Le traduzioni in Giappone a inizio ‘900 (2)

 Categoria: Storia della traduzione

La necessità di costruire una società di uomini produttivi, brillanti e ben educati era comunque anche nell’interesse dello stesso governo Meiji, in questi anni infatti numerosi giovani giapponesi venivano mandati all’estero a studiare, per poi tornare ad insegnare in patria e diffondere la cultura moderna internazionale. Anche una delle figure più importanti dell’epoca, Fukuzawa Yukichi, invitava nella sua opera principale i giovani a studiare, a nutrire la propria intelligenza, perché questo è l’unico modo per ottenere tutto ciò che si vuole. In particolare Fukuzawa incoraggiava lo studio delle lingue straniere e l’utilizzo dei testi occidentali sia tradotti, sia in lingua originaria.

Le opere occidentali assunsero quindi un ruolo primario nello sviluppo della letteratura moderna giapponese e nella creazione di una nuova mentalità. Moltissimi degli scrittori giapponesi più rinomati di inizio ‘900 hanno iniziato la loro carriera come traduttori. Primo fra tutti Mori Ogai, che grazie alle sue traduzioni dal tedesco ha introdotto in Giappone il Romanticismo e il Naturalismo, e, di conseguenza, tutta l’ideologia che stava dietro queste correnti. L’individualismo, l’amore romantico, la denuncia sociale, la ricerca della realtà, sono solo alcune delle concezioni che il Giappone mancava quasi totalmente. Basti pensare che prima di questo boom culturale una parola “semplice” come “Libertà” non esisteva nel lessico autoctono.
Ovviamente non tutti accettarono a piè pari l’invasione delle idee occidentali, anche nel mondo letterario ci furono numerosi dibattiti e lotte per trovare il modo di fondere il nuovo e il vecchio, difendendo allo stesso tempo la ricchissima e antica tradizione della letteratura giapponese.
Ci furono anche autori molti famosi, come Soseki, Tanizaki e Kafu, che dopo una vita di amore e ammirazione per la letteratura europea alla fine rivalutarono la propria storia e cultura, capendo che non aveva nulla da invidiare a quella degli altri paesi.

In Giappone probabilmente la diffusione del pensiero ha quindi impiegato più tempo e fatica a raggiungere un obiettivo definito e duraturo nel tempo. Anche qui però alla fine è stato, più di ogni altra cosa, il fattore decisivo che ha portato alla modifica di alcuni aspetti negativi della società e che ha aggiunto dei valori necessari per l’evoluzione del genere umano. Tutto ciò non sarebbe mai potuto avvenire senza l’esistenza di artisti geniali nel corso dei secoli, ma allo stesso tempo, è anche grazie al lavoro dei traduttori che le idee hanno avuto la possibilità di circolare e cambiare effettivamente il mondo.

Autore dell’articolo:
Giulia Magni
Traduttrice JP-EN>IT
Roma

Le traduzioni in Giappone a inizio ‘900

 Categoria: Storia della traduzione

Gran parte dei passi avanti che l’umanità ha compiuto nel tempo sono stati possibili grazie alla diffusione e alla condivisione della cultura e delle idee tra i vari paesi del mondo. E’ un fatto universalmente riconosciuto e, in particolare per gli Europei, può sembrare semplicemente ovvio.
Stesso discorso non vale però per un paese come il Giappone, che fino al XIX secolo ha mantenuto una politica di conservazione e chiusura nei confronti dell’esterno e in particolare dell’Occidente.

Il 1868 segnala in Giappone l’inizio dell’epoca Meiji (1868 – 1912), la cosiddetta “era moderna”.
E’ in questo momento che il paese pone fine al regime militare e centralizzato che era stato al potere per più di cinque secoli, e inaugura un periodo di restaurazione politica, sociale ed economica assumendo una struttura governativa in stile occidentale.
La repentina apertura al resto del mondo portò nuovi stimoli in ogni campo possibile, tra questi non poteva mancare senza dubbio quello letterario. E’ in questi anni infatti che appaiono i primi lavori di traduzione di testi occidentali. In realtà già in passato alcuni testi stranieri erano stati importati in Giappone, ma erano per lo più manuali tecnici, linguistici o testi religiosi, cioè veniva tradotto ciò che poteva essere utile a livello pratico. Dall’inizio dell’epoca Meiji però anche le opere letterarie riuscirono ad ottenere la loro collocazione nello sviluppo di una nuova identità e società per il Giappone.

Il ruolo di estrema importanza che queste traduzioni rivestirono è identificabile già da due dei primi testi occidentali ad aver raggiunto il successo in Giappone.
Uno di questi è praticamente sconosciuto in Europa, “Self-help” di Samuel Smiles (1859), l’altro invece è una delle opere più importanti della storia della letteratura moderna, il “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe (1719). Entrambi i testi introducono una nuova figura di protagonista: l’uomo moderno che riesce a raggiungere i propri obiettivi attraverso il lavoro, l’educazione e la forza di volontà. In Self-Help vengono narrate le storie di uomini che nonostante la nascita in una famiglia povera riescono a diventare ricchi e famosi grazie allo studio e al duro lavoro. Robinson Crusoe, uno dei romanzi più tradotti al mondo, è l’opera che rappresenta l’ascesa dell’Illuminismo e del nuovo ceto borghese in Europa. In un paese come il Giappone nel quale il gruppo è sempre stato più importante dell’individuo, queste erano concezioni del tutto nuove.

A domani la seconda parte di questo interessante articolo.

Autore dell’articolo:
Giulia Magni
Traduttrice JP-EN>IT
Roma

La traduzione perfetta

 Categoria: Traduttori freelance

Circostanza irripetibile, per un traduttore, quella in cui gli è permesso di adagiarsi nel letto dei suoi pensieri e di esprimerli liberamente senza i vincoli che un testo da tradurre pone.
Questo blog, con i suoi articoli, ci dona la possibilità di sguinzagliarci nell’ambito delle nostre competenze professionali, raccontarci liberamente ed in maniera del tutto personale.
Tanto si è detto e tanto si dice riguardo alla traduzione di testi, alle tecniche e alla storia della traduzione ma il dato certo che emerge è che non possiamo mai avere una traduzione “perfetta”, “ideale” (tranne che per brevi frasi non specifiche della lingua di partenza), cioè un tipo di risposta esatta e unica come si può trovare per un problema matematico o scientifico.
Nonostante sia soggetta a metodi scientifici, come elaborazione di ipotesi, valutazione, raccolta, riesame ed osservazione, la traduzione è ben lontana dall’essere una scienza esatta.

Poiché non esiste né la lingua perfetta né, tantomeno, la traduzione perfetta, il compito del traduttore diventa quello di accompagnare il lettore attraverso il confine tra due mondi e culture diverse, senza illuderlo di trovarsi nel testo originario.
A Umberto Eco va il merito di avere definito in maniera chiara il percorso del traduttore, che è quello di produrre più che la “stessa cosa”, “lo stesso effettoin una lingua o in un linguaggio diverso. Per ottenere questo risultato, il traduttore, consapevole delle differenze esistenti tra la propria cultura e quelle proprie delle lingue che deve tradurre, affronta il vero scopo del suo lavoro, creando un “metatesto”, che rifletta il significato e lo stile del “prototesto” e considerando la possibilità di rinunciare a qualcosa: la traduzione più “fedele” diventa così il risultato di un processo continuo di negoziazione, di un accordo tra gli autori e i testi in cui tutte le parti in gioco escono “con un senso di ragionevole e reciproca soddisfazione sulla base dell’aureo principio per cui non si può avere tutto” (Luciano Minerva).

Alunna diligente di un liceo classico affrontai una delle prime prove di traduzione dal greco all’italiano forse con eccessivo entusiasmo, i caratteri greci della frase da tradurre mi dicevano “Nel vino vi è il vero“, apparentemente questa frase mi sembrava non comunicasse molto, mi ci volle un po’ di coraggio per concludere, in questa mia traduzione dal greco all’italiano, che “In vino veritas”.

Autore dell’articolo:
Caterina Russo
Laureata in “Lettere e filosofia”
Corso di laurea in “Lingue e letterature straniere”
Traduttrice ES-FR>IT
Giugliano in Campania (NA)

Conservazione dei termini originali

 Categoria: Traduttori freelance

Sempre più spesso accade di trovare termini inglesi che prima vengono sfoggiati come si sfoggia un paio di scarpe griffate e poi, trascorso un determinato lasso di tempo, diventano parte integrante del nostro vocabolario. Pensate alla parola “computer”, il suo corrispondente italiano non è molto orecchiabile, ma esiste ed è “calcolatore”. Tuttavia, persino le persone di una certa età hanno raggiunto una certa familiarità con la parola “computer” anche se non accettano il fatto che termini in consonante e tendono a inserire la “e” finale per sentirla meno straniera!

Nell’ambito informatico la scelta di adottare termini di inglese americano è quasi obbligata in quanto le ventate di innovazione arrivano spesso e volentieri dagli Stati Uniti e nel nostro vocabolario non esiste niente in grado di tradurre quel concetto. Una perifrasi sarebbe inappropriata perché il mondo della comunicazione di oggi si muove veloce. Tutto deve essere rapido e immediato (già l’aggettivo “fast” è preferibile a “veloce”, si risparmiano ben due lettere!).

L’alternativa al termine inglese vero e proprio è quello di coniare dei, talvolta orribili, calchi. E’ per questo che chattiamo, scannerizziamo, postiamo e ancor peggio googliamo!
Ad ogni modo, l’inglese è insostituibile nel campo informatico e soprattutto nell’era attuale del Web 2.0 in cui le distanze geografiche sono state abbattute. E’ assolutamente necessaria l’adozione di una lingua franca che tutti possano usare per produrre contenuti e comprendere i contenuti generati da altri. E in fondo gli italiani sono allenati ai prestiti e ai calchi dall’inglese, siamo o non siamo un popolo di “latin lover”, con fama di grandi “flirtatori”?

Non ci resta che consolarci pensando al fatto che anche all’estero molti dei termini della nostra lingua madre sono presi e incorporati senza modifica alcuna nel vocabolario nazionale… Peccato che si tratti sempre e soltanto di termini culinari: pizza, pasta, spaghetti, parmigiano, mozzarella, maccheroni e chi più ne ha più ne metta!

Autore dell’articolo:
Letizia Parri
Laureanda in lingue e comunicazione interculturale
Traduttrice freelance IT<>EN
Arezzo

L’autotraduzione: un caso di traduzione (3)

 Categoria: Storia della traduzione

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che alcuni scrittori decidono di autotradursi solo per delle mere questioni commerciali, ovvero per raggiungere una diffusione più ampia facendo coincidere la pubblicazione dell’originale con quello autotradotto nella lingua dominante. In questo modo, ci accorgiamo che l’autotraduzione, proprio come ogni traduzione, non è mai innocente, basti riportare l’esempio citato dal docente di traduzione Francesc Parcerisas (2009) nel suo articolo. Quest’ultimo ci riporta il caso di un’autrice catalana, Maria de la Pau Janer, le cui opere autotradotte vengono vendute come versioni originali. Esistono, comunque, autori che scelgono di cimentarsi in questa prova per dare un valore aggiunto ai propri testi e perché sono convinti che solo loro possano interpretare al meglio la propria creatura.
Parcerisas si chiede, inoltre, quali siano le implicazioni ideologiche dell’autotraduzione quando essa non è resa manifesta, ma sottilmente celata. A tale proposito, Rainier Grutman (2009), citando lo scrittore Even Zohar, sottolinea che spesso i contatti tra letterature hanno una natura asimmetrica, «No hay igualdad en los contactos literarios» (Zohar 1978: 49, citato in Grutman 2009: 127). Per questo motivo la traduzione è una forma di contatto tra sistemi letterari di vario prestigio e status, dove c’è sempre qualcuno che domina su un altro. Grutman riprendendo Pascale Casanova, discepola del famoso sociologo Bourdieu, afferma:

Lejos de ser un intercambio horizontal o el transvase pacífico a menudo descrito, la traducción no se puede comprender, al contrario, que como un «intercambio desigual» que se produce en un universo fuertemente jerarquizado. Resulta que se la puede describir como una de las formas específicas de la relación de dominación que se ejerce en el campo literario internacional (Casanova 2002: 7-8, citato in Grutman 2009: 127).

Se seguiamo questa tesi, possiamo affermare che la posizione di una letteratura dipende dal prestigio della lingua in cui è scritta e non dalla qualità delle sue opere. Secondo Grutman, inoltre, l’autotraduttore si trova spesso costretto a scegliere tra due strade: da una parte la universalidad sin autenticidad, ovvero il desiderio di essere letto da un pubblico più ampio, che compromette, tuttavia, l’uso della lingua materna e determina autotraduzioni non molto fedeli all’originale; dall’altra, la autenticidad sin universalidad, in cui si traduce l’opera rispettando la propria lingua e le proprie traduzioni senza cercare di modificarla per renderla più vicina ai gusti del pubblico della lingua d’arrivo.

L’articolo è l’adattamento di un paragrafo presente nella mia tesi di laurea dal
titolo “Bernardo Atxaga riflette sulla traduzione

Autore dell’articolo:
Pamela Ursillo
Aspirante Traduttrice (Laurea specialistisca in Letterature e Traduzione Interculturale: Spagnolo e Francese)
Pomezia (RM)

L’autotraduzione: un caso di traduzione (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Chi è l’autotraduttore e come si relaziona questo fenomeno con la traduzione classica? Secondo Helena Tanqueiro, l’autotraduttore non è altro che un traductor privilegiado: una figura che svolge il lavoro di traduttore a tutti gli effetti, ma che ha il vantaggio di conoscere perfettamente le intenzioni dell’autore. L’autotraduttore, quindi, è sostanzialmente un traduttore, sebbene, a differenza di quest’ultimo, abbia molte più libertà e per questa ragione può essere definito un traduttore speciale. Secondo la già menzionata Tanqueiro, i motivi principali di questa posizione privilegiata sono:

- por su condición de lector modelo que nunca malinterpretará al autor
- por su doble condición de autor en la lengua de partida y en la lengua de llegada que le permite licencias en el momento de traducir su obra, pero con las limitaciones propias de la traducción que son el universo ficcional preestablecido y las implicaciones del encargo;
- por su bilingüismo y biculturalismo esenciales que anulan las dificultades de comprensión/expresión que pueden influir en casa traductor;
- por su «invisibilidad» real, en el sentido positivo que tiene el concepto
(1999: 26).

Osservando l’autotraduzione nella penisola iberica ci accorgiamo che essa è caratterizzata da una sorta di unidirezionalità: tutti si autotraducono prevalentemente in spagnolo e sono rari i casi in cui un’opera castigliana sia stata tradotta in una lingua minoritaria. Il pensiero dominante, infatti, è che tutti gli spagnoli, a dispetto del loro idioma materno, possano esprimersi e comprendere la lingua nazionale. A questo punto, vale la pena domandarsi, se conoscono il castigliano e, in teoria, possono tradurre le proprie opere, perché non lo fanno tutti gli autori? In effetti, il fatto di essere bilingue sembra quasi presupporre che l’autotraduzione sia messa in pratica da tutti. Ciò nonostante, esistono autori che preferiscono non tradurre le proprie opere affermando che non si viene a creare quella distanza che, invece, dovrebbe esistere tra il testo e il traduttore. L’autotraduttore finisce, infatti, per essere troppo coinvolto e non può perciò essere del tutto fedele, ma rischia, al contrario, di ricreare, dato che nel fondo della sua anima rimane sempre uno scrittore.
L’autore basco Anjel Lertxundi giustifica così la scelta di non tradurre le proprie opere:

El texto publicado en lengua basca y el publicado en castellano son diferentes. Yo diría que el texto castellano tiene un toque extra. De alguna manera, realizzando una especie de progresión del trabajo, trampeando aquí y allí, evitando los puntos débiles del texto original, tratándolo de forma distinta, he traicionado al texto original (Lertxundi: 1999,citato in Aiora 2005: 7).

La terza ed ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Pamela Ursillo
Aspirante Traduttrice (Laurea specialistisca in Letterature e Traduzione Interculturale: Spagnolo e Francese)
Pomezia (RM)

L’autotraduzione: un caso di traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

L’autotraduzione è, secondo il docente di filologia italiana Raffaele Pinto, un procedimento che è sempre presente nel nostro comportamento linguistico, una funzione insita nel nostro processo mentale. Pinto, infatti, afferma che ogni volta che scegliamo di usare una parola piuttosto che un’altra «[...] ci traduciamo da un registro all’altro» (2008: 268). Affidandoci alla definizione del Dictionary for the analysis of literary translation di Popovic, ripreso da Simona Cocco nel suo articolo, l’autotraduzione è «The translation of an original work into another language by the author himself» (Popovic1976:19, citato in Cocco 2009: 103).
Fino agli anni settanta del Novecento, l’autotraduzione è stata considerata una variante, un caso estremo della traduzione che poteva contare pochi esempi. In questi ultimi anni, invece, l’autotraduzione ha avuto sempre più spazio e ha suscitato l’interesse di molti studiosi: la rivista letteraria «Quimera» le ha dedicato un intero numero e il gruppo di ricerca Autotrad, attivo dal 2002 presso l’Università di Barcellona, svolge studi approfonditi sull’argomento. Analizzando il panorama spagnolo, Julio César Santoyo è colui il quale ha messo in discussione l’eccezionalità dell’autotraduzione, sostenendo, al contrario, che essa sia un fenomeno alquanto diffuso nella storia della letteratura. Il docente spagnolo, infatti, afferma nel suo articolo Traducciones de autor: una mirada retrospectiva:

No estimo antes raras excepciones, sino ante un corpus inmenso, cada vez mayor, de textos traducidos por sus propios creadores. Lejos de ser un ‘caso marginal’ como también se la ha denominado, la traducción de autor cuenta con una larga historia y es hoy en día uno de los fenómenos culturales, lingüísticos y literarios más frecuentes e importantes en nuestra aldea global, y desde luego merecedora de mucha más atención de la que hasta ahora se le ha prestado (Santoyo 2002: 32, citato in Cocco 2009: 104).

Grazie alla ricerca di Santoyo, si è potuto costatare che la pratica autotraduttiva non è così rara come avevano affermato grandi scrittori tra i quali Antoine Berman: «Pour nous, les autotraductions sont des exceptions» (1984: 23, citato in Santoyo 2005 : 858). Santoyo ha ripercorso questo fenomeno da un punto di vista storico nel suo articolo Autotraducciones: una perspectiva histórica (2005) e ha scoperto che si tratta di una pratica usata già nel Medioevo: lo storico ebreo Flavius Josephus nel 75 D.C. traduce la propria opera in greco e, tra il XII e il XIII secolo, il vescovo Robert Grosseteste si autotraduce in tre lingue, latino, francese e inglese. Il più famoso, tuttavia, è lo scrittore catalano Ramon Llull (1232 – 1316), autore di una produzione letteraria immensa, che ha tradotto di proprio pugno in catalano, latino e arabo.

Il tema trattato verrà approfondito nella seconda e terza parte dell’articolo che
saranno pubblicate domani e dopodomani.

Autore dell’articolo:
Pamela Ursillo
Aspirante Traduttrice (Laurea specialistisca in Letterature e Traduzione Interculturale: Spagnolo e Francese)
Pomezia (RM)

Traduzione: l’arte della condivisione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

La conoscenza di un’altra lingua, tanto per saperla parlare e tradurre appena al di là del senso letterale, o tanto per sapersi muovere per fini turistici o lavorativi, è sterile, senz’anima. La vera conoscenza di un’altra lingua, invece possiede un’anima passionale che cerca di trasmettere e di tradurre l’infinita dote culturale di un popolo.

Il traduttore non finisce mai di conoscere, di scoprire; questa smania di conoscenza lo porta ad accanirsi nella ricerca non solo della migliore traduzione, ma della perfetta traduzione. L’artista traduttore legge l’opera dapprima nella sua globalità, ne comprende il genere, lo stile, il tema, i toni, i sentimenti; successivamente approfondisce il significato di alcuni termini o espressioni per scolpirli in un’altra lingua, solitamente la propria, al fine di trasmettere ai lettori le stesse sensazioni suscitate nella lingua originale. Tradurre una proposizione suscitando le stesse sensazioni di stupore, di collera o anche di banale noia, è per il traduttore un’impresa ardua ma non impossibile, è sicuramente un divertimento mentale molto impegnativo ed elevato alla massima concentrazione. La traduzione di un testo letterario, tecnico, economico o giuridico, è, dunque, un’attività responsabile e morbosamente precisa.

Nello specifico giuridico, i traduttori con studi giuridici alle spalle, si rendono conto maggiormente dei problemi interpretativi che dovranno affrontare. Un testo giuridico e una norma giuridica devono essere commentati con la stessa terminologia in cui sono stati espressi, per non rischiare di allontanarsi dall’interpretazione giurisprudenziale o dottrinale predominante. Un giurista non deve spiegare la norma con parole sue, talvolta può essere rischioso anche l’uso dei sinonimi. Immaginate ora di rendere comprensibile quel precetto in un’altra lingua, è veramente un’attività impegnativa ma affascinante a cui può aspirare solo chi fa dell’arte e del mestiere della traduzione, una vera e propria appassionante professione, perché tradurre è veramente bello.

Autore dell’articolo:
Elena Ramponi
Traduttrice FR >IT
Corbetta (MI)

Traduzione: l’arte della condivisione

 Categoria: Traduttori freelance

L’uomo, da sempre, interpreta e traduce sensazioni, sguardi, scritti e segni, in deduzioni e pensieri. Così si è svolta la vita di tutti i giorni in tutti i tempi, così è nata la Storia, interpretazione di segni concreti e figurati. Non si è trattato di una semplice attività, ma di una vera e propria impresa. L’arte della traduzione, in senso lato, è innata nell’uomo, ma non tutti si fermano a riflettere, infatti agiscono d’istinto, improvvisano; non si vogliono complicare troppo la vita, ma che gliene importa, sarà come sarà.

Traduciamo i nostri pensieri in atteggiamenti fisici gioiosi oppure in stati fisici dolorosi, i nostri stati d’animo parlano attraverso il nostro corpo. Il gioire ed il disperarsi si traducono nella passione per la conoscenza di se stessi e di coloro che ci girano attorno come microcosmi in cerca d’attenzione e d’aiuto. Ci giungono così degli stimoli e degli avvertimenti; la difficoltà sta nel far riaffiorare in noi la sensibilità di captarli, interpretarli e tradurli in motivi.
Tradurre significa interpretare, un’arte difficile e ricca di significati ma soprattutto di scoperte che non tutti apprezzano, che alcuni sottovalutano, di cui altri si appropriano gelosamente e ne rifiutano la condivisione, ma in cui tanti altri credono fermamente e passionalmente, essi sono i veri traduttori. L’attività del tradurre ci porta lontano, oltre i confini regionali e nazionali, soprattutto ora che siamo nel tempo della mondializzazione.

I traduttori si sentono attratti dalla conoscenza, dal voler far conoscere, in poche parole dal “voler condividere”. Il primo passo per un ambizioso traduttore è imparare l’altra lingua nel vero senso del termine, ossia immergersi a più non posso nella cultura dell’altro, mole immensa di consuetudini, di vita quotidiana, religiosa, politica, economica, giuridica, sociale.

La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Elena Ramponi
Traduttrice FR >IT
Corbetta (MI)

Traduzione e localizzazione nel settore IT (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

L’inglese, eccezion fatta per i bilingue, resta una lingua straniera e, per quanto bene la si possa padroneggiare, un lettore medio sottoposto allo stimolo continuo e coatto di tradurre e interpretare dei contenuti, a volte anche molto complessi , fa presto a perdere il piacere della lettura e, con esso, l’interesse verso il contenuto. Così una brochure, per esempio, concepita per facilitare la diffusione della conoscenza (e quindi anche l’acquisto) di un prodotto o di un servizio, perde il fine per il quale è stata concepita. Per un’azienda questo può tradursi in un mancato ricavo (e prima o poi svilupperanno un software in grado di quantificarlo!). Allo stesso modo, quando i contenuti riguardano, per esempio, la risoluzione di un problema tecnico, questo può impattare significativamente sulla soddisfazione del cliente (customer satisfaction) e quindi sulla sua fidelizzazione.

Un altro fenomeno diffuso è quello della cattiva traduzione dei contenuti web (soprattutto delle pagine destinate ai Distributori (VAD), Rivenditori (VAR), System Integrator (SI), Sviluppatori (ISV) e altre società partner) quando questa viene affidata a traduttori automatici o a personale con buona conoscenza della lingua di partenza ma con una scarsa conoscenza della lingua di destinazione (appunto l’italiano). Questa pratica provoca i danni peggiori in quanto non c’è niente di peggio, per chiunque con un minimo di alfabetizzazione, che leggere la propria lingua deformata e mortificata. Eppure si tratta di un fenomeno talmente diffuso e accettato che all’interno delle comunità dei suddetti destinatari spesso ci si adegua all’errore, adottando nel liguaggio parlato palesi storpiature terminologiche (frutto della cattiva traduzione) al solo scopo di intendersi. Questo avviene perchè, malgrado tutto, e come ci ricordavano i latini, un documento scritto conserva sempre una sua intrinseca autorevolezza.

Questo fenomeno può portare alla nascita di sotto-idiomi di piccole comunità, ma fuori da quel contesto non ha nessuno sviluppo e non produce alcun miglioramento della comunicazione in senso lato. Un errore di traduzione, per quanto piccolo, può inficiare la relazione di fiducia tra chi scrive e chi legge trattandosi di un errore di comunicazione a tutti gli effetti che non ha tempo e occasione per essere corretto.

Autore dell’articolo:
Paola Minieri
Proficiency in English
Esperta linguaggio e best practise IT
Milano

Traduzione e localizzazione nel settore IT

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Ero un colletto bianco e per scelta personale ho rinunciato ai miti del “posto fisso” e del “contratto a tempo indeterminato” per dedicare tempo e energie, visto che sono ancora giovane, al mestiere delle traduzioni. Per fare questo mi sono presa un lungo periodo sabbatico. E devo confessarvi che mi sento sollevata. Avendo lavorato in una multinazionale di informatica leader di mercato mi sono resa conto di quanta poca attenzione venga data alla traduzione e alla localizzazione in italiano della documentazione tecnico-commerciale e dei contenuti web. Benchè l’inglese abbia oggi una diffusione larghissima, soprattutto in aziende multinazionali con casa madre in paesi anglofoni e in aziende modernamente strutturate, non dobbiamo dimenticare che la lingua madre è e resterà per un paese la fonte più efficace di comunicazione e di apprendimento.

Nel settore IT in Italia (ma anche in Francia) il tema della traduzione del materiale di marketing viene sempre più spesso trascurato dando per scontato che dall’altro lato imprenditori e clienti capiscano l’inglese (lingua in cui viene prodotto il 70% dei contenuti IT) e che soprattutto siano predisposti a leggere (o meglio studiare) documenti in tale lingua nel momento in cui fanno le proprie scelte commerciali. Purtroppo non è così. Un gran numero di Business Partner, con i quali ho lavorato in questi dodici anni, ha lamentato una scarsa propensione per la lettura (nonchè comunicazione orale) in inglese. Non molto tempo fa, durante un’attività di ricerca e selezione di nuovi Partner commerciali per un prodotto proveniente da un’acquisizione (e con rappresentanza limitata in Italia), dovetti rinunciare ad una società con buone competenze e provate esperienze sul mercato in quanto nè i tecnici nè il Direttore Commerciale erano in grado di sostenere un incontro conoscitivo con gli executive della società acquisita (che erano inglesi).

La mancata localizzazione di contenuti web di siti pubblici (che promuovono prodotti e servizi verso i clienti finali) o di siti protetti (che promuovono servizi rivolti a partner e fornitori) porta ad un inaridimento della relazione tra Vendor e Rivenditore e tra Vendor (o Rivenditore) e cliente. Questo è ancora più vero in tempi, come i nostri, in cui gran parte dei servizi di supporto (customer service) sono de-centralizzati ed offerti da strutture che nulla o poco hanno a che vedere con l’organizzazione commerciale centrale. Il lavoro dell’organizzazione centrale di società quotate in borsa è sempre più concentrato su attività che portano fatturato a breve termine (questo coinvolge, ahimè, anche le divisioni marketing) e tra queste non rientrano la localizzazione e la traduzione, attitivà che invece semplificherebbero la diffusione della conoscenza di servizi e prodotti in un mercato altamente competitivo.

La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Paola Minieri
Proficiency in English
Esperta linguaggio e best practise IT
Milano

La traduzione audiovisiva (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Anche il codice dell’arrangiamento del suono ha un impatto diretto sul lavoro del traduttore. In un testo audiovisivo, il suono può essere intradiegetico o extradiegetico, a seconda che sia funzionale o meno alla narrazione: in-campo (ON) o fuori-campo (OFF), a seconda che la sua fonte sia visibile o meno. Il carattere corsivo, nei sottotitoli, indica che si tratta di un suono fuori-campo, suono che, in doppiaggio, non necessita degli accorgimenti di sincronizzazione labiale previsti per i suoni in-campo.

Un ulteriore problema traduttivo riguarda la rappresentazione di simboli iconografici (indici e simboli) dell’originale: la tendenza generale consiste nella rappresentazione linguistica dell’elemento iconografico, tramite un riferimento indiretto nel dialogo, ad esempio la sostituzione di un deittico spaziale con il sostantivo indicante il referente, per realizzare, nel testo d’arrivo, una corrispondenza testo-immagine.
Talvolta il traduttore audiovisivo si trova in situazioni in cui è necessario modificare l’illuminazione, la prospettiva, o l’uso dei colori (soprattutto in virtù del significato convenzionale ad essi associato). Le associazioni evocate dai colori, poiché legate a una determinata cultura, possono non coincidere con le associazioni evocate dallo stesso colore in un’altra cultura.

In fase di doppiaggio, un ruolo importante è giocato dalla sincronizzazione labiale, soprattutto nei primi e primissimi piani, in cui il traduttore deve trovare un analogo traduttivo che rispetti l’alternanza di apertura e chiusura delle labbra del personaggio sullo schermo, facendole corrispondere, rispettivamente, a vocali aperte e consonanti bilabiali. Tale sincronizzazione fonetica non è richiesta, invece, nella sottotitolazione.

A influire sul lavoro dei traduttori contribuiscono anche i tratti prossemici, i movimenti cinesici e i movimenti delle labbra dei personaggi. Nei testi audiovisivi, i tratti prossemici si riferiscono alla distanza tra i personaggi e la loro distanza dalla macchina da presa. Se più personaggi parlano contemporaneamente, la distanza tra i personaggi e la loro distanza dalla cinepresa sarà il criterio di selezione dei turni da inserire nei sottotitoli, per cui il traduttore sottotitolerà solo le battute dei personaggi più vicini alla camera, destinando una riga ad ogni battuta dei personaggi sottotitolati. In termini di articolazione fonetica, il traduttore audiovisivo tende alla “isocronia”, necessaria per produrre un effetto realistico e creare un prodotto più credibile. La traduzione in LA deve coincidere con l’intervallo di tempo e il numero di sillabe determinato dall’apertura e la chiusura delle labbra dei personaggi del prodotto audiovisivo di partenza. La “sincronizzazione” dei sottotitoli consiste nella coincidenza temporale dei dialoghi originali e dei sottotitoli corrispondenti, necessaria al fine della comprensione dell’impianto narrativo.

Autore dell’articolo:
Monia Marra
Traduttrice EN>IT – RU>IT
Castiraga Vidardo (Lodi)

La traduzione audiovisiva

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione audiovisiva (talvolta indicata con gli acronimi TAV o AVT, dall’inglese Audio Visual Translation) è anche definita “screen traslation”, dove il termine “screen” (schermo) enfatizza il canale di trasmissione del prodotto audiovisivo, in particolare la TV, il cinema e lo schermo videoproiettore (Karamitroglou F. 2000, p.1).
La prerogativa principale è che la comunicazione investa la multimedialità, cioè l’utilizzo simultaneo del canale acustico e del canale visivo. La traduzione audiovisiva deve, quindi, tener conto dell’interrelazione dei due canali.
Perché si possa parlare di “traduzione audiovisiva” è necessario che il prodotto audiovisivo disponga di un “testo”: la traduzione audiovisiva avviene, infatti, a livello del codice linguistico.

Non si tratta, però, di un semplice testo scritto: qualunque sia il prodotto audiovisivo (film, serie televisive, cartoni, spot pubblicitario, etc), il tipo di testo con cui avremo a che fare è un testo scritto per essere letto, che dovrà presentare dunque i caratteri dell’oralità e della spontaneità. Alcuni studi hanno dimostrato come esista un bilancio tra le forme standard (il rifiuto, in traduzione, di elisioni, di assimilazioni, della concordanza con i collettivi, della segmentazione delle frasi) e le forme colloquiali del parlato (la focalizzazione, l’uso preponderante di interiezioni, parole inventate, di cliché, di stereotipi, di slang e linguaggi settoriali, etc.). Problemi traduttivi di altro tipo (giochi di parole, uso simultaneo di più lingue, realia, etc.) accomunano la traduzione audiovisiva agli altri tipi di traduzione (letteraria, tecnica, etc.) e non sono da considerarsi problemi specifici della traduzione audiovisiva. Nella scrittura dei sottotitoli bisogna tener conto anche di regole orto-tipografiche come il corretto uso della punteggiatura, delle lettere maiuscole, dei tagli, che indicano, rispettivamente, i silenzi, il volume della voce, le pause. La focalizzazione può essere intesa come strategia traduttiva, intesa a precisare la qualità della voce (il volume, la natura del tono, etc.).

Spesso un prodotto audiovisivo contiene delle canzoni o delle strofe, definite tecnicamente “brusio” che, in traduzione, devono essere adattate in modo da essere conformi ai quattro tipi di ritmo poetico della retorica classica, in particolare il ritmo della quantità, il ritmo dell’intensità, il ritmo del tono e il ritmo del timbro.
In sottotitolazione e doppiaggio, le canzoni hanno spesso una funzione narrativa e richiedono nuove riprese (il traduttore fa ricorso a nuove unità di doppiaggio per la canzone) o nuovi sottotitoli. Se la traduzione è orientata a non-udenti, i sottotitoli riporteranno, in corsivo, anche il metalinguaggio (è il caso di “Fischi”, “Applausi”, etc.).

L’argomento verrà approfondito domani nella seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Monia Marra
Traduttrice EN>IT – RU>IT
Castiraga Vidardo  (Lodi)

La new economy e la traduzione

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Qual è la realtà oggi? La prima evidenza è il ruolo determinante che l’economia ha assunto nella vita di oggi, diventando la prima componente essenziale cui si rapportano anche gli sviluppi politici, sociali e culturali della civiltà sulla strada del terzo millennio. L’apertura tecnologica dei mercati, la globalizzazione e l’apertura dei mercati finanziari nel giro di poco tempo hanno infatti cambiato volto e prospettive non solo all’economia, ma anche alla vita del pianeta.

Secondo molti economisti, stiamo vivendo la terza rivoluzione industriale. Dopo quella della macchina a vapore e dopo l’elettrificazione, si è arrivati alla società dell’informazione o – ancora meglio – della conoscenza, legata ai computer, all’elettronica, alla robotica e alle biotecnologie.
E questa new economy, la nuova economia, non solo modifica i fattori di produzione e di formazione dei prezzi, ma trasforma la catena del valore e arriva a mutare i contenuti del lavoro, i profili professionali, la struttura della società e la cultura stessa delle persone.

Di fronte a una realtà in movimento, un movimento continuo e così rapido, anche la sua rappresentazione o descrizione, cioè il linguaggio, non può restare immobile. Il linguaggio dell’economia di oggi ha acquisito un’identità nuova, un’identità globale. Basta leggere un annuncio economico, un avviso pubblicitario, per rendersi conto delle enormi novità introdotte nel linguaggio della scienza economica dei nostri giorni.
I rapporti e la collaborazione tra i diversi Paesi nell’ambito economico stanno diventando sempre più intensi. In questo contesto sociale, i traduttori ed interpreti che lavorano in questo campo diventano le figure importanti che possono contribuire al successo in tali rapporti internazionali.

L’attualità dell’argomento della presente ricerca è determinata dai motivi sopraindicati. Inoltre, nella traduttologia moderna esiste ancora la necessità di uno studio più dettagliato delle particolarità della traduzione del linguaggio economico, in quanto il suddetto linguaggio è un fenomeno molto complicato e dinamico. L’argomento in questione richiede una particolare attenzione soprattutto nel contesto del Kazakistan per una semplice ragione: l’Italia è uno dei partner principali del nostro Paese nel settore della collaborazione economica. E’ uno dei Paesi leader per la qualità dei diversi tipi di prodotti, l’industria italiana è molto sviluppata, inoltre, il Kazakistan potrebbe applicare l’esperienza italiana in alcuni settori, soprattutto nel settore terziario, in particolare nel settore del turismo. Nel mese di novembre dell’anno 2009, a Roma, in seguito al Business Forum Italia-Kazakistan, a cui ha partecipato anche il Presidente della nostra Repubblica N.A. Nazarbayev, sono stati firmati circa 150 accordi di collaborazione economica tra i nostri Paesi.

Autore dell’articolo:
Leontyeva Alla
Traduttrice IT>RU – FR>RU
Reggio Calabria

MADRE-lingua

 Categoria: Le lingue

Chi mi ha trasmesso la passione per le lingue? Mia madre!

Ho iniziato ad avvicinarmi al mondo delle lingue sin da piccola quando a scuola imparavo l’italiano e a casa, studiando con mia madre, mi rendevo conto che al tempo stesso stava imparando anche lei una lingua del tutto “nuova” perché prima di spiegarmi attraverso degli esempi le regole di grammatica italiana, formulava su altri fogli rispettivi esempi ma in una lingua definita da me “strana”. Così crescendo ho iniziato a capire il suo “metodo” ed è scoppiato il mio profondo interesse per quelle che sono le lingue e le rispettive culture e tradizioni.

Da qui ha avuto inizio la mia forte determinazione nel proseguire gli studi in lingue. Ho frequentato dapprima il liceo linguistico di Acquaviva delle Fonti dove ho studiato l’inglese, il francese e lo spagnolo. Contemporaneamente ho approfondito i miei studi seguendo dei corsi intensivi per ottenere le certificazioni nelle relative lingue. Successivamente mi sono iscritta alla Scuola Superiore per mediatori linguistici “Carlo Bo” di Bari dove la scelta delle lingue era più limitata e così, avendo studiato per più anni e avendo già un buon livello di francese, la mia scelta è caduta su inglese e spagnolo.

La mia forte determinazione mi ha spinto oltre, mi ha portato a cercare dei lavori che potessero coinvolgere la conoscenza delle lingue e così non mi sono fermata allo studio ma ho voluto da subito mettere in pratica ciò che stavo imparando. Ho continuato a studiare non tralasciando il lavoro poiché le due attività impiegavano due periodi diversi e complementari dell’anno. In inverno studiavo alla Carlo Bo e in estate lavoravo in contesti e luoghi diversi praticando appunto le lingue e adattandole alla soluzione di svariati problemi. Nell’ultimo anno ho seguito un corso intensivo di spagnolo per la durata di un mese e mezzo presso la scuola “Arcades del Cid” di Valencia.

Ho appena terminato i miei studi presso la Carlo Bo ma questa non è la fine bensì l’inizio o meglio il prosieguo dei miei 3 anni di continue esercitazioni perché ogni lingua si evolve in continuazione e chi si ferma è perduto!

Autore dell’articolo:
Antonia Damone
Traduttrice EN<>IT – ES<>IT
Bitetto (BA)

Chi è il traduttore? (3)

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Il romanzo racconta di una tradizione delle comunità indigene del Perù, la corrida india, dove il toro viene affrontato non in una plaza de toros da un torero, ma all’aperto da centinaia di indios. Durante il massacro del toro e di qualche indio, si suonano delle trombe, le wakawak’ras, fatte dalle corna di tori uccisi negli anni precedenti. La tradizione rischia quell’anno di venire sconvolta da un’ordinanza delle autorità di Lima che proibisce la maniera selvaggia di “toreare” praticata dagli indios ed ordina che la corrida avvenga nel modo civile praticato dagli spagnoli: in una plaza de toros (anche se provvisoria) e da un torero professionista. Alla fine le cose non vanno come richiesto. Il giorno della festa centinaia di toreri indios occupano Puquio. Cori di donne cantano inni che incitano il toro.

Parlo della lettura per telefono a mia moglie Elena che mi informa che il romanzo, tradotto da Umberto Bonetti, è stato pubblicato da Einaudi, assieme ad altri lavori di Arguedas: “I fiumi profondi” e “Il sesto”. Quando a fine anno ritorno per le vacanze di Natale in Italia, è la prima cosa che leggo: “Festa di sangue”.
E’ un’ottima traduzione che trasmette al lettore la storia drammatica di questa corrida india, ambientata nelle Ande del Sud. Bonetti inoltre sa conservare in italiano il sapore di uno spagnolo speciale influenzato dal quechua, dalla presenza di molte parole e dalla struttura del testo, in cui spiccano i dialoghi. Confronto la traduzione di Bonetti con i pochi pezzi che ho tradotto io e vi sono delle differenze, ma tutto sommato ininfluenti.

Leggo la traduzione italiana, con a fianco il testo originale ed anche quei pochi brani che ho tradotto. Al termine della lettura sono tentato di terminare il mio esercizio di traduzione, per migliorare italiano e spagnolo, anche se quello di Arguedas è molto speciale, molto peruano ed indio. Lo farò con molta lentezza e a grandi salti, ma alla fine, dopo decenni, esisterà un “Yawar Fiesta” tradotto da Francesco Cecchini. Alla fine posso pensare che anch’io sono un traduttore.

I miei viaggi a Lima, Puquio, Anchascocha e Cora Cora attraversavano un Perù, ora cambiato. La strada non è più di terra ma è asfaltata. A Puquio non si mangia solo caldo de pollo e cuyes arrosto, ma anche cibo internazionale, pasta e bistecche. Cora Cora, un pueblo isolato e povero, nell’agosto di quell’anno veniva preso da Sendero Luminoso e tutta la giunta comunale di Izquierda Unida, compreso il sindaco donna, uccisa dopo un processo sommario nella Plaza de Armas. Ora è un paesotto tranquillo, con molti commerci con la costa e Lima. Vi è anche internet.

Autore dell’articolo:
Francesco Cecchini
Tezze di Grigno (TN)

Chi è il traduttore? (2)

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Una sera in un caffè di Miraflores, ad Haiti, racconto il viaggio ad un‘amica di Lima, Maria. Parlo della sosta a Puquio e Maria esclama con voce eccitata: “ Ma Puquio è il pueblo dove José Maria Arguedas ha trascorso parte della sua infanzia ed adolescenza, parlando il quechua prima del castigliano. Arguedas, il grande scrittore peruviano, che ha scritto romanzi dove l’idioma dei conquistadores si incrocia con quello degli incas e con lo spagnolo delle Ande.
A torto è stato definito “infigenista” mentre è un inventore di scrittura con una coscienza sociale. Un grande scrittore, più grande di Palma, di Ciro Allegria e perfino di Vargas Llosa”.

Proprio a Puquio, Arguedas ambienta il suo primo romanzo del 1941 “Yawar Fiesta”, “Fiesta de sangre” in spagnolo, “Festa di sangue” in italiano. E’ il romanzo del Perù andino, figlio degli incas e degli spagnoli. “Leggilo, i tuoi viaggi dalla costa alla sierra non saranno più gli stessi. Sarà diverso quello che ascolterai e vedrai, perché lo capirai meglio”. Maria continua a parlarmi di Arguedas, della sua vita, dei suoi romanzi, “Yawar Fiesta”, “El Sexto”, “Los rios profundos”, della scrittura, dell’impegno, dell’infelicità e del suicidio. Da narratore dei miei viaggi andini divento un ascoltatore preso dall’uomo e dallo scrittore Arguedas.
Il giorno dopo non vado in ufficio, ma cerco “Yawar Fiesta” nelle librerie del centro di Lima. Lo trovo in una all’inizio del Jiron de la Uniòn. Un piccolo libro tascabile pubblicato dalla Editorial Horizonte.

In una copertina gialla un toro nero con un condor dalle ali spiegate legato al dorso che lo ferisce con gli artigli ed il becco. Dal dorso del toro sgorgano fiotti di sangue rosso. La commessa mi dice che nel romanzo non viene descritta nessuna lotta tra toro e condor, dicono che nella sierra ancora le organizzino, sono una variante della yawar fiesta, ma forse sono tutte leggende. Lei viene da Ayacucho, ne ha sentito parlare ma non le ha mai viste. Dopo il lavoro e la cena, rinuncio ad uscire ed inizio la lettura che termina la mattina del giorno dopo; è sabato per fortuna e posso dormire quanto voglio. Leggendo traduco mentalmente dallo scritto di Arguedas all’italiano, per fortuna le molte parole in quechua hanno a piè di pagina una spiegazione. Ayllu è il villaggio indio, chalos sono i meticci, yaku è l’acqua e così via.

La terza e ultimaparte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Francesco Cecchini
Tezze di Grigno (TN)

Chi è il traduttore?

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Un luogo comune afferma che tradurre è tradire, ma l’affermazione è un trito cliché privo di significato. Tradurre è capire e comunicare quello che si è capito. E’ un’attività necessaria perché gli uomini, dagli incresciosi fatti della Torre di Babele, parlano e scrivono in lingue differenti tra loro. Al lodevole tentativo di assaltare il cielo e detronizzare un Dio despota e mal sopportato, questi rispose “ Ecco, essi sono un popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera ed ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo loro la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Così fece, fondando in questa maniera la categoria dei traduttori.
Da allora, infatti, per capire cosa scrive un autore straniero la maggior parte di noi ha bisogno che il testo sia tradotto nella propria lingua.

Anche chi, come me, legge in lingua straniera, traduce sempre mentalmente in italiano per capire ed imparare la lingua straniera e l’italiano stesso. Tradurre nella mente è inoltre un esercizio che perfeziona la scrittura. Fa capire come lo scrittore scrive e costruisce le proprie storie. Insegna a inventare le storie.
Non ho nessuna formazione, a parte qualche ora di lezione nei pochi anni di scuole superiori. Conosco un paio di lingue, forse tre. Una di queste, quella che più amo, è lo spagnolo. La scuola è stata lavorare e vivere in vari paesi dell’America Latina, tra questi il Perù.

Molti anni fa, per un anno intero, un paio di volte al mese intraprendevo un viaggio da Lima fino alla puna, per attraversare l’altipiano ed arrivare alla diga di Ancascocha, a circa 3000 metri di altitudine e ad una decina di chilometri dal pueblo di Cora Cora. Ogni volta un viaggio di molte ore, per una strada stretta e di terra, fra strapiombi verticali, cieli limpidi da dicembre a maggio e nubi di polvere sollevate dall’auto, dalle poche corriere e dai camion. Durante l’inverno che inizia a giugno, piogge torrenziali, fango e frane.
Un viaggio in cui a volte si incontrava l’Esercito e a volte Sendero Luminoso ma c’era sempre un biglietto da pagare per continuare il viaggio. Un viaggio quasi epico in cui spesso passavo per Puquio, un paese delle Ande centro meridionali, dove mi fermavo volentieri per una sosta, per tirare il fiato e mangiare un boccone.

Continuerò a parlare di Perù e di traduzione nei prossimi giorni.

Autore dell’articolo:
Francesco Cecchini
Tezze di Grigno (TN)

Alcuni aspetti della traduzione giuridica

 Categoria: Problematiche della traduzione

Gli scienziati e i traduttori di tutto il mondo negli ultimi anni si sono uniti nella opinione che la traduzione non è solo una correlazione fra lingue, ma anche una correlazione ed interazione fra le culture che parlano queste lingue.
Quindi diventa chiaro che il compito del traduttore non è solo quello di trovare il lessema adeguato nella lingua di arrivo, ma anche presentare questo lessema così che il suo senso sia ben chiaro nel contesto culturale e situativo nella lingua di arrivo, senza però esagerare con le spiegazioni e le note ed evitando di allontanarsi dallo stile, dalla forma e dal contenuto del testo nella lingua di partenza.
Questo approccio significa che il risultato del lavoro del traduttore sarà, comunque, un testo nuovo che supplisce in un modo adeguato al testo originario nell’altra cultura, altra lingua: un’altra situazione comunicativa.
Di conseguenza possiamo affermare che il traduttore dev’essere, non solo persona bilingue, ma anche bi-culturale.

Parlando invece delle varie tipologie di traduzione credo che quella medica e quella giuridica siano tra le più complicate ed esigenti poiché, oltre al bilinguismo e alla bi-culturalità è indispensabile anche un’ottima conoscenza della materia.
Cerchiamo di approfondire gli aspetti di almeno una tipologia di traduzione, per esempio quella giuridica, per capire, quali siano i problemi principali che un traduttore dovrà affrontare. Il problema della traduzione giuridica non è solo la sua provenienza dall’altra cultura, ma il fatto che la terminologia “rispecchia” le caratteristiche particolari del sistema legislativo di un certo paese. Un’altra cosa specifica è che i giuristi nell’ambito del loro sistema nazionale creano il proprio linguaggio e anche lo stile, che sono difficili da capire non solo per un traduttore-giurista dell’altro paese, ma anche per una persona comune del loro stesso paese. Bisogna, quindi, conoscere bene i concetti giuridici sia della lingua di partenza che della lingua di arrivo.

La creazione dell’Unione Europea ha complicato la vita del traduttore giuridico ancora di più; da qui è cominciato il nuovo periodo, portando nuovi problemi che richiedono una soluzione. Rimane, quindi, un vasto campo tutto da esplorare nella traduzione giuridica internazionale, che dà una spinta al continuo sviluppo della comparazione giuridica. Allo stesso tempo nasce il bisogno della sintesi dei termini della legge dei diversi paesi, per creare un prodotto che funzionerà nell’ambito Europeo come una materia chiara e univoca per tutti i sistemi legislativi.

Autore dell’articolo:
Liliia Matskivska
Traduttrice EN-IT-RU-UK>RU-UK
Udine

L’artista traduttore

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Purtroppo, un’ormai consolidata cultura a livello globale, tende a considerare la figura del traduttore come una figura secondaria, come una semplice “macchina di traduzione” che, sfruttando conoscenze e bagagli linguistici, riesce meccanicamente a trasferire le parole di un testo da una lingua all’altra. Ma chi è effettivamente il traduttore?
Un semplice artigiano della lingua, o piuttosto un’artista? E cos’è effettivamente la traduzione? Molti studi condotti dai più importanti studiosi nel campo, George Steiner in primis, hanno dimostrato che uno studio sulla traduzione altro non è che uno studio sul linguaggio: in ogni momento della nostra vita, quando comunichiamo, effettuiamo mentalmente una traduzione, un’interpretazione dei segni linguistici che ci giungono, per capire ciò che il nostro interlocutore intende comunicarci. E qual è la più opportuna risposta a tale tentativo di comunicazione? Il famoso modello “source language-target language” altro non è che un’equivalente del modello comunicativo “transmitter-receiver“, con l’unica differenza che nel primo caso è implicato l’utilizzo di due differenti codici linguistici.

Ecco cos’è la traduzione: linguaggio. Ma c’è molto di più: la traduzione è arte. L’arte di sentire ciò che uno scrittore, un uomo linguisticamente e magari anche temporalmente lontano da noi, intendeva comunicarci. Fare da tramite tra la sua cultura e la nostra e permettere a tanti uomini e tante donne di venire a contatto con opere ed autori che altrimenti non avrebbero mai conosciuto.

Il traduttore è creativo, ma è un genio responsabile, responsabile verso l’autore di un messaggio in un idioma e responsabile verso nuovi riceventi dello stesso messaggio in un altro idioma. La traduzione non è trasporre meccanicamente parola per parola un testo da una lingua all’altra: è sentire il messaggio, l’essenza di un’opera in lingua straniera, e comunicarla a nuovi utenti tentando di ricreare le stesse emozioni e sensazioni che essa aveva provocato nei fruitori in lingua originale.
Ecco perché il traduttore può essere tutto e può essere niente ma, a conti fatti, è pur sempre un’artista.

Autore dell’articolo:
Antonino Abbate
Traduttore Es>It – En>It
Barcellona Pozzo di Gotto