La traduzione: ponte fra culture

 Categoria: Storia della traduzione

Il Webster’s third new international dictionary of the English language unabridged definisce la traduzione (n.) come: “1. A rendering from one language or representational system into another; also the product of such a rendering.” E tradurre (v.t.) significa: “1. To turn into one’s own or another language; 2. To transfer or turn from any special system of representation, set of symbols, or calculus into another such system, set, or calculus; 3. To practice rendering from one language or representational system into another; 4. To express in different words; 5. To express in explanatory or more comprehensible terms.”
Come si può notare, non esiste una definizione unica ed univoca: i possibili significati sono molti, come i possibili usi nella pratica. Infatti, il linguista russo Roman Jakobson nel suo saggio intitolato “Aspetti linguistici della traduzione” (vedi nota 1 a piè di pagina) distingue tre diversi tipi di traduzione:

1) Traduzione endolinguistica o riformulazione, che consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di altri segni della stessa lingua.
2) Traduzione interlinguistica o traduzione propriamente detta: consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di un’altra lingua.
3) Traduzione intersemiotica o trasmutazione, che consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici.

La traduzione interlinguistica, cioè la trasposizione del messaggio da una lingua ad un’altra, è molto antica. Le prime attestazioni risalgono al periodo romano, quando i documenti venivano tradotti dal greco al latino. Cicerone ed Orazio furono tra i primi autori a proporre una traduzione basata sul significato e non sulla forma. Ma per avere una prima teorizzazione, dal carattere più specifico, sulla traduzione dobbiamo arrivare a John Dryden, dove nella prefazione alle Epistole di Ovidio (1680), individua tre tipi di traduzione:

1) Metafrase: la classica traduzione letterale, parola per parola, da una lingua all’altra.
2) Parafrasi: un tipo di traduzione che punta a riprodurre il significato del testo; è il modello di traduzione proposto anche da Cicerone.
3) Imitazione: in questo caso è il traduttore a decidere se e come allontanarsi dal testo originario, per darne una libera interpretazione.

Secondo Dryden il miglior tipo di traduzione è il secondo. Lo scrittore inglese parte da un punto di vista strettamente morale e si concentra sui doveri etici che un traduttore ha nei confronti dei lettori. L’ideale che anima la classificazione di Dryden è la volontà di chiarire l’essenza del testo, e permettere al più ampio pubblico possibile di accedere a quel testo. Si tratta di una volontà condivisa tra tutti gli uomini di quel tempo, per questo motivo i testi venivano ritradotti nei secoli, modificandone la lingua, secondo gli usi delle epoche in cui si ritraducono.

L’argomento verrà approfondito domani nella seconda parte dell’articolo.

Nota 1: R. Jakobson, “ Aspetti linguistici della traduzione”, in R. Jakobson, Saggi di linguistica generale (Milano: Feltrinelli) 1974, pp. 56-64.

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo

Traduzioni mediche

 Categoria: Servizi di traduzione

Questo articolo parla di un tema molto importante nell’ambiente linguistico, cioè l’ importanza della traduzione in medicina. Se chiedete ad un qualsiasi interprete, linguista o filologo quanta importanza ha una traduzione corretta, lui senza pensare risponderà “tantissima”, perché sa che anche una parola tradotta in un modo sbagliato, può cambiare completamente il senso della frase e nel caso di documenti o certificati medici può causare conseguenze imprevedibili e disastrose. Solo ieri nel telegiornale russo ho sentito una notizia sconvolgente: un medico di Taiwan ha infettato cinque pazienti con il virus HIV, trapiantando loro organi di un uomo portatore di HIV perché non è riuscito a tradurre il risultato degli esami del sangue scritti in inglese…Questo sbaglio assurdo cambierà per sempre la vita non solo di quei cinque malcapitati, ma sicuramente anche la vita del medico… Pensate! La medicina, una disciplina precisa e concreta, sembra così lontana dall’aspetto linguistico, invece la vita ci mostra che in certi casi l’una non funziona senza l’altra. Non sono medico e per me la medicina è una cosa buia, quasi un altro mondo di cui capisco pochissimo e non mi stanco di ammirare le capacità dei dottori che sanno come salvarci la vita (la cosa più preziosa che abbiamo) e curare il nostro corpo.

Mi è capitato di conoscere alcune persone che hanno scelto la professione del medico e anche loro sono obbligati a studiare le lingue straniere (nel mio paese il tedesco oppure l’inglese a scelta) però vengono trattate come materie secondarie ed in maniera sintetica, visto che la facoltà di medicina è molto dura ed impegnativa. Anche a noi studenti della facoltà di lettere non sembrava affatto utile frequentare un corso obbligatorio di medicina mentre dovevamo imparare tutti gli elementi di fonologia, apparato vocale ed imparare centinaia di parole italiane nuove per la prova di domani.

Voglio tornare al dottore di Taiwan, non ho il diritto di giudicarlo ma oltre ad essere un dottore con una particolare istruzione, esperienza e responsabilità è anche lui una persona, come noi, e come tutti noi può sbagliare, per questo se in quell’ospedale ci fosse stato un interprete qualificato, probabilmente si sarebbe potuto evitare quell’ incidente tragico che ha cambiato sei destini (senza contare quelli dei parenti delle vittime e del dottore). Magari se ognuno farà solo il suo lavoro la vita sarà un po’ più sicura?

Autore dell’articolo:
Darya Pisarchyk
Traduttrice russo italiano e italiano russo

Cos’è tradurre? (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Tra le lingue esistono vere e proprie lacune lessicali e il passaggio tra Source Text e Target Text rivela anche la lontananza tra culture, in cui il traduttore con la sua consapevolezza deve intervenire. Difficoltà esistono per esempio anche nella traduzione dei modi verbali e di particelle che hanno varie traduzioni secondo l’intonazione data (un esempio è il tedesco doch, che può dare a una frase quattro significati diversi). Il fatto che le diverse lingue segmentino diversamente il continuum non significa che tra loro vi sia una totale incomparabilità, ma piuttosto occorre ogni volta negoziare la soluzione che può sembrare più appropriata, lavorando sull’intenzione originaria e sulla comprensibilità.

Il livello più ampio su cui lavorare per un traduttore è quello del tipo di testo, che va identificato, insieme alla strategia utilizzata nel combinare la struttura, la coerenza logica, l’uso dei coesivi e della punteggiatura e il paratesto. L’inglese britannico connette questi elementi diversamente dall’italiano, che è più flessibile; in particolare, nel testo argomentativo, l’italiano tende ad avere una costruzione circolare in cui si fa meno uso del pensiero deduttivo. I testi in cui spesso è più evidente questa differenza sono quelli informativi, in cui l’inglese rispetto all’italiano avvicina di più il testo al destinatario, con un linguaggio più amichevole e informale e inoltre utilizza formule di cortesia (come nel parlato). Strumenti usati in italiano ma più spesso in inglese sono gli hedge. Questo termine, coniato nel 1972 da Lakoff, indica secondo Brown e Levnson, due tipi di parole, approximators, cioè elementi che modificano la condizione di verità di un enunciato, e shields, indicatori dell’atteggiamento e dell’opinione del parlante.

Autore dell’articolo:
Francesco Filippi
Traduttore En>It De>It
Viareggio (Lu)

Cos’è tradurre?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Un tema che mi sembra decisivo per l’attività traduttiva è la questione della relatività linguistica, un fattore decisivo per un traduttore nella prospettiva di una lettura debole dell’ipotesi Sapir-Whorf, secondo cui è possibile uscire dal binomio della propria lingua/cultura. Essere in grado di entrare nelle altre esperienze culturali permette infatti al traduttore di capire come le lingue ritagliano la realtà, cioè segmentano il continuum pre-linguistico. I segni linguistici hanno come caratteristica l’arbitrarietà, presente tra significato e significante oltre che tra il linguaggio e la realtà. I segni sono comunque legati a una dimensione che sussiste prima di essi: l’intenzione, la volontà umana di esprimere qualcosa. Il segno linguistico è correlato a una sorta di idea, chiamata ground (da Pierce), ciò che motiva la semiosi a un livello di percezione sensoriale e soprattutto categoriale e quindi culturale. Una buona traduzione deve cercare di identificare così l’intenzione e lo stesso effetto cui mirava il testo originale: per ottenere questo il traduttore formula un’ipotesi su quello che poteva essere questo effetto e deve essere consapevole del ritaglio del continuum in questione.

Spesso, il testo ci offre difficoltà tali da renderci complicato un raggiungimento seppur approssimato della reversibilità della traduzione al testo originale (secondo Eco la reversibilità massima della traduzione nel suo originale è l’aspirazione, spesso irrealizzabile, di una traduzione). Tradurre non vuol dire sostituire una lista di etichette a un’altra. A proposito si parla di untranslatability, e alcune delle soluzioni sono la parafrasi, l’adattamento, il prestito, il calco, la compensazione. Ogni lingua ha le sue difficoltà e la traduzione di un termine ha in genere dei limiti e vi sono gradazioni di appropriatezza. Inoltre, le lingue sono sistemi semiotici in continuo movimento, che si rinnovano assieme alla cultura.

L’argomento verrà approfondito nella seconda ed ultima parte dell’articolo che verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Francesco Filippi
Traduttore En>It De>It
Viareggio (Lu)

Tradurre è comunicare

 Categoria: Traduttori freelance

“I traduttori sono dei deviati. Persone assurde”. Così esordì il mio professore di traduzione un bel giorno all’università. Parole che mi sono rimaste chiaramente impresse e che mi accompagnano nella mia ricerca di un posto nel mondo della traduzione. Dopo essersi ripresi dal piccolo shock che tale affermazione provoca, bisogna ammettere che un pizzico di verità c’è: il traduttore è lettore e autore allo stesso tempo, si nasconde e si annulla per dar voce a qualcun altro; il suo intervento, il suo lavoro è quello di non trapelare dalle parole che qualcun altro ha scritto, farsi portavoce di cose mai dette, mai pensate, magari neanche condivise e lontane da sé.

Il traduttore è un personaggio nell’ombra, il suo è un lavoro non sempre riconosciuto e onorato come meriterebbe, a mio parere. Eppure riflettiamo: avremmo mai potuto apprezzare e lasciarci incantare dai libri di un Flaubert, di un Kafka, di Dostoevskij, senza l’intercessione (non esiste termine più appropriato, direi) di un traduttore?

Tradurre è comunicare, è mediare, livellare e scavalcare i muri delle differenze linguistiche e culturali. Già, perché il traduttore non è un semplice amanuense che copia parole scritte soltanto in modo diverso, ma è un conoscitore di due o più paesi diversi, e costruisce quel ponte che ci permette di affacciarci e di passeggiare sul sentiero di un nuovo modo di scrivere, pensare, essere.

Autore dell’articolo:
Valeria Visentin
Traduttrice EN>IT
Borgo Bodgora (LT)

Niente sconti, ma nulla per scontato

 Categoria: Traduttori freelance

E’ iniziato tutto con Compuserve, un software pesantissimo che allora serviva, credo, per comunicazioni interaziendali. In azienda nemmeno avevano capito cos’era. Me ne avevano affidato la comprensione, visto che le spiegazioni erano in tedesco. E così ero l’unica a sapere cos’era, ad avervi accesso e dopo un po’ di tempo a gestire le pochissime mail che venivano mandate da qualche collega. Tutti usavano il fax, una sorta di totem dove ci si riuniva verso le 10.30 a mandare i 3 o 4 fogli prodotti nella mattina. Poi si scendeva al bar a bere il caffè. Con Compuserve eseguivo le mie prime trasmissioni remote, ma ancora non avevo compreso le potenzialità di quel pesante e oscuro sistema. Pensavo a qualche diavoleria tedesca, affibbiataci dai nostri partner aziendali.

Ho invece compreso veramente che cosa stava succedendo, il giorno in cui un amico titolare di un’agenzia per cui lavoravo, e alla quale da tempo consegnavo floppy-disk con i file di traduzione, mi installò un “modem”, una scatoletta dall’aspetto antiquato.
La barra che da 100% scendeva, fino allo 0%, e la scritta in dos, di conferma dell’invio, mi davano una certa euforia. Fu in quel preciso momento che capii di essere libera. E l’avvento della posta elettronica me lo confermò.Da allora avrei potuto lavorare ovunque, quella scatoletta mi avrebbe salvato da anni di pendolarismo, di logoramento, e da tutte quelle cose che da giovane dipendente apprezzavo ma che temevo avrei sofferto con il passare degli anni. Avrei invece potuto decidere dove, e con chi lavorare. Dedicarmi esclusivamente a quello che mi piaceva. Trasformare l’incomprensibile in comprensibile, l’ingarbugliato in semplice. In una parola avrei tradotto. Avrei potuto scegliere dove lavorare e, in una certa misura, anche per chi. Avrei potuto mettermi per conto mio. Più avanti l’ho fatto.

E quando lo feci nemmeno immaginavo che di lì a qualche anno ancora un PC mobile con chiavetta mi avrebbe permesso di trascorrere villeggiature di lavoro accanto ai miei famigliari, e soprattutto a mia figlia. Sono passati 15 anni da quella volta con Compuserve. Non sono su Facebook, né su Twitter, non voglio esagerare. Mi basta la libertà che oggi possiedo. Dopo 25 anni posso dire di non aver avuto sconti nella mia professione, ma di non dare assolutamente nulla per scontato.

Autore dell’articolo:
Monica Mantovani
Traduttrice di brevetti – ENG-ITA TED-ITA
Novara

I molti modi di chiamare la neve in inuit

 Categoria: Le lingue

Stando alle credenze popolari, gli eschimesi avrebbero a disposizione un vastissimo repertorio di parole per indicare la neve.
La notizia risulta estremamente interessante e curiosa, tuttavia la realtà è ben più deludente della “leggenda”; nella lingua inuit, le parole per designare la neve sono solo due: “qanniq- (qanik- in certi dialetti)” che sta per il verbo “nevicare” e “aput” che indica la sostanza “neve”.

L’abbaglio è frutto di una scorretta “lettura” della lingua inuit, essendo questa polisintetica e quindi in grado di formare parole lunghissime e complesse grazie all’aggiunta di alcuni affissi che cambiano la natura semantica o sintattica della parola di partenza, in certi casi arricchendola persino di precisazioni e dettagli; un processo complesso e laborioso che in altre lingue richiede l’utilizzo di intere frasi.

Ad ogni modo, una meravigliosa particolarità linguistica del popolo eschimese esiste.
In quasi tutte le lingue del mondo figura almeno una parola che sta ad indicare la guerra: war in inglese, guerre in francese, luftë in albanese, vàlka in ceco, sõda in estone, digmaan in filippino, sota in finlandese, cogadh in irlandese, karo in lituano, karš in lettone, stríð in islandese, krig in norvegese, wojna in polacco, război in romeno…e, purtroppo, l’elenco potrebbe ancora continuare a lungo.

Nella lingua inuit, invece, non esiste una parola per designare la guerra, poiché gli eschimesi hanno una cultura basata sulla pace, sull’amore per il prossimo, sul totale rispetto della natura e sull’osservanza rigorosa delle leggi che essa impone. Una lezione importante per i popoli di tutto il mondo.

Autore dell’articolo:
Susanna Villani
Traduttrice inglese/romeno > italiano
Pescia (PT)

I colori in romeno: rapporti con il Latino

 Categoria: Le lingue

Il sostantivo “Romania” viene dall’aggettivo latino “Romanus”, esempio che dimostra la natura delle origini culturali e linguistiche della nazione romena.
Il romeno è, infatti, una lingua neolatina, nonostante le molte influenze esercitate sul suo tessuto linguistico da parte di numerose popolazioni (Russi, Turchi, Magiari, etc.).
I primi contatti tra Roma e l’attuale Romania – allora chiamata Dacia – risalgono all’inizio del II secolo d.C., con la conquista del territorio romeno da parte di Traiano, noto imperatore romano.
La capitale del regno del sovrano Decebalo, Sarmizegetusa, venne trasformata in provincia romana e da quel momento iniziò la romanizzazione della Dacia. La capitale dacica venne spostata altrove e denominata Colonia Ulpia Traiana Augusta Dacica Sarmizegetusa.

In termini linguistici, l’influenza del latino su quella che diventerà poi la lingua romena si ferma prevalentemente al registro popolare: il romeno si può quindi definire la prosecuzione diretta del latino popolare parlato dai Romani che si erano stanziati nella Dacia e in altre zone limitrofe ad essa. Analizzando il lessico romeno, infatti, notiamo che dal latino derivano in modo particolare vocaboli della vita quotidiana, mentre quelli legati al mondo ecclesiastico provengono prevalentemente dai popoli slavi.

Tra le parole del vocabolario di una lingua, quelle che si modificano nel tempo con maggiore difficoltà sono: i nomi delle parti del corpo, i nomi di parentela e i nomi dei colori.

Infatti, la lingua romena ha conservato molti vocaboli della sua lingua madre (il latino) per designare i colori:
ARGENTO = “argenteus” in latino, “argintu”in romeno
BIANCO = “albus”e “candidus” in latino, “alb” e “candid” in romeno
DORATO = “aureus” in latino, “auriu” in romeno
NERO = “niger” in latino, “negru” in romeno
PURPUREO = “purpureus” in latino, “purpuriu” in romeno
VERDE = “viridis” in latino, “verde” in romeno

Questi sono solo alcuni dei molti esempi linguistici che dimostrano il forte legame tra romeno e latino.
Sapere di possedere autentiche radici latine costituisce un elemento di forza per il popolo romeno, il quale ha acquisito nei secoli una sempre crescente consapevolezza del proprio valore e la grinta necessaria per affrontare lunghe battaglie ideologiche che hanno gradualmente portato la Romania all’indipendenza.

Autore dell’articolo:
Susanna Villani
Traduttrice EN>IT – RO>IT
Pescia (PT)

La qualità di una traduzione (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il fatto che nel campo della letteratura una traduzione esatta e completa sia impossibile non significa, naturalmente, che non sia possibile una traduzione buona o anche molto buona, né che ciò non avvenga, anche se non molto spesso. Il punto fondamentale, secondo me, è ricordare che quello che viene tradotto è un contesto destinato a essere letto come un contesto, non un accumulo di parole ed espressioni con significati definiti e valori impressi.
È la vecchia storia dello spirito e della lettera. Naturalmente ci sono colpe ed errori del traduttore che rendono una traduzione insicura proprio nella sua essenza. Ci sono parole che significano una cosa specifica e sicuramente non qualcos’altro; ci sono espressioni usate in un modo specifico e certamente non in altri. Ma anche eventuali strafalcioni di questo tipo rovinano solo una traduzione che è già debole nella sostanza, mentre guastano soltanto, ma non distruggono, una traduzione che rende in modo convincente il tono e la struttura del testo e che rispetta la sua coerenza. Poche note sbagliate non rovinano una buona esecuzione canora, così come qualche nota giusta non salva un’esecuzione priva di musicalità.

Anche se questa verità può essere osservata e sottoscritta da qualsiasi persona competente, le traduzioni vengono fatte regolarmente proprio da persone che conoscono solo la lettera (se la conoscono), mentre lo spirito per loro è un mistero.
Il fatto che per giudicare e criticare le traduzioni vengano usati regolarmente gli stessi criteri pedanti, che in ultima istanza sono irrealistici – dato che sono criteri di correttezza piuttosto che di uso – non migliora le cose. Si usano varie categorie di errori: errori di negligenza, di affaticamento, di conoscenza, ecc., e gli errori “imperdonabili” vengono segnalati senza considerare la traduzione nel suo complesso.

Inoltre, ogni traduttore professionista sa che gli errori di un genere o di un altro sono quasi inevitabili in qualsiasi lavoro più ampio, a causa dell’ “affaticamento della parola” che si verifica a metà strada circa, se non per altre ragioni. Le anime grette riescono sempre a trovare errori di qualche tipo, e qualsiasi traduzione, come qualsiasi opera originale, può essere sviscerata e trovata non a prova di errore. Non ci vuole una qualifica per farlo, a parte un po’ di cultura e un po’ di malanimo.
Tuttavia, occorrono conoscenze letterarie e linguistiche per valutare le qualità essenziali di una traduzione, per vedere se un tono è stato reso o meno, e se i problemi complessi sono stati risolti o sono rimasti irrisolti. In altre parole, occorre di più per vedere se una traduzione è corretta nell’insieme, piuttosto che per stabilire se è corretta nei particolari. Questo è il motivo per cui le valutazioni delle traduzioni, nel vero senso del termine, sono rare, mentre cavillare con i dettagli è comune. Il che è un peccato, in quanto una buona traduzione ha sicuramente bisogno dell’incoraggiamento di una valutazione adeguata. E intendo adeguata, non solo un riconoscimento qualsiasi.

Autore dell’articolo:
Angela Federica Ruspini
Studentessa del master biennale in traduzione e traduttrice inglese/olandese > italiano
Saronno (VA)

(stralcio dell’intervento di Elsa Gress alla conferenza sulla traduzione letteraria, tenutasi a New York dall’11 al 16 maggio 1970, organizzata dal PEN American Center, tratto dalla tesi di Angela Federica Ruspini di diploma equipollente alla laurea in Scienze della mediazione linguistica presso la Scuola civica del Comune di Milano, marzo 2010)

La qualità di una traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

La seconda grande questione sulla traduzione, che viene posta al traduttore e che lo stesso traduttore si pone, non riguarda la quantità e la selezione dei testi, ma la qualità. Questa questione della qualità è “eterna”, ed è stata posta fin dall’epoca di Orazio, così come lo sarà in futuro. Si può ridurre all’interrogativo fondamentale se la traduzione di qualità sia veramente possibile.
La risposta, per certi versi, è semplice. Anche con una conoscenza elementare di più di una lingua risulta evidente che le parole in una lingua non corrispondono semplicemente alle parole in un’altra: le parole non sono simboli meccanici, il loro contenuto è definito e circoscritto in modi diversi, il loro vero significato varia da un contesto all’altro. Con una conoscenza più profonda di molte lingue ci si rende conto che effettivamente non è fattibile tradurre messaggi complessi di qualsiasi tipo, in modo che tutte le sfumature, i toni, le associazioni e le connotazioni siano resi completamente nella traduzione.

L’impossibilità di una resa vera ed esatta di un testo da una lingua a un’altra, per quanto strettamente imparentate, è più evidente quando si cerca di tradurre un proprio testo. Se si conosce l’altra lingua abbastanza bene da gestire le espressioni idiomatiche con una certa facilità, si troverà molto più facile riscrivere il testo nell’altra lingua piuttosto che tradurlo. Quando non si conosce solo il testo, ma anche le intenzioni e le associazioni ad esso legate cosicché il normale processo di ipotesi e scelte è fuori questione, diventa un lavoro avventato cercare di rendere fedelmente il testo. Isak Dinesen, alias Karen Blixen, conosceva allo stesso modo l’inglese e il danese e scriveva i suoi testi nelle due lingue, piuttosto che tradurli. Pensava, tra l’altro, che la traduzione fosse una professione molto incompresa e sottovalutata, che dovrebbe essere altamente remunerata, quando è altamente qualificata.

Autore dell’articolo:
Angela Federica Ruspini
Studentessa del master biennale in traduzione e traduttrice inglese/olandese > italiano
Saronno (VA)

Sono una traduttrice

 Categoria: Traduttori freelance

Sono una traduttrice. Ho sempre amato tradurre. All’inizio per diletto, e poi per il gusto di dare agli amici l’opportunità di condividere con me letture affascinanti che loro non potevano gustarsi in lingua originale.

Poi, dalla semplice passione per la lettura, è nato l’amore sfrenato per il lavoro da sarto del traduttore. Sì, perché sono convinta che chi lo fa per mestiere abbia grandi responsabilità e grandi missioni da svolgere quando intraprende tale strada. Infatti, nonostante il tradurre sia dar voce a un autore, riportando pedissequamente nella propria lingua le sue parole, il traduttore passa in secondo piano dimenticato dal lettore. Tranne nel caso in cui il testo sia cucito talmente male da rendere oltremodo ingombrante la sua presenza. Questo è il paradosso a cui ci dobbiamo arrendere: far bene una traduzione ed essere dimenticati, passando in secondo piano, piuttosto che essere notati perché il lavoro fatto è stridente, ingarbugliato e cacofonico.

Tuttavia tale aspetto è solo una delle facce della medaglia. Nel frequentare svariati corsi, per affinare le mie capacità e le mie conoscenze, ho imparato che non esiste la traduzione per antonomasia, ma una traduzione: quella che è frutto del lavoro di una persona che ha il proprio bagaglio culturale e formativo. Per cui, a parità di competenza e professionalità, la mia traduzione sarà diversa da quella di un altro collega, perché diversi sono i nostri processi mentali e le nostre realtà. Diversi saranno i dubbi amletici che sorgeranno ogniqualvolta si preferisca una scelta lessicale invece di un’altra. Senza parlare dei sensi di colpa che ci si porta dietro per averlo fatto.
Però, vuoi mettere che soddisfazione sapere che chi leggerà il lavoro finito non penserà a quel testo come a una traduzione ma come a qualcosa di naturale?

Autore dell’articolo:
Ina Uzzanu
Traduttrice Freelance & Scout Reader
Sassari

L’apprendimento delle lingue straniere

 Categoria: Le lingue

L’argomento che tratto in questo mio articolo è l’apprendimento delle lingue straniere.
Al giorno d’oggi, conoscere le lingue straniere è diventato un “must” per poter accedere al mondo del lavoro e per poter comunicare con il resto del mondo senza difficoltà.
Riporto una frase breve che sintetizza ciò che sta alla base dello studio di una qualsiasi lingua straniera:” Senza motivazione non c’è apprendimento”.
Se non esiste la motivazione qualsiasi sforzo per apprendere una lingua risulterà vano e tenere alta la concentrazione degli apprendenti non sarà un compito facile: tutto si basa sulla capacità del docente di proporre attività che non siano noiose, ma che coinvolgano tutti i componenti della classe. Per le lingue straniere vi deve essere necessariamente una forte motivazione che spinga l’apprendente a studiare una lingua diversa dalla sua.

Di solito, un adulto decide di accostarsi allo studio di una LS, o per lavoro o perché vuole ampliare la sua cultura: in questo caso lo studio di una lingua è per lui un “piacere”.
Per mantenere alta la motivazione e la concentrazione in classe è fondamentale selezionare attività divertenti che stimolino interesse e viva partecipazione dell’intera classe abbassando l’ansia che influisce negativamente.
Importante è l’utilizzo delle moderne tecnologie in classe: Internet e altri sussidi tecnologici devono caratterizzare la maggior parte delle attività.

Infine, apprendere una LS non vuol dire studiare solo la grammatica: è importante conoscere anche la “cultura” del popolo straniero, studiarne gli usi ed analizzare il loro modo di “vedere” il mondo.
Educazione interculturale, uso della tecnologia e carattere ludico sono i segreti affinché un apprendimento sia efficace e produttivo.

Autore dell’articolo:
Silvia Arena
Interprete e Traduttrice
Modica-Frigintini (RG)