Bilinguismo e funzioni cognitive

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Recenti studi canadesi si sono interessati all’influenza del bilinguismo sullo sviluppo della capacità di attenzione.
Si è creduto per molto tempo che fosse negativo crescere in un ambiente bilingue, poiché per il fatto di essere sollecitati in modo diverso dalle due lingue, i bambini avrebbero manifestato maggiore distrazione e confusione. E’ stato invece confermato che i bambini bilingue hanno una capacità d’attenzione superiore a quella dei bambini monolingue: in particolare essi manifestano migliori capacità di controllo esecutivo, cioè sono più abili a distinguere tra compiti diversi e a coordinare informazioni complesse, senza lasciarsi distrarre da fattori interferenti. L’acquisizione di tale competenza rappresenta una tappa significativa nello sviluppo cognitivo del bambino ed è anche una delle prime capacità che deteriorano con l’età.

Per quali ragioni il bilinguismo migliorerebbe il controllo esecutivo?
Bisogna considerare che i bambini bilingue si confrontano quotidianamente con una situazione un po’ più difficile dei monolingue: devono infatti scegliere la lingua da utilizzare per rivolgersi a una persona piuttosto che ad un’altra e devono filtrare in modo immediato la lingua del loro interlocutore. Dal momento che nella mente dei parlanti bilingue le due lingue sono sempre attive simultaneamente, essi sviluppano un meccanismo di inibizione che consente loro di gestirle senza conflitto. Questo allenamento intenso ad un compito di attenzione apporta dei vantaggi anche al di là del linguaggio, in particolare migliorando l’abilità di eseguire più compiti contemporaneamente o in rapida progressione. Là dove c’è una piccola perdita per quanto riguarda le conoscenze linguistiche, ci sono dei benefici direttamente misurabili.

Nei paradigmi sperimentali di cambiamento di compito i bambini bilingue riescono con più facilità rispetto ai monolingue a porre attenzione alla forma e al colore di un oggetto simultaneamente, poiché già abituati a trattare più informazioni alla volta e a passare prontamente dall’una all’altra.
Essi sono avvantaggiati nell’adattarsi a situazioni e regole nuove e nel trovare strategie diverse per risolvere problemi grazie alla loro notevole flessibilità cognitiva. Tale funzione permette di tenere in memoria un obiettivo e di agire per raggiungerlo, ignorando le distrazioni che potrebbero impedirne il conseguimento. Una funzione dunque importante per riuscire in ogni ambito della vita.

Alcuni risultati suggeriscono inoltre che alcuni di questi vantaggi cognitivi vengono mantenuti nella terza età, proteggendo i bilingue dal declino delle funzioni mentali che in genere accompagna l’invecchiamento. In particolare una ricerca dell’Università di Toronto (2007) ha rivelato un effetto protettivo enorme del bilinguismo sulla demenza: il fatto di parlare due lingue durante tutta la vita ritarderebbe di quattro anni l’apparizione dei sintomi della demenza.
E’ stato così dimostrato che il bilinguismo, oltre a rappresentare un indiscutibile arricchimento culturale, favorisce il benessere del nostro cervello. Più l’apprendimento delle lingue è precoce, più le nostre connessioni neuronali saranno ricche e migliori saranno le nostre performances cognitive per l’intero arco dell’esistenza.

Autore dell’articolo:
Laura Morea
Psicologa e traduttrice francese-italiano
Novara

Studiare le lingue medievali

 Categoria: Le lingue

Quando racconto di aver studiato con interesse e passione l’antico francese, il mio interlocutore mi guarda in generale con occhi stupiti, forse un po’ increduli (pensando probabilmente: già il latino l’ho sempre detestato e non serve a niente, perché occuparsi allora di parole e regole grammaticali cadute in disuso da molto tempo?). Eppure è vero e non considero tempo perso tutte le ore che ho dedicato alla lettura di testi scritti in quella lingua, anche se non mi capiterà probabilmente mai di doverne tradurre uno.

Ho studiato Romanistik presso un’università tedesca passando un semestre a Lione. Siccome avevo scelto l’italiano come materia principale, erano obbligatori due semestri di studio dei testi più vecchi scritti in questa lingua, come il “Cantico di Frate Sole” ed il “Ritmo su Sant’Alessio”. Poi mi venne voglia di conoscere anche gli inizi della lingua francese, anche se non era obbligatorio per la materia secondaria. Frequentai tutti i corsi che venivano offerti sull’argomento presso la mia università e alcuni a Lione, facendo pure conoscenza con l’antico occitano. Dopo aver finito gli studi ed essermi trasferita a Berlino ho frequentato un corso sulla letteratura francese del Medioevo qui alla Humboldt-Universität per un semestre. Si vede che questa è una passione che non mi ha più lasciata.

Purtroppo le lingue medievali vengono insegnate sempre meno alle università tedesche. Con l’introduzione del nuovo sistema del tre più due (oppure già prima) sono scomparse dai programmi di studio in molti luoghi. Secondo me è un peccato perché leggere i testi scritti secoli fa permette di imparare diverse cose sulla storia dei paesi in cui si parlano le lingue che lo studente sta imparando. Inoltre è molto utile conoscere le origini di queste lingue. Io personalmente ho imparato moltissimo sul francese moderno occupandomi dei suoi testi più antichi: grazie a quegli studi capisco meglio l’ortografia francese e mi è più facile capire come certe parole sono arrivate al loro significato attuale. Lo stesso vale per la lingua italiana con cui non avrei il rapporto di confidenza che ho oggi se non avessi mai letto i primi testi scritti in essa. Io penso che faccia bene a ogni futuro traduttore studiare almeno un po’ le radici delle lingue con cui intende lavorare.

Autore dell’articolo:
Irina Brüning
Traduttrice it>de e fr>de
Berlino (Germania)

Tradurre: un problema più o meno risolto (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Cominciamo col dire che dipende dal tipo di traduzione che ci si trova davanti. E’ chiaro che un manuale tecnico lascerà meno spazio all’interpretazione del traduttore, mentre di contro un testo letterario darà adito ad ampi spazi per l’interpretazione personale del traduttore. E’ qui che torna in ballo l’espressione che ho usato precedentemente, cioè più o meno fedelmente. L’arte del tradurre non riguarda soltanto la lingua, ma riguarda anche tutta quella serie di aspetti culturali ed intellettuali che fanno parte della quotidianità delle persone che parlano quella lingua come L1 (lingua madre).

Dal cibo alla letteratura, al sistema scolastico alla religione e la storia. Tutte queste conoscenze sono fondamentali per il traduttore tanto quanto le conoscenze linguistiche. Un esempio piuttosto semplicistico ma efficace può essere “il panettone”. Avete capito bene. Dunque, questo dolce è tipico della tradizione natalizia italiana, ma non possiede traduzione in inglese e questo perché il panettone non appartiene alla cultura natalizia inglese, che invece, al suo posto, prevede il pudding.
Nelle nostre traduzioni, quindi, si dovranno tenere presenti tutte quelle caratteristiche e norme culturali che regolano, in questo caso, i Paesi anglosassoni e l’Italia. E’ necessaria una conoscenza capillare degli usi e dei costumi di entrambi i Paesi per poter operare una buona traduzione, una traduzione che riesca a mantenere invariato il significato principale del testo ma avendo sempre presente l’audience di riferimento. Il traduttore, in questo senso, è un autore, uno scrittore che non parte dal classico foglio bianco, ma da un testo scritto in una lingua che egli deve trasportare quasi magicamente in una lingua diversa, adattandolo. Il traduttore, perciò, non deve rendere soltanto la parte lessicale e sintattica. Questo sarebbe troppo facile…o meglio…difficile da capire per il lettore.

Un insieme di lessemi anche ben costruiti sintatticamente non bastano, risultano poco comprensibili e mancano di quel je ne sais quoi che ogni buon traduttore deve dare al testo. Umberto Eco affermava che tradurre significa “dire quasi la stessa cosa” e quel quasi è l’inserimento nel contesto sia culturale che generale del testo di cui parlavo prima. Il tutto per raggiungere una precisa finalità: fare in modo che il lettore comprenda in modo chiaro ed efficace ciò che il testo originale voleva esprimere. Il lettore non conosce la versione originale e non è tenuto a conoscerla, ma è importante che comprenda il testo che si trova dinnanzi. Lo ripeto ancora, lo scopo è la comunicazione efficiente.

Autore dell’articolo:
Chiara L. Pernigotti
Traduttrice freelance Inglese/Italiano
Tortona (AL)

Tradurre: un problema più o meno risolto

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il mestiere del traduttore è uno di quei mestieri che viene spesso sottovalutato, in quanto l’operazione stessa del tradurre viene ritenuta non così difficile. E questo soprattutto per il traduttore dall’inglese all’italiano. L’inglese, infatti, è la lingua più diffusa nel mondo e, per questo motivo oltre che per il ruolo che l’inglese ricopre in ambito business, molti italiani pensano, a torto, di poter fare traduzioni quanto meno discrete.

E’ inutile dire che questa situazione non corrisponde per nulla alla realtà. Tradurre dall’inglese, infatti, non vuol dire prendere delle loan words (prestiti lessicali) e mescolarle ad altre parole italiane, non vuol dire nemmeno utilizzare i traduttori on-line ed aggiustare queste traduzioni, se così si possono chiamare, in qualche modo. In entrambi i casi non otterremo lo scopo principale della traduzione, che è quello di comunicare i concetti da una lingua all’altra. Comunicazione efficiente è la nostra parola chiave. In una traduzione dall’inglese, la finalità è quella di far comprendere ad un lettore italiano un dato testo riportando più o meno fedelmente ciò che il testo inglese voleva esprimere. Ho appena detto più o meno fedelmente. Sono consapevole di poter far affiorare dubbi o addirittura scatenare polemiche con l’espressione più o meno fedelmente. Che cosa significa?

Partiamo da cosa è una traduzione. Se cerchiamo la parola sui vari dizionari anche on-line troviamo che la traduzione è un’attività che prevede l’interpretazione del significato di un testo (di origine) e la successiva produzione di un nuovo testo, equivalente a quello d’origine, in un’altra lingua. Interpretare un significato può voler dire molte cose, in quanto un significato può avere molteplici interpretazioni. E già qui il jeu de mots dovrebbe farci riflettere su come sia possibile tradurre (esattamente) un significato da una lingua ad un’altra considerato il fatto che una frase o parole possono essere interpretate in diversi modi. Che tipo di interpretazione quindi deve conferire il traduttore? Come si è detto, certamente molteplici, ma quale quella giusta?

All’articolo di domani il compito di dare una risposta a tali quesiti.

Autore dell’articolo:
Chiara L. Pernigotti
Traduttrice freelance Inglese/Italiano
Tortona (AL)

Traduzione: veicolo di cultura

 Categoria: Traduzione letteraria

Credo sia scelta coraggiosa e altruistica quella di coloro che decidono di dedicare la loro vita alla traduzione, un ambito stimolante e soddisfacente anche se di non facile raggiungimento. Il traduttore può infatti sentirsi soddisfatto del proprio operato, con il quale contribuisce alla circolazione della cultura: la gioia nel poter far conoscere un’opera scritta in una lingua straniera a tutti coloro che senza la traduzione non potrebbero mai usufruirne, è paragonabile al prendersi cura e preservare un’opera d’arte dal logorio del tempo per permetterle di essere ammirata non solo dai suoi contemporanei, ma ancor più dai posteri. Così anche un’opera scritta rimarrà come patrimonio di intere generazioni future, non solo per tutti coloro che parleranno la lingua originaria dello scrittore, ma anche di tutti quelli che parleranno la lingua in cui è stata tradotta. Tutto ciò permette inoltre la conoscenza di popoli e culture diverse dalla propria, grazie all’enorme quantità di testi circolanti, o più semplicemente di romanzi le cui storie generalmente rispecchiano le abitudini, gli usi e costumi del popolo a cui appartiene lo scrittore. Ed è per preservare la bellezza e l’originalità di un testo che il traduttore dovrebbe cercare di rimanere il più fedele possibile al testo di partenza, senza abbellimenti propri né tantomeno tagli di parti o traduzioni grossolane: è necessaria la ricerca del giusto equilibrio tra due lingue per far sì che lo scritto risulti specchio fedele dell’originale, sfruttando appieno le potenzialità della lingua di arrivo e ponendo particolare attenzione nella scelta dei termini più consoni che possano rispecchiare al meglio il significato originario del termine, senza per forza esserne gli equivalenti.

Colui che, grazie a impegno e capacità, riuscisse a raggiungere la meta tanto agognata troverebbe ad attenderlo al varco, non solo molte soddisfazioni, ma anche qualche delusione: aspetto frustrante di questo lavoro è il fatto che il nome del traduttore venga ignorato dalla maggior parte dei lettori, quasi come se il testo fosse stato scritto direttamente dall’autore in tutte le lingue esistenti o come se il testo fosse tradotto meccanicamente da un computer. La maggior parte dei lettori infatti, non si sofferma sul nome di colui o colei che ha tradotto il testo, ma semplicemente giudica l’opera in quanto scritta solamente dall’autore. Ma tutto ciò non deve scoraggiare dal continuare questa professione, perché è il solo ed unico modo affinché le informazioni e la cultura continuino ad essere a disposizione di tutti. Proprio per questo motivo, il traduttore deve sentirsi soddisfatto del proprio operato e prendere coscienza dell’importanza che riveste nella società globalizzata di oggi, in cui tutte le informazioni circolano da un paese all’altro con grande velocità, e altrettanto veloce deve quindi essere la “connessione” che permette questi passaggi di informazione: il traduttore, necessario e unico strumento di collegamento tra persone e culture diverse, è il tassello fondamentale del grande puzzle che è la cultura, e per questo deve sentirsi ripagato di tutte le fatiche e gli ostacoli che incontra quotidianamente sul suo cammino.

Autore dell’articolo:
Linda Grappi
Traduttrice free-lance EN-ES>IT
Castellarano (RE)

Buona traduzione o buon marketing? (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Concludo con l’articolo di oggi la mia lista sulle azioni da consigliare ad un traduttore al fine di incanalare la propria carriera sui binari giusti.

4 – AVERE PRONTI I BIGLIETTI DA VISITA: Appena cominciamo a notare che il lavoro arriva, armiamoci il prima possibile di bigliettini da visita da “mollare strategicamente” dove e come possiamo. Se ad esempio ci capita di andare ad un convegno sulla traduzione, ad un corso di aggiornamento su Trados, ecc., non andiamoci mai senza una business card da poter lasciare a potenziali clienti futuri;

5 – IL SITO INTERNET: Avete pensato ad un sito internet? Certo, non deve essere per forza un passo indispensabile per tutti, ma può risultare utile per promuoverci, e, perché no, anche divertente e interessante da progettare. In fondo, anche il sito ci deve rispecchiare, ed è, a suo modo, un “grande biglietto da visita interattivo in rete”. Inoltre, ci può aiutare ad aumentare esponenzialmente la nostra visibilità e quindi la nostra rete di clienti. Se fossi alla ricerca urgente di una persona che mi traducesse un documento per me fondamentale, la prima risorsa che utilizzerei è Google;

6 – IL BLOG: Il blog a mio parere è un discorso in divenire, e pure abbastanza delicato. Intendo dire che, a differenza del sito, il blog è “vivo”. Bisogna nutrirlo, accudirlo e coccolarlo su base costante, e bisogna farlo nel modo giusto. Se decidiamo di tenere un blog, dobbiamo essere sicuri di aver voglia di farlo, di essere disposti ad investire periodicamente (ad esempio una volta a settimana, o ogni dieci giorni) un po’ della nostra energia in questo. Detto ciò, e dando per scontato che abbiamo qualcosa di davvero INTERESSANTE da dire, il blog può essere davvero un bel modo di farsi conoscere, ma anche di conoscere e imparare a nostra volta.

Autore dell’articolo:
Sara Alice Manis
Traduttrice e Interprete EN – IT – RU
Pomigliano D’Arco (NA)

Buona traduzione o buon marketing? (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Le mosse fondamentali che un traduttore dovrebbe fare all’inizio o comunque durante la propria carriera sono, a mio avviso, le seguenti:

1 – AVERE UN PIANO: Fare un piano prima di iniziare ad agire. Avere ben chiaro quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere, porsi un limite in merito al denaro da spendere, al tempo da impiegare al giorno, e una scadenza finale entro cui raggiungere il proprio scopo. Le scadenze possono essere anche più di una. Possiamo avere un obiettivo generale a lungo termine, e degli obiettivi e scadenze minori lungo il cammino verso il “grande traguardo”;

2 – AVERE DEI CONTATTI “PROFESSIONALI”: Moltissimi di noi ricorrono all’uso dell’e-mail, di skype, msn, e di tanti altri metodi di comunicazione in rete. Nel momento in cui però decidiamo di servirci di questo tipo di canali anche in ambito lavorativo, sconsiglierei di dare ai nostri potenziali clienti lo stesso indirizzo yahoo che diamo ai nostri amici, o lo stesso ID skype, con magari un soprannome o un nome buffo. La cosa migliore è crearsi dei contatti ad hoc, solo per il lavoro. Lo stesso può essere fatto in realtà anche con il numero di telefono. Attivare ad esempio un nuovo numero di cellulare che sia il nostro contatto solo per la “parte lavorativa” della nostra vita può evitarci imbarazzi superflui (vi è mai capitato, ad esempio, di rispondere al telefono in maniera assolutamente annoiata e informale, per scoprire subito dopo che si trattava di una chiamata di lavoro?);

3 – CONTATTARE IL CLIENTE: Dopo aver delineato il piano in maniera chiara e aver creato i nostri recapiti ad hoc, possiamo cominciare ad agire per farci conoscere. Secondo la mia esperienza, i modi di contattare potenziali clienti sono fondamentalmente tre: per e-mail, per telefono e di persona. Ovviamente vanno operate delle distinzioni, e, a clienti diversi, vanno applicati tipi di approccio diversi. Ad esempio, un’azienda relativamente grossa, con un sito internet con relativa e-mail di contatto ecc. andrà contattata per e-mail. Un piccolo studio di avvocati che vogliamo approcciare per offrire i nostri servizi come traduttori legali probabilmente andrà contattato telefonicamente, o anche di persona, e così via. C’è da dire che, soprattutto con il metodo e-mail, nel caso di mancata risposta potrebbe essere necessario reiterare l’intervento nel tempo. Una buona idea in questo caso è ad esempio quella di ricontattare la stessa azienda, o la stessa agenzia di traduzione, con una nuova e-mail, ma aggiungendo delle nuove referenze, dei nuovi titoli conseguiti nel frattempo, o delle nuove esperienze lavorative, in modo da non risultare ripetitivi e pedanti;

Nell’articolo di domani descriverò altre tre mosse importanti nella carriera di un traduttore più o meno giovane e più o meno inesperto.

Autore dell’articolo:
Sara Alice Manis
Traduttrice e Interprete EN – IT – RU
Pomigliano D’Arco (NA)

Buona traduzione o buon marketing? (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Il fatto è che ad alcuni viene naturale muoversi nel mondo del lavoro con disinvoltura, proporsi in maniera sfacciata al punto giusto, pensare istintivamente alle mosse strategiche per arrivare alla meta con successo e in tempi relativamente brevi. Sarebbe bello se questo talento facesse parte di ognuno di noi, ma, ahimė, non è cosi. E allora che speranza rimane a tutti quei bravi professionisti che sono in grado di eseguire una traduzione impeccabile ma che non sono naturalmente portati per le public relations? Dovrebbero gettare la spugna e darsi ad un’altra professione? Oppure pagare qualcuno per fare il lavoro di promozione al posto loro?

Niente di tutto ciò, per come la vedo io. Esistono in commercio degli utilissimi libri sulla professione del linguista, sia in italiano che in altre lingue (posso fornire dei titoli, se a qualcuno interessa), ai quali i giovani freelance possono far riferimento per imparare a muoversi nel modo più intelligente al fine di valorizzare il loro talento. Oltre a questo, perchė non imparare anche dai nostri colleghi? Se vediamo che un altro professionista (in questo come in altri campi) fa delle mosse intelligenti e si sponsorizza nel modo giusto, perchė non prendere esempio?

Ecco perchė, dopo aver letto, osservato e ponderato, in questo mio primo intervento vorrei condividere con voi un breve elenco di quelle che sono, a mio parere, le mosse giuste da consigliare a un giovane traduttore in una fase più o meno iniziale della carriera.

L’elenco verrà pubblicato in due articoli separati, domani e dopodomani.

Autore dell’articolo:
Sara Alice Manis
Traduttrice e Interprete EN – IT – RU
Pomigliano D’Arco (NA)

Buona traduzione o buon marketing?

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

La mia esperienza nel mondo della traduzione e dei servizi linguistici fino ad ora mi ha insegnato che un traduttore, per poter arrivare a dei guadagni dignitosi, non deve soltanto essere bravo nel proprio lavoro, ma deve anche, e forse a volte ancora prima, essere un buon manager di sé stesso. Come ogni buon libero professionista che si rispetti, anche il linguista deve sapersi promuovere.

Secondo la mia personale esperienza, oggi come oggi il mercato, in questo campo come purtroppo in molti altri, si trova già ad un livello di saturazione notevole. Dato questo per assodato, un giovane traduttore che si trovi a dover muovere i primi passi nel mercato del lavoro e che pensi di raggiungere l’obiettivo di vivere unicamente di questa attività a tempo pieno, deve pensare strategicamente fin dall’inizio.

Ho riflettuto spesso e volentieri sull’importanza di questo aspetto, e spesso e volentieri mi sono domandata “E’ più importante la qualità del servizio, o la qualità della PROMOZIONE del servizio?”. A prescindere dal fatto che se vogliamo essere dei professionisti degni di questo nome la qualità DEVE sempre essere alta, sono in breve tempo giunta alla conclusione che gestire e promuovere in maniera intelligente e strategica la propria immagine e i propri servizi siano un requisito fondamentale per far diventare questo mestiere, che nasce prima di tutto come una passione per la maggior parte di noi, anche un’attività redditizia.

Continuerò a esporre le mie idee nel post di domani.

Autore dell’articolo:
Sara Alice Manis
Traduttrice e Interprete EN – IT – RU
Pomigliano D’Arco (NA)

L’interprete diventa traduttore

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Ad essere sincera sono sempre stata più attratta dall’interpretazione piuttosto che dalla traduzione. Da un lato perché lavorando come interprete si ha l’opportunità di viaggiare e scoprire moltissimo, dall’altro perché sono sempre stata poco precisina, poco attenta al dettaglio e interessata al nocciolo del discorso. Proprio questi pregi/difetti mi hanno resa veloce e funzionale nella traduzione, in poche parole adatta all’interpretazione. Tuttavia i problemi dell’interprete non sono del tutto diversi da quelli del traduttore. Certo, l’interprete simultaneista ha a che fare con la velocità d’eloquio dell’oratore, con la divisione dell’attenzione, deve poter prendere decisioni repentine, deve parlare un buon italiano, privo di cadenze regionali. L’interprete che lavora in consecutiva deve avere un’ottima tecnica di annotazione, nonché una buona memoria. L’interprete di comunità deve far comunicare due parti, prestando forse più attenzione all’interpretazione di quelli che sono atti illocutori, piuttosto che locutori. Eppure tutte queste figure, insieme a quella del traduttore, sono accumunate da una capacità fondamentale: la capacità di comprendere il messaggio comunicativo.

In qualità di studente, ho fatto l’errore di tradurre o interpretare in modo meccanico, traducendo parola per parola. Poi riascoltando o rileggendo il mio prodotto finale, mi sono resa conto che così non poteva funzionare. Il prodotto non era semplicemente fruibile e il mio errore è stato quello di aver tradotto ciò che non avevo capito. Non si può tradurre se non sia ha prima un’ infarinatura sull’argomento, se non si legge prima il testo, se il messaggio chiave non è chiaro. Sembra banale, ma è ciò che molti tendono a fare ed è ciò che rende una traduzione non fruibile. Quando parlo di fruibilità, mi riferisco alla caratteristica del testo, scritto o orale che sia, di essere compreso e percepito come se fosse nato in italiano.

In questa concezione mi ritengo molto vicina alla teoria del senso della Seleskovitch, secondo la quale il senso prevale sulle parole. Questo è l’approccio che rende un’interprete davvero bravo e professionale. Per il traduttore credo valga la stessa regola, prima il senso, poi le parole. Ovvio, se parliamo di traduzione in ambito poetico-letterario tutto ciò viene meno, in quel caso prevale la parola, lo stile, l’estetica. Ma, se abbiamo a che fare con testi divulgativi, informativi o addirittura tecnici, tradurre la parola prima del senso non sarà che ingannevole. Per questo motivo, fatta eccezione per l’ambito poetico-letterario, credo che la figura dell’interprete non sia poi molto diversa da quella del traduttore: entrambi sono dapprima lettori/ascoltatori e solo successivamente latori del messaggio compreso.

Autore dell’articolo:
Chiara Paoloni
Traduttrice freelance EN-DE>IT
Jesi (AN)

Ma parlo arabo?

 Categoria: Le lingue

Ma parlo arabo?” Questa è la domanda che si pone ad un interlocutore che non capisce o, più spesso, che non vuole capire cosa stiamo dicendo, dando per scontato che la lingua araba sia incomprensibile.
Che il grado di difficoltà rispetto ad una lingua neolatina sia maggiore può essere vero, ma d’altro canto ci sono delle caratteristiche della lingua araba che la rendono più semplice rispetto a molte altre lingue. Prima fra tutte si pronuncia come si scrive, cioè le lettere e i suoni corrispondono, come per la lingua italiana, anche se la nostra lingua presenta alcune eccezioni. Quindi la lettura e la scrittura sono più semplici rispetto al francese in cui questo non avviene, pensiamo al comune aggettivo “felice”, in francese “heureux”” che si pronuncia /œʀø/. La difficoltà non sta tanto nell’utilizzare un nuovo alfabeto, ma nel comprendere gli schemi secondo i quali posizionare suffissi, prefissi e vocali brevi, che non sono indicate graficamente.

Infatti la lingua araba ha una struttura introflessiva, detta anche “a pettine”; è proprio immaginando la figura di tale oggetto che si può capire come funzioni questo idioma. Le parole sono solitamente formate da tre radicali (un pettine con solo tre o quattro denti in tutto) all’interno dei quali si inseriscono vocali, prefissi e suffissi per la formazione delle parole derivanti dalla stessa radice. Di solito i manuali di linguistica araba utilizzano la radice del verbo “scrivere” per spiegare tale struttura: questa è K T B. Da cui avremo: “kataba” egli scrisse, “maktūb” scritto, “kātib” scrittore, “maktab” scrivania o ufficio. E’ pura matematica: si aggiungono e si sottraggono elementi da una radice composta da tre elementi. Una volta compreso il meccanismo la difficoltà iniziale svanisce e ci si può dedicare allo studio della lingua in modo più libero.

Con questo non vogliamo negare la difficoltà della lingua araba, al cui studio ci si deve dedicare con costanza, avendo chiaro che i primi risultati rilevanti si avranno solo dopo alcuni anni.

Luana Crisarà
Traduttrice Arabo – Inglese > Italiano
Roma

La traduzione e il talento

 Categoria: Traduttori freelance

Mi sono sempre chiesta quale fosse il lavoro più bello del mondo. Una risposta di tanti potrebbe essere il lavoro con un guadagno di diecimila euro al mese, ma forse comporterebbe affanno per tutto il giorno e sette giorni su sette senza neanche tante soddisfazioni. Altri potrebbero rispondere quello di maggior prestigio, e magari non mostrare particolare interesse per il tipo di lavoro svolto, ed altri ancora preferirebbero quello che comporta minore fatica, rischiando forse l’alienazione e la noia più totale.

Al giorno d’oggi si tende talmente tanto alla frustrazione che si trascura un elemento molto importante: il piacere nel lavorare. Proprio così, come nel divertimento più puro anche il lavoro merita il suo piacere.
Se nell’esercitare la propria professione si riesce ad avvertire una particolare sensazione piacevole e le difficoltà che si incontrano, più che un indesiderato ostacolo, rappresentano un’appassionante sfida, un bagliore di luce illumina la mente, le soluzioni anche ai quesiti più complicati si materializzano come se guidate da una mano divina. I risultati e le soddisfazioni non tardano a farsi attendere.
Riuscire a sentire questo fa la differenza, cogliere tali sfumature equivale a cogliere il sapore della vita che porta a dare il meglio di sé. Così non esisterebbe il lavoro più bello perché ognuno avrebbe il suo.

Ciò che mi ha spinto a svolgere questa professione come principale attività lavorativa è proprio questo “bagliore” ed i risultati raggiunti con la stessa ispirazione mi hanno sorpreso ancor di più.
Come le sfumature riescono a far cogliere il sapore di ciò che appassiona e rende una professione speciale, così sono riuscite a guidarmi nella pratica: tradurre è un arte e significa cogliere le sfumature poiché le differenze sottili tra un termine ed un altro suscitano sensazioni diverse. Riuscire a percepire tale differenza, ricostruirla nel proprio mondo e trasmetterla esprimendone la giusta essenza è l’obiettivo da raggiungere.
Ma allora che cosa è il talento, questa preziosa ed alquanto rara parola, tanto ricercata e tanto voluta, forse non è poi così impossibile… forse è in ognuno di noi…. bisognerebbe solo scoprire la sua identità.

Autore dell’articolo:
Cinzia Cernitore
Traduttrice Inglese – Italiano
Bari

Le origini e le peculiarità dell’inglese (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Molto diffuso, a seguito della dominazione romana, era anche il latino. A questo contesto geo-linguistico, si sovrapposero le lingue germaniche portate dagli invasori provenienti dalla Sassonia, dalla Frisia e dalla Danimarca. In oltre quattro secoli di dominazione, si creò un nuovo idioma (l’Old English, appunto) che fu la lingua dominante nei vari regni dell’Inghilterra, fino alla metà del XI secolo.
Ma l’epopea delle lingue parlate nel paese era lungi dall’essere conclusa. Nel 1066, l’Inghilterra fu invasa dalle truppe di Guglielmo il Normanno (successivamente noto come Guglielmo il Conquistatore), e conquistata completamente. Lentamente, ma con molta determinazione, le élite anglo-sassoni furono soppiantate dai Normanni che introdussero nuove leggi e radicali cambiamenti nell’ordine sociale.

Insieme a queste innovazioni, portarono anche la loro lingua, il franco-normanno (successivamente chiamato anglo normanno) che sostituì, in particolare nel linguaggio formale, l’Old English. La conquista dell’Inghilterra e il dominio dei Normanni costituirono un importante evento nella storia del paese.
Dal punto di vista linguistico, l’influenza del francese sui preesistenti idiomi germanici diede vita ad una seconda fase dell’evoluzione dell’inglese. Fu grazie all’influenza normanna che il lessico inglese acquisì dimensioni considerevoli, accogliendo in sé numerose parole di radice latina attraverso il francese. Questo fenomeno è una delle caratteristiche dell’inglese dei nostri giorni, che tuttora possiede numerose coppie di parole sinonimiche (una di origini germaniche, l’altra di origine latina) o quasi-sinonimiche, quali step/pace, freedom/liberty, time/tense, strength/force, brotherhood/fraternity, quiet/tranquility, wedlock/marriage. O ancora, vocaboli che avevano all’origine lo stesso significato, ma che oggi hanno acquisito significati diversi, come ad esempio wedding/marriage.

Nei secoli XII e XIII, la lingua inglese diventa di nuovo la lingua nazionale, con l’affermarsi di una nuova variante, il cosiddetto Middle English. La maggior parte delle complesse strutture grammaticali dell’Old English vengono semplificate, mentre il lessico conserva le numerose influenze del francese. L’autore di riferimento del periodo è Geoffrey Chaucer, nel cui linguaggio si intravede chiaramente la vicinanza all’inglese moderno, anche se, in termini di intelligibilità siamo ancora lontani dalla lingua di oggi (esistono in commercio traduzioni in inglese moderno delle opere di Chaucer, ad uso degli studenti frettolosi).

Una volta esaurita la spinta innovativa della dominazione normanna, la lingua inglese diventa di nuovo la lingua nazionale, ma con un sostanziale cambiamento. Siamo nell’epoca di Shakespeare e Marlowe (XV e XVI secolo), e la lingua del paese, pur trattenendo un cospicuo patrimonio lessicale di origine francese, diventa il cosiddetto Early Modern English. Questa lingua, sebbene la parte fonetica differisca sostanzialmente dalla pronuncia dell’inglese dei giorni nostri, mostra molto chiaramente nella versione scritta l’affinità con l’inglese moderno (e fortunatamente non esistono traduzioni in inglese moderno dell’inglese di Shakespeare!).

Autore dell’articolo:
Settimio Biondi
Traduttore free-lance Inglese/Francese => Italiano

Le origini e le peculiarità dell’inglese

 Categoria: Storia della traduzione

Fæder ūre Þū Þe eart on heofonum,
Sī Þīn nama ġehālgod.
Tōbecume Þīn rīċe,
ĠewurÞe ðīn willa, on eorðan swā swā on heofonum.
Ūrne ġedæġhwāmlīcan hlāf syle ūs tō dæġ,
And forgiyf ūs ūre gyltas swā
swā wē forgifað ūrum gyltendum.
And ne ġelǽd Þū ūs on costnunge, ac ālŷs ūs of yfele
SōÞlīċe.

Qualche erudito collega sicuramente identificherà la lingua ed il testo di questi criptici versi. Agli altri (che sono pregati di non farsene un complesso), rivelo subito che la lingua è il Sassone occidentale, nella variante letteraria usata a partire dal VII secolo in Inghilterra, e che il testo è semplicemente il Pater Noster. Da parte mia (io faccio parte della categoria dei traduttori non eruditi), sono ben lieto che l’anglo-sassone sia diventato con il tempo la straordinaria lingua inglese, idioma molto più docile, e soprattutto meno strutturato.

Per avere un’idea della complessità delle antiche lingue germaniche, può essere utile riferirsi ad una lingua che ha avuto minimi cambiamenti dal X secolo in poi, e che sostanzialmente è la stessa in cui, grazie all’introduzione dell’alfabeto latino, sono state trascritte le Saghe Islandesi, nel XI e XII secolo. La lingua islandese è una lingua superstrutturata, in cui si declinano non solo i sostantivi, gli articoli e gli aggettivi, ma anche altre parti del discorso: autentica delizia per i cultori delle filologie germaniche, e vera croce per coloro che, tapini, cercano di avvicinarsi a questa lingua.

Per tornare alle origini della ingua inglese, occorre notare che il termine “anglo-sassone” si riferisce in effetti a due lingue, dello stesso ceppo, ma con notevoli differenze. Tanto è vero che i linguisti preferiscono utilizzare il termine Old English, lingua parlata nei vari regni in cui l’Inghilterra era divisa a seguito delle invasioni di Sassoni, Angli e Juti a partire dal VII secolo. A quell’epoca, le lingue parlate in Inghilterra, Scozia ed Irlanda erano celtiche (nelle varianti scozzese, irlandese, gallese, ed altre minori).

Continuerò a parlare dell’argomento nell’articolo di domani

Autore dell’articolo:
Settimio Biondi
Traduttore free-lance Inglese/Francese => Italiano

Un traduttore senza sede

 Categoria: Traduttori freelance

Sono ancora molto recenti gli anni dell’Università nei quali ci insegnavano come si traduce un certo tipo di testo. La maggior parte del lavoro, però, era lavoro autonomo. Erano le nostre prime creazioni nel mondo delle traduzioni. Quei tempi ormai sono dietro di noi anche se i tempi dello studio sono ancora qui e non finiscono mai.
Finita l’Università, forse sono arrivati i tempi più duri. La ricerca di clienti tramite cui farsi una propria carriera. Tutti o quasi tutti siamo passati per questo percorso. Qualcuno lo ha trovato subito, altri con un pizzico di fatica in più, e altri invece hanno dovuto letteralmente sudare per trovare un piccolo posto nel mondo delle traduzioni.
Quando sei un principiante nel settore e tutte le agenzie di traduzione e tutti i possibili clienti richiedono anni e anni di esperienza che tu, in quel momento non puoi avere, a volte senti il bisogno di sbattere la testa contro un muro. E invece bisogna avere pazienza, tradurre, leggere, fare esercizi linguistici per mantenere il livello che hai raggiunto dopo l’Università o magari, e meglio ancora, migliorarlo.
Inoltre, la ricerca del lavoro viene resa ancor più dura dalla crisi finanziaria che, nonostante si sia indebolita, persiste nel mettere il bastone tra le ruote ai traduttori neolaureati.

Il mio viaggio da traduttore è iniziato a Trieste, alla SSLMIT. Dicono, una delle migliori scuole del genere in Italia. Per questo motivo pensavo che, finiti i corsi, tutto sarebbe andato liscio come l’olio. Dopo la laurea sono tornato a casa, in Croazia. Alcuni lavoretti li avevo già iniziati a Trieste, altri li ho iniziati a casa, ma poi? Ma poi non ero felice e ho deciso di trasferirmi a Sarajevo. Qui il settore delle traduzioni è forse meno sviluppato che in Italia. Naturalmente si fanno traduzioni letterarie e si traducono saggi e testi universitari ma la traduzione tecnico-scientifica è meno presente. Tuttavia, questo non è un problema dato che si può lavorare facilmente via internet. Venendo qui, ho scoperto che la lingua bosniaca è molto più diversa dal croato di quanto potessi immaginare. Ci sono molti più stranierismi di provenienza turca e tedesca e differenze anche a livello grammaticale. Ci sono parole che non avevo mai sentito prima. E questo è stato un buon allenamento per apprendere una “nuova” lingua le cui basi erano già presenti in me grazie al croato.

Ma oltre a questo bisognava pensare anche alle altre lingue come l’italiano e l’inglese. Alla fine sono queste le lingue di origine con cui lavoro e voglio lavorare. Quindi bisognava mantenerle attive. Come penso tutti, leggo libri, giornali, magazine. Mi vedo film, serie TV e vari spettacoli con e senza sottotitoli (perché in questa parte del mondo si usano i sottotitoli piuttosto che il doppiaggio), comunico con amici e naturalmente traduco. Poi ho anche lavorato con una TV proprio nel campo del sottotitolaggio. E inoltre, per guadagnare qualche soldino in più, ho iniziato a fare la guida turistica, o meglio l’accompagnatore di gruppi turistici. Quindi oltre a “sentire” le lingue d’origine, posso anche usarle attivamente.
Dove mi porterà il domani non lo so, ma sicuramente lo aspetterò munito del mio computer e di una connessione a internet, sperando che questa crisi la smetta di mettere i bastoni tra le ruote a me e agli altri traduttori che hanno iniziato o stanno per iniziare a farsi strada nel settore della traduzione.

Autore dell’articolo:
Vili Šorgo
Traduttore freelance italiano/inglese>croato
Novigrad (Croazia)