per tradurre il testo di una canzone, per prepararsi il discorso in un’interrogazione, per un eventuale colloquio, insomma per togliersi qualsiasi dubbio in merito alla traduzione verso un’altra lingua straniera. Un metodo sbrigativo e più rapido rispetto alla consultazione di un dizionario tradizionale che sicuramente noi tutti possediamo ma che si preferisce lasciare ben in vista nelle nostre librerie. La tecnologia di oggi, che nessuno mai avrebbe potuto immaginare fino a qualche anno fa, si evolve velocemente soppiantando sempre più i metodi classici.

Questo cambiamento ha toccato anche il mondo della traduzione. L’innovazione che queste nuove funzionalità come Google translate hanno portato e stanno portando è qualcosa di eccezionale anche per coloro che non possiedono grande familiarità con il web. Basti solamente pensare che con solo due, al massimo tre click di mouse il servizio di cui si può usufruire è di ben 64 lingue diverse con la possibilità di ascoltare addirittura la pronuncia fonetica. Tutto gratuito. Che dire… il Sig. Google ha pensato proprio a tutto e la domanda sorge spontanea: il traduttore è ancora necessario al giorno d’oggi? In un futuro la tecnologia arriverà davvero a sostituire la figura del traduttore?

Chi come me, per studio o per lavoro si è trovato a confrontarsi con le lingue straniere e di conseguenza a tradurre sia testi letterari che scientifici può sicuramente apprezzare tutto ciò, ma sa benissimo che almeno per il momento la tecnologia non può certamente sostituire un traduttore umano. Le sfumature di una lingua sono infinite e una traduzione precisa che rispecchi fedelmente il testo non è sempre facile. Ci sono un’infinità di vocaboli, modi di dire, frasi idiomatiche tipiche di ogni singola tipologia di testo scritto; il traduttore automatico, anche il più innovativo non riuscirà, per quanto ne sappiamo ora, ad effettuare una traduzione perfetta. A mio parere il traduttore costituisce quindi una figura di notevole importanza e dovrebbe essere una professione maggiormente rivalutata perché impegnativa e soprattutto indispensabile. Il mondo sta procedendo verso una globalizzazione sempre più spinta; la società multietnica ci chiede collegamenti sempre più rapidi tra popolazioni di differenti linguaggi. Chissà se nell’immediato futuro la figura del traduttore verrà messa da parte e sostituita dai mezzi informatici!
Qualcuno disse: “Ai posteri l’ardua sentenza”. P.s.: io spero di no.

Autore:
Francesca Bertini
Traduttrice freelance FR>IT
Soragna (Pr)

La traduzione: questione di parole

 Categoria: Traduttori freelance

Mi avevano detto che per diventare traduttore bastava avere un’ottima conoscenza di una lingua straniera, un’eccellente padronanza della propria, e ovviamente possedere un personal computer. Ma io già molto tempo prima avevo deciso che nella mia vita sarei diventata una traduttrice. Un amore, il mio, che nasce forse da una pignoleria innata per la parola esatta, per le potenzialità di espressione del linguaggio umano. Una passione alimentata da studi di linguistica, dalla scoperta di un mondo fatto di parole e di segni, di regole e di usi, di convenzioni e di eccezioni, ma soprattutto fatto di significati, di rappresentazioni uniche e personali. Un mondo reale che siamo chiamati a nominare, nel senso letterale della parola.

Dare un nome alle cose, è questo che mi ha sempre affascinato, e di conseguenza riscoprire le origini di quel nome, la sua storia, le trasformazioni subite, i processi di metamorfosi diastratica e diatopica che han fatto sì che ancora oggi debbano esistere i traduttori.
Il traduttore. Tipo umano alquanto insolito, invece di soffermare la sua attenzione su di un’unica materia decide di spaziare tra le miriadi di possibilità e di significati che quella materia può avere, non solo nella sua cultura di nascita, ma anche in quella a lui vicina o a lui lontana.
E scopre così dei mondi, paralleli e opposti, che s’incrociano e s’incontrano, che si sfiorano e si scontrano. Scopre quei mondi di parole e attraverso di essi la struttura genetica stessa che ha dato loro vita, che li ha resi tali. Ed ecco che attraverso la cultura di un linguaggio scopre la cultura di chi lo parla, dalla tendenza di una flessione grammaticale la tendenza comportamentale di chi l’ha portata a flettersi, dal numero di parole utilizzate per descrivere un oggetto la realtà stessa di quell’oggetto, nel suo contesto originale.

Autore dell’articolo:
Raffaella Diacono
Traduzione editoriale e revisione testi
Traduttrice EN-FR-ES>IT
Asti

La traduzione nella narrativa (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

Tornando a prendere in considerazione La traducción narrada: el recurso narrativo de la traducción ficticia di cui abbiamo parlato ieri e due giorni fa, è inoltre significativo notare la presenza del Don Quijote in tutte e quattro le categorie proposte dallo studioso tedesco Hans Christian Hagedorn. Non dimentichiamo che il modello a cui ogni scrittore spagnolo si riferisce, è proprio il Don Quijote, che è denso di riflessioni metanarrative e traduttive. La traduzione nel Quijote è immessa a vari livelli e per questo motivo Hagedorn inserisce l’opera di Cervantes in tutte e quattro le categorie di riferimento delineate. La traduzione fittizia, con cui è costruito il romanzo rientra sia come storia e teoria della traduzione al suo interno, ma è messa in bocca anche ai personaggi interpreti e traduttori. Il Quijote «assume una rilevanza che pur oggetto di numerosi studi continua ad offrire spunti per ulteriori indagini» (Piras, 2010: 93). L’espediente narrativo più evidente è quello che Hagedorn chiama traducción ficticia, ovvero la storia viene presentata come una traduzione fatta da un morisco aljamiado (Piras, 2010: 95) di un’opera manoscritta precedente attribuita all’arabo Cide Hamedi Benengeli. Il che implica che l’opera sia nata in un’altra lingua e che, come afferma Piras: «Tutto il testo da cui si immagina di ricavare la materia del romanzo, altro non sia che una traduzione in spagnolo dello scartafaccio, o manoscritto, scritta dal ‘vero’ autore, l’arabo Cide Hamete Benengeli» (Piras, 2010: 95).

Partendo da questa constatazione, cioè che il romanzo sia costruito su una traduzione, il traduttologo Tomás Albadalejo sposta l’ottica interpretativa che è stata data finora dai critici letterari. Si è occupato di analizzare l’opera cervantina a partire dai tre tipi di traduzione individuate dal teorico russo Roman Jakobson: interlinguistica, intralinguistica e intersemiotica, affermando e individuando la presenza di tutte e tre le categorie all’interno del testo. Il morisco aljamiado non è solo nominato come traduttore della storia, ma entra a far parte del ventaglio dei personaggi a tutti gli effetti, e la sua ombra si proietta su tutto il testo, osserva Pina Rosa Piras in Traduzione come ricerca. Storia, teoria e analisi dei testi nella traduzione dallo spagnolo in italiano (2010). Il morisco non si esime dal dare giudizi sull’opera che sta traducendo e sui comportamenti e le scelte dell’autore. Le sue osservazioni lasciano presupporre una conoscenza profonda delle problematiche traduttive che tanto continuano ad affliggere i nostri tempi: «sin quitarles ni añadirles nada» e «prometió traducirlos bien y fielmente y con mucha brevedad» (Don Quijote, I, 9). A volte, però, il traduttore morisco decide di astenersi dal tradurre alcune parti, in altri casi esprime «da ‘interprete’ la sua opinione sul manoscritto che sta traducendo» (Piras, 2010: 96), lamentandosi di aver fra le mani una «historia tan seca y tan limitada como esta de don Quijote» (Don Quijote, II, 44), in altri ancora le riflessioni risultano significative proprio per la consapevolezza critica che dimostra: «Llegando a escribir el traductor desta historia este quinto capítulo, dice que le tiene por apócrifo, porque en él habla Sancho Panza con otro estilo del que se podía prometer de su corto ingenio, y dice cosas tan sutiles, que no tiene por posible que él las supiese; pero que no quiso dejar de traducirlo, por cumplir con lo que a su oficio debía» (Don Quijote, II,5).

Opinioni a proposito della traduzione sono espresse da vari personaggi. Opinioni e giudizi che possono più o meno discutibilmente essere attribuiti all’autore, ma che comunque fanno parte di una base culturale teorica ben presente nella mente di Cervantes: «Cervantes mette in bocca ad alcuni personaggi, e segnatamente al ‘curato’ in I,6 e a Chisciotte stesso in II, dove in entrambi i passi, si propende per la tesi dell’intraducibilità, nel caso della traduzione della poesia in particolare» (Piras, 2010: 93).
Ma quello che più ci interessa ai fini di questo lavoro è capire come la genialità di Cervantes abbia messo in discussione, con questi elementi narrativi, la nozione stessa di verità e oggettività. «Dispositivi che hanno posto in crisi l’autorità dei valori, i fondamenti della verità e persino le possibilità di conoscerla», scrive Pina Rosa Piras in La traduzione come ricerca, evidenziando il carattere labile della conoscenza e della percezione umana su cui Cervantes, da grande innovatore, ci propone di riflettere. Gli interrogativi del Quijote sono gli interrogativi della nostra modernità. Come afferma Hagedorn, la necessità di partire dal Quijote, risponde alla considerazione per cui la traducción narrada è «prácticamente ausente en la literatura clásica y medieval» (Hagedorn, 2006: 37). Il Quijote è considerato l’opera che segna l’inizio di una «tradición literaria en la cual la narrativa en prosa se erige en el medio representativo para reflejar la condición del hombre moderno» (Hagedorn, 2006: 37), ma soprattutto, sottolinea Hagedorn, «no es una casualidad que la primera referencia literaria importante al fenómeno de la traducción coincida con la de la primera novela considerada moderna» (Hagedorn, 2006: 37).

Se, per un verso, c’è stato un incremento dei ‘racconti di traduzione’ nell’ultimo ventennio, messo in evidenza da Lavieri, per altro verso, osservando l’elenco di opere sistematizzate da Hagedorn, notiamo che non si tratta di un fenomeno esclusivo del XX secolo. Ciò che cambia non è tanto la forma in cui viene trattato l’argomento, quanto il significato che gli viene dato all’interno della società moderna. Hagedorn sostiene che la traduzione si pone in relazione, appunto, alle problematiche legate all’uomo nella Edad Moderna, intesa non come XIX e XX secolo, ma come tutta l’epoca che va dal Rinascimento al ventesimo secolo in cui l’uomo occidentale definisce la propria individualità in un mondo secolarizzato in cui «El libre desarrollo personal, el conocimiento y la comunicación, en términos de igualdad, con los demás y con el mundo, se establecen como principales vías de orientación en la existencia del ser humano» (Hagedorn, 2006: 18).

Autore dell’articolo:
Anna De Pari
Laurea magistrale in Letterature e traduzione interculturale
Traduttrice EN-ES>IT
Roma

La traduzione nella narrativa (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Nell’ambito degli studi in lingua italiana, il discorso sulla traduzione nella narrativa è stato portato avanti da Antonio Lavieri, docente di traduttologia presso l’Institut Supérieur d’Interprétation et de Traduction di Parigi e di linguistica francese nelle università di Bergamo, Bologna e Trento. La sua Translatio in fabula (2007), seppure successiva a quella di Hagedorn, si scontra anch’essa con la scarsità di materiale critico di riferimento. Nel 2007 l’argomento appare ancora poco studiato e in particolare Lavieri analizza il ruolo del personaggio-traduttore e dedica uno spazio particolare alle opere dell’argentino Jorge Luis Borges, della canadese di lingua francese Nicole Brossard e dello scrittore e critico marocchino di lingua francese Adbelkebir Khatibi. Anche in questo caso, quindi, l’approccio è di tipo comparatistico e il proposito è quello di «superare la discorsività argomentativa della teoria e la scrittura fizionale dei testi narrativi» (Lavieri, 2007:  8) e mettere in luce come la traduzione si presenti con un carattere di riflessione, o uno «spazio di riflessività», come lo chiama Jean-René Ladmiral, nella prefazione al testo di Lavieri (Lavieri, 2007: 11).
Probabilmente dopo che la traduzione ha subito il fascino «esercitato dal miraggio linguistico che ha infiammato gli animi negli anni dello strutturalismo, della semiologia, della narratologia» nasce «l’esigenza di una poetica della traduzione, e della letteratura, che si faccia luogo d’incontro del pensiero estetico e linguistico, di un’antropologia critica e interdisciplinare del tradurre che denunci le insufficienze della nostra tradizione, delle nostre pedagogie, al di là delle settorializzazioni disciplinari e delle ideologie che pervadono il mondo accademico e il comune senso del linguaggio » (Lavieri, 2007: 25).

La traduzione, perciò, trova nella letteratura una forma alternativa di rappresentazione delle sue problematiche complesse con il solo aiuto della ragione, ricalcando un po’ quello che è stato il percorso di narrativizzazione della storia, secondo il critico uruguaiano Fernando Ainsa. Problematizzare la traduzione all’interno della narrativa assume, perciò, a nostro parere, un valore simile a quello che è accaduto per la storia all’interno del romanzo. Fernando Ainsa nel suo saggio «La riscrittura della storia», riflette sulla capacità della narrativa a riempire le mancanze della storia ufficiale, fatta di grandi teorie e di grandi eroi. Molto spesso le finzioni della narrativa ricostruiscono una realtà più veritiera a partire dall’inconscio collettivo e dalle esperienze della gente comune. Forse, in qualche modo, anche la teoria della traduzione si è svincolata dal dogmatismo delle grandi produzioni saggistiche per lasciare spazio alla riflessione, a partire dalla attività pratica di un traduttore che fa delle sue problematiche e riflessioni elementi romanzati. «La traduzione è un operatore di riflessione» scrive Jean René Ladmiral nell’introduzione a Translatio in fabula «e la letteratura un mezzo per pensare la traduzione e ripensare la stessa letteratura» (Lavieri, 2007: 8). Si tratta quindi di un tipo di scrittura che opera una «convergenza inizialmente paradossale fra finzione e conoscenza, fra l’opera di finzione e il sapere all’opera» (Lavieri, 2007: 12), che nasce dalla consapevolezza che «la traduzione non poteva restare dominio esclusivo dei traduttologi» (Lavieri, 2007: 14). Questo innovativo punto di vista, è probabilmente frutto di una nuova concezione della narratività e del mondo funzionale: «La riflessione sul potere euristico della finzione, sulla finzionalità del sapere e sul contenuto cognitivo dell’arte e della letteratura si è sviluppata, da una parte, grazie agli studi di Paul Ricoeur sulla narratività del sapere e il potere euristico della finzione condotti in Temps et récit e a quelli di Michel de Certeau sul carattere performativo del racconto storico, frutto della crisi dello strutturalismo degli anni Sessanta e, dall’altra, grazie alle ricerche che fanno capo all’epistemologia delle scienze naturali che, proponendo una nouvelle alliance tra arte e scienza, estendono il modello finzionale alla scienza moderna e a tutti i sistemi simbolici» (Lavieri, 2007: 16).

Ecco allora come negli ultimi anni «filosofia, antropologia letteraria e, in alcuni casi, persino psicanalisi, psicologia e psichiatria, hanno visto nei mondi d’invenzione – e non solo in quelli letterari – la capacità di produrre un pensiero antropologico o terapeutico» (Lavieri, 2007: 14).
Lavieri è dell’opinione che la letteratura, al pari della saggistica, sia in grado di farsi portavoce delle problematiche traduttive.
A questo proposito si può aggiungere che Italo Calvino considera il saggio un tipo di scrittura che «va definendosi secondo questi modi della parzialità e della distanza: e che tali modi di approccio al mondo passino dal romanzo al saggio improntando i testi dell’uno e dell’altro di formule stilistiche fondamentalmente identiche, indica una continuità e circolarità di scrittura che approda alla coscienza del carattere autoriflessivo del testo letterario» (Patrizi, 2001, 135).
Lavieri parla di vero e proprio boom letterario che, nell’ultimo decennio, ha avuto il tema della traduzione e lo dimostra elencando una serie di opere, che saranno prese in considerazione.

La terza ed ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Anna De Pari
Laurea magistrale in Letterature e traduzione interculturale
Traduttrice EN-ES>IT
Roma

La traduzione nella narrativa

 Categoria: Traduzione letteraria

Questo lavoro si propone di prendere in considerazione i modi e le forme che la traduzione assume nel romanzo, a partire dal lavoro dello studioso contemporaneo Hans Christian Hagedorn. È La traducción narrada: el recurso narrativo de la traducción ficticia, pubblicazione della sua tesi di dottorato di Hegedorn presso l’Universidad Complutense di Madrid, a permetterci di analizzare in quale e quanti modi si è inserita la traduzione nella narrativa e quali siano le opere di riferimento da prendere come paragone.

Lo studioso afferma che nell’indagine delle relazioni fra il fenomeno linguistico e sociale della traduzione e la letteratura, si è da sempre privilegiato il punto di vista della traduzione e dei traduttori ed è stato trascurato l’approccio critico dal punto di vista letterario.
In effetti esistono solo pochi e sporadici tentativi di affrontare la traduzione come elemento narrativo; Hagedorn, invece, si ripropone di utilizzare una nuova ottica di studio e un nuovo metodo di lavoro. Se finora le domande guida per un’analisi di un testo sono state: «¿Qué es lo que ocurre cuando un traductor vierte un texto literario en otra lengua? ¿Cómo actúa la traducción sobre este texto? ¿Cómo lo interpreta, cómo lo reproduce y transforma?» (Hagedorn, 2006: 11), Hagedorn, al contrario, propone di partire da un’altra serie di domande, che invertono il punto di vista di partenza: «¿Qué es lo que ocurre cuando el autor de un texto literario alude al fenómeno de la traducción?¿Cómo refleja la literatura este fenomeno? Cómo lo interpreta, cómo lo retrata, cómo lo utiliza?» (Hagedorn, 2006: 11) e in particolare sceglie il romanzo come ambito di lavoro.

Per Hagedorn esistono varie forme di «traducción narrada», con diverse funzioni, e propone parametri per «establecer un inventario o muestrario amplio y representativo de obras» (Hagedorn, 2006: 19), come dicevamo, prendendo in considerazione una casistica occidentale in lingua tedesca, spagnola, francese, inglese e italiana. Adotta perciò un’ottica comparatistica, specificando oltretutto che si tratta di un approccio metodologico necessario, per comprendere come il fenomeno della rappresentazione letteraria della traduzione si sia inserito nella narrativa occidentale.

Abbiamo deciso di prendere in considerazione la classificazione che propone lo studioso tedesco, in quanto appare chiara e pratica, inoltre per ogni gruppo inoltre Hagedorn presenta una lista di opere letterarie inscrivibile nella categoria di riferimento.
Nella prima, quella della «traducción ficticia», fanno parte tutti quei testi che utilizzano come espediente narrativo la traduzione di un’ opera – fonte antecedente, ovvero tutte quelle opere in cui l’autore finge di aver tradotto un testo preesistente e la cui originalità sia legata a un’altra lingua. Espediente, peraltro, che vanta modelli di riferimento di tutto rispetto, ad ognuno dei quali dedica un capitolo d’analisi specifico, Persiles y Sigmunda di Cervantes, Lettres persanes di Montesquieu, The castle of Otranto di Walpole, Der goldne Spiegel di Wieland, Manuscrit trouvé à Saragosse di Potocki, Die Gelehrtenrepublik di Schmidt e Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, ma primo fra tutti il Don Quijote di Cervantes.
Nella seconda categoria Hagedorn inserisce tutti quei testi in cui gli autori fanno riferimento alla traduzione come tema o problema, come fenomeno linguistico, sociale e culturale, insomma come si rifaccia «a la ‘realidad objetiva’ y la ‘problemática’ de la traducción» (Hagedorn, 2006: 13). Viene quindi utilizzata in questo caso una prospettiva «descriptiva, analítica, histórica o teórica» (Hagedorn, 2006: 13). Secondo Hagedorn questa categoria di testi si limita a catturare la ‘realidad objetiva’ ed è in qualche modo limitante in quanto la traduzione come fenomeno linguistico non viene utilizzata come prospettiva interpretativa, ma viene invece postulata la problematica teorica.
È interessante notare come nel terzo gruppo tracciato dallo studioso la traduzione diventa un elemento simbolico di riferimento per la caratterizzazione dei personaggi, quella che in altri termini potremmo chiamare ‘La novela del traductor’.
Per quanto riguarda il quarto gruppo, Hagedorn propone un elenco di tutta una serie di opere in cui si fa riferimento alla traduzione come motivo letterario-simbolico, ovvero che «remite, de manera simbólica, a las principales ideas y los grandes temas sociales, históricos, estéticos o filosóficos tratados en la obra en cuestión» (Hagedorn, 2006: 15). In questo senso la traduzione si trasforma in un punto di vista, una maniera di interpretare e di riflettere la realtà circostante. Si tratta di testi che utilizzano simbolicamente il fenomeno linguistico per parlare dell’uomo moderno e le problematiche relative alla visione del mondo, della conoscenza e della comunicazione.

Il tema trattato verrà approfondito nella seconda e terza parte dell’articolo che saranno pubblicate domani e dopodomani.

Autore dell’articolo:
Anna De Pari
Laurea magistrale in Letterature e traduzione interculturale
Traduttrice EN-ES>IT
Roma

Traduzione audio-visiva: riflessioni

 Categoria: Servizi di traduzione

In questo articolo vorrei soffermarmi sulla traduzione audio-visiva e in particolare sul doppiaggio e sul sottotitolaggio, indispensabili per la circolazione di un’opera cinematografica al di fuori del paese d’origine.
La traduzione audio-visiva è spesso sottovalutata e di conseguenza poco studiata perché ritenuta quasi esclusivamente uno “stratagemma distributivo” finalizzato alla “localizzazione” del prodotto il cui valore artistico e professionale si ritiene di scarsa qualità. Invece, al contrario di quello che si crede, la traduzione audio-visiva necessita di competenze specifiche sia sul piano culturale che artistico.

La traduzione audio-visiva è determinante per quanto riguarda il “successo” di un’opera cinematografia al di fuori del paese in cui è stato prodotto. Se all’epoca del cinema muto la traduzione era irrilevante per la riuscita di un’opera cinematografica in quanto si limitava solo a tradurre le didascalie nelle diverse lingue, dal 1927 e con l’uscita del primo film con colonna sonora sincronizzata all’immagine (The Jazz singer di Alan Crosland), la traduzione diventa fondamentale per il successo e la diffusione di un’opera cinematografica a livello mondiale.
Il problema che si presenta nel momento di tradurre un’opera audio-visiva non riguarda soltanto il tradurre dialoghi e adattarne lunghezza e fonazione ai dialoghi del film secondo le regole del cosiddetto meccanismo “fono-labiale” nel caso del doppiaggio, o il sintetizzarne il più possibile i contenuti per farli apparire contemporaneamente alle immagini nella tecnica del sottotitolaggio, ma è qualcosa di più. Si tratta più che altro di restituire un ordine di idee artistico e culturale assorbendo “lo spirito” della lingua originaria.

Proviamo a riflettere sui diversi problemi in cui un traduttore di audiovisivi può incorrere. Pensiamo per esempio agli elementi colloquiali, ai termini in dialetto, alle citazioni legate alla cultura del “testo” originale e che uno spettatore straniero non riuscirebbe a comprendere pienamente. Il traduttore di audio-visivi si trova davanti a tutto questo.
Per svolgere questa professione, oltre ad avere una grande passione per il cinema (e per la televisione in generale), e una conoscenza molto approfondita delle lingue, sono necessarie delle tecniche specifiche e tanta pratica; proprio per questo alcune Università offrono dei corsi ad hoc per “formare” coloro i quali fossero interessati ad intraprendere questa carriera… e se anche voi lo siete… In bocca al lupo!

Autore dell’articolo:
Dott.ssa Elvira Gariano
Traduttrice EN-ES>IT
San Giuliano – Milano

Der, die o das: questo è il problema!

 Categoria: Le lingue

Come si legge in tutti i libri di grammatica tedesca, l’articolo è uno dei componenti indispensabili della frase, poiché, grazie ad esso, è possibile stabilire il genere, il numero ed il caso del nome a cui si riferisce.
Il traduttore, a maggior ragione, lo considera essenziale per poter comprendere la costruzione del periodo e, di conseguenza, per poter riprodurre fedelmente il messaggio, che l’autore del testo vuole trasmettere ai lettori.

La domanda, quindi, sorge spontanea: come si determina l’articolo di un vocabolo, di cui, probabilmente, si conosce anche il significato, ma di cui si ignora il genere? Tenendo bene a mente il fatto che in tedesco, a differenza della lingua italiana, esistono tre generi (maschile “der”, femminile “die” e neutro “das”), la risposta è più semplice di quanto si possa immaginare: imparare a memoria! Non esiste, infatti, una ricetta segreta, che possa permettere al traduttore di identificare qualsiasi articolo senza l’ausilio del dizionario, una ricetta che possa alleviare tutte le sue fatiche ed evitare questa inutile e ripetitiva perdita di tempo.
E dunque … chi non ha mai perso le staffe, nemmeno una volta, di fronte agli articoli tedeschi, chi, consapevole della loro importantissima funzione, non si è mai arreso di fronte all’amara realtà, alla loro inequivocabile superiorità, faccia un passo avanti!

Nonostante l’articolo segua, come si è detto, una particolare razionalità a noi totalmente sconosciuta, esistono alcune regole, anche se non sono numerose, che permettono il riconoscimento immediato del genere ed accendono una piccola speranza nel cuore del traduttore o di chi studia la lingua tedesca. Innanzitutto, sono tutti maschili i sostantivi che presentano le seguenti desinenze: -ent, -ant, -or, -ig, -ich, -ling, -ismus, -en (ad eccezione degli infiniti sostantivati), -el (ad eccezione di: das Pendel, die Schachtel), -er (ad eccezione di: das Fenster, die Schwester, die Mutterdas Zimmer); i giorni della settimana, i mesi e le stagioni. Sono femminili i nomi che terminano in: -ung, -heit, -keit-schaft,-anz, -enz, -ion, -ei, -ie, -ik,
-ur
, -tät, -e (ad eccezione dei sostantivi che hanno una declinazione debole, degli aggettivi sostantivati ed alcune altre parole, quali: das Ende, der Schnee, das Auge, der Kaffee, der Tee,…) e i numeri.

I sostantivi con le seguenti desinenze, infine, sono neutri: -chen, -lein, -o, -ment, -um (ad eccezione di alcune parole, tra cui: der Irrtum, der Reichtum,…), le lettere, gli infiniti sostantivati, la maggior parte dei sostantivi che iniziano con Ge- (alcune eccezioni: der Gewinn, die Gewalt, die Gestalt,…), le medicine, i metalli e le sostanze chimiche.

Inoltre, se si utilizza un articolo diverso, può accadere che ciò modifichi non solo il genere grammaticale, ma anche il significato del sostantivo stesso; i casi più noti sono: der See (m) = il lago – die See (f) = il mare; der Leiter (m) = il direttore – die Leiter = la scala. Perciò, nel caso in cui non si può fare affidamento sulla propria ferrea memoria o nessuna regola grammaticale può venire in nostro aiuto (come, purtroppo, capita spesso!), alla domanda “der, die o das?”, ahimè … è meglio rispondere, anche se a noi duole dirlo, con l’aiuto del vocabolario, evitando, così, di cadere in errore.

Autore dell’articolo:
Debora Colombo
Traduttrice EN-DE › IT
Filattiera (MS)

L’importanza delle lingue

 Categoria: Le lingue

Le lingue del mondo sono davvero tante, alcune sono molto conosciute, come quelle europee, altre invece di meno, soprattutto quelle parlate in zone remote del nostro pianeta. Oggi conoscere le lingue è un requisito importantissimo, non solo per entrare nel mondo del lavoro, ma anche a livello umano perché le lingue avvicinano e uniscono persone diverse tra loro per lingua, cultura, religione e colore della pelle. A mio avviso, non c’è niente di più bello che scoprire qualcosa dell’altro diverso da noi. Attraverso le lingue noi possiamo capire la cultura di un determinato paese, della sua popolazione e risalire alla sua storia.

Sui banchi di scuola studiamo le lingue, ma ci limitiamo alle sole strutture grammaticali, senza dare importanza a quello che c’è dietro lo studio di una lingua straniera, senza interrogarci sui perché delle diverse strutture grammaticali e su come le lingue si sono evolute nel tempo. Le lingue sono impiegate in diversi ambiti: l’Italia è membro di Organizzazioni Internazionali per cui è spesso sede di incontri e conferenze internazionali presenziate dai più potenti capi di stato del mondo ed è in questo contesto che si affrontano diversi temi in tante lingue diverse e a questo punto entra in gioco una figura importantissima: il traduttore.

Spesso il traduttore è una figura che non viene presa molto in considerazione, invece ha un compito molto difficile. Ci sono vari tipi di traduzioni e tutte si effettuano con gli stessi criteri. Il traduttore è colui che interpreta il significato di un testo e ne produce un altro equivalente a quello originale. Tradurre è un lavoro molto impegnativo, a un traduttore occorrono ore ed ore di lavoro per far sì che il testo tradotto si avvicini il più possibile all’originale ed è grazie al lavoro dei traduttori che noi possiamo leggere i grandi capolavori della letteratura straniera e quindi capire la storia e la cultura di paesi tanto diversi dal nostro. Un bravo traduttore deve saper trasmettere il significato di ciò che ha tradotto al lettore e suscitare in lui emozioni per ciò che legge.

Concludendo, voglio invitare tutti gli studenti di lingue straniere ad affrontare lo studio delle lingue con maggiore impegno e dedizione, non fermandosi solo alla grammatica ma andando anche oltre perché il mondo delle lingue è sempre un mondo da scoprire, che affascina sempre di più.

Autore dell’articolo:
Annarita Sola
Traduttrice EN-ES>IT
Siano (SA)

Lo Spanglish

 Categoria: Le lingue

E’ difficile dire con precisione cosa sia lo “Spanglish”, sicuramente non è una lingua, e neanche un dialetto. Se proprio si vuole dare una definizione, lo si può descrivere come una forma di contatto tra due lingue, in questo caso lo Spagnolo e l’Inglese, la cui mescolanza ha dato vita ad una nuova forma di comunicare, lo “Spanglish” appunto. Spesso a questo termine è stata data una connotazione negativa, per lo più da parte degli Americani, che nello “Spanglish” vedono una invasione della lingua Spagnola in quella Inglese (ma in realtà la minaccia è per entrambe le lingue). Ma cerchiamo ora di capire più dettagliatamente che cosa sia lo “Spanglish”.  Con questo termine di solito si indica una lingua spagnola non-standard che contiene prestiti dall’inglese. Negli Stati Uniti lo “Spanglish formale” viene usato da una buona parte della popolazione di origine ispanica, per lo più appartenente a classi sociali medio basse. Tra i giovani è diffusissimo, grazie soprattutto ad internet. Il motivo di una così ampia diffusione è che spesso lo Spanglish, in un dialogo, riesce a colmare le carenze di vocabolario da parte di uno dei due interlocutori. In altre parole viene usato per sopperire alle lacune di conoscenza di termini inglesi. Per colmare queste lacune quindi si è venuto a creare una specie di ibrido linguistico. Parlare Spanglish vuol dire esprimersi un po’ in spagnolo, un po’ in inglese, il tutto ovviamente a discapito della purezza linguistica, come molti detrattori dello Spanglish sostengono.

Nella forma scritta dello Spanglish molte parole inglesi vengono “ispanizzate” : è il caso di “night” che diventa “nait”, o “trouble” che diventa “tràbol”, oppure “meeting” che diventa “mitin”. Bisogna riconoscere che qualsiasi purista della lingua inglese storcerebbe il naso di fronte a tali stravolgimenti della propria lingua.
Nella lingua parlata poi sono innumerevoli gli esempi di Spanglish, di seguito elencati :

- il verbo start (Inglese), prender (Spagnolo), diventa “startear”.
- il termine glass (Inglese), vaso (Spagnolo), diventa “glasso”.
- il verbo to shop (Inglese), ir de tiendas (Spagnolo), diventa “chopear”.
- il termine break (Inglese), frenos (Spagnolo), diventa “brecas”.

Questi sono solo alcuni dei principali esempi, ma il lessico dello Spanglish è veramente molto ricco, soprattutto in settori quali l’informatica, dove l’invasione di termini spanglish è massiccia, vedi il caso della parola inglese chat, che in “lingua” Spanglish diventa “chatear”, oppure del verbo to click, che diventa “clikear”, o ancora del verbo to print che diventa “printear”.

Lo Spanglish è anche contraddistinto dal cosiddetto code-switching, ovvero sia la possibilità in un discorso di passare da una lingua all’altra, alternando parole inglesi a parole spagnole, o viceversa. Non di rado quindi si può assistere a conversazioni veramente bizzarre, dove non si capisce esattamente cosa sia spagnolo e cosa sia inglese.

Un’altra caratteristica dello Spanglish è quella di aver copiato espressioni inglesi ed averle “spagnolizzate”. Alcuni esempi sono :
- “see you soon” trasformato in “te veo”.
- “I’ll call you back” trasformato in “te llamo para atras”.

In conclusione, sarebbe arduo definire lo Spanglish come lo spagnolo del futuro, piuttosto si potrebbe osservare come il fenomeno Spanglish abbia dimostrato ancora una volta la grandissima personalità della lingua spagnola che, piuttosto che lasciarsi sopraffare dall’uso smodato di termini inglesi, preferisce adottarli apportando loro alcune modifiche, magari a volte anche in modo un po’ comico.

Autore dell’articolo:
Domenico Sisca
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